_Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi._
In questo anno del mese di novembre, essendo liberati di prigione
messer Ruberto Prenze di Taranto, e messer Luigi di Durazzo dal re
d’Ungheria, se ne vennono a Vinegia; e ricevuto onore da quello
comune, se n’andarono a Trevigi, e ivi attesono gli altri loro due
fratelli messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo. Il
re d’Ungheria volle che i primi due reali essendo in loro libertà
facessono certe obbligazioni, le quali non furono palesi, ma certo fu
che a Trevigi vennero a loro ambasciadori del re d’Ungheria, e che da
loro presono certe obbligazioni. E per avere questo tenne gli altri
due fratelli tanto, che gli ambasciadori furono da Trevigi tornati in
Ungheria colle cautele pubbliche di quello ch’elli aveano promesso, e
allora furono licenziati messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto
di Durazzo, e vennonsene a Trevigi agli altri loro fratelli. E partiti
di là se ne vennono a Ferrara, e appresso a Forlì, ricevuti in catuna
parte a grande onore. E stando in Romagna, mandarono a Firenze per
volere valicare nel Regno per la nostra città, e per lo nostro contado,
ove si pensavano potere venire confidentemente a grande onore. Certi
cittadini potenti, parziali di setta cittadinesca, che allora reggevano
il comune, vietarono la loro venuta nella città, e il passo per lo
contado, cosa incredibile a narrare, considerato l’antico e incorrotto
amore di quella casa reale al nostro comune, e il sangue loro mescolato
con quello de’ cittadini di Firenze, sparto nelle nostre battaglie
in difensione di quella città, e ora vieta loro il passo per lo suo
distretto, uomini usciti di prigione, senza arme e senza comitiva. Io
mi vergogno a scrivere che quello che il nostro comune spesso concede
a’ nemici fosse vietato a costoro. Se il comune ci avesse fallato,
sarebbe detestabile cosa a trovare memoria di cotanta ingratitudine: ma
considerata la singolare vilezza delle cittadine sette, figura della
sfrenata tirannia, non è cosa maravigliosa. I reali non senza giusta
cagione sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma.