CAP. LXVI.

_Come il segreto giurato in Firenze fu manifestato all’imperadore._

Seguendo gli ambasciadori di Firenze il trattato della concordia

con l’imperadore, e avendo il mandato di profferirgli per lo comune

cinquanta migliaia di fiorini d’oro, avendo da lui i patti privilegiati

che per parte del comune gli si dimandavano, l’imperadore, avvisato

e malizioso, della moneta, dov’egli avea l’animo, non mostrava di

curarsi, ma ne’ patti si mostrava strano e tenace per vendere più cara

la sua mercatanzia. Avvedendosi di questo gli ambasciadori, e avendone

alcuno segreto accennamento di fuori da lui, due degli ambasciadori per

comune consiglio degli altri tornarono in Firenze per informare a bocca

i rettori, e avvisarli di quello che a loro pareva dell’intenzione del

signore. Vedendo i rettori che l’imperadore s’addurava, e che le terre

vicine s’era no date liberamente alla sua signoria, aveano cagione

di più temere: e tennono più consigli segreti ove si raccontavano

de’ falli dell’eletto: come manifesto appariva che non avea tenuto

fede a’ Gambacorti, nè allo stato di coloro che reggevano la città

di Pisa, dilettandosi de’ romori e della divisione de’ cittadini, e

tenea con loro che più erano pronti a movere le novità nella terra

per averne più libera signoria, e come si mostrava bisognoso e cupido

di trarre a se moneta: e avendo per più riprese praticato sopra i

fatti dell’imperadore e sopra quelli del nostro comune, infine d’un

animo presono partito per lo meno reo, che non si guardasse a costo

di moneta infino in fiorini centomila d’oro, dandoli all’imperadore,

dove la nostra città di Firenze rimanesse libera in sua giurisdizione,

con altri singolari patti. E commettendo la pratica di queste cose

ne’ detti ambasciadori, avendoli informati che si tenessono forti a

cinquantamila fiorini, e che non mostrassono nè paura nè viltà in

domandare e sostenere il vantaggio del comune nella quantità della

moneta e negli altri patti, ma innanzi si rompessono da lui aveano di

darli i detti fiorini centomila d’oro. Questo consiglio fu ristretto

ne’ priori e ne’ loro collegi con piccolo numero d’arroti, e fu

comandata a tutti la credenza, e giurata solennemente: e rimandati

i due ambasciadori a Pisa, essendo con l’imperadore, e sostenendo

francamente quello ch’era stato loro imposto, l’imperadore cominciò

a sorridere contro a loro, e manifestò ciò ch’era loro commesso, e

la deliberazione del loro comune, dicendo, che per scrittura tutto

gli era manifesto. Gli ambasciadori di presente senza procedere più

innanzi significarono all’uficio de’ priori ciò ch’aveano di bocca

dell’imperadore della revelazione del loro segreto consiglio, che per

questa cagione, avvegnachè per loro non li fosse acconsentita alcuna

cosa, il trovavano più duro e più turbato che prima, dicendo, come non

era traditore de’ Gambacorti, nè che non era cupido di moneta più del

suo onore, nè si dilettava nella commozione de’ cittadini. Come questa

novella fu divolgata nella nostra città, l’infamia de’ signori, e de’

collegi, e degli arroti, in cui era la credenza, fu molto grande: ma

però non trovò il comune chi alcuna cosa ne facesse allora per purgare

la comune infamia, temendo per la tenerezza dello stato, avendo così

dipresso l’imperadore, che maggiore pericolo non ne seguisse. Il

consiglio non fu reo, se rifermato lo stato del comune con la pace

dell’imperadore se ne fosse fatta debita inquisizione e giustizia.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 183 / 214 题