CAP. LXVIII.

_Trattati dell’imperadore ai Fiorentini._

Essendo gli ambasciadori del comune di Firenze quasi ogni dì con

l’imperadore per trattare la concordia, ed egli avendo scoperto il

segreto del comune, e crescendogli ogni dì forza grandissima di baroni

e di cavalieri della Magna, non gli parea volere di meno, e però

si tenea forte a non condiscendere alla volontà de’ Fiorentini: e

nondimeno temperava per non rompersi da loro, con tutto l’attizzamento

de’ caporali ghibellini d’Italia ch’erano appresso di lui, che al

continovo l’infestavano, perchè si rompesse dai trattato della

concordia de’ Fiorentini, mostrandogli che avendo egli Pisa e Siena,

Volterra e Samminiato, e l’aiuto de’ ghibellini ch’erano ivi a fare i

suoi comandamenti, e la gran forza della sua baronia, senza dubbio di

presente ne sarebbe signore a cheto, e abbatterebbe la loro arrogante

superbia con grande onore e magnificenza dell’imperio. Il savio signore

conoscea quanto pericolo gli potea incorrere, potendo con suo onore

e vantaggio avere pace, cercare guerra: e conosceva, che quando il

comune di Firenze, ch’era potentissimo, si facesse capo della guerra

contro a lui, che tosto gli si scoprirebbono molti nemici: e conoscea

il servigio che avrebbe dalla gente tedesca, se con larga mano non

li provvedesse, e quanto erano fallaci le suggestioni de’ ghibellini

d’Italia: e però serbava il consiglio e la diliberazione nel suo petto,

e forte si temea che nascesse cagione per la quale i Fiorentini si

rompessono dal trattato; e però avendo trattato con loro per modo che

pareano assai di presso, l’imperadore disse, che facessono d’avere il

sindacato pieno dal loro comune come la materia richiedeva: e allora

diliberarono che tre degli ambasciadori tornassono a Firenze a fare che

il sindacato si facesse.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 185 / 214 题