_Come il conte di Lando venne di Lombardia in Romagna con la gran
compagnia._
In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del
residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a
solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne
a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno
del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta
dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla
sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere
la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per
via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse
corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare
dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la
compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove
stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la
detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il
conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di
suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a
dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i
detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la
compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’
suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni,
tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde
il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì
di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran
compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore
occorsono in Toscana.