CAP. XI.

_Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e

fu in maggiore servaggio._

Del mese di giugno del detto anno, messer Giovanni da Oleggio vicario

di Bologna essendo assicurato de’ fatti della compagnia intendeva

di riporre l’oste a Modena, e fece comandamento a due quartieri

di Bologna che s’apparecchiassono dell’armi, e a mille uomini di

catuno degli altri due quartieri, per andare nell’oste a Modena. I

cittadini si gravavano di questo fatto per due cagioni, l’una, perchè

parea loro troppo aspro servaggio essere mandati nell’oste a modo di

soldati senza soldo, e l’altra, che que’ di Modena erano loro vicini

e antichi amici. E però venuto il termine assegnato, il signore fece

sollecitare la gente co’ suoi bandi e stormeggiare le campane, ma

però niuno s’armava o facea vista di volere andare, e reiterati i

bandi con grandi pene, cominciò il popolo a mormorare, e appresso a

dolersi l’uno con l’altro nelle vie e nelle piazze. In questo stante

cominciarono alcuni a gridare popolo popolo; e udito il romore catuno

prese l’arme, e gran parte del popolo trasse a casa i Bianchi. Il

dì era venuto da ricoverare loro franchigia: perchè sentendo messer

Giovanni da Oleggio il popolo armato contro a se impaurì sì forte,

che non sapea che si fare, e racchiusesi nel suo castello. I soldati

forestieri non faceano resistenza al popolo armato e commosso, e gran

parte avrebbe seguito il popolo per paura di loro; nondimeno per non

essere morti nè rubati nella terra, si ridussono e ingrossavano alla

fortezza del tiranno, essendo il popolo a casa i Bianchi. Messer Iacopo

uomo di grande autorità, pro’ e ardito, capo di quella casa, montato a

cavallo armato, e inviato verso la piazza col popolo, ove non avrebbe

trovato contasto, che non v’era, e il popolo avrebbe preso ardire, e

cacciato il tiranno, e assediatolo nel castello e presolo, che non

v’era rimedio, e quella città tornava in libertà, ma non erano ancora

puniti i loro peccati. E però avvenne, che andando messer Iacopo de’

Bianchi col popolo infocato verso la piazza, il genero di messer Iacopo

gli si fece incontro maliziosamente, ch’era de’ rientrati in Bologna,

e amava il tiranno, e con mendaci parole gli mostrò, che l’andare alla

piazza era di gran pericolo a lui e al popolo. Il cavaliere invilì

dando fede alle parole del genero, e diè la volta, e tornossi a casa, e

il popolo perdè e raffreddò il furore, e cominciò catuno ad abbandonare

le vie e le piazze ov’erano ragunati per le vicinanze, e tornarsi

alle proprie case. Il Bocca de’ Sabatini e altri di nuovo tornati

in Bologna per paura de’ loro avversari cittadini presono l’armi, e

montarono a cavallo e andarono al tiranno, dicendo, che ’l furore del

popolo era tornato in paura, e che avendo le sue masnade a cavallo e a

piè correrebbono la terra senza trovare contasto. Il tiranno vedendo

questi cittadini prese ardire, e diè loro cavalieri e masnadieri, e

rimasesi nel castello in buona guardia. Costoro corsono la terra,

gridando, viva il capitano, e in niuna parte trovarono resistenza o

contasto, ma vilissimamente i cittadini posono giù l’armi. Il signore

ripreso l’ardire sentendo disarmato il popolo, mandò sue genti a casa

i Bentivogli capo de’ beccari, ch’erano di gran podere nel popolo, e

presine alquanti di loro fece rubare le case, e gli altri si fuggirono.

Appresso mandò e fece pigliare messer Iacopo de’ Bianchi e un altro suo

consorto, e molti altri grandi cittadini, e senza troppa dilazione o

processi fece a messer Iacopo e al consorto tagliare la testa: e questo

gli avvenne per voler credere al consiglio del genero più che alla sua

apparecchiata salute e del suo popolo; appresso fece decapitare uno

de’ Gozzadini valente uomo, e a più de’ Bentivogli e ad altri grandi

popolani, che in tutto a questa volta furono trentadue, e molti ne

ritenne in prigione, de’ quali parte ne condannò in danari, e un’altra

a’ confini come a lui piacque. E avendosi cominciato a involgere nel

cittadinesco sangue, divenne crudele e di maggiore furore contro a’

suoi sudditi; onde i cittadini temeano sì forte, che non ardivano a

pena nelle loro case a favellare. Nondimeno per lo caso avvenuto, a

lui entrò tanta paura in corpo, che molti mesi stette rinchiuso nel

castello, e continuava ad accrescere gente, e fare maggiore guardia

nella città, e i cittadini tenea sotto più aspro giogo, come leggendo

si potrà trovare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 128 / 214 题