_Come in Italia fu generale carestia._
In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze
cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di
libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi:
poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani
cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e
le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina
soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno
fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò
in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire
undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra
tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta
la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e
mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono
in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre
soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e
di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè
abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia
che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra
terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto
popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre
terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri:
guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere
delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per
averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole
e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare
chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale
mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno
continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra
città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli
altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come
se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.