_De’ falli commessi per lo comune di Firenze, e degl’inganni ricevuti
da’ suoi vicini._
Avvegnachè quello che seguita non sia cosa notevole, concedesi al
nostro trattato per ammaestramento delle cose a venire. I rettori del
comune di Firenze sentendo passato in Italia l’imperadore e coronato a
Moncia, per loro non si fe’ alcuna provvisione in utilità o beneficio
del nostro comune; stando egli lungamente a Mantova nel lieve stato
che v’era, se il nostro comune v’avesse mandato a dargli conforto,
ciò che avessono voluto avrebbono di grazia impetrato da lui, ove poi
con pericolo e con gran costo s’accordarono con lui, come seguendo si
potrà trovare. E ancora lasciarono per matta ignoranza a provvedere
d’arrecare alla loro volontà e disposizione tutte le città e castella
e terre vicine, le quali lievemente con alquanta provvedenza arebbono
recato a dire e a fare quello che il comune di Firenze avesse voluto,
ove in sul fatto catuna terra e castello senza richiesta del comune
di Firenze prese suo vantaggio, non senza pericolo del nostro comune;
la diligenza e la sollecitudine de’ nostri rettori fu abbandonata al
corso della fortuna, come per antico vizio degli uomini del nostro
comune è consueto, perocchè non è chi si curi di patrocinare lo stato
e la provvedenza del nostro comune: e i rettori, c’hanno poco a fare
all’uficio, intendono più alle loro private cose che a’ beneficii
del comune, e però più lo conduce fortuna che provvedimento, ma
molto l’aiuta Iddio, e gli ordini dati alla grande massa del comune
per i nostri antichi maggiori. E in questo tempo per questa cagione
avvenne, che i Sanesi non si curarono di rompere in sul fatto la fede
a’ Fiorentini: e i Volterrani, sentendo l’offerte fatte pe’ Sanesi,
anch’eglino si diedono liberamente all’imperadore contro al volere de’
Fiorentini; e i Pistoiesi contro al volere de’ Fiorentini, e senza con
loro conferirne vi mandarono ambasciadori per darlisi: ma sentendo che
il comune di Firenze si turbava contro a loro, si rattennono della
libera profferta, e soprastettono più per paura che per amore: e’
Samminiatesi cominciarono segretamente, coprendosi a’ Fiorentini, di
darsi liberamente all’imperadore, e trovando tra loro concordia, prima
l’ebbono fatto ch’e’ Fiorentini vi potessono riparare; e se non fosse
che i rettori d’Arezzo temeano forte de’ Tarlati loro usciti e de’
ghibellini d’entro, avendosi veduti a stanza de’ Sanesi abbandonare
da’ Fiorentini nella presenza dell’imperadore, si sarebbono dati come
gli altri, non curandosi del Comune di Firenze, ma per loro medesimi
sostennono la libertà di quello comune, essendo forte impugnati da’
Tarlati Pazzi e Ubertini loro ribelli ch’erano con l’imperadore. E
avvedutisi gli ambasciadori fiorentini dell’inganno de’ Sanesi, e di
quello ch’aveano fatto i Samminiatesi e’ Volterrani, cominciarono
a parlare per gli Aretini e per i Pistoiesi; l’imperadore per sua
industria non li sostenne, ma disse la parola del Vangelo: _aetatem
habent ipsi, de se loquantur_, e non lasciò dar loro audacia o favore;
e così per difetto di mala provvedenza, i Fiorentini de’ loro propri
fatti, e di quelli che s’appartengono alla guardia de’ loro vicini,
furono più e più giorni a pericoloso partito, e in grande ripitio degli
altri cittadini.