CAP. LXXXIII.

_Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi._

Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della

Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale

rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa

nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e

cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re,

sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto

il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un

colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe

l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e

di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata

la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era,

ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con

un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il

Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore

portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non

ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio

tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di

messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando

il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento

del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il

conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze

col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona

vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere

al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo

sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato

del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni

gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni;

e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran

parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne

magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze,

come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non

cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe

male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa

che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade

partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le

strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando

alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar

contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare

più danno o guerra.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 87 / 214 题