_Come l’imperadore fe’ fare triegua da’ Lombardi a’ signori di Milano._
Avendo fino a qui dimostrato i trattati tenuti per l’eletto imperadore
e la sua venuta a Mantova, al presente ci strigne il tempo a venire
dimostrando i cominciamenti in fatti delle sue proprie operazioni.
Costui secondo il suo supremo titolo, conoscendo se medesimo e il suo
piccolo podere, e abbattendo nell’animo suo ogni elezione, provvide
che per astuta e dissimulata suggezione gli convenia procedere per
venire all’ottato fine della sua coronazione, e per questo in fatto
prese abito, forma, e operazione umile, e sommissione incredibile
all’imperiale nome in fondamento de’ suoi principii: e venuto a Mantova
senz’arme, e fattosi trattatore della pace da’ signori di Milano a’
legati lombardi, avendo seguito il fatto dall’entrata di novembre
al Natale senza frutto, essendo montata la superbia de’ Genovesi e
de’ loro signori, per la vittoria avuta in mare sopra i Veneziani,
per la quale mutando in prima i patti li voleano più larghi per loro
in vergogna degli allegati, ed eglino sdegnosi non acconsentivano,
l’imperadore, ch’avea l’animo più a’ suo’ fatti propri, si doleva
di perdere il tempo invano, e conoscendo la potenza de’ Visconti di
Milano maggiore che della lega, e non vedendosi da’ comuni di Toscana
fuori che da’ Pisani dimostramento d’alcuno favore, comprese che a’
collegati non faceva utile, e a se faceva impedimento grande per la
coronazione della corona del ferro, ch’era nella potenza de’ signori di
Milano, e però non dimostrando d’abbandonare il trattato, ma di volerlo
conducere a fine di pace, facea fare triegua tra’ Lombardi fino al
maggio prossimo vegnente; e fatta la triegua, incontanente trattò per
se accordo co’ signori di Milano, sottomettendo la sua persona, e ’l
suo onore, e la dignità imperiale oltre al debito modo nell’arbitrio
e potenza de’ tiranni, prendendo confidenza di quelli, o da purità di
mente, o da matto consiglio, non però di certo e di chiaro giudicio;
e il patto fu, che li darebbono abilità d’avere sotto le loro braccia
la corona a Moncia, ed egli senza entrare in Milano gli lascerebbe
suoi vicari in tutta la loro giurisdizione; ed egli avuta promissione
da loro, che alla sua coronazione a Roma gli donerebbono per aiuto
alle spese fiorini cinquantamila d’oro, senza alcuna gente d’arme come
privato uomo si sottomise nella loro signoria, vincendo gli animi fieri
e l’usata fallacia tirannesca colla sua persona creduta nelle loro mani
liberamente, come appresso diviseremo.