_De’ fatti di Siena con l’imperadore._
Era per lunghi tempi governato il reggimento della città di Siena per
l’ordine de’ nove, il quale era ristretto in meno di novanta cittadini
sotto certo industrioso inganno: perocchè quando il tempo veniva di
fare i loro generali squittini, acciocchè ogni degno cittadino popolare
entrasse nell’ordine de’ nove, coloro ch’aveano già usurpati gli ufici
si ragunavano segretamente in una chiesa, e ivi disponevano d’alcuni
cui voleano che rimanessono nell’ordine, fermandoli tra loro per
saramento, e prometteano tutti dare a’ detti le loro boci co’ lupini
neri, e tutti gli altri ch’andavano allo squittino, ch’erano molti
buoni e degni cittadini, li riprovavano co’ lupini bianchi, sicchè
l’ordine non crescea più che volessono, nè alcuno v’entrava che tra
loro prima non fosse deliberato: per la qual cosa erano in odio a tutti
gli altri popolani, e a gran parte de’ nobili con cui non s’intendeano.
Eranvi certi che manteneano questa setta, e guidavano il comune com’e’
voleano; costoro furono quelli che con loro tradimento credettono
abbattere il comune di Firenze, e disfare sua franchigia e reggimento
con la forza dell’imperadore, ed esaltare loro, sottomettendo la
libertà del loro comune alla libera signoria dell’imperio, come
poco addietro abbiamo narrato: avvenne, che manifestata in Siena
l’intenzione de’ loro rettori, strana all’intenzione de’ Fiorentini
e della maggior parte de’ loro cittadini grandi e popolani, essendo
mandato per gli ambasciadori al comune di Siena che facessono il
sindaco a fare la sommissione, la cosa cominciò a intorbidare gli animi
de’ cittadini, e a impedirsi il sindacato con grandi ripitii de’ loro
rettori e dell’ordine de’ nove che questo aveano fatto, e fu la città
in grave sospetto di ravvolgimento e di romore, e tutte le case de’
grandi feciono ragunata di gente d’arme. L’imperadore in Pisa volea che
gli ambasciadori sanesi facessono la sommessione ch’aveano promessa di
fare, e per questa cagione avea fatto bandire il parlamento. Allora uno
degli ambasciadori ch’era della casa de’ Tolomei disse a’ compagni,
che non intendea senza nuovo sindacato palese a’ suoi cittadini fare
quella sommessione: e per questo traendosene catuno addietro, la
cosa soprastette, e rimandarono a Siena: di che l’imperadore ebbe
malinconia e gran sospetto, e tutti i dì di questo aspetto stette
rinchiuso senza dare alcuna udienza o mostrarsi ad alcuno. I grandi
cittadini di Siena conoscendo il gran pericolo che occorrere poteva
al loro comune ribellandosi della promessa fatta all’imperadore, e
avendo fatto conoscere all’ordine de’ nove e al popolo, che senza loro
volontà non aveano podere di darsi all’imperadore, a dì 26 di febbraio
ragunato il parlamento, per volere piacere non meno al minuto popolo,
ch’era imperiale, che all’ordine e alla setta de’ nove, feciono fare
il sindacato pieno a darsi liberamente all’imperadore. Avvenne per
questo, che l’imperadore conobbe e seppe che le case de’ grandi di
Siena ebbono la signoria di fare della città a loro senno, e da loro
principalmente conobbe la soggezione di quella; e venuto il nuovo
sindacato agli ambasciadori detti, domenica, a dì primo di marzo del
detto anno, raunato il parlamento, i detti ambasciadori con pieno
sindacato del loro comune, feciono al detto eletto imperadore per se
e pe’ suoi successori ricevere libera suggezione del misto e mero
dominio di quella città e contado, e de’ loro uomini alla signoria
dell’imperio, non riserbandosi alcuna franchigia dell’antica libertà di
quello comune: e di questo li feciono fare reverenza, e prestarono il
saramento, ed egli l’accettò e ricevette per se e pe’ suoi successori
in futuro in presenza di tutto il parlamento, con grande allegrezza
e festa del popolo pisano ch’era presente; e accecati dalla coperta
invidia che portavano al comune di Firenze, avvisandosi per questo
abbattere la libertà de’ Fiorentini, mattamente sommisono la loro.