di lui la causa di quel timore. E, come ci giunse un suono di voci e di
passi, Oddo s'accostò all'uscio e l'aprì un poco per intraguardare. Io
anche m'accostai; e, stando alle sue spalle, scorsi per la fenditura
Anatolia che conduceva al suo braccio la madre, seguíta da una delle due
donne grige, nella loggia coperta. La principessa Aldoina camminava a
fatica, appoggiandosi alla figlia con tutto il suo peso, vestita
stranamente d'un abito pomposo a lungo strascico, ornata di falsi
gioielli, pallida ed enorme, con il capo alzato e un poco piegato in
dietro, con gli occhi socchiusi, con un indescrivibile sorriso errante
su le labbra appassite, quasi che il romore della pioggia sul lastrico
del cortile fosse per lei un susurro d'omaggio in mezzo a cui ella
passasse regina andando verso il suo trono. E tutta la luce della pietà
dolorosa era nel volto filiale che si chinava verso la demente.
Come l'apparizione si dileguò, rimanemmo per qualche attimo sospesi in
un'angoscia affettuosa. E, mentre udivasi ancora il suono dei passi
tristi, io rivedevo entro di me con una straordinaria evidenza l'effigie
della vergine atteggiata di pietà e di dolore, quale erami apparsa nella
sua luce vera e suprema. E mi sorgeva dall'intimo un sentimento quasi
religioso come dinnanzi a un mistero sacro, poiché nessuno degli atti
anteriori compiuti dalla pura consolatrice al mio conspetto aveva il
pregio e la significazione di quello compiuto da lei inconscia sotto il
mio sguardo nascosto. Ella attingeva d'un tratto nella mia anima
un'altitudine sublime, irradiata da tutto lo splendore della sua
bellezza morale, sollevata da tutta la forza della sua volontà eroica.
Contemplata così, fuor d'ogni attenenza con me medesimo, nel segreto
della sua propria vita a cui io era estraneo, nell'assoluta sincerità
del suo sentimento, ella assumeva una specie ideale che nel mio spirito
l'accomunava alle intrepide creature fatte immortali dai poeti, vittime
divine d'un sacrificio volontario. Antigone conducente per mano il
vecchio padre cieco o prostrata a ricoprire di polvere il cadavere
fraterno non era più tenera e più forte di lei, non aveva una fronte più
pura e un cuore più largo. In quella sorta di languido tedio, in
quell'ombra snervante ove un infermo approfondiva il suo male mentre una
voce inquieta evocava l'imagine d'un vano supplizio tra una flora
defunta, la consolatrice apparendo dava d'un tratto al mio spirito una
sollevazione di vita e, come una subita luce percotendo la parete oscura
fa scintillar nel trofeo la spada immobile, traeva un gran lampo dalla
mia volontà riposta. V'era in lei una virtù che avrebbe potuto produrre
un frutto portentoso. La sua sostanza avrebbe potuto nutrire un germe
sovrumano. Ella era veramente la “nutrice„ ma quale appariva la vergine
Antigone al cieco Edipo esule ed errante. Un'immensa moltitudine di
creature avide avrebbe potuto abbeverarsi nella sua tenerezza senza
esaurirla. Non conservava ella sola, come l'eroina antica, in sé, nel
suo gran cuore, la fiamma geniale mancata al focolare di sua stirpe
moribonda? Non era ella unicamente l'anima della triste casa? Massimilla
nel suo orto arido, Violante nella sua nube di profumi impallidivano
dinnanzi a quella loro sorella che camminava con sì fermo passo e con sì
dolce sorriso nella via dell'immolazione.
E io pensai a Colui che doveva venire.
Eravamo seduti, io e il principe Luzio, presso un balcone aperto,
nell'ora pomeridiana in cui l'ardenza già troppo forte di quel maggio
morente cominciava a temperarsi e le nuvole pellegrine stampavano
qualche vasta ombra cerulea su la valle accesa. Poiché ricorreva
l'anniversario della morte di Re Ferdinando, il principe fedele a
commemorare il suo lutto evocava nel mio spirito tutte le tristezze e
tutti gli orrori della lunga agonia regale; e là, su i profumi salienti
dal giardino chiuso, i lugubri fantasmi si succedevano senza tregua
risvegliati dalla voce senile. Il muto viaggio su per l'alture di Ariano
e nel Vallo di Bovino tra bufere di neve; i funesti presagi che si
levavano a ogni passo; i primi segni del male apparsi in una sera gelida
mentre il Re assiderato arrancava su i ghiacci che inasprivano l'erta;
la sua smania ansiosa di proseguir nel cammino senza indugi come se il
destino inesorabile lo incalzasse; lo spaventevole pallore di cui
tingevasi all'improvviso in conspetto della folla tra le onoranze
ch'egli presentiva estreme; le grida che gli strappava lo spasimo e che
copriva il clamore della festa nuziale; il turbamento dei medici adunati
intorno al suo letto dubitanti sotto lo sguardo ostile e sospettoso
della Regina; il suo scoppio di lagrime al primo entrare della duchessa
di Calabria, freschissimo fiore di giovinezza, nella camera già infetta
dalle esalazioni del morbo, dov'egli giaceva invecchiato e quasi
inebetito dalle sofferenze; poi il tragico addio da lui rivolto alla sua
propria statua mentre gli infermieri lo trasportavano in un'altra
camera; poi l'imbarco su la nave, cerimonia triste come un mortorio, e
il suo lugubre motto quando la barella fu discesa nel boccaporto
allargato a colpi di scure; poi l'arrivo a Caserta, il rapido
aggravamento, la dissoluzione putrida del suo corpo nel gran letto
circondato d'imagini sacre, di reliquie miracolose, di crocefissi, di
lampade, di ceri; infine la pompa del Viatico, il sollevarsi del Re su i
guanciali irriconoscibile fra il terrore degli astanti, le ultime
parole, la cristiana serenità della morte, la disputa tra la Regina e i
dottori per l'imbalsamazione del cadavere, l'assistenza dei soldati
intorno alla bara addetti a nettar di continuo le innumerevoli piaghe
purulente: tutte le tristezze e tutti gli orrori passavano nelle
memorie. E io ascoltando pensavo al duca di Calabria singhiozzante in un
angolo come una femminetta. “Ah, che bello e terribile sogno avrebbero
potuto alimentare in lui giovine gli odori della morte, per quelle
torbide settimane di primavera! In quali superbe e inebrianti
meditazioni si sarebbe profondata la mia anima all'ombra dei vasti
alberi, e come l'impetuosa agitazione constretta nei tronchi possenti mi
sarebbe parsa piccola al confronto della mia!„
Il principe Luzio narrava come un giorno il Duca di Calabria fosse
entrato all'improvviso, tutto sbigottito e ansante, nella camera del
padre infermo, ad annunziargli la cacciata del Granduca di Toscana, e
con qual violenza di parole il Re avesse giudicata la pusillanimità del
parente.
— Ah, se Ferdinando non fosse morto! — esclamò il vecchio, con un gesto
quasi minaccioso. — Poche ore prima di spirare, egli diceva: “Mi è stata
offerta la corona d'Italia....„ Non pensi tu, Claudio, che un Borbone la
porterebbe oggi sul capo?
— Forse — io risposi con grande rispetto. — E, se così fosse, ai primi
onori del Regno dovrebbe essere esaltato il Principe di Castromitrano.
Lasciate che io vi dica quanto ammiri la vostra dignità e la vostra
fede. Voi siete dei pochissimi, tra i nostri pari, che abbiano mantenuto
intatto e intenso il sentimento della virtù di stirpe. Piuttosto che
rinunziare al privilegio e prendere un'attitudine disconveniente al
vostro orgoglio legittimo, piuttosto che apparire il superstite di voi
medesimo, vi siete ritratto dal mondo, ma dopo averlo abbagliato con un
supremo splendore di magnificenza; e siete venuto in solitudine ad
aspettar l'evento che il Destino riserba alla vostra Casa. La sventura
vi ha trattato da grande; poiché v'è anche un privilegio di dolore, e il
vostro fu ben riconosciuto.
Il volto paterno del principe s'era fatto grave e attento. La
venerazione che la sua bella canizie inspirava alla mia anima era assai
più profonda di quella manifestata dalla mia parola; ma vi s'aggiungeva
una tenerezza di qualità così pura che non poteva essermi data se non da
una presenza feminile. Sentii infatti lo spirito di Anatolia. Apparsa su
la soglia della porta che si apriva in fondo alla stanza, ella era
passata in silenzio lungo la parete e s'era seduta nell'ombra di un
angolo, bianca, misteriosa e propizia come un Genio familiare.
— Lontano dal mondo, — io soggiunsi — chiuso in una nube così densa di
tristezza, voi avete potuto nutrire fino a oggi la speranza in una
risurrezione delle cose che sono morte; ed ho ancora nell'orecchio la
profezia della vostra fede. Certo, le cose che sono morte risorgeranno;
ma trasformate. Se voi voleste per un sol momento affacciarvi su lo
spettacolo che dà oggi il mondo, sentireste il vostro sogno antico
cadervi dall'anima come una foglia arida e vi parrebbe inutile per
Francesco di Borbone il ricupero del suo piccolo Stato e pur l'acquisto
d'Italia. Sia un Borbone o sia un Sabaudo sul trono, il Re è pur sempre
assente; poiché non si chiama Re un uomo il quale, essendosi sottomesso
alla volontà dei molti nell'accettare un officio ben determinato e
angusto, si umilia a compierlo con la diligenza e la modestia di un
publico scriba che la tema d'esser licenziato aguzzi senza tregua. Non
dico il vero? Né diversamente saprebbe regnare Francesco. Subito dopo la
morte del padre, non scrisse egli di suo pugno un editto per ristabilire
gli effetti della Costituzione abolita? e non fu Alessandro Nunziante
quegli che impedì fosse promulgato? Ma richiamate alla vostra memoria la
lamentosa proclamazione dell'8 dicembre, data dalle casematte di Gaeta.
È quello il linguaggio di un Re, e d'un Re vinto?
Avendo ascoltato in silenzio, con le sopracciglia contratte, il principe
Luzio disse non senza un'ombra di severità:
— Si vede che è in te il sangue di Gian Paolo Cantelmo.
— È in me il sangue di tutti i miei maggiori. Ah, caro padre (lasciate
che io vi dia questo nome!), so bene quanto vi riesca dolorosa la
rinunzia a un sogno di giustizia, innanzi a cui tanti e tanti anni è
rimasta accesa la fiamma della vostra fede; ma io voglio dirvi che per
noi e per i nostri pari non v'è omai salvezza se non a patto di
sostituire il proposito energico all'inutile speranza. Sopportate che io
vi parli senza ambagi. È inutile sperare che si levi d'improvviso un
qualche bollore eroico nel sangue stagnante di San Luigi. Io ho visitato
l'Esule, di recente: egli è pieno d'una placida rassegnazione, dedito
alla beneficenza e alla preghiera, memore del suo brevissimo regno come
d'un lontano sogno angoscioso. La vostra profezia trarrebbe dalle sue
labbra un sorriso incredulo e mite: nulla più. Se il suo spirito migra
qualche volta verso il Golfo, non forse Capodimonte ma la cima dei
Camaldoli è la sua mèta. Egli s'è assuefatto a una vita modesta e pia:
non vede più brillare la corona nelle sue notti. Lasciamolo placidamente
dormire!
Il principe fedele aveva chinato il capo sul petto; e io vedevo nella
sua fronte china le rughe approfondirsi come solchi pieni di pensiero.
— Non per lui soltanto è opaco il fato. Il crepuscolo dei Re è tutto
cinereo, cieco d'ogni splendore. Spingete lo sguardo pur oltre i paesi
latini. All'ombra di troni posticci vedrete falsi monarchi compiere con
esattezza le loro funzioni publiche in aspetto di automi o attendere a
coltivar le loro manìe puerili e i loro vizii mediocri. Il più potente,
il padrone di più vaste turbe, corroso nei suoi muscoli erculei dal
tarlo del sospetto, si consuma solo in una cupa misantropia, non avendo
nemmeno il gusto di contrapporre alle piccole formule chimiche dei suoi
ribelli una qualche magnifica strage ad arme bianca per irrigare e
concimare le sue terre isterilite. V'ha però un'anima veramente regale,
e voi forse avete potuto considerarla da presso: è della stirpe di Maria
Sofia. Quel Wittelsbach mi attrae per l'immensità del suo orgoglio e
della sua tristezza. I suoi sforzi per rendere la sua vita conforme al
suo sogno hanno una violenza disperata. Qualunque contatto umano lo fa
fremere di disgusto e di collera; qualunque gioia gli sembra vile se non
sia quella che egli stesso imagina. Immune da ogni tossico d'amore,
ostile a tutti gli intrusi, per molti anni egli non ha comunicato se non
con i fulgidi eroi che un creatore di bellezza gli ha dato a compagni in
regioni supraterrestri. Nel più profondo dei fiumi musicali egli
estingue la sua sete angosciosa del Divino, e poi ascende alle sue
dimore solitarie ove sul mistero delle montagne e dei laghi il suo
spirito crea l'inviolabile regno che solo egli vuol regnare. Per questo
sentimento infinito della solitudine, per questa facoltà di poter
respirare su le più alte e più deserte cime, per questa consapevolezza
d'essere unico e intangibile nella vita, Luigi di Baviera è veramente un
Re; ma Re di sé medesimo e del suo sogno. Egli è incapace di imprimere
la sua volontà su le moltitudini e di curvarle sotto il giogo della sua
Idea; egli è incapace di ridurre in atto la sua potenza interiore. Nel
tempo medesimo egli appare sublime e puerile. Quando i suoi Bavari si
battevano con i Prussiani, egli era ben lungi dal campo di battaglia:
nascosto in una delle sue isolette lacustri, obliava l'onta sotto uno di
quei ridicoli travestimenti ch'egli usa per favorire le sue belle
illusioni. Ah, meglio sarebbe per lui, piuttosto che frapporre tra la
sua maestà e i suoi ministri un paravento, meglio sarebbe raggiungere
alfine il meraviglioso impero notturno cantato dal suo Poeta! È
incredibile ch'egli non si sia già partito dal mondo, trascinato dal
volo delle sue chimere....
Il principe teneva ancora la fronte china, in un'attitudine così grave
che pur nella foga del dire io mi sentivo premere il cuore dalla tema
d'averlo addolorato; e un'ansietà filiale m'invase, di consolarlo, di
risollevare il suo bel capo candido, di vedergli brillare negli occhi
l'insolita gioia. La presenza di Anatolia mi comunicava non so quale
ardore generoso e quasi un bisogno di rivelare quanto eravi in me di più
superbo e di più forte. Ella era immobile e tacita nell'ombra, come un
simulacro; ma la sua attenzione m'irradiava l'anima, come un fascio di
luce.
— Voi vedete, mio caro padre — io ripresi a dire, senza poter frenare i
palpiti che mi sembravano ripercuotersi nella voce — voi vedete che da
per tutto le antiche regalità legittime declinano e che la Folla sta per
inghiottirle nei suoi gorghi melmosi. Veramente esse non meritano altra
sorte! E non le regalità soltanto, ma tutte le cose grandi e nobili e
belle, tutte le idealità sovrane che furono un tempo la gloria dell'Uomo
pugnace e dominatore, tutte sono sul punto di scomparire nell'immensa
putredine che fluttua e si solleva. Io non vi dirò fin dove giunga
l'ignominia, perchè dovrei usar parole che offenderebbero il vostro
orecchio; e, dopo, converrebbe purificar l'aria con qualche granello
d'incenso. Io mi son partito dalla città, soffocato dal disgusto. Ma ora
penso al dissolvimento quasi con giubilo. Quando tutto sarà profanato,
quando tutti gli altari del Pensiero e della Bellezza saranno abbattuti,
quando tutte le urne delle essenze ideali saranno infrante, quando la
vita comune sarà discesa a un tal limite di degradazione che sembri
impossibile sorpassarlo, quando nella grande oscurità si sarà spenta pur
l'ultima fiaccola fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un
pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua anima
miserabile; e, mancata a un tratto la frenesia che l'accecava, ella si
sentirà perduta nel suo deserto ingombro di rovine, non vedendo innanzi
a sé alcuna via e alcuna luce. Allora scenderà su lei la necessità degli
Eroi; ed ella invocherà le verghe ferree che dovranno novamente
disciplinarla. Ebbene, caro padre, io penso che questi Eroi, che questi
nuovi Re della terra debbano sorgere dalla nostra razza e che fin da
oggi tutte le nostre energie debbano concorrere a prepararne l'avvento
prossimo o lontano. Ecco la mia fede.
Il principe aveva sollevato la fronte; e mi guardava con occhi intenti e
un poco attoniti, quasi che io gli apparissi in un aspetto inopinato. Ma
una vivacità insolita, che rianimava tutta la sua persona, mi diceva
com'egli fosse già tocco dal mio ardore.
— Ho vissuto alcuni anni in Roma — continuai, con una confidenza più
sicura — in quella terza Roma che doveva rappresentare “l'Amore indomato
del sangue latino alla terra latina„ e raggiare dalle sue sommità la
luce oltremirabile di un Ideale novissimo. Sono stato testimonio delle
più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano
disonorato un luogo sacro. E ho compreso l'alto simbolo che si cela
nell'atto di quel conquistatore asiatico, il quale gittò cinque miriadi
di teste umane nei fondamenti di Samarcanda volendo instituirla
capitale. Non credete voi che il savio tiranno volesse significare la
necessità delle crude recisioni nel punto di dar principio a un ordine
veramente nuovo di cose? Bisognava immolare e poi gittar nei fondamenti
della terza Roma gli uomini chiamati liberatori e, seguendo l'antico uso
funerale, anche porre ai piedi loro e ai fianchi loro e tra le loro mani
liberatrici le cose che essi amarono ed ebbero più familiari, e
divellere e trascinar dai vertici delle montagne i più gravi massi di
granito per chiudere in eterno le sepolture profonde. Ma non mai si
videro in terra vite più tenaci e più pestifere! Primieramente dunque,
caro padre, in Roma ho appreso questo: — Il naviglio dei Mille salpò da
Quarto sol per ottenere che l'arte del baratto fosse protetta dallo
Stato. — Pur tuttavia, tra lo schiamazzo dei trafficatori, ho potuto
intendere la voce misteriosa e remota che persiste quivi in tutti i
sassi come nei nicchi marini; e allo spettacolo sublime dell'Agro ho
potuto consolarmi d'ogni disgusto. Ah, padre, chi potrà mai disperare
delle sorti del Mondo finchè Roma sia sotto i cieli? Quando io la penso
e l'adoro, non so vederla se non nell'atto in cui ella fu effigiata su
la medaglia di Nerva: col timone fra le mani. Quando io la penso e
l'adoro, non so specificare la sua virtù se non con la parola di Dante:
“in ogni generazione di cose, quella è ottima che è massime Una„. E il
suo principio di unità, come già fu, dovrà ancor essere adunatore
ordinatore e conservatore di tutto ciò che è buono e pieghevole
all'ordine, nel Mondo. Le similitudini dantesche delle glebe e delle
fiamme ben le si convengono, potendosi le prime concepire come formanti
una base unica e le seconde come riunite in un solo e medesimo apice.
Fermamente credo che la più gran somma di dominazione futura sarà
appunto quella che avrà in Roma la sua base e il suo apice; poichè io
Latino mi glorio d'aver posto a principio della mia fede la verità
mistica enunciata dal Poeta: “Non è dubbio che la Natura abbia disposto
nel mondo un luogo atto all'universale imperio; e questo è Roma„. Ora,
per qual misterioso concorso di sangui, da qual vasta esperienza di
culture, in qual propizio accordo di circostanze sorgerà il nuovo Re di
Roma?
La bella febbre, che nel deserto laziale aveva infervorato le mie
meditazioni fino all'ebrezza, si riaccendeva nelle mie vene; e i grandi
fantasmi già espressi dal suolo sacro mi rioccupavano lo spirito in
tumulto; e tutte le speranze generate dal mio orgoglio violento su
quella solitudine memore della più sanguigna fra le tragedie umane,
tutte si risollevavano e si riagitavano in confuso, dandomi un'ansia che
a pena io poteva sostenere. L'aspetto del vecchio venerabile assumeva
per me una solennità più grave, poichè in quell'ora io considerava in
lui il depositario della virtù che sul tronco secolare di sua stirpe
erasi dischiusa alla luce della gloria in magnifiche forme; e a lui, già
inclinato verso il sepolcro e reso veggente dal dolore, io stava per
dimostrare come a un giudice i diritti del mio sogno ambizioso e per
chiedere come a un augure il buono auspicio e per proporre come al mio
pari l'alleanza che m'era necessaria. La muta presenza della vergine
nell'ombra aumentava quella mia ansia, poiché ella veracemente
m'appariva come la destinata a divenir per l'amore “Colei che propaga e
perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli„. Io non osava
rivolgermi verso di lei, tanto sembravami sacro in quel punto il mistero
della sua verginità; ma si definiva in me l'imagine indistinta degli
occulti tesori suscitatami alcuna volta da uno straordinario lume
intraveduto nel fondo de' suoi occhi trasparenti; e, pur senza
rivolgermi, io sentivo palpitare in quel lembo d'ombra una specie di
animata ricchezza, una viva forma carica d'un pregio inestimabile, non
so che d'infinitamente augusto e arcano come le sostanze divine
custodite sotto i veli nei penetrali dei templi.
— Voi siete, con me, convinto — soggiunsi — come ogni eccellenza del
tipo umano sia l'effetto di una virtù iniziale che per innumerevoli
gradi, d'elezione in elezione, giunge alla sua intensità massima e si
manifesta ultimamente nella progenie col favore delle congiunture
temporanee. Il valor del Sangue non è soltanto vantato dal nostro
orgoglio patrizio, ma è pur anche riconosciuto dalla più severa
dottrina. Il più alto esemplare di coscienza non potrà apparire se non
alla cima di una stirpe che si sia elevata nel tempo per
un'accumulazione continua di forze e di opere: alla cima di una stirpe
in cui sieno nati e si sieno conservati per un lungo ordine di secoli i
sogni più belli, i sentimenti più gagliardi, i pensieri più nobili, i
voleri più imperiosi. Considerate ora una gente di remotissima origine
regale, fiorita al sole latino in una terra felice rigata dai ruscelli
di una nova poesia. Traspiantatasi in Italia, ella vigoreggia con tal
rigoglio che in breve tempo nessun'altra può sostenerne il paragone.
“Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro„ ha sentenziato
il Vinci. E quella gente sembra aver posto a principio della sua
grandezza una sentenza anche più ardua: “Tristo è quel figliuolo che non
avanza il padre suo„. Per uno sforzo concorde e ininterrotto, di
genitura in genitura ella va elevandosi verso le superiori apparizioni
della vita. In tempi di cieca ira, in cui la ragione non s'affida se non
all'arme, ella già sembra comprendere “che quegli uomini, che sopra gli
altri hanno vigore di intelletto, sono degli altri per natura signori„.
E fin dall'inizio la sua disciplina ha un carattere intellettivo e par
dettata da Dante, consistendo nel ridurre in atto sempre tutta la
potenza dell'intelletto possibile, in prima a speculare e quindi per
questo ad operare. Tanto negli offici più gravi, quanto su i campi più
sanguinosi, quanto nelle feste più liberali, ovunque ella primeggia:
ottima egualmente nel capitanare gli eserciti, nel governare gli stati,
nel condurre le ambascerie, nel proteggere gli artefici e i saggi,
nell'erigere i palazzi e le chiese. A tutta la vita italiana nelle sue
più diverse forme ella si mescola; in ogni più fresca fonte di cultura
ella s'immerge. Vivere è per lei affermarsi e accrescersi di continuo, è
lottare e vincere di continuo: vivere è per lei predominare. Un
formidabile istinto di dominio la scaglia innanzi senza tregua, mentre
un lucido e sicuro pensiero dirige l'impeto durevole. E sempre — come
quelli arcieri prudenti che il Machiavelli dà in esempio — ella pone la
mira assai più alto che il luogo destinato. Tanto i suoi fatti sono
insigni che i maggiori poeti ne perpetuano la fama, e gli scrittori
d'istorie li paragonano a quelli dei capitani antichi e li arrecano ad
esempio dei venturi. Tuttavia sembra che la sua virtù non siasi ancor
manifestata intera, non abbia ancora attinto l'altezza insuperabile;
sembra che le sue energie accumulate debbano, domani o fra un secolo o
nel tempo indefinito, espandersi in una suprema apparizione...
— _Cave adsum!_ — interruppe il principe sorridendo d'un magnifico
sorriso. — Non è forse l'impresa di cotesta tua gente?
— Ella potrebbe anche portar l'impresa dei Montaga — io risposi pronto.
— _Sub se omnia._
Il principe s'inchinò con un atto che valeva da solo a dimostrare come
la mia risposta non fosse una semplice cortesia, ma bene si addicesse
alla dignità del suo gran nome. Egli mi riappariva simile all'imagine
che di lui era rimasta nella mia memoria al tempo della puerizia:
bellissimo esemplare di una superiore umanità, manifestante in ogni suo
atto la sua essenza diversa, il sentimento della sua assoluta
separazione dalla moltitudine, dai comuni doveri, dalle comuni virtù.
Sembravami ch'egli avesse potuto scuotere dalla sua anima il peso della
sciagura che l'accasciava e risollevarsi in tutta la sua prestanza
virile, quasi assumendo la qualità meravigliosa delle sue mani: di
quelle sue mani belle e pure, come rese inalterabili da un balsamo,
ministre superstiti di una liberalità non paragonabile se non all'antica
“che per piccoli servigi amava ricompensar grandemente„.