_Del male stato dell’isola di Sicilia._
Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti,
gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza
misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per
invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini
d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola,
ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere
gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie
della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono
abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno
di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola
contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca
che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente,
trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al
re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene,
tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si
potrà trovare.