_L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi._
Il comune di Firenze in questo fatto degli sbanditi fu ingannato da’
suoi medesimi ambasciadori, de’ quali niuno si potè incolpare, ch’erano
secolari, e uomini che non sapeano quello ch’e’ titoli de’ giudici
portassono, e a loro non se n’aspettava alcuna cosa, ma incolpato ne
fu un savio giudice e grande avvocato chiamato messer Niccola Lapi,
di lieve nazione, sospetto a parte, ma per la sua scienza il comune
gli commise l’ordinazione delle scritture per non essere ingannato.
Costui lasciò ne’ patti un capitolo non promesso nè pensato, per lo
quale tutti gli sbanditi e rubelli del comune di Firenze poteano essere
ribanditi e ristituiti ne’ loro beni, e così degli altri comuni di
Toscana. E il pertugio di questo titolo fu, che a’ patti s’aggiunse,
che tutti gli aderenti, e parenti e seguaci di messer Carlino Tedici
e de’ consorti ribelli di Pistoia, dovessono essere ribanditi, e
restituiti ne’ beni di qualunque bando o condannagione ch’avessono dal
comune di Pistoia, e questa fu l’intenzione vera: ma arroso fu, e di
Firenze, e di Perugia, e di Siena, e dell’altre terre di Toscana, salvo
chi avesse avuto bando nel tempo della guerra, essendo all’ubbidienza
del comune di Pistoia: bando enorme e non parziale. Qui si comprese la
malizia di questo fallo: se per errore fu commesso, grande vergogna
fu al savio avvocato, se per malizia, meritò grande pena, perocchè
sotto quel titolo messer Carlino faceva suo aderente cui egli voleva;
e Franceschino e Lotto gli dichiaravano, e ’l savio consigliava, e ’l
notaio ch’era sopra ciò cancellava; e avevane già dichiarati più di
duemila, e cancellati da trecento. Ed era una mercatanzia tra tutti di
grande guadagno, ma di maggiore danno e vergogna del nostro comune, e
molto se ne dolevano i cittadini. Ma gli autori del fatto, con mettere
paura di non conturbare la pace, ogni lingua acchetavano, e le borse
si empievano. E procedendo a voto il primo fallo, un altro se n’arrose
per l’avvocato già detto, contro al beneficio ricorso a utilità della
patria, che i dichiaratori da Pisa aveano mandato a Firenze intorno di
sedici dichiarazioni fatte nel principio in diversi dì, acciocchè a
Firenze fossono per lo notaio diputato sopra ciò cancellati di bando.
Le dichiarazioni furono portate al detto messer Niccola Lapi, il quale
vide che per l’ordine de’ patti non se ne poteva cancellare per ragione
più che quelli ch’erano dichiarati per lo primo dì, e da quel dì
innanzi il comune di Firenze era libero della sua promessa. Costui di
presente le rimandò a dietro, e scrisse, che non valeano dichiaragioni
che facessono separate in diversi dì; e per questo avvenne, che poi
quelle che si feciono, e che si mossono a fare in diversi e lunghi
tempi, le riducevano a essere fatte nel primo dì che gli cominciarono
a dichiarare, commettendo in questo processo frode, e facendo fare
le carte false, che furono più di trecento quelle che si recarono
a cancellare. Di cotali falli il comune s’avvedeva e doleva, ma le
preghiere degli amici non lasciavano al comune fare giustizia in questi
tempi. Ma de’ mali principii riesce spesse volte mal frutto, come in
parte uscì di questo, secondo che appresso diviseremo, mutando un poco
nostro ordine di travalicare il tempo per imporre fine a questa materia.