Volgeva l'ultima ora della luce; e dai cieli accesi l'annunziazione

dell'Estate discendeva sul giardino gentilizio ove tra l'odore austero

dei bossi centenarii le statue — pallide e pur vigili come memorie in

un'anima fedele — evocavano con i loro gesti i fantasmi dell'abolita

grandezza. Ma di là dal claustro si apriva l'immensa corona di rocce

foggiata dal fuoco primordiale, così aspra e superba che sembrava degna

di sostener su ciascuna delle sue punte un Prometeo incatenato.

Quelle punte aveva io veduto fiammeggiare nel cielo della prima sera

come piropi, d'un lume incredibile, e la più alta restar di fiamma su

l'ombra comune, acutissima ferire il cielo simile al grido della

passione senza speranza. Solo io era in quel crepuscolo remoto, e le tre

principesse misteriose erano lungi nel loro chiuso giardino, e la mia

sorte era ancor estranea alle sorti loro. Ma ecco, in una simigliante

congiuntura di cose, stava per effettuarsi il fato presentito in quella

prima agitazione del mio desiderio; io stava per proferire una parola

solenne e irrevocabile. — Era io dunque escito d'ogni perplessità? Fra

le tre beatrici che in quella lontana sera io aveva creduto intraveder

nell'atto di ricevere su le braccia protese il mio dono primaverile, una

alfine era da me eletta per l'alleanza necessaria? E io avrei dunque

proferito il suo nome al conspetto del padre? — Un nuovo turbamento

m'invase; e mi parve che Anatolia nell'ombra non fosse più sola, ma che

le sorelle fossero venute in silenzio a sedersi presso di lei e che i

loro occhi fossero sopra di me intentissimi.

Come mi volsi, scorsi nell'ombra la figura immobile e bianca; e ogni

altra imagine si disperse, e ogni vana inquietudine cadde.

Ella era il simbolo vivente della securità, era la Vegliante e la

Tutelare. Con la sua forza e la sua pazienza, al lume del suo proprio

sorriso, ella aveva saputo convertire il dolore in un'armatura

adamantina che la rendeva invincibile. Ella era fatta per custodire, per

alimentare e per difendere sino alla morte quel ch'era commesso alla sua

fede. E io la vidi un'altra volta — nel mio sogno — vegliare con la pura

fronte raggiante di presagi sul figlio del mio sangue e della mia anima.

Allora dalle radici stesse della mia sostanza — là dove dorme la virtù

indistruttibile degli avi — sorse e andò verso l'eletta la volontà di

crear quell'Uno in cui dovevano trasmettersi tutte le ricchezze ideali

della mia gente e le mie proprie conquiste e le perfezioni materne.

Profondissimo mi divenne allora il sentimento di dipendenza originaria

che legava il mio essere attuale agli antenati più lontani; e, come la

cima dell'albero compendia in sé tutta la vita del tronco ramoso fino

alle estreme radici, io sentii vivere in me tutta la stirpe, che la

morte non aveva distrutta se non nelle specie corporee, nelle forme

transitorie delle generazioni. E la pienezza e la veemenza di quella

vita parevano abolire i limiti del mio natural potere.

— Voi avete riconosciuto in me dianzi, non senza un'ombra di severità,

il discendente di Gian Paolo Cantelmo — io dissi al principe sorridendo.

— Bisogna ch'io confessi che nella mia Casa gli esempi di disobbedienza

e di ribellione al Re non sono rari. Ma v'è il Leon rosso che li

giustifica; e voi certo non ignorate la patente ch'ebbero i Cantelmi da

Carlo II d'Inghilterra. Di antichissimo sangue regio, essi non hanno mai

potuto facilmente rassegnarsi a non considerare il Re come un loro

eguale. Sembra, anzi, che essi non combattano mai altro avversario con

tanto ardore con quanto combattono il Re. E, se Gian Paolo turba i sonni

a Ferdinando d'Aragona e umilia Alfonso, Giacomo I e Menappo abbattono

in Benevento Manfredi, Giacomo VIII guerreggia con fortuna contro

Ladislao a fianco di Braccio da Montone e dello Sforza, Antonio si

oppone a Renato d'Angiò. E in ogni Cantelmo una tendenza originale a far

parte da sé solo, a separarsi, a ben determinar la persona e la potestà

proprie. Sembra che ognuno fondi la concezione della sua dignità sul

fermissimo convincimento “che l'essere uno è radice dell'essere buono e

che ciò che è buono è tale perchè consiste in uno„. In questo io

riconosco con gioia uno dei caratteri essenziali del dominatore a

venire: del Monarca, del Despota. Ma v'ha anche un'altra singolarità che

mi conforta, ed è la gran somma delle signorie raccolta nelle mani dei

Cantelmi in terra latina. Si può dire che, in diversi tempi e

partitamente, essi abbiano tenuto il governo di tutta Italia. Giacomo I

è ambasciatore di pace alla Repubblica di Genova, è Vicario in

Lombardia, Capitan generale nella Marca d'Ancona, Viceré negli Abruzzi;

Giacomo II è Vicario e Podestà di Firenze; Bonaventura VIII, Viceré di

Sicilia; Rostaino VII, Capitan generale della Serenissima, Senatore di

Roma.... Ovunque essi esercitano l'imperio e, nell'esperimento dei

popoli diversi, apprendono a “ben conoscere come gli uomini s'abbino a

guadagnare o perdere„. Ovunque anche combattono e lasciano la vita

nell'atto di compiere un qualche prodigio: “il buon Cantelmo„, immortale

nel verso del Tasso, tinge di suo sangue regio le mura di Gerusalemme;

Giacomo II muore in pro dei Fiorentini contro Castruccio Castracane; il

primo duca di Sora Nicolò muore alla difesa di Costantinopoli con

Costantino Paleologo; Ascanio muore nelle acque di Lepanto a fianco di

Don Giovanni d'Austria; Bonaventura VIII è da Carlo V reputato degno

della difesa di tutto l'Impero, e di lui dice l'Imperatore che lo

eleggerebbe a suo campione se dovesse rischiar la corona in una giostra;

il grande Andrea dà l'esempio straordinario di una vita intesa tutta a

combattere senza mai tregua, dalla primissima giovinezza fino all'ultimo

respiro.... Ecco, veramente, il tipo più compiuto che sia escito fino ad

oggi dalla mia razza. Andrea è uno dei più alti eroi della volontà e

della constrizione. Tralasciamo il novero delle sue fortune. In Italia,

in Germania, in Fiandra, in Francia, in Ispagna, quasi innumerevoli sono

le città e i luoghi da lui acquistati e aggiunti al Cattolico Impero,

gli assedii posti e sostenuti. Egli è il Poliorcete per eccellenza,

negli stratagemmi maestro fecondo quant'altri mai, ardentissimo e

prudentissimo nel tempo medesimo, “scorgendosi in lui„ come dice uno dei

suoi storici “unite tutte quelle doti e qualità ch'in altri più illustri

Capitani separatamente osservate si sono„. Ma quel che ai miei occhi lo

innalza sopra tutti è l'inaudito rigore della disciplina a cui egli

sottoponeva sé medesimo e le sue milizie. Certi suoi tratti di severità

m'inebriano più che la vista delle bandiere da lui tolte ai nemici.

Comandando sempre milizie senza paga e male in arnese, egli riesce ad

averle in pugno pronte e diritte come una spada sola. Nessuno mai

conobbe meglio di lui il modo d'imprimer sé stesso su la condotta

altrui. Eloquente e nervoso nel discorso, egli preferisce pur sempre

alla virtù della parola la diretta efficacia dell'esempio. Va sempre

innanzi alle sue schiere, a piedi quando guida i fanti; dorme sempre

vestito; non mangia e non beve se non quel che mangiano e bevono i suoi

soldati; è il primo sempre all'assalto, l'ultimo a ritirarsi; coperto di

ferite rifiuta di deporre l'armatura; sul campo della vittoria o nella

città espugnata, non tocca mai bottino. E nella guerra delle Fiandre si

rende così terribile che le madri, per ottenere obbedienza dai

fanciulli, li spaventano col suo nome. Può un uomo determinar la sua

propria effigie con un rilievo più schietto e più gagliardo? Escì mai da

conio medaglia battuta con impronta più fiera? Nel suo secolo Andrea è

soprannominato novello Epaminonda. Ebbene, anche in questo infaticabile

guerriero risalta il carattere intellettuale della stirpe. Non pure egli

è dottissimo nelle lingue, matematico insigne, maestro di architettura

militare, scrittore di scienza bellica, ma è buon conoscitore e

splendido proteggitore delle arti liberali. Eritio Puteano dedicandogli

un'opera latina lo invoca _Armorum gloria, Litterarum tutela_. Cornelio

Scheut d'Anversa offrendogli un suo libro di disegni capricciosi lo

rappresenta Eroe cultor di eleganze fra le armi, _Heros inter arma

elegantias colens_. Prosegue Andrea in questo la tradizion familiare,

alla cui origine risplende inghirlandata Fanetta Cantelma, Dama di

Romanino, poetante “con un certo furor divino„ tra i lauri di Provenza

in una Corte d'Amore. E non sembra siasi anche trasmessa in lui qualcuna

delle attitudini prodigiose per cui Alessandro si eleva tra i discepoli

del Vinci a Milano? Egli imagina novissime forme di fortificare;

costruisce su la Mosa il celebre Forte chiamato a gloria del suo

inventore il Forte Cantelmo; fabbrica armi strane che ai contemporanei

paiono quasi magiche.... Non v'è qualche cosa di leonardesco in questi

suoi ingegni, che ricorda Alessandro?

Avevo proferito il nome di Colui che vivendo in continua comunione col

mio spirito era da me tenuto come il Genio della stirpe destinato a

risorgere un giorno su dal tronco superstite in un'apparizione di vita

sublime. “O tu, sii quale devi essere„. Sotto il suo sguardo e sotto il

suo ammonimento erasi determinato in linee definitive il mio cómpito; ed

ecco, nell'ora in cui stava per risolversi una grande cosa, egli

ponevasi al mio fianco. Io l'aveva dinnanzi agli occhi vivo, come se la

sua mano pallida e tirannica fosse poggiata allo spigolo del tavolo che

m'era da canto e quivi posassero la statuetta di Pallade e la melagrana

dalla foglia aguzza e dal fiore ardente. “O tu, sii quale devi essere„.

E un'altra figura giovenile, che sembrava il minor fratello di lui, gli

si teneva di contro come un riflesso.

— Alessandro ed Ercole! Ecco i due purpurei fiori succisi che due divini

artefici, Leonardo e Ludovico, raccolsero e commutarono in

indistruttibili essenze. Andrea Cantelmo quando morì aveva già

manifestato tutte le sue energie ch'egli portava in sé; e la morte lo

colse al limitare della vecchiezza, coperto di gloria, súbito dopo

quell'assedio di Balaguer che fu la massima delle sue imprese eroiche.

Ma questi due, affacciatisi alla vita con le mani colme di tutti i semi

della speranza, avevano dinnanzi a loro ogni più vasta possibilità. Le

loro teste giovenili parevano fatte per portar la corona regale,

l'antica corona già portata dai padri. In un d'essi il Vinci divinava il

futuro fondatore di un nuovo principato, il Tiranno trionfante che

doveva imporre alle moltitudini il giogo di quella Scienza e di quella

Bellezza a cui il grande maestro aveva iniziato il discepolo prediletto.

Ma la sorte volle differire il compimento della profezia. Entrambi

gittarono la loro vita nel primo impeto, poiché un troppo veemente

ardore li divorava: Ercole nelle arene del Po contro gli Schiavoni;

Alessandro su le rive del Taro alla battaglia di Fornovo. Ricordate i

versi con cui l'Ariosto celebra il bellissimo figliuolo di Sigismondo

Cantelmo?

Il più ardito garzon che di sua etade

Fosse da un polo a l'altro e da l'estremo

Lito de gli Indi a quello ove il Sol cade....

Troppo la sua morte fu crudele! Nell'incursione temeraria fatto

prigioniero, ebbe il capo tronco su lo scalmo d'un naviglio, che servì

di ceppo, al conspetto del padre. Imagino che il sangue irruppe dal

taglio come una fiamma e bruciò il fianco della galèa. Non imagino,

anzi, ma vedo. Qual prodigiosa e terribile tempesta di giovinezza

dovette esser quella che provocò il colpo di sprone, onde il cavallo fu

lanciato a furia contro il riparo del nemico! Ah, caro padre, ho

conosciuto anch'io qualcuna di tali tempeste e la sa il mio cavallo e la

sanno le macerie della campagna di Roma... Certo, Ercole in quell'attimo

si sentiva degno di stringere fra i suoi ginocchi la fiera alata che

nacque dal sangue di Medusa. _Cave adsum!_ Celebrandolo, l'Ariosto ha un

verbo che da solo lo irraggia di gloria significando come l'audace

morisse per non mancare al proposito tenuto da ogni Cantelmo: che è quel

di persistere pur contro la peggior morte nel posto ove uno collochi sé

riputandolo il più bello. Nell'assalto egli aveva al suo fianco un

compagno. Come entrambi furono sopra al nemico,

Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.

Egli restò, uno contro mille. E il divino Ludovico pone la sua figura

bella e cruenta sul principio di un canto ove Bradamante fa prodigi con

la sua lancia d'oro. Ma la morte di Alessandro somiglia quella di un

semidio. A Fornovo, nel più forte della battaglia, scoppia un uragano e

il Taro straripa con terribile violenza. Alessandro scompare

d'improvviso, come uno di quelli antichissimi eroi ellenici che un

turbine sollevava dalla terra assumendoli trasfigurati nel Cielo. Il suo

corpo non si ritrova nè sul campo nè in altro luogo. Ma egli vive, vive

nei secoli, d'una vita più intensa della nostra. Di lui non l'effigie

soltanto ha tramandato sino a me il Vinci, ma la vita, la vera vita. Ah,

caro padre, se voi aveste veduto una sola volta l'imagine non avreste

potuto dimenticarla. È indimenticabile. Nessuna cosa al mondo ha per me

un egual pregio, e nessun tesoro mai fu custodito con più appassionata

gelosia. Chi mi ha dato la forza di sostenere una così lunga solitudine

e una così dura constrizione? Chi ha infuso nel mio spirito, pur tra i

più aspri rigori della disciplina quella specie di sobria ebrezza che fa

sembrar leggero qualunque sforzo? Chi se non egli Alessandro? Egli

rappresenta per me la potenza misteriosamente significativa dello Stile,

non violabile da alcuno e neppur da me medesimo nella mia persona mai.

Tutta la mia vita si svolge sotto il suo sguardo seguace; e, in verità,

caro padre, chi resiste alla prova assidua di un tal fuoco non è

degenere. “O tu, sii quale devi essere!„ ecco il suo quotidiano

ammonimento. Ma, mentre egli così m'incita ad integrarmi, anche mi tiene

dinnanzi agli occhi la visione di un'esistenza superiore alla mia in

dignità e in forza. E sempre io penso a Colui che deve venire.

M'arrestai, sentendo che la mia voce si mutava, temendo che traboccasse

a un tratto l'onda che mi riempiva il cuore. E così profondamente

l'anima del vecchio comunicava con la mia, che in quel punto egli fece

l'atto involontario di tendere verso di me le due mani.

— Poichè è necessaria una volontà duplice a crear quest'Uno, che deve

avanzare i suoi creatori, — io soggiunsi quasi a voce bassa,

inclinandomi verso di lui — non potrei ambire a un'alleanza più alta di

quella che mi darebbe il diritto di chiamarvi padre come vi chiamo...

E, vinto dalla commozione, rimasi inclinato stringendo nelle mie le sue

mani che tremavano, mentre egli mi sfiorava la fronte con le labbra

senza dir parola. Ma udii nel silenzio, pur tra i palpiti del mio cuore

e il respiro affannoso del padre, il lievissimo passo di Anatolia che

usciva dalla stanza. — Andava ella a piangere in disparte? — La sua

imagine, che avevo veduta immobile e bianca nell'ombra, scintillò nel

mio cielo interiore come una costellazione di lacrime. — Andava ella a

piangere sola? Forse ella stava per incontrare su la sua via le

sorelle... — Quel dubbio mi turbò a dentro, d'improvviso. Il mio sguardo

cadde sul cammeo che splendeva nella mano paterna.

E, mentre saliva dal giardino chiuso il profumo della sera, mi si

spandeva per l'anima un sentimento oscuro come di un fascino che

s'addensasse intorno a me con la lentezza di quell'ombra crepuscolare.

Quale intanto era il cuor di colei che stava per dipartirsi? In quali

modi la sua mistica vita si disponeva intorno al ricordo dell'ora

suprema segnata dallo stilo sul marmo luminoso?

ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.

Ella era forse tornata più d'una volta al piccolo cimitero dei tassi e

degli anemoni; e novellamente forse aveva posto le sue gracili mani sul

quadrante per patirne il calore; e forse aveva ripensato la mia

esortazione. “Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole,

queste povere mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o

nascoste sotto il grembiale di lana bruna, nell'ombra....„ E più d'una

volta forse, coperta con la palma la cifra indicatrice dell'ora divina,

ella aveva atteso palpitando nel gran silenzio per veder l'ombra dello

stilo attingere l'estremità dell'anulare come in quel giorno di sogno; e

forse aveva pianto perché il prodigio d'amore non s'era rinnovato.

SINE SOLE SILEO.

Io congiungeva l'imagine della custode di erbarii fintami da Oddo e

l'imagine di quella triste anima errante intorno all'orologio solare che

aveva segnato per lei l'ora della beatitudine invano. E pensavo: “Se io

possedessi la potenza di foggiarti un bel fato in quella guisa che

l'artefice forma la cera obbediente, o tu che mi venisti incontro

uscendo da un orto arido ove un voto funebre ti aveva chiusa,

Massimilla, io così compirei con la morte la tua figura ideale, con

l'opportuna morte io compirei la tua perfezione; poiché nessun'altra ora

ti attende, in cui tu possa trovar qualche pregio, essendo tu giunta una

volta in quella parte della vita, di là dalla quale non si può ire più

per intendimento di ritornare. Io farei che, guidata dal divino ricordo,

tu ritornassi al luogo ove in sogno io colsi i coronali anemoni per

versarli sul tuo capo, e quivi tu ritrovassi presso il marmo orario

l'attitudine armoniosa in che prima io ti lodai. E l'attimo in cui il

punto d'ombra attingesse l'estremità dell'anulare, quello sarebbe della

tua morte. Allora io medesimo, sotto l'immobile sguardo della cariatide

prostrata, vorrei cavar la fossa per il tuo frale; e ti vorrei comporre

come le gentili donne composero Beatrice nella visione di Dante, e

coprirti anche la testa di quel loro velo. Ma non porrei la croce sul

tuo sepolcro né altro segno pio; sì bene, per incidervi un epitaffio

degno della tua gentilezza, evocherei l'ultimo figliuolo delle Grazie

nato in Palestina come il tuo Sposo celeste: un cantore di fanciulle

colpite da morte precoce, Meleagro di Gadara, ghirlandato di giacinti,

dal flauto soave. — O Terra, universal madre, salute! Sii or tu leggera

per questa vergine: tanto poco ella pesò su te! — „

Così mi piaceva ornare il sentimento ch'ella m'inspirava e convertire in

poesia la sua tristezza.

— Il bulbo di narcisso nell'erbario ha germogliato per la terza volta? —

le domandai d'improvviso un giorno, mentre eravamo su le acque del

Saurgo in vicinanza della città morta.

Ella si turbò tutta, e mi guardò con occhi quasi sbigottiti.

— Come sapete?

Io sorrisi e ripetei:

— Ha dunque germogliato?

— No, non più! — ella rispose chinando la faccia.

Eravamo soli in una piccola scafa che io stesso guidava con l'unico

remo. Violante, Anatolia e Oddo erano in altri battelli condotti dai

navalestri. Il fiume era quivi così largo e lento che somigliava quasi

uno stagno; e una innumerevole greggia di ninfee lo ricopriva. I grandi

fiori candidi a foggia di rose galleggiavano tra le foglie lucide

esalando un'umida fragranza che pareva posseder la virtù di dissetare.

Quivi Simonetto aveva compiuto le sue erborazioni, nell'autunno

micidiale. Io imaginavo la figura del giovine erborista chino su le

acque ad esplorare il limo, nel tempo in cui le ninfee stavano per

nascondersi. Il suo _hortus siccus_ doveva certo contenere gli esemplari

inerti di tutta quella flora acquatica diffusa intorno alla ruina.

Come gli occhi di Massimilla seguivano i moti dei mio remo che a quando

a quando fendevano qualche foglia o spezzavano qualche stelo, io dissi

pianamente:

— Pensate a Simonetto?

Ella trasalì.

— Come sapete? — mi chiese di nuovo, agitata, coprendosi di rossore.

— So da Oddo....

— Ah! — fece ella senza dissimulare il suo rammarico per questa mia

consapevolezza che pareva ferirla. — Oddo vi ha raccontato....

Ella si chiuse in un silenzio che io indovinavo quanto le fosse penoso.

Fermai il remo per qualche istante; e il leggerissimo legno restò

immobile tra quell'immenso candore di corolle vive.

— Lo amavate molto? — domandai alla taciturna, con una dolcezza che

forse le ricordò i nostri primi colloquii.

— Come amo Oddo, come amo Antonello — rispose con un tremito nella voce,

senza sollevare le palpebre.

Dopo un intervallo, le domandai:

— Entrate nel monastero per sacrificarvi alla sua memoria?

— No, non per questo. Sarebbe omai troppo tardi....

— Perché, dunque?

Ella non rispose. Ma io guardai le sue mani che si contraevano come per

un bisogno di torcersi; e compresi tutta l'involontaria crudeltà della

mia domanda inutile.

— È vero che siete risoluta a partire fra pochi giorni? — soggiunsi

quasi timidamente.

— È vero.

Le labbra le tremavano, impallidite.

— Oddo e Anatolia vi accompagneranno?

Ella accennò col capo, serrando la bocca come per contenere un singulto.

— Perdonatemi, Massimilla, se vi ho fatto male — io le dissi con una

commozione profonda, sentendo una pesante tristezza piombare su me

d'improvviso.

— Tacete, vi prego! — ella supplicò con una voce irriconoscibile. — Non

mi fate piangere! Che penserebbero le sorelle? Non potrei nascondere le

lacrime.... E mi sento soffocare.

Il grido di Oddo ci richiamava, dalle rovine. Già Anatolia e Violante

avevano messo il piede nella città morta. Un uomo con la sua scafa

veniva verso di noi, giudicando forse l'indugio causato dalla mia

inesperienza nello spingere il legno fra l'intrico delle ninfee.

“Ah, sempre io porterò in me il rammarico d'averti perduta!„ io dicevo

in silenzio a colei che stava per dipartirsi. “Vorrei vederti composta

nella perfezione della morte piuttosto che saperti diminuita in

un'esistenza difforme a quella che il mio amore e la mia arte ti

promettevano. E forse tu mi avresti indotto a esplorare qualche

lontanissima regione del mio mondo, che senza di te rimarrà forse

abbandonata e incolta....„

Il naviglio scorreva su la nivea greggia lievemente: pel solco i calici

e le foglie ondeggiavano lasciando scorgere nella limpidità cristallina

la pallida selva degli steli, pallida e pigra come se la nutrisse il

limo letèo. La ruina di Linturno, tutta abbracciata dalle acque e dai

fiori, aveva nella sua secolare inerzia lapidea l'apparenza d'una

congerie di grandi scheletri infranti. Non è nelle orbite dei teschi

umani tanta vacuità esanime quanta era nei cavi di quelle pietre

consunte, imbianchite come ossa dalle brume e dalle canicole. E io

pensai che traghettavo una vergine morta.

Poi tutto fu tocco dalla mia tristezza, in quel pomeriggio senza nube.

Vagammo lungamente per l'antica ruina, cercando i vestigi della vita

scomparsa. Erano vestigi incerti, che suscitavano discordi fantasmi. —

Una teoria di giovinetti inghirlandati discendeva al fiume paterno

cantando per offerirgli le intonse chiome crescenti? O una processione

bianca di catecumeni, nutriti di latte e di miele come pargoli, vi

discendeva per ricevere il battesimo? — Un'oscura leggenda di martiri

diffondeva su i ruderi pagani una specie di santità dolorosa. “_Martyris

ossa jacent_....„ leggemmo su un frammento di sarcofago; e qua e là

nelle sparse pietre effigiate ritrovammo gli emblemi e i simboli

ambigui: l'aquila di Giove e il leone di Cibele assoggettati agli

Evangelisti; le viti di Dioniso piegate ad esprimere il verbo del

Salvatore; il cervo di Diana significante l'anima sitibonda; il paone di

Era, la gloria dell'anima risorta. A quando a quando un colubro sbucava

di tra i sassi e gli sterpi dileguandosi rapido come una saetta. Un

uccello invisibile imitava stranamente lo strepito delle tabelle che

indicano l'ora nel silenzio del Venerdì Santo.

— E la vostra grande Madonna dov'è? — mi chiese Anatolia, ricordandosi

delle mie lontane parole.

Cercammo fra le macerie un tramite per giungere alla basilica diruta,

che era all'estremità dell'isoletta, sul ramo del Saurgo contiguo alle

rocce.

— Forse l'acqua c'impedirà di passare — dissi io, scorgendo presso le

mura un luccichio di specchi.

Il fiume in fatti aveva inondato una parte della ruina sacra; e una

selva acquatica vi ramificava in pace. Ma scoprimmo una breccia, e per

quella potemmo penetrare nell'absida. Ciascuna delle tre sorelle

entrando si fece il segno della croce, tra un gran frullo d'ali.

Le vergini delle rocce · 第 12 / 14 段