CAP. LIV.

_Come i Sanesi scopriro la loro corrotta fede contro a’ Fiorentini._

L’altro dì vegnente, a dì 30 di gennaio detto, gli ambasciadori del

comune di Firenze vestiti di scarlatto foderato di vaio con adorni

paramenti, con gli ambasciadori de’ Sanesi insieme, ch’erano de’

maggiori cittadini di quella città, s’appresentarono alla presenza

dell’imperadore e del suo consiglio: e avendo voluto i Fiorentini che

con loro insieme fossono gli ambasciadori d’Arezzo, i Sanesi ch’avevano

la mente corrotta contro a’ Fiorentini nol vollono acconsentire,

perchè i Fiorentini a quel parlamento non avessono chi li seguisse. E

cominciando gli ambasciadori fiorentini a sporre l’ambasciata com’era

loro imposto, per dimostrare più franchezza del loro comune, usarono

parole di debita reverenza alla maestà imperiale, dicendo _santa

corona_, e poi conseguendo _serenissimo principe_, senza ricordarlo

imperadore, o dimostrargli alcuna riverenza di suggezione, domandando

che il comune di Firenze volea, essendogli ubbidiente, le cotali e

cotali franchigie per mantenere il suo popolo nell’usata libertà, e

avendo tutto detto come fu loro commesso, conchiusono la loro reverenza

con poco onore della maestà imperiale, della qual cosa seguitò poco

onore a’ rettori di Firenze da cui mosse quello consiglio. Di questo

nacque tra i baroni e’ consiglieri dell’imperadore, e massimamente

tra coloro che per animo di parte erano contradi al comune di

Firenze, sdegno e baldanza di parlare contro al nostro comune, e se

l’imperadore, e il patriarca, e il vececancelliere non avessono avuta

più temperanza che gli altri del consiglio, i fatti con la consequenza

de’ Sanesi, che in quello consiglio ingannarono il comune di Firenze,

andavano a rovescio con molto sdegno da catuna parte, ma il savio

signore con temperanza conobbe quanto pericolo al suo stato portava

a non rimanere in concordia col comune di Firenze, e però sostenne,

magnificando quel comune, e mostrando verso quello volere fare quanto

onestamente potesse fare, non guardando troppo all’onore imperiale:

e ordinò di tornare con più diligenza altra volta a trattare co’

detti ambasciadori, e il suo consiglio ripremette d’ogni oltraggioso

parlamento quivi fatto. Dopo questo, gli ambasciadori sanesi, ch’aveano

altro in cuore che non aveano promesso a’ Fiorentini, lieti della poca

riverenza fatta all’imperadore per gli ambasciadori fiorentini, parendo

loro venuto il tempo che i loro rettori con coperta malavoglienza

lungamente aveano aspettato, credendosi col loro tradimento abbattere

e disfare il comune di Firenze, partendosi da quello che in fede

aveano promesso al nostro comune, cominciarono a sporre innanzi

all’imperadore, e al suo consiglio, e agli ambasciadori del comune

di Firenze la loro ambasciata, magnificando con ornato sermone la

serenità della maestà imperiale, chiamandolo loro signore, e senza

alcuno patto offersono quello comune liberamente alla sua signoria,

con le più magnifiche lode che pronunziare si possono, e con le più

libere offerte, pensando di questo rimanere esaltati e grandi, e aver

messo in fondo il comune di Firenze. Onde l’imperadore graziosamente

e con lieto volto ricevette e accettò l’offerte di quello comune,

e gli ambasciadori commendò molto del loro onorevole parlare, in

onesta riprensione di coloro che con meno reverenza aveano parlato

all’imperiale maestà. Ma perocchè l’intenzione dell’ordine de’ nove di

Siena infino a quello punto era stata occulta a molti grandi cittadini

di Siena e al comune di Firenze, cominciata a palesare ne’ fatti, ebbe

ravvolgimenti, e seguironne cose assai notevoli, come al suo tempo

innanzi racconteremo: ricordando qui, che come a Dio piacque, l’ordine

de’ nove, che questo tradimento ordinarono, ne fu abbattuto e disfatto,

e il comune di Firenze n’è esaltato in maggiore e migliore stato.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 171 / 214 题