CAP. XXXIX.

_Come l’imperadore andò a Moncia per la corona del ferro._

L’eletto imperadore avendo fatto la sua concordia co’ signori di

Milano, più della pace de’ Lombardi non si travagliò, ma di presente

fatta la festa della natività di Cristo a Mantova, si mise a cammino

verso Milano con meno di trecento cavalieri, i più senz’arme, e i

signori di Milano ordinarono, che per tutto loro distretto all’eletto e

alla sua compagnia fosse apparecchiato per loro e per li loro cavalli

ogni cosa da vivere senza torre alcuno danaio: e giugnendo a Lodi,

messer Galeazzo gli venne incontro con millecinquecento cavalieri

armati, e giunto a lui, gli fece la reverenza, e accompagnollo fino

dentro alla città di Lodi, e ivi il collocò onoratamente nelle case de’

signori, facendo nondimeno serrare le porti della città, e guardarla

dì e notte colla gente armata. E albergato in Lodi una notte, la

mattina appresso mosso il re de’ Romani, messer Galeazzo colla sua

gente armata l’accompagnò, avendo ordinata la desinea alla grande badia

di Chiaravalle: e appressandosi a Chiaravalle, messer Bernabò con

molti cavalieri armati gli si fece incontro, e fattagli la reverenza,

gli presentò da parte de’ fratelli e cavalli e palafreni covertati

di velluto, e di scarlatto e di drappi di seta, guerniti di ricchi

paramenti di selle e di freni: e fattogli alla badia nobile desinare,

messer Bernabò il richiese da parte de’ suoi fratelli e da sua che gli

dovesse piacere d’entrare nella città di Milano; l’eletto rispose, che

per niuno modo intendea venire contro a quello che promesso avea loro;

messer Bernabò gli disse, che questo gli fu domandato pensando che la

gente della lega il dovesse accompagnare, ma per la sua persona non era

fatto: e tanto il costrinsono, ed egli e messer Galeazzo, liberandolo

per loro e per messer Maffiolo dalla promessa, che con loro n’andò

in Milano; e entrato nella città, fu ricevuto con maggior tumulto

che festa, non potendo quasi vedere altro che cavalieri e masnadieri

armati: e i suoni delle trombe, e trombette, e nacchere, e cornamuse,

e tamburi erano tanti, che non si sarebbono potuti udire grandi tuoni;

e come fu in Milano, così furono le porti serrate, e così rinchiuso

il condussono a’ palazzi della loro abitazione, e assegnateli sale e

camere fornite nobilissimamente di letta e di ricchi apparecchiamenti,

messer Maffiolo e gli altri fratelli da capo andarono a fargli la

reverenza, dicendogli con belle parole come tutto ciò che possedevano

riconoscevano avere dal santo imperio, e al suo servigio intendevano

di tenerlo. Il dì appresso feciono fare generale mostra di tutta la

gente d’arme a cavallo e a piè ch’aveano accolta in Milano, e oltre

a ciò feciono armare quanti cittadini ebbono che montare potessono a

cavallo, tutti sforzati di coverte e d’altri paramenti e d’avvistate

sopravveste, e feciono stare l’imperadore alle finestre sopra la

piazza a vedere; e passando con gran tumulto di stromenti, feciono

intendere all’eletto ch’erano seimila cavalieri e diecimila pedoni di

soldo: e passata la mostra, dissono: signore nostro, questi cavalieri

e masnadieri, e le nostre persone, sono al vostro servigio e a’

vostri comandamenti; dicendo che oltre a questi aveano fornite tutte

le loro città terre e castella di cavalieri e di masnadieri per la

guardia di quelle. E così magnificarono la gran potenza del loro stato

nell’imperiale presenza, tenendo il dì e la notte le porte serrate e

la gente armata per la città, non senza sospetto e temenza dell’eletto

imperadore, il quale vedendosi in tanta noia di sollecita guardia, fu

ora che innanzi vorrebbe essere stato altrove con minore onore, e in

tutto fu in servaggio l’animo imperiale alla volontà de’ tiranni, e

l’aquila sottoposta alla vipera, verificandosi la pronosticazione detta

per previsione d’astrologia, negli anni _Domini_ 1351, per messer frate

Ugo vescovo di...... grande astrologo al suo tempo, il quale predisse

il cadimento del prefetto da Vico, e la soggezione futura dell’aquila

imperiale in questi versi:

_Aquila flava ruet post parum vipera fortis._

_Moenia subintrat Lombardi prima sophiae_

_Anno quadrato minori decimonono._

_Aquila succumbet pro stupri crimine foedo_

_Nigra revolabit sublimi cardine Romam._

ma egli come savio comportò con chiara e allegra faccia la sua cortese

prigione; e con molta liberalità vinse quello che acquistare non

avrebbe potuto per forza. Dopo alquanti dì, come a’ signori tiranni

piacque, il condussono con la loro gente armata a Moncia, e ivi il

dì della santa Epifania, a dì 6 del mese di gennaio di detto anno,

fu coronato della seconda corona del ferro, con quella solennità e

festa che i signori Visconti li vollono fare; e tornato a Milano sotto

continova guardia, fattivi certi cavalieri, ed egli per tornare in

libertà sollecitando la sua partita, fu accompagnato di terra in terra

dalle masnade armate de’ signori, facendo serrare la città e castella

dov’entrava, e il dì e la notte tenerle in continova guardia: ed egli

avacciando il suo cammino, non come imperadore, ma come mercatante

ch’andasse in fretta alla fiera, si fece conducere fuori del distretto

de’ tiranni: e ivi rimaso libero della loro guardia, con quattrocento

compagni, i più a ronzini senz’arme, si dirizzò alla città di Pisa per

esservi prima che non avea loro promesso, e così li venne fatto.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 156 / 214 题