_Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la
moglie e due figliuoli._
Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di
Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello
per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la
signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto
del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’
Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio
a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco
virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio
doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e
della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e
l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata,
e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno
richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte
Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze
sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare,
negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto;
il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece
decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea
pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per
questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari.
Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e
col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi,
ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la
signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve
popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al
palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col
giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi
figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i
capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente,
e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi
dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della
setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal
popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania,
accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto
polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro
i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a
somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che
nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.