Soffocata, ella si toccava la gola con le dita convulse smarritamente,

come se ora quel laccio stringesse lei medesima: tremante, disfatta,

senza più coraggio dinnanzi al ricordo, ella che aveva saputo reprimere

le sue grida alla vista del tramortito, suscitare da' suoi propri polsi

una forza virile, compiere l'opera senza chiedere aiuto, nascondere in

sé l'orribile segreto, vivere poi con la tragica imagine impressa

nell'anima, di timore in timore, d'ansia in ansia! Così, nella sua

verità sublime, ella mi si rivelava devota disperatamente a un affetto

che aveva la sua radice nel più profondo e più sacro istinto

dell'essere. La voce del sangue pareva gridare da tutte le sue vene; i

legami del sangue tenevano ogni sua fibra. Ella era nata per portare i

dolci e tremendi vincoli sino alla morte. Ella era disposta a consumarsi

come un olocausto per nutrire la fiamma vacillante del suo focolare. “Di

quale inaudito amore amerebbe ella dunque la creatura delle sue

viscere?„

— Voi parlate d'abbandono — io le dissi facendo uno sforzo penoso per

esprimermi poichè ogni espressione di me sembravami inopportuna e debole

dinnanzi alla grandezza e alla bellezza di quel sentimento rivelato —

voi parlate d'abbandono, Anatolia; e dimenticate che anch'io fin dal

primo giorno ho creduto di ritrovare nella vostra casa il mio padre, le

mie sorelle, i miei fratelli; e non sapete come anche nel mio cuore sia

una pietà filiale e fraterna, non comparabile alla vostra che è

sovrumana, ma pur degna di servirla nell'atto....

Ella scosse il capo.

— Ah, Claudio — rispose, con un dolente sorriso delle sue labbra aride —

la vostra generosità v'illude. Ho ancora l'anima allucinata dalla fiamma

dei vostri sogni ma turbata da non so qual violenza contenuta e quale

ardore pericoloso che di tratto in tratto apparivano in voi. Una volontà

di lotta e di predominio vi agita; e voi vorrete con ogni mezzo

costringere la vita a mantenervi le sue promesse. Siete giovine, e

fierissimo del vostro sangue, e padrone della vostra forza, e sicuro

nella vostra fede. Chi può assegnare un limite alla vostra conquista?

Ella aveva infuso nell'ultime parole la virtù della sua voce limpida e

calda, come per una sollevazione subitanea; e, dal fremito che n'ebbi,

io compresi qual valida incitatrice di energie avrebbe potuto essere

ella che, pur nella sua bontà e nella sua pazienza, possedeva l'istinto

primario della sua razza imperiosa.

— Ma imaginate, Claudio, un conquistatore che tragga dietro di sé un

carro pieno d'infermi e che si prepari a combattere contemplando i loro

visi consunti, ascoltando le loro lamentazioni! Potete imaginarvelo? Se

la vita è crudele, colui che è risoluto ad affrontarla deve

necessariamente assumere la qualità della nemica; e ogni impaccio o

prima o poi susciterà il suo fastidio e la sua collera....

Ella era riuscita a reprimere l'eccesso della sua commozione; e ancora

mi si mostrava nella sua fermezza coraggiosa, parlando senza tremito.

— Io stessa, io stessa non diverrei forse un giorno smemorata? non mi

sentirei presa tutta quanta dai nuovi affetti, dalle nuove cure, e

dall'ebrezza delle vostre speranze? Troppo è grande il compito che voi

volete assegnare alla compagna dei vostri sforzi, Claudio. Le vostre

parole sono nella mia memoria.... Ahimè, non è possibile alimentare nel

tempo medesimo due fiamme! La nuova diventerebbe in breve così vorace

che io dovrei sacrificarle tutti i beni della mia anima. E l'antica è

così fievole che basta ch'io volga altrove il capo perchè si spenga.

Tacque, riabbassando la fronte. Ma con un atto repentino, come assalita

di nuovo dalle prime inquietudini, si guardò intorno; e qualche moto

delle sue labbre aride mi rivelò la sua sete. Poi si volse verso di me

e, fissandomi nelle pupille con una specie di violenza interiore, mi

domandò:

— Veramente il vostro cuore mi ha scelta? Avete scrutato il vostro cuore

sino al fondo? O un'illusione vi fa velo?

Mi turbarono così forte quel suo sguardo e quel suo dubbio improvvisi,

che io mi sentii impallidire come s'ella m'avesse accusato di menzogna.

— Anatolia, che dite mai?

Ella si distaccò dal macigno, diede qualche passo incerto; si soffermò

come a tendere l'orecchio, inquieta, agitata.

— V'è qualche anima che soffre, per queste vie — ripetè con l'accento

della prima volta; e restò per alcuni attimi perplessa, mentre la sua

mano faceva verso la sua fronte un gesto vago.

Poi, rivolgendosi a me, rapidamente, ansiosamente, quasi che ella fosse

incalzata e temesse di non aver tempo a pronunziar le parole:

— Domani io partirò. Bisogna che io accompagni Massimilla. Non ho il

coraggio di lasciarla partir sola col fratello. Bisogna che io

l'accompagni fino alla porta del suo ritiro. Ella va a pregare per

noi.... So che non va come a una consolazione ma come a una morte; e

perciò è necessario ch'io l'assista. Tutto finisce per lei. Io resterò

lontana alcuni giorni. Per alcuni giorni una di noi sarà sola a

Trigento.... E la primogenita: ha quasi un diritto.... Ella è degna....

Non so; il cuore vi dirà qualche cosa, forse la verità.... Vi giuro,

Claudio, che io pregherò, con quanto fervore ho nell'anima, perchè

tornando io sappia che tutto fu risoluto secondo il bene d'ognuno....

Chi sa! Forse un gran bene è sopra di voi. Io credo nella vostra Stella,

Claudio. Ma per me c'è un divieto.... Non so dire, non so dire.... C'è

un'ombra su la mia volontà.... Dianzi m'è venuta una strana paura, e

poi.... una tristezza, una tristezza che non conoscevo ancora....

Ella s'arrestò, anelante, smarrita, misera, come se riacquistasse il

sentimento dell'infinita desolazione che s'allargava intorno a noi,

nell'implacabile arsura.

— Anche voi, come soffrite! — mormorò, senza guardarmi.

E tendendomi ambe le mani, con il suo sforzo supremo:

— Ora, addio! Bisogna tornare indietro. Grazie, Claudio. Ricordatevi

sempre di me come d'una sorella devota. La mia tenerezza non vi verrà

mai meno....

Voltò il viso perchè gli occhi le si empivano di lacrime; e io le baciai

ambe le mani.

— Addio! — ella ripetè, facendo l'atto di avviarsi alla discesa; ma

vacillò sul sasso.

— Vi prego, Anatolia, rimanete ancora! — io supplicai, sorreggendola. —

Ancora qualche minuto, qui, all'ombra, perchè possiate riprendere un po'

di forza.... La discesa è aspra.

— Ci aspettano! Ci aspettano! — ella balbettò, quasi fuori di sè,

comunicandomi la sua ansietà frenetica. — Andiamo, Claudio! Mi appoggerò

a voi. Se indugiassi ancora, mi sentirei più male, non potrei più dare

un passo.... Ah che orribile sete!

Io vedevo bene che la sua povera bocca ardeva di sete; e così angosciosa

era la pietà che mi stringeva, ch'io mi sarei aperta una vena per

dissetarla. Nessuna traccia di acque, intorno. Sole, in fondo al cratere

estinto, le acque del lago che parevano piombo incandescente. Rapide

imagini mi attraversarono il cervello, come in un delirio di febbre: il

grande fiume roseo coperto di ninfee, Violante inclinata sul bordo del

battello, il suo volto chino a respirare l'umidità del fiore, la durezza

d'un suo sguardo acuita dai sopraccigli contratti....

Ma trasalimmo, sotto un'onda di suono improvvisa che giungeva fino a noi

da un'ignota origine. Così grave era il silenzio negli alti deserti, che

ci pareva non violabile; e, per lo smarrimento dei nostri sensi, quella

infrazione inattesa ci percosse da prima come un fatto straordinario.

Anatolia si strinse al mio braccio, interrogandomi con gli occhi

dilatati.

— Secli — io le dissi, riconoscendo la natura del suono. — Le campane di

Secli....

E stemmo in ascolto, l'uno a fianco dell'altra, chini verso il cratere

sonoro, nell'ombra che il macigno gettava su le nostre teste.

Sonoro come un gigantesco timpano, il cratere vacuo ripercoteva le onde

dei metalli vibranti confondendole in un cupo rombo continuo che si

propagava per la solitudine di luce indefinitamente. Per tutta la

solitudine, ove la materia originale splendeva impietrita nelle sue

mille espressioni di furia e di dolore, per la valle fulva solcata dal

fiume serpentino, per le propagini alpestri declinanti fino al mare

lontano, per ogni luogo la voce di bronzo modulata dalla terribile bocca

ignea diffondeva la sua parola misteriosa. Più oltre ancora sembrava

giungere, ancora più oltre, nello spazio senza fine, nelle plaghe

d'oltremonte e d'oltremare, là dove la mia vista si perdeva stanca, là

dove trascorreva come un vento carico di polline un mio pensiero informe

e incoercibile ma pur dotato d'un'oscura virtù creatrice. Un gran

sentimento confuso — in cui si agitavano innumerevoli cose di dolore e

di gioia, di passato e d'avvenire, di morte e di vita — mi travagliava

la coscienza e sembrava dilatarla e approfondarla come fa dell'oceano la

tempesta.

Attonito, io guardai il lago inferno, opaco e inerte come l'occhio cieco

d'un mondo sotterraneo; e riguardai il cratere vorticoso in cui l'impeto

del fuoco primitivo era rimasto fisso come la contrattura d'uno spasimo

estremo rimane talvolta su le labbra del cadavere. Ed il mio sguardo si

fermò su le umili case di Secli, su quel fragile nido umano che appena

appena si distingueva dalla roccia a cui era sospeso. Ed ebbi la visione

fantastica di quel popolo inconsapevole e taciturno, intento da tempo

antichissimo a ridurre le viscere degli agnelli in corde musicali

destinate ad esprimere nel linguaggio dell'arte le più alte aspirazioni

della vita e a inebriarne miriadi di sconosciute anime nel mondo.

Continuava, continuava il rombo, senza pause, eguale, nell'aria

infiammata. E, poiché la mia compagna era immobile al mio fianco, io non

osavo parlare, nè rompere il fascino. Ma d'improvviso ella si rivolse

scoppiando in singhiozzi, come se in quel punto ella avesse veduto il

termine di un'agonia. Con la faccia tra le palme, contro il macigno,

ella singhiozzava disperatamente.

— Anatolia, Anatolia, che avete mai? Rispondetemi, Anatolia! Ditemi una

sola parola!

E, non resistendo allo strazio, feci l'atto di prenderle i polsi per

scoprirle la faccia.

Udii da presso il rumore d'un passo veloce su le pietre, un respiro

affannoso; travidi un'ombra.

— Voi, Violante?

Ella aveva su per la roccia ripida lo slancio elastico di una fiera, in

tutta la persona qualche cosa di ostile e di malefico. Portava il capo

tutto avviluppato nel suo denso velo azzurro, per modo che il volto

rimaneva nascosto come da una maschera fin sotto il mento e gli occhi

rilucevano a traverso il tessuto.

Si fermò presso il macigno, ostile, arrovesciando in dietro il capo come

chi sia per rimaner soffocato. Ella certo si sentiva soffocare, ma non

si sbendò. La veemenza dell'anelito le sollevava il seno e faceva

palpitare il velo; un fremito infrenabile le scoteva le mani coperte di

guanti lacerati: lacerati forse contro i sassi aguzzi, in qualche caduta

perigliosa.

— Vi abbiamo aspettato — disse alfine, con la voce rotta che un poco

sibilava — vi abbiamo aspettato molto.... Non vedendovi più tornare, io

mi sono mossa... per incontrarvi....

Scorgevo il moto delle sue labbra convulse, a traverso il velo;

indovinavo la trasfigurazione della sua faccia sotto quella soffocante

maschera azzurra ch'ella non voleva sollevare. E l'émpito interiore

cresceva così violento d'attimo in attimo, che non m'era possibile

disserrar le labbra. Ma sentivo che non su me soltanto la necessità del

silenzio era caduta.

Passava continuo su le nostre teste il rombo del bronzo, ripercosso dal

cratere.

Anatolia aveva cessato di singhiozzare; ma le tracce del pianto

restavano sul suo volto, e rosse apparivano le palpebre ch'ella teneva

socchiuse.

— Andiamo — disse piano, senza guardare nè me nè la sorella.

E in silenzio ci avviammo giù per la discesa, accompagnati dal rombo,

nella desolazione della luce.

Straziante discesa, che pareva non dovesse aver mai fine! Elle andavano

innanzi o rimanevano in dietro, secondo le vicende del cammino; e io

sorreggevo ora l'una ora l'altra, se vacillavano. Ad ogni tratto il

cuore mi si stringeva, per la paura di vederle mancare. Quando le

campane di Secli tacquero, avemmo un sollievo illusorio; ma sùbito ci

accorgemmo che nella quiete dell'aria l'affanno palese dei nostri

respiri aumentava la nostra sofferenza, e ci parve di udire troppo

distintamente il rombo delle nostre vene.

Con una pertinacia selvaggia, sotto la sua maschera azzurra Violante

resisteva alle soffocazioni. Certo, una sete orribile le ardeva la gola:

come a me, come alla sorella. Quando nel soccorrerla le prendevo la

mano, vedevo per le lacerature del guanto un po' del suo sangue su la

pelle scalfita; e, con un turbamento profondo, ripensavo il roveto

carico di fiori.

Più tardi, nel pianoro dove i miei uomini attendevano con le mule e dove

sostammo arsi dalla sete e affranti dalla fatica, io composi per

l'ultima volta in una armonia infinitamente bella e dolorosa la bellezza

e il dolore delle tre principesse.

Non erano elle nel chiuso giardino, ma pur le cingeva una lapidea

chiostra degna delle loro anime e dei loro fati; poiché grande era e

singolare l'aspetto dei luoghi intorno.

Le rocce disposte in cerchio e digradanti davano imagine d'un colosseo

construtto per opera ciclopica, corroso da secoli e da intemperie senza

numero ma improntato ancora di stupende vestigia. Frammenti d'una

scrittura sconosciuta vi apparivano, incomprensibili enigmi della Vita e

della Morte; le vene tortuose della pietra conducevano l'essenza d'un

pensiero divino; e nelle inclinazioni delle moli informi eravi un segno

come nei gesti dei simulacri perfetti.

Quivi sostammo, quivi io raccolsi l'ultima armonia.

Un uomo della gleba — che somigliava colui il quale aveva reciso col suo

ferro adunco i rami del mandorlo fiorito — ci condusse a una sorgente

nascosta nella cavità di una rupe. La vena scaturiva mormorando, limpida

e glaciale; e su l'acqua galleggiava una tazza rustica di scorza,

fenduta e priva del fondo, simile al guscio inutile d'un frutto.

Io offersi ad Anatolia un'altra tazza che l'uomo aveva portata seco. Ma

Violante, senza attendere, si scoperse la bocca e, chinandosi su la

polla vivida, bevve a lunghi sorsi come una fiera.

Vidi la sua bocca e il suo mento stillanti, quando ella si sollevò; ma

subito ella si volse e riabbassò il lembo del velo. Così velata, sedette

su la pietra più vicina alla sorgente selvaggia che aveva per lei una

troppo tenue canzone; e la sua attitudine evocò nel mio spirito tutti

gli incanti delle sue fontane. Pur nella stanchezza, ella non

s'abbandonava; ché anzi ora appariva quasi rigida, eretta da un orgoglio

muto e ostile. Anche una volta tutte le cose intorno riconoscevano la

sovranità della sua presenza: segrete analogie congiungevano i

circostanti misteri al suo mistero. Anche una volta ella pareva

respingere il mio spirito verso le lontananze del tempo, verso le

antiche imagini della Bellezza e del Dolore. Ella era presente e pur

discosta. E in silenzio pareva significarmi, come la principessa

Dejanira: “Io posseggo, chiuso in un vaso di bronzo, un antico dono d'un

vecchio Centauro.„

Anatolia s'era seduta presso il fratello pensieroso; e cingeva con un

braccio gli omeri di lui, mentre la sua fronte pareva a poco a poco

serenarsi come pel salire d'una luce interiore. Massimilla ascoltava

forse la voce tenue e inestinguibile della polla: a sedere, con le dita

delle mani insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco.

Su le nostre teste il cielo non conservava delle sue nubi se non qualche

lieve traccia simile alla poca cenere bianca dei roghi consunti. Il sole

accendeva in giro i culmini delle rocce, rilevando nell'azzurro i loro

lineamenti solenni. Una grande tristezza e una grande dolcezza cadevano

dall'alto nella chiostra solitaria, come una bevanda magica in una coppa

rude.

Quivi riposarono le tre sorelle, quivi io raccolsi la loro ultima

armonia.

QUI FINISCE IL LIBRO DELLE VERGINI

E INCOMINCIA IL LIBRO DELLA GRAZIA.

II. LA GRAZIA.

III. L'ANNUNZIAZIONE.

EPILOGO.

OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO.

I ROMANZI DELLA ROSA:

_Il Piacere_ 5 —

_L'Innocente_ 4 —

_Trionfo delle Morte_ 5 —

I ROMANZI DEL GIGLIO:

I. _Le Vergini delle Rocce_ 5 —

II. _La Grazia_ (in preparazione)

III. _L'Annunziazione_ (in preparazione)

POESIE:

_Intermezzo_ 2 —

_L'Isottèo; La Chimera_ 4 —

_Poema paradisiaco; Odi navali_ 4 —

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le

grafie alternative (perchè/perché, sè/sé, demonico/demònico,

sùbito/súbito e simili), correggendo senza annotazione minimi errori

tipografici.

End of Project Gutenberg's Le vergini delle rocce, by Gabriele D'Annunzio

Le vergini delle rocce · 第 14 / 14 段