CAP. LXXVII.

_Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la

moglie e due figliuoli._

Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di

Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello

per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la

signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto

del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’

Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio

a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco

virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio

doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e

della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e

l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata,

e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno

richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte

Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze

sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare,

negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto;

il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece

decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea

pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per

questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari.

Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e

col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi,

ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la

signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve

popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al

palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col

giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi

figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i

capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente,

e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi

dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della

setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal

popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania,

accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto

polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro

i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a

somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che

nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 81 / 214 题