CAP. XXX.

_Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono

dall’imperadore senza accordo._

In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati

con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti

e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con

lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto

eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse

de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che

la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere

l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e

non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli

ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più

savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo

l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore

che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato

temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse

ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle

udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti

ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni

parte.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 34 / 214 题