_Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono
dall’imperadore senza accordo._
In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati
con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti
e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con
lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto
eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse
de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che
la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere
l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e
non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli
ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più
savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo
l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore
che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato
temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse
ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle
udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti
ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni
parte.