_Come procedettono i fatti in Pisa._
Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di
grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere
riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi
poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a
mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere
essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro
di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per
i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più:
e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole
dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di
Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore
che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di
presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano
i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la
terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del
comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi
si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per
giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello
pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo
per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra
di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto,
senza deliberazione di comune consentimento.