_D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro._
A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto
enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni
parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di
Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la
quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise,
e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe
e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le
pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e
once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo
tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case
del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento
maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo
per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’
loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano
venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i
maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo
più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono
edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo
racconteremo.