_Di questa medesima materia._
Avvenne, valicato l’anno predetto, che di questa corrotta radice
procedette una corruzione che terminò la causa e la vita del notaio
a ciò diputato, e d’un giudice ch’avea cominciato a pascersi sopra
questa carogna. A ser Francesco di ser Rosso notaio di grande autorità,
ch’aveva procurato questo uficio, fu portata carta d’una dichiarazione
d’uno Ghiandone di Chiovo Machiavelli condannato, uomo infame e di mala
condizione; del nome e soprannome di costui erano rimase certe lettere,
il mese e l’altre rase, e sottilmente per simiglianti lettere rimesse,
e con molta istanzia per alcuno suo consorte, e alcuno amico allora de’
priori, fu stretto ser Francesco a cancellarlo, e messer Corbizzesco
giudice da Poggibonizzi a consigliarlo. I quali più volonterosi al
servigio che a conoscere la malizia ch’appariva nella carta, benchè
tutta paresse una lettera, il savio consigliò, e il notaio cancellò. E
sentendosi la diliberazione di costui a Pisa, Franceschino Gambacorti
scrisse a’ signori scusandosi, che costui per la sua infamia mai non
avea voluto dichiarare. Onde preso il notaio, e appresso il giudice,
per il marchese dal Monte valente podestà di Firenze, dopo lunga
discettazione e combattimento di cittadini, e d’immunità di privilegio
ch’aveva ser Francesco, mercoledì a dì 21 di maggio 1354 avendoli
condannati al fuoco, per grazia commutò la pena, e colle mitere in
capo li fece dicollare. Per la morte di ser Francesco mancò il potere
cancellare; e mancato questo, si rimase il dichiarare, e il comune
dimenticò gli altri falli per questa cagione, e per troppa mansuetudine.