_Come i Genovesi sconfissono i Veneziani a Portolungo in Romania._
Avendo la non domata rabbia del comune di Genova e di quello di Vinegia
condotto le loro armate in Romania, essendo messer Paganino Doria di
trentatre galee genovesi ammiraglio, e messer Niccolò da ca Pisani
ammiraglio di trentacinque galee de’ Veneziani, e tre panfani e un
legno armato, e venti tra saettie e barche, e cinque navi di carico
tutte armate e incastellate, e navicando l’una armata e l’altra per
lo mare di Romania a fine d’abboccarsi insieme, non vi si poterono
trovare: l’ammiraglio de’ Veneziani con tutte le galee e gli altri
navilii della sua armata si ridusse nel porto di Sapienza nella Romania
bassa, e ivi s’ordinò, avendo lingua de’ suoi nemici ch’erano nel mare
di Romania, in questo modo: che le navi mise nella bocca del porto
incatenate insieme, e con esse venti galee alla guardia, e molto le
fece bene armare e acconciare alla difesa della bocca del porto, e con
queste rimase il loro ammiraglio; l’altre quindici galee co’ legni
armati e con le saettie accomandò a uno da ca Morosini di Vinegia, e
misele dentro nel Portolungo, acciocchè stessono più salve, e potessono
contastare a’ nemici dinanzi e l’ammiraglio di dietro, se caso venisse
che l’armata de’ Genovesi si mettesse nel porto. L’ammiraglio de’
Genovesi avendo in Romania sentito lingua dell’armata de’ Veneziani, e
com’erano più galee e assai legni di carico incastellati più di loro,
e che fatto aveano la via di Portolungo di Sapienza nella Romania
bassa, come uomo di gran cuore e ardire, avvilendo i suoi nemici che
non aveano cercato d’abboccarsi con lui, ma piuttosto fatto vista di
schifarlo, di presente s’addirizzò con la sua armata verso il porto
di Sapienza per richiedere i Veneziani di battaglia; e come giunto fu
sopra il porto di Sapienza, vide come i Veneziani co’ loro navilii
incastellati e incatenati e con le galee s’erano afforzati alla bocca
del porto, e parvegli segno che non volessono combattere; nondimeno per
mostrarsi a’ nemici senza paura, non credendosi venire a battaglia,
stando aringati sopra il porto, mandò a richiedere l’ammiraglio de’
Veneziani di battaglia, dicendo, come l’attendea fuori del porto, per
porre fine a’ travagli e alle tribulazioni che gli altri navicanti e
tutto il mare portava della loro guerra. L’ammiraglio de’ Veneziani
rispose, ch’era in casa sua, e non intendea combattere a richiesta
de’ suoi nemici, ma quando a lui paresse prenderebbe la battaglia.
I Genovesi più inanimati, veggendo ricusavano la battaglia, da capo
la dimandarono, vituperando i loro avversari, sonando e risonando
trombe e nacchere, e vedendo che niuno segno si facea pe’ Veneziani di
muoversi, ad alcuno atto, presono un folle ardimento, se i Veneziani
avessono aoperato come poteano l’armi, perocchè Giovanni Doria nipote
dell’ammiraglio mattamente si mise con una galea ad entrare nel porto,
e appresso di lui il figliuolo dell’ammiraglio con la sua, entrando
sotto la guardia delle navi e delle galee. I Veneziani vedendoli
entrare, follemente li lasciarono entrare, sperando rinchiuderli nel
porto e averli tutti a man salva; e così senza contasto per atare i
giovani che s’erano messi a quello pericolo v’entrarono tredici galee
di Genovesi l’una dopo l’altra, senza essere impedite o combattute
dall’ammiraglio o dalla sua armata ch’era alla guardia della bocca
del porto; e trovandosi nel porto, si dirizzarono con ordine e con
grande ardimento a combattere le quindici galee de’ Veneziani e’ legni
armati ch’erano nel porto, le quali aveano le prode a terra per loro
agiamento, ed erano più atte alla difesa. I Genovesi l’assalirono con
aspra battaglia, ma quale che fosse la cagione, o per sdegno preso
contro all’ammiraglio che non avea impedito la loro entrata, e non
s’era mosso alla loro difesa, o per molta codardia, a quel punto
feciono piccola difesa, e però nel primo assalto furono assai de’
Veneziani fediti e morti: e pignendo i Genovesi, con piccola resistenza
de’ loro avversari montarono in sulle galee, e in poca d’ora tutti gli
ebbono presi e sbarattati, ne’ quali molti più annegarono gittandosi
in mare per fuggire, che quelli che morirono di ferro. Avendo queste
tredici galee avuta piena vittoria delle quindici del porto, feciono
segno al loro ammiraglio e all’altre galee ch’erano fuori del porto
della loro vittoria, le quali con grande baldanza e ardire si misono
innanzi, per volere combattere le venti galee e le navi ch’erano
alla guardia della bocca del porto, e le tredici vittoriose vennono
dall’altra parte, avendo due corpi di galee veneziane affocate per
metterle loro addosso. Strignendosi d’ogni parte la battaglia,
l’ammiraglio veneziano ingannato per molta viltà del primo suo avviso,
e sbigottito delle quindici galee perdute, e della battaglia che d’ogni
parte si vedea apparecchiare, s’arrendè alla misericordia de’ Genovesi,
e da quel punto innanzi più non v’ebbe morto o fedito alcuno Veneziano;
tutti furono prigioni, perocchè in porto e tutto in mare di lungi dalla
terra ferma niuno dell’armata de’ Veneziani campò che non fosse preso
o morto, e i prigioni furono per novero cinquemilaottocentosettanta,
i quali con tutte le galee, e altri legni e navilii, con grande
vittoria quasi senza loro danno menarono a Genova, lasciati nel porto
e nella marina di Sapienza quattromila o più corpi di Veneziani morti
e annegati in quella battaglia, la quale fu a dì 3 di novembre 1354.
Della quale vittoria i Genovesi ripresono cuore e ardire di loro stato,
e i Veneziani molto ne dibassarono; e questo fece la mala provvedenza
del loro ammiraglio, che avendo guardata la bocca del porto come potea,
le galee de’ Genovesi non v’entravano, e l’entrate se l’avesse volute
combattere di dietro con parte delle sue galee, come poteva, avrebbe
vinti i Genovesi, come i Genovesi vinsono lui. Ma la guerra è di questa
natura, che commesso il fallo seguita la penitenza senza rimedio le più
volte.