qualche pilastro della nave centrale, rimasti in piedi, formavano una
specie di antro che le acque avevano invaso fin presso la mensa diserta
dell'altare; e una moltitudine di ninfee, più ampie e più bianche di
quelle su cui avevamo navigato, si addensava come in adorazione a piè
della grande Madonna musiva che sola occupava il concavo cielo d'oro.
Ella non portava su le sue braccia l'Infante, ma era sola e tutt'avvolta
in un'ammantatura di color plumbeo come in un'ombra di lutto; e un
profondo mistero di dolore era nei suoi occhi larghi e fissi. Su su per
la curva dell'arco le rondini avevano composto una gentile corona di
nidi, seguendo l'ordine delle parole scritte in giro.
QVASI PLATANVS EXALTATA SVM JVXTA AQVAS.
E quivi le tre vergini insieme s'inginocchiarono e pregarono.
“Se noi ti lasciassimo in questo asilo, con le ninfee e con le rondini!„
pensai guardando Massimilla che nella preghiera pareva inchinarsi sempre
più verso la terra. “Tu vi abiteresti come una najade romita che avesse
obliato Artemide per adorare la dolorosa divinità novella.„ E io
imaginava la sua metamorfosi: — compiuti i suoi riti solitarii tra il
coro delle rondini, ella s'immergeva nelle acque e discendeva alle
radici dei fiori....
Ma nulla veramente quivi ai miei occhi vinceva di bianchezza una nuca
quasi oppressa dal peso d'una capellatura più densa dei grappoli
marmorei che ornavano la fronte dell'altare. Per la prima volta io
vedeva Violante in ginocchio; e quell'atto era così disdicevole alla
qualità della sua bellezza, che io ne soffrivo come di una disarmonia; e
con una strana inquietudine aspettavo ch'ella si levasse di tra i due
paoni simbolici che in mezzo ai grappoli aprivano le loro penne
occhiute.
Prima delle altre ella si levò, con una di quelle stupende movenze per
cui la sua bellezza pareva superar sé stessa in quella guisa che una
luce continua sembra crescere se d'un tratto renda una scintillazione.
_Exaltata juxta aquas!_
Al ritorno ella venne meco sul fiume, seduta su la piccola prora di
contro a me che in piedi spingevo il battello col remo. Un turbamento
invincibile mi teneva, mentre mi riapparivano nella memoria la mano
imperlata di sangue e il roveto carico di fiori. Da quell'ora lontana,
per la prima volta io mi ritrovava solo con Violante, a viso a viso.
— Ho una gran sete — ella disse inclinandosi in dietro verso l'acqua con
una movenza che nell'esprimere il desiderio pareva quasi agguagliarla
all'elemento fluido e voluttuoso.
— Non bevete di quest'acqua! — io la pregai, vedendo ch'ella si nudava
le mani.
— Perché?
— Non ne bevete!
Allora ella immerse le mani ignude, recise una ninfea, e si chinò a
respirarne l'umidità fragrante. Pareva che intorno a noi una
trepidazione indistinta invadesse la greggia floreale. Come il sole era
caduto dietro le rocce, un riflesso roseo appena percettibile cadeva dal
cielo vespertino su l'innumerevole candore.
— Guardate le ninfee! — esclamai, fermando il remo. — Non vi sembra che
in questo momento abbiano una straordinaria espressione di vita?
Ella immerse di nuovo le mani fino ai polsi e le tenne abbandonate,
carnei fiori natanti; e, mentre il suo sguardo correva su la moltitudine
commossa, il sorriso della sua bocca era così divino che la mia anima
volle attribuirgli la virtù del prodigio.
Veramente ella era degna di operare tutte le meraviglie e di
sottomettere alla sua bellezza pur l'anima delle cose. Io non osavo dir
parola, tanto al suo fianco parevami parlante il silenzio. Ma, stando
noi chini verso l'acqua, eravamo congiunti l'uno all'altra da un fascino
non dissimile a quello che ci aveva accomunati il primo giorno in
conspetto della rupe ardente. Non stridevano sul nostro capo gli
sparvieri ma garrivano le rondini a volo gittando a tratti dai loro
bianchi petti quasi un lampo.
— Ebbene? Non ci moviamo? Non avete più forza? — mi disse ella
rivolgendosi, con un accento indefinibile d'irrisione, e penetrandomi in
fondo agli occhi. — Non vedete che gli altri battelli sono già discosti?
Considerò la flottiglia per un poco, corrugando leggermente la fronte.
— Anatolia ci richiama — soggiunse. — Affrettatevi!
Il Saurgo sembrava allargarsi nel tramonto, dileguarsi in una infinita
lontananza, riacquistare la forza della sua correntìa, promettere di
condurci in paesi più belli. E in quella creatura sovrana, tutta
inclinata verso quel grande e dolce fiume roseo dall'ardor della sete
come da un violento desiderio di fluidità conforme alla sua essenza
voluttuosa, era tal mistero di bellezza e di poesia che la mia anima si
protese verso di lei col più fervente atto di adorazione.
— Guardate! — mi disse allora la rivelatrice, mostrandomi lo spettacolo
ch'ella avrebbe potuto crear con un gesto. — Guardate!
Intorno a noi, su l'acqua scorsa da un leggero brivido, le corolle vive
si chiudevano con un moto quasi labiale, esitavano per qualche istante,
si ritraevano, si sommergevano, scomparivano sotto le foglie, l'una dopo
l'altra o insieme a gruppi, come se dal profondo una virtù sonnifera le
attirasse. Larghe plaghe rimanevano deserte, ma talvolta quivi nel mezzo
una sola ninfea s'attardava effondendo la sua estrema grazia in
quell'indugio. Una vaga malinconia fluttuava su l'acqua nel punto ove
scompariva ciascuna delle ritardanti. E sembrava, allora, che pel grande
e dolce fiume roseo incominciassero a vaporare i sogni notturni della
moltitudine sommersa.
Ma su la vetta del Corace fu l'apparizione impreveduta per cui si
determinarono le nostre sorti ultimamente.
Avevamo fatta una sosta a Scultro per visitarvi l'antichissima badia
dove si conservano i resti del mausoleo suntuoso, opera di Maestro
Gualtiero d'Alemagna, elevato da una Cantelma a memoria di sé medesima e
de' suoi tre figli: da quella magnifica _Domina Rita_ che, sposata a
Giovanni Antonio Caldora, fu madre del gran condottiere Jacopo. E io e
Anatolia eravamo rimasti ultimi nella cappella umidiccia a contemplare
la figura supina del giovine eroe tutto chiuso in arme grave sino alla
gola ma scoperto il capo chiomato che riposa così regalmente sul
guanciale marmoreo.
Poi, dopo un lungo tratto, avendo lasciato le mule in un pianoro,
eravamo giunti su per un calle aspro e angusto al ciglio settentrionale
del cratere primitivo cangiato nel lago a cui Secli dà il nome. Ai
nostri piedi avevamo, da una banda, la valle fulva del Saurgo;
dall'altra, i forti sproni che la maggiore giogaia protende nelle
sottoposte pianure limitate dal mare in lontananza. Su le nostre teste,
dall'immenso cristallo ceruleo pendevano alcune nuvole quasi immobili,
coerenti e abbaglianti come acervi di neve.
Seduti su i macigni, guardavamo in silenzio. Violante e Massimilla
apparivano affaticate; e Oddo non riusciva ancora a calmare il suo
ànsito. Ma Anatolia andava cogliendo nelle fenditure i piccoli fiori.
Era in me un'inquietudine confusa e ineguale, che talvolta s'addensava
fino a opprimermi come un'angoscia. Io sentivo che omai l'ora della
scelta mi stava sopra inevitabile e che non potevo più indugiarmi nelle
vicende tormentose e dilettose del desiderio e della perplessità né più
studiarmi di fondere in una armonia i tre nobili ritmi. Per l'ultima
volta in quel giorno le tre beatrici m'apparivano congiunte, sotto la
luce d'un medesimo cielo. — Qual tempo era trascorso dall'ora prima in
cui salendo per le antiche scalee, nelle voci e nelle ombre virginee
come nelle parvenze d'un prestigio, tra i segni dell'abbandono e della
dimenticanza, avevo composta la prima musica e compiuta la prima
trasfigurazione? — Al dimane il maldurevole incanto sarebbe caduto, e
per sempre.
Io sentivo omai la necessità di ripetere con la viva voce ad Anatolia le
parole già da me rivolte in silenzio alla pura imagine segreta ch'era
stata testimone del mio colloquio col padre. — Pur dianzi, nella
cappella deserta, al conspetto di quella tomba elevata dalla fede di una
virago, non avevamo ambedue comunicato in un medesimo sentimento e in un
medesimo pensiero? Pur dianzi io le avevo detto, senza parole: “Anche tu
potresti essere una genitrice di eroi, o consapevole. Io so che tu hai
raccolta la mia volontà e l'hai riposta nel tuo cuore fedele, dov'ella
fiammeggia come un diamante. So che, in sogno, tu hai vegliato tutta una
notte misteriosamente sul sonno di un fanciullo. Mentre il suo corpo
dormiva con un respiro profondo, tu reggevi nelle tue palme la sua anima
tangibile come una sfera di cristallo; e il tuo petto si gonfiava di
divinazioni meravigliose.„
Io sentivo omai la necessità di scambiare con lei la promessa sicura,
già che ella era sul punto di partire con la monacanda e col fratello in
ben triste viaggio. Ma la mia inquietudine si faceva grave come
un'angoscia, quasi che un pericolo vero mi soprastasse. E non potevo non
riconoscerne la causa nel turbamento che Violante mi dava di continuo
con ogni suo atto.
Era là sotto di noi, nella valle, la ruina di Linturno, simile a un
mucchio di pietre bianche, simile a un lembo scoperto del greto, in
mezzo alle dolci acque morte; dove ella pur jeri, quasi per un duplice
prodigio, aveva incantato le ninfee e la mia anima. Ancora ella
m'incantava, se i miei occhi la guardavano. Seduta sul macigno come il
primo giorno sul plinto, ella era simile alle statue immortali. Anche
una volta io la considerai presente e pur discosta, come in quel giorno;
e ripensai: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella non potrebbe essere
posseduta senza onta se non da un dio. Giammai le sue viscere porteranno
il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il puro contorno
del suo seno....„
Con un impeto interiore, come per liberarmi da un giogo, balzai in
piedi; e, rivolto a colei che andava cogliendo nelle fenditure i piccoli
fiori, dissi:
— Giacché non siete stanca, Anatolia, volete salire con me fino alla
cima?
— Eccomi pronta — assentì ella, con la sua chiara voce cordiale; e,
accostandosi a Massimilla, le depose nel grembo i piccoli fiori.
Violante rimase nella sua attitudine, tenendo fra le dita il suo velo: —
impassibile, come se non avesse inteso. Ma io sentivo che le sue pupille
non guardavano le cose, e mi turbai come se giungesse sino a me un
raggio del fascino emanato dalla profondità occulta in cui era fisso il
suo sguardo.
— Non tardate a discendere! — fece Oddo con suono di preghiera,
mostrando nel suo volto scarno il malessere che gli davano quelle
alture: quasi un timore continuo della vertigine. — Noi vi aspettiamo.
La cima del Corace insorgeva contro il cielo nuda e acuta come un
elmetto, inclinata alquanto verso austro; e il tramite per giungervi
correva lungo la costola ripida, angusta quasi come uno scrimolo,
ond'erano spartiti nettamente i due pendii. Così difficile era quivi il
passo e così periglioso che io offersi ad Anatolia la mia mano per
sostegno ed ella vi poggiò la sua mentre vacillava su le asperità della
roccia sorridendo. Eravamo già fuor d'ogni vista, liberi e soli,
dominatori dello spazio immenso. Ci pareva che ogni respiro purificasse
il sangue nelle nostre vene e alleggerisse il peso della nostra carne. E
l'aroma essenziale che il fuoco del sole esprimeva dalle rare erbe
alpestri, simile a un farmaco possente, accelerava il ritmo della nostra
vita.
Ci soffermammo, colti da una sùbita ambascia: e le nostre mani, poichè
troppo forte s'erano strette, si disciolsero. Io guardai negli occhi la
mia compagna, ma ella non sorrise più. Il suo volto divenne grave, quasi
triste, come adombrato da un rammarico.
— Fermiamoci qui — ella mormorò abbassando le palpebre. — Non posso
andare più oltre....
— Ancora un tratto — io le dissi incalzato da un desiderio veemente di
giungere — pochi passi ancora, e tocchiamo la cima!
— Non posso andare più oltre — ella ripeté, con una voce spenta che non
pareva più la sua, passandosi le mani su la faccia come per toglierne
qualche cosa che l'ingombrasse.
Poi tentò di sorridermi.
— Che strana illusione! — soggiunse. — La cima è ancora lontana. Par
sempre di toccarla e, come più si sale, più diventa lontana....
Poi, dopo una pausa in cui ella parve ascoltare il suo cuore profondo:
— E v'è qualche anima che soffre, laggiù.
Volse la fronte oscurata da un pensiero, verso il luogo dove le sorelle
aspettavano.
— Torniamo in dietro, Claudio — soggiunse con un accento che io non
dimenticherò mai perché mai voce umana espresse in sì breve suono un sì
gran numero di cose recondite.
— Cara, cara Anatolia! — io proruppi prendendole le mani, tutto pieno
del sentimento straordinario che mi davano quelle sue semplici parole in
cui era per me l'indizio indubitabile d'un atto interiore quasi divino.
— Lasciate che prima io vi ripeta quel che già più d'una volta vi ha
detto il mio silenzio.... Dove potrei offrire la mia fede più degnamente
che qui, in questa altezza, a voi che siete la più alta delle creature,
Anatolia?
Ella si coprì di pallore, non come chi oda un annunzio di gioia a lungo
aspettato e invocato, ma come chi riceva in una parte vitale un colpo
invisibile; e, se bene all'apparenza rimanesse immobile, fu gettata in
ispirito verso di me da non so qual brivido pauroso, da non so qual
movimento istintivo d'orrore — che io non percepii con gli occhi ma con
uno di quei sensi ignoti che talvolta si manifestano su la trama dei
nervi umani in una vibrazione istantanea e scompaiono per sempre
lasciando la coscienza attonita.
Ella volse intorno a sé uno sguardo pieno d'inquietudini indefinibili.
— Voi parlate come se fossimo soli, — disse smarritamente — come se io
fossi sola.... come se io fossi sola....
— Anatolia, che avete mai? — le chiesi, turbato da quel suo turbamento
inesplicabile, dall'alterazione profonda del suo volto, dall'incoerenza
delle sue parole.
E un pensiero balenò su la mia incertezza. — Non forse era stata
assalita d'improvviso, ella assuefatta per tanti anni alla sua cupa
carcere, ella rassegnata martire fra le antiche mura, non forse
d'improvviso ella era stata assalita da quel terrore misterioso, da
quella specie di pánico che regna nelle solitudini dei monti ardui e
taciturni? — Certo, ella era in balìa del fascino terribile; e il suo
spirito vi si smarriva.
Un fierissimo spettacolo avevamo ai nostri piedi, da ogni banda, nella
cruda luce. La catena delle rupi, tutta palese nella sua sterilità
desolata fino agli estremi gioghi, si propagava come una immensa
adunazione di cose gigantesche e difformi rimasta per lo stupore degli
uomini a vestigio di una qualche titanomachia primordiale. Torri dirute,
muraglie fendute, cittadelle abbattute, cupole sfondate, portici
pericolanti, colossi mútili, prore di vascelli, dorsi di mostri,
ossature di titani, tutte le enormità simulava la compagine formidabile
con i suoi rilievi e i suoi anfratti. Così limpide erano le lontananze
che io distinguevo ogni contorno come se avessi sotto gli occhi
infinitamente ingrandita la roccia che Violante mi aveva mostrata dal
davanzale con un gesto creatore. Le più remote punte si disegnavano sul
cielo con la medesima asprezza precisa che avevano da presso gli
scoscendimenti del cratere al riverbero del sole. Smisurata bocca, il
cratere orbicolare si spalancava con una specie di veemenza vorticosa
nel suo giro, a similitudine di un gorgo, se bene inerte. Grigio in
parte come la cenere, rossastro in parte come la ruggine, era qua e là
interrotto da lunghe zone candide e riscintillanti come il sale, che
l'acqua adunata al fondo rispecchiava nella sua immobilità metallica. E,
di contro a noi, pendulo dall'orlo su l'abisso, simile a un gregge
impietrito, era Secli: il villaggio solingo come un eremo, ove un
piccolo popolo industre attende da tempo antichissimo a far corde di
minugia per gli strumenti di suono.
— Voi siete affaticata — io dissi alla cara compagna cercando di trarla
verso un macigno che mi pareva potesse almeno da un lato impedirle la
vista del vuoto e ridarle col contatto il senso della stabilità. — Voi
siete affaticata, Anatolia, e questa fatica è insolita per voi, e questo
spettacolo è forse un poco spaventoso.... Appoggiatevi qui, e chiudete
gli occhi per qualche minuto. Io sto accanto a voi. Ecco il mio braccio.
Saprò ricondurvi senza pericolo. Chiudete ora gli occhi, per qualche
minuto....
Ella tentò ancora di sorridermi.
— No, no, — ella disse — non vi date pensiero, Claudio.
Poi, dopo una pausa, con la voce mutata e divenuta quasi segreta:
— È un'altra cosa.... Se chiudessi gli occhi, forse potrei vedere....
Il mio cuore tremava come una foglia a un soffio sconosciuto. E, se bene
il volto di Anatolia si fosse ricomposto in una tristezza grave ma calma
e per tutta la figura di lei fosse diffuso un sentimento di dominazione
sul Male, io per analogie indistinte ripensai le ansie repentine di
Antonello e quelle sue inquietudini ch'erano infallibili avvisi e quelle
preveggenze che illuminavano i suoi pallidi occhi.
— Avete compreso, Anatolia? — io le domandai, prendendole una mano
poiché eravamo addossati al macigno l'uno a fianco dell'altra. — Avete
compreso che voi, voi sola, siete la compagna che il mio cuore nominò,
in quella sera, quando il padre mi baciava la fronte per consentire? Voi
vi alzaste e usciste dalla stanza, lieve come uno spirito; e io, non so
perchè, imaginai la vostra faccia tutta bagnata di lacrime.... Ditemi se
piangeste, Anatolia, e se il mio sogno vi fu caro!
Ella non rispose; ma, tenendo io la sua mano, mi parve che il più puro
sangue del suo cuore affluisse all'estremità delle sue dita
magneticamente.
— Quella sera — io soggiunsi per inebriarla di speranza — tornando a
Rebursa, vidi brillare la Stella in cima a una delle mie vecchie torri;
e tanta fede la vostra presenza aveva infusa nella mia anima, che io
considerai il caso come un presagio divino! Da allora, io congiungo due
imagini in quello splendore.... Voi sapete quale sia l'altra. Riodo le
prime parole che voi mi rivolgeste là su la scalea: parole evocatrici di
“una immensa bontà„. In tutto quel giorno l'imagine evocata non si
distaccò dal vostro fianco per mostrarmi la sua elezione. Ella medesima,
in una prossima sera mi accompagnerà alla dimora che fu piena del suo
sorriso e che oggi è deserta.... Guardate, laggiù!
Ella guardò le torri lontane di Rebursa nella conca profonda ove le
nuvole pendule stampavano larghi cerchi d'ombra; ma il suo sguardo
trascorse a Trigento, e nell'intervallo i segni di una ineffabile
violenza interiore passarono sul suo volto. Ella scosse il capo,
sciogliendo la sua mano dalla mia.
— M'è vietata la felicità — disse con una voce dolorosa ma sicura,
tenendo sempre gli occhi intenti al giardino delle sue pene, alla casa
del suo martirio. — Anch'io, come Massimilla, mi sono consacrata; e
anche il mio voto è inviolabile. E non è soltanto un atto della mia
volontà, Claudio. Ora sento che è un sacrificio necessario, a cui non
potrò sottrarmi. Voi avete udito dianzi il suono della mia risposta,
quando mi avete invitata a salire con voi fino alla cima. Avete veduto
quanto mi paresse leggero da prima il salire con voi, col sostegno della
vostra mano. Ma poi.... non ho potuto andare più oltre; non abbiamo
raggiunta la cima. Vedete: sono qui, inchiodata a un macigno. Voi mi
fate un'offerta di cui voi medesimo non conoscete il pregio come io lo
conosco; ed eccomi oppressa da una tristezza tanto grave che temo di non
poterla sostenere, io che non ho mai avuto paura di soffrire!
Non osavo interromperla nè più toccarla. Una specie di timor religioso
mi occupava. Con una commozione più forte di quella che m'aveva
sollevato nella sera solenne, pur senza rivolgermi io sentivo palpitare
al mio fianco non so che d'infinitamente augusto e arcano come le
sostanze divine custodite sotto i veli nei penetrali dei templi. La voce
parlava quasi nel mio orecchio, e nondimeno mi veniva da un'infinita
lontananza. Semplici erano le parole; ma esse erano proferite su le
sommità della vita, là dove l'anima umana non giunge se non per
trasfigurarsi in ideale Bellezza.
— Guardate, laggiù! Guardate la casa dove sin dal primo giorno noi vi
abbiamo accolto come un fratello, dove nostro padre vi ha accolto come
un figliuolo, dove voi avete ritrovata intatta la memoria dei vostri
cari morti. Guardate quanto sembra discosta! Pure, io la sento congiunta
a me da mille legami invisibili ma più forti di qualunque catena. Mi
sembra che, anche di qui, la mia vita si mescoli tutta a quel poco di
vita che soffre laggiù.... Ah, forse voi non potete comprendere! Ma
pensate, Claudio, l'atrocità del destino che ci sta sopra; pensate
quella povera madre demente, quel vecchio accasciato ed esausto, quella
vittima che trema di continuo su l'orlo della follia, e quell'altra
ancora, che sta sotto la stessa condanna, e l'orrore del contagio, e la
solitudine, e le angustie.... Ah, voi non potete comprendere! Fin dal
primo giorno io ho temuto di rattristarvi; e ho cercato di risparmiarvi
le peggiori afflizioni, di nascondervi le peggiori miserie; ho cercato
sempre di frammettermi tra voi e la nostra sciagura. Poche volte, o
forse mai, voi avete respirato la vera tristezza della nostra casa. Noi
vi abbiamo condotto all'aperto, tra i fiori che per voi solo abbiamo
ripreso ad amare; e nel nostro giardino abbandonato voi avete potuto far
rivivere qualche cosa morta... Ma pensate lo strazio nascosto! Voi non
potete vedere; ma io vedo di qui tutto quel che accade là dentro, come
se le mura fossero di vetro e io le toccassi con la mia fronte. Pare che
la vita sia sospesa: il padre e il figlio sono chiusi nella medesima
stanza e non osano uscire e non osano parlare e ascoltano tutti i
rumori, e l'uno accresce la sofferenza dell'altro, ed entrambi aspettano
il mio ritorno, privi d'ogni forza, e tendono l'orecchio sperando di
riconoscere la mia voce e il mio passo. Ed _ella_ è smaniosa, mi cerca
per tutti gli anditi, per tutte le stanze, mi chiama ad alta voce, si
ferma davanti a una porta chiusa e si mette a origliare o a battere; e,
di dentro, le mie due povere anime odono il suo ansare, e sussultano ad
ogni colpo, e non sanno se non guardarsi negli occhi, con che strazio,
mio Dio!
Ella si mise le mani alle tempie con un gesto istintivo, quasi per
comprimervi una ripercussione di dolore; mentre tutto il suo corpo,
distaccatosi dal macigno, s'inclinava verso il lontano luogo del
supplizio. E per qualche istante, stretto alla gola dall'angoscia
ch'ella mi aveva comunicato, chino nella sua stessa attitudine, anch'io
rimasi sospeso su l'orlo del precipizio, con lo sguardo fisso alla
dimora lontana dove quelle anime penavano.
— Pensate — ella riprese a dire, con la voce omai rotta — pensate,
Claudio, quel che accadrebbe di loro se io non fossi più là, se io li
abbandonassi! Anche quando io m'allontano per poco, provo non so che
rammarico, non so che rimorso. Ogni volta che varco la soglia per
uscire, un presentimento funesto mi stringe il cuore; e mi sembra che,
rientrando, io debba trovare la casa piena di grida e di pianti....
Un tremito indomabile ora la scoteva tutta quanta, e i suoi occhi si
dilatavano come se una visione truce li riempisse d'orrore.
— Antonello... — balbettò; e per qualche istante non potè proferire
altra parola.
Io la guardava con una indicibile angoscia; e pativo nella mia anima le
contratture delle sue care labbra. E la visione ch'era nei suoi occhi
passava nei miei; e io rivedevo il volto bianco e consunto di Antonello,
e il battito rapido delle sue palpebre, e il suo sorriso penoso, e i
suoi gesti disordinati, e le onde di terrore che investivano
d'improvviso il suo corpo lungo e magro squassandolo come una canna
fragile.
— Antonello.... ha tentato di morire.... Lo so io sola.... Nessun altro
lo sa; neppure Oddo. Guai!
Ella tremava, senza potersi dominare, addossata al macigno.
— Una sera, Dio mi avvertì, Dio mi mandò.... Sia lodato sempre!...
Entrai nella sua stanza.... e lo trovai....