_Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine._
Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il
vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti
degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri
dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono
da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la
domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da
una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno
vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di
Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno
di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni
uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio
de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non
tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora
non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere
cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la
domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia.
E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate
le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono
preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine
sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto
ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista.
Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior
parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata
Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò
in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra,
come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo
si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte
Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si
divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a
Milano.