_Come il legato ebbe la città d’Agobbio._
Di questo mese di giugno del detto anno, ragunatisi insieme gli
usciti d’Agobbio con loro amistà per andare a guastare il contado
d’Agobbio, richiesono il legato d’aiuto; il legato comandò loro che
non si movessono senza suo comandamento, dicendo, che non sarebbe
onore di santa Chiesa ch’egli assalisse prima la città ch’egli la
trovasse in colpa di disubbidienza o di ribellione: e però incontanente
fece formare processo contro a Giovanni di Cantuccio il quale
tirannescamente avea occupata quella terra, e mandogli comandando
che restituisse la città d’Agobbio a santa Chiesa senza dilazione,
altrimenti aspettasse la sentenza contro a se, e l’oste sopra la
città senza indugio. Giovanni sentendosi povero di danari, e senza
gente d’arme da potersi difendere, e odiato da’ cittadini dentro, e
senza speranza di soccorso di fuori, e vedendo il legato potente e
vittorioso, prese partito, e rispose, ch’era apparecchiato a ubbidire,
e così fece; e il legato mandò a prendere la guardia e la signoria
della città il conte Carlo da Doadola, e fecevelo suo vicario, il quale
con pace fu ricevuto nella città a grande onore. E presa la signoria
della terra vi rimise gli usciti senza niuno scandalo, salvo messer
Iacopo Gabbrielli come gli fu imposto, perocch’era grande e sentia del
tiranno. Giovanni si presentò al legato, e rimase appresso di lui, e
messer Iacopo ch’era suo nemico stando fuori d’Agobbio prendea sue
civanze nelle rettorie, malcontento di non potere ritornare in Agobbio.
La città fu riformata in libertà del popolo al governamento di santa
Chiesa, come per antico si solea governare.