CAP. II.

_La potenza dell’arcivescovo di Milano, e il procaccio fece a corte per

la sua liberazione._

Era in questo tempo potentissimo e temuto signore messer Giovanni de’

Visconti arcivescovo di Milano, sotto la cui signoria si reggea la

nobile e grande città di Milano, e l’antica e famosa città di Bologna,

Cremona, Lodi, Parma, Piacenza, Brescia, Moncia, Bergamo, Como, Asti,

Alessandria della paglia, Tortona, Alba, Novara, Vercelli, Bobbio,

Crema, e più altre città e terre nelle montagne di verso la Magna, co’

loro contadi ville e castella; e i signori di Pavia, ch’erano que’ di

Beccheria, l’ubbidivano come signore, benchè la città fosse al loro

governamento. In Toscana aveva acquistato il Borgo a san Sepolcro,

e il castello d’Anghiari e altre castella d’intorno. E accomandati

e ubbidienti gli erano Cortona, Orvieto, Cetona, Agobbio, i Tarlati

usciti d’Arezzo, gli Ubaldini, i Pazzi di Valdarno, gli Ubertini, e

que’ da Faggiuola; e i conti da Montefeltro, e de’ conti Guidi dal lato

ghibellino, e il conte Tano da Montecarelli, e gli altri ghibellini

caporali di Toscana, e di Romagna e della Marca l’ubbidivano. E a

sua lega e a compagnia avea il signore della Scala e di Mantova e di

Padova: e il marchese di Ferrara in Lombardia, e il comune di Genova e

quello di Pisa sotto alcuno ordinato servigio, e il capitano di Forlì,

e il tiranno di Faenza, e il signore di Ravenna tenevano con lui in

lega e in compagnia, come nel secondo nostro libro narrato abbiamo. E

non avendo l’arcivescovo altra guerra che col comune di Firenze e di

Perugia, alla cui compagnia e lega s’accostava debolmente il comune di

Siena, era sì potente e di tanto aiuto e forza, che impossibile pareva

a questi popoli potersi difendere senza aiuto di più potente braccio,

e però aveano mandato a corte, come detto è, per inducere il papa e i

cardinali contra lui, sentendo che la Chiesa per le grandi ingiurie

ricevute procedeva contro a lui. Ma l’arcivescovo per riparare,

sentendo che gl’impugnatori erano grandi, pensò che non era tempo

da nutricare il lavorio, ma di trarlo a fine; e avvedendosi quanto

l’avarizia movea le cortigiane cose, e disponeva i prelati all’olore

della pecunia, e per questo le cose, aspettando maggior frutto, si

sostenevano, da capo mandò più grande e più solenne ambasciata a corte

di suoi confidenti, uomini sperti e di grande autorità, e mandolli

forniti di più di dugentomila fiorini d’oro, con pieno mandato a

operare e fare con doni e con loro industria e impromesse, senza avere

riguardo alla pecunia, d’avere la riconciliazione di santa Chiesa,

rimanendoli la signoria di Bologna. E oltre a ciò aoperò per forza

de’ suoi doni, che messer Giovanni di Valois re di Francia mandò

altri baroni suoi ambasciadori al papa e a’ cardinali a procurare la

riconciliazione dell’arcivescovo; e la contessa di Torenna governatore

del papa nelle sue temporali bisogne, per cui il santo padre molto si

movea nelle grandi bisogne, procacciò con ismisurati doni. Nel continuo

tempellamento del papa, per lo suo aiuto, e ne’ parenti del papa si

provvide con larga mano. E in certi cardinali che gli si mostravano

avversi per zelo dell’onore di santa Chiesa si provvide per modo, che

agevole fu a conoscere che l’onore di santa Chiesa non s’apparteneva

a loro. E avendo l’arcivescovo tutta compresa la corte in suo favore,

seguita il modo che papa Clemente tenne con gli ambasciadori de’ comuni

di Toscana, per potere fare con più sua scusa quello che prima avea

deliberato di fare.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 6 / 214 题