CAP. XXXVIII.

_Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano._

Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore

e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire

dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni.

Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo

piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide

che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per

venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto

prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile

all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova

senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’

legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre

al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e

de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani,

per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro

in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano,

l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva

di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di

Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana

fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’

collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la

coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di

Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo

conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al

maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per

se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l

suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio

e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di

mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio;

e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia

la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe

suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione

da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto

alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come

privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri

e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani

liberamente, come appresso diviseremo.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 155 / 214 题