_Trattati dell’imperadore ai Fiorentini._
Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con
l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il
segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni
e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però
si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e
nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento
de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al
continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della
concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena,
Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i
suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di
presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante
superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore
conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore
e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il
comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra
contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea
il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non
li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini
d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto,
e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si
rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che
pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il
sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora
diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che
il sindacato si facesse.