CAP. LXXIX.

_Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera._

Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far

guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in

mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si

trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer

Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la

metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il

quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare

mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col

loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici,

e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate

trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese

de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e

armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli

e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si

partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna,

ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in

questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono

alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago,

avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si

congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente

armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’

soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle

senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza

si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera,

ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme;

e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’

Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano

nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro

nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro

a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro

la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante

ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e

ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari

fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della

fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono

ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare,

si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono

ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci

e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche

incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa

l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza,

e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono

ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza

di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e

alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle

cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza

che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando

d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire

all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i

loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne

otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata

e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che

l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati

l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le

libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava

a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani

e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano,

che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto

gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per

altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti

per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla

battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza

nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo

che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono

più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più

aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per

lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve

spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna

parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale

empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi,

vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre,

con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le

cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto

del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella

prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna

altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e

dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta

da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono

in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e

magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via

a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla

battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono

francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le

balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano

con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici

avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi

invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di

volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la

battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata,

e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora

dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’

nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e

sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello

che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la

battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici,

fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a

tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio

de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito

con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i

Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza

resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani

e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena

vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento

prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini

di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila.

La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni

dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 83 / 214 题