_Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi._
Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della
Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale
rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa
nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e
cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re,
sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto
il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un
colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe
l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e
di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata
la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era,
ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con
un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il
Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore
portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non
ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio
tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di
messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando
il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento
del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il
conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze
col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona
vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere
al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo
sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato
del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni
gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni;
e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran
parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne
magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze,
come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non
cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe
male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa
che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade
partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le
strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando
alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar
contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare
più danno o guerra.