— Se io fossi il vostro sposo, Massimilla — soggiunsi, per accarezzare

la sua piccola anima tremante — io vi darei una casa ove il giorno

entrasse a traverso lamine d'alabastro color di miele o vetri istoriati

d'istorie sibilline; e vi farei servire da cameriste e da silenziarie,

calzate di feltro e vestite di stoffe placide, che passerebbero dinnanzi

a voi come grandi farfalle notturne; e certe stanze avrebbero pareti di

cristallo guardanti su immensi aquarii, nascoste da cortine che la

vostra mano potrebbe agevolmente aprire quante volte vi venisse il

desiderio di viaggiare in sogno con gli occhi per una valle oceanica

piena di vite ricche e strane; e intorno alla casa vorrei crearvi un

giardino di alberi che prodigassero fiori e lacrimassero aromi, e

popolarlo di animali leggiadri e miti come gazzelle, colombe, cigni,

paoni. E quivi, in armonia con tutte le cose, voi vivreste per me solo.

E io, ogni giorno, dopo aver appagato con qualche atto efficace il mio

bisogno di predominio su gli uomini, verrei a respirare l'aria sublimata

dal vostro silenzioso amore, verrei a vivere presso di voi la vita pura

e profonda dei miei pensieri. E qualche volta io vi comunicherei una

febbre veemente; e qualche volta io vi farei piangere un pianto

inesplicabile; e qualche volta io vi farei morire e rivivere per essere

ai vostri occhi più che un uomo.

S'apparecchiava ella intanto alla dipartita o s'indugiava attendendo con

impazienza quel che per lei tuttavia era inatteso?

Come io saliva pel viale dei vecchi bossi ove prima erami apparsa

Violante sotto il grande arco, ella m'uscì incontro quasi nel medesimo

luogo sorridendo d'un sorriso nuovo.

— Voi avete oggi l'aspetto d'un angelo che rechi il buon messaggio — io

le dissi. — È tutto in voi lo spirito d'aprile.

Ella mi porse la mano ch'io presi e tenni nella mia alquanto.

— Che cosa dunque dovete annunziarmi? — le domandai leggendole negli

occhi la novità che la trasfigurava.

Ella si smarrì, sotto il mio sguardo; e anche una volta si tinse d'un

rossore che mi parve quasi violento in quella pallidezza.

— Nulla — rispose.

— Eppure — io le dissi — v'è in tutta la vostra figura un'annunciazione.

Voi me la comunicherete senza parlare, se mi concederete di camminare al

vostro fianco per qualche tratto. Non ho mai sentito come in questo

momento, Massimilla, la vostra armonia.

Ella certo credeva ch'io le parlassi di amore, tanto era confusa. E

raggiava da tutta la sua figura uno spirito di gentilezza così vivo

ch'io ripensai quelle gentili donne adunate nelle imaginazioni di Dante

giovine; dalle cui labbra a quando a quando, come cade “l'acqua

mischiata di bella neve„, cadono parole mischiate di sospiri. E poichè

io l'amava inumanamente, anche mi tornarono alla memoria alcune delle

antiche parole. “A che fine ami tu?... Dilloci, chè certo il fine di

cotale amore conviene che sia novissimo.„

Noi avevamo lasciato il viale medio per internarci nel labirinto erboso.

Cantavano gli uccelli ospiti del claustro, gli insetti lucidi ronzavano

intorno; ma il mio orecchio era attento al fruscio che l'orlo della

gonna produceva inclinando le cime dell'erbe cresciute.

Confessò alfine Massimilla, con timida voce:

— La mia partenza è differita.

Soggiunse, come per giustificarsi:

— Potrò così celebrare con i miei l'ultima Pasqua....

Ma a me parve, subitamente, ch'ella mi fosse caduta fra le braccia e che

la sua guancia aderisse al mio petto e che per disgiungerla da me io

dovessi farla sanguinare.

Nondimeno esclamai:

— Ecco la buona novella!

E non altro dissi, perchè il mio turbamento al contatto di quella vita

palpitante fu così fiero che m'impedì qualunque simulazione pietosa.

Certo, ella attendeva da me parole di amore e di allegrezza, e ch'io le

prendessi le mani, e ch'io le domandassi: — Volete rinunziar per sempre

ai vostri voti ed essere tutta mia? — Questo ella attendeva. E, sentendo

così vicina a me la sua angoscia, sentendomi quasi ventar sul viso come

una vampa la sua bramosia di donarsi e d'esser felice, io era agitato da

un fremito non dissimile a quello dell'uomo cui d'un tratto è posta

sotto gli occhi una larga lacerazione che discopre gli intimi tessuti

della carne viva. V'era qualche cosa di quel raccapriccio nella mia

sofferenza. Fino a quell'ora io m'ero dilettato della cara anima come

d'una capellatura morbida ove sia dolce insinuare le dita pensando che

domani sarà recisa. Ed ecco, quell'anima aderiva alla mia con tutte le

sue pene.

“Io potrei fare di te un essere di gioia!„ Era come una promessa, era

quasi un desiderio. E l'una e l'altro trasparivano pur nelle ultime mie

parole; e veramente, fino a quell'ora, inclinandomi verso la cara anima

io aveva di tratto in tratto inteso l'orecchio a percepire un indizio di

quella vena occulta ond'era sorto un giorno il bel riso repentino. Ah

perchè doveva io dunque deludere una speranza tanto dolorosa e

rinunziare a cingere di quella silente adorazione il mio potere?

Noi eravamo soli, in una strana solitudine ove io sentiva quasi direi la

vacuità dello spazio aereo che avrebbero occupato le altre due figure se

presenti accanto a noi. E l'ansietà che quell'assenza produceva nel mio

spirito era penosa come l'affanno dell'attesa. — Dov'erano, che facevano

Anatolia e Violante in quell'ora? Stavano anch'elle nel giardino? — Io

le vedevo spuntare alla svolta d'ogni sentiero, e imaginavo

l'espressione del loro primo sguardo nell'incontrarci. E consideravo la

singolarità del contegno che entrambe avevano mantenuto in quei giorni e

cercavo di penetrarne il significato vero. Anatolia m'appariva con quel

suo benigno ed eroico sorriso di martire, rassegnata a spremere fino

all'ultima stilla tutte le virtù del suo cuore per lenire mali

immedicabili; m'appariva con que' suoi occhi puri che avevano talvolta

un bagliore invitevole, come le acque dei laghi nelle leggende rivelano

con un insolito riflesso l'esistenza dei sommersi tesori. Chiusa nel suo

tedio e nel suo disdegno, Violante m'appariva in un'attitudine

enigmatica che poteva sembrar quasi ostile, infondendomi una specie di

malessere non dissimile a quello che dànno i presentimenti funesti;

poichè ella aveva dietro di sè per la mia imaginazione l'ombra della sua

roccia fatidica e il mistero delle sue remote stanze pregne di profumi

mortali.

Io avrei voluto chiedere a colei che mi veniva da presso: — V'è qualche

cosa di mutato nella voce delle vostre sorelle dilette quando elle vi

parlano quando parlano tra loro? Hanno elle talvolta nella voce e nello

sguardo qualche cosa che vi fa male? E piomba talvolta su voi, mentre

siete l'una accanto all'altra respiranti nel medesimo cerchio, piomba su

voi un silenzio che vi soffoca, simile a quello che precede gli uragani?

E sentite allora inaridirsi d'un tratto la vostra tenerezza e sollevarsi

dal fondo un'acredine simile a un tossico? E, ditemi, piangono le vostre

sorelle in disparte? O anche v'accade, talvolta, di piangere insieme?

Così avrei voluto interrogare la taciturna e soffrire d'amore con lei.

Io la guardai. Ella soffriva e gioiva.

— Voi portate sempre un libro — io le dissi, per rompere alfine

l'incanto ambiguo — al modo di una sibilla.

Ella mi mostrò il volume.

— È il libro che portavo il primo giorno — disse ella, con quel suono

indefinibile che rivela nella voce l'umidità delle lacrime.

— E il filo d'erba?

— S'è bruciato.

— Metteteci dunque una rosa rossa.

Ma ella aveva nella sua commozione una grazia così umile, e tanto

ingenuamente lasciava trasparire l'intimo ardore da cui era compresa,

ch'io non seppi discostarla da me nè seppi rifiutar la dolcezza di

sentirla struggere a poco a poco.

— Sediamoci — le dissi. — Leggiamo insieme qualche pagina. Vi piace il

luogo?

Era una piccola eminenza prativa, constellata di anemoni, quieta, a cui

alcuni tassi in forma di piramidi davano quasi un aspetto cimiteriale.

Nel centro una cariatide, ripiegata in modo che il petto toccava quasi

le ginocchia, sosteneva la lastra marmorea d'un orologio solare. E

quivi, come presso una mensa, stavano due sedili per una coppia di

amanti che guardando l'ombra dello gnomone volessero provare la voluttà

malinconica di un lento e concorde perire. Ancora scorgevasi incisa nel

marmo, sotto le linee orarie, la sentenza:

ME LVMEN, VOS VMBRA REGIT.

— Sediamoci qui — io dissi. — È un luogo delizioso per godere il sole

d'aprile e per sentir fluire la vita.

Una lucertola verde ci guardava con i suoi piccoli occhi lucenti, ferma

sul quadrante, senza timore, come un essere familiare. Quando ci

sedemmo, disparve. Allora io posi le mani sul marmo, che era caldissimo.

— Quasi scotta. Sentite!

Massimilla vi pose anch'ella ambe le mani, bianche sul bianco; e ve le

mantenne. Il punto d'ombra attingeva l'estremità dell'anulare, restando

coperta dalla palma la cifra indicatrice dell'ora.

— Ecco che voi siete designata dallo stilo come l'ora della beatitudine

— io le dissi perchè gustavo profondamente l'armonia della sua grazia in

quell'atto e perchè così l'amavo.

Ella socchiuse gli occhi; e anche una volta la sua piccola anima tremò

tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla

inclinandomi appena.

— La santa — soggiunsi toccando il libro — ha per voi nel flutto della

sua prosa un verso divino, d'una soavità suprema, più soave di quelli

che germinavano nella mente di Dante prima dell'esilio. “Stava quasi

beata e dolorosa.„

Ella si sentiva circonfusa di luce e d'amore, come già forse ne' suoi

sogni reconditi; e beveva dalla mia parola e dalla mia presenza e dalla

sua illusione e dall'aperta primavera un'ebrezza il cui ricordo doveva

forse riempire tutta la sua vita. Non parlava, immobile nell'atto in che

io l'avevo lodata; ma io compresi le cose ineffabili che diceva il

sangue eloquente nelle vene delle sue belle mani ignude.

“Lasciate ch'io l'ami finchè ella è di questo mondo!„ ripetevo alle sue

sorelle, poichè mi sembrava di veder rilucere i loro occhi tristi a

traverso la fronda dei tassi. “Lasciatemi cogliere questi anemoni e

versarli su la sua chioma che sarà tonduta!„

Ella stava quasi beata, e la sua inconsapevolezza più m'inteneriva,

perchè io l'amavo e le dicevo: “Io t'amo, ma a patto che domani tu

muoia. Io ti do questa fiamma purchè tu la porti teco nel tuo sepolcro.

Tale è la necessità che ci preme.„

Ella si scosse, e si passò le mani su la faccia; e mormorò:

— Questo sole dà lo stupore.

— Volete che andiamo? — le chiesi.

— No — rispose ella con un debole sorriso. — Secondo il vostro

consiglio, io debbo saturarmi di sole. Restiamo ancora un poco qui.

Dianzi, volevate leggere qualche pagina.

Ella appariva estenuata come se fosse a pena rinvenuta da un deliquio.

— Leggete, dunque! — pregò, spingendo il libro verso di me.

Io lo presi, lo apersi e lo sfogliai qua e là, scorrendo con gli occhi

qualche linea. L'ombra fugace d'una rondine passò su la pagina; e udimmo

da vicino il fremito delle ali.

— Che meraviglia fu per me — ella soggiunse — quando quel giorno voi mi

ripeteste l'esortazione di Santa Caterina! Io era ancora tutta piena del

suo spirito, e voi quasi indovino mi parlavate di lei....

Sentivo nella voce della clarissa una confidenza e un abbandono così

profondi ch'ella non avrebbe saputo più palesemente significarmi:

“Eccomi, io sono tua, io t'appartengo tutta quanta come nessun'altra

creatura viva, come nessuna cosa inanimata potrebbe appartenerti. Io

sono la tua schiava e la tua cosa.„

Veramente ella pareva possedere una qualità innaturale, pareva per sè

abolire la legge che vieta agli uomini nell'amore il dono e il possesso

perpetui e perfetti. Ella pareva veramente, nella gran luce del sole,

trasfigurarsi per la mia imaginazione in una forma cristallina e fluida,

in una liquida essenza ch'io potessi assorbire, di cui potessi

impregnarmi come d'un profumo.

— Io credo — le dissi — che qualche volta leggendo questo libro voi

dobbiate sentir la vostra anima evaporare come una goccia su un ferro

arroventato. Non è vero? “Fuoco e abisso di carità, dissolvi oggimai la

nuvola del corpo mio!„ grida la santa. E voi avete segnato in margine

queste parole. V'è in voi un'aspirazione costante a vanire.

Il suo volto bianco mi sorrise nel sole, su la bianchezza del marmo,

quasi sparente.

— Ecco un altro segno. “Anima ebra, ansietata e affocata d'amore.„

Eccone anche un altro. “Siate un'arbore d'amore, innestata nell'arbore

della Vita.„ Quale eloquenza di passione ha questa vergine! Ella

affascina tutte le taciturne, perchè parla e grida per loro. Ma ciò che

rende prezioso il libro, a chiunque ami la vita, è l'abondanza del

sangue che vi scorre, vi bolle e vi fiammeggia di continuo come su un

altare di sacrifizio nel giorno delle grandi immolazioni. Pare che

questa domenicana non abbia del mondo se non una visione vermiglia. Ella

vede tutte le cose a traverso un velo di sangue ardentissimo. “La

memoria s'è empiuta di sangue„ ella dice. “Troverò il sangue e le

creature, e berrò l'affetto e l'amore loro nel sangue.„ Una specie di

rossa demenza l'assale talvolta. “Annegatevi nel sangue„ ella grida

“bagnatevi nel sangue, saziatevi di sangue, inebriatevi di sangue,

vestitevi di sangue, doletevi di voi nel sangue, rallegratevi nel

sangue, crescete e fortificatevi nel sangue!„ Ella conosce tutto il

pregio del dolce e terribile liquore poichè lo vede non solo nel calice

ma erompere dalle vene degli uomini, ella che è presa nel turbine della

vita, ella che porta il suo velo in mezzo al fremito degli odii atroci e

delle passioni violente onde il suo secolo è bello. Ecco qua la

meravigliosa lettera a Frate Raimondo da Capua. Avete voi potuto

leggerla senza tremare nelle midolle? “E teneva il capo suo in sul petto

mio. Io allora sentiva uno giubilo e uno odore del sangue suo....„ Quel

che qui io sento non è soltanto l'estasi eucaristica ma la voluttà

reale. Mi par di veder palpitare e dilatarsi le narici delicate della

giovine donna. È ben di lei questa frase che io ammiro: “Armarsi della

propria sensualità.„ Ella doveva avere i sensi acuti, perchè tutta la

sua scrittura è brulicante d'imagini vive, fierissima di colorito e di

movimento, quasi dantesca nel vigore e nell'audacia. Ah, cara sorella,

non è questa una guida che possa condurvi in pace alla porta del

chiostro! Voi sentite nella tunica della Mantellata non soltanto l'odore

del sangue ma tutti gli odori della vita superba per mezzo a cui ella è

corsa, indòmita. Una moltitudine innumerevole, vestita di bigello e di

porpora, di ferro e d'oro, l'ha avvolta come un turbine, con “il fuoco

dell'ira e dell'odio„, che non è men fervido del fuoco d'amore. Frati,

monache, eremiti, donne di delizia, condottieri, principi, cardinali,

regine, pontefici, tutte le tempre d'un secolo duro e magnifico ella

tratta con la sua volontà infaticabile. Ella è possente in

contemplazione e in azione. Ella chiama “carissimo fratello„ Alberico da

Balbiano, e i cavalieri della Compagnia di San Giorgio “carissimi

figliuoli„. E alla regina Giovanna di Napoli osa scrivere: “Ahimè,

piangere si può sopra di voi come morta!„ E a Gregorio XI: “Siatemi uomo

virile, e non timoroso.„ E al re di Francia dice: “Voglio„. Per ciò,

Massimilla, io la prediligo; e anche perchè ella possiede un Giardino,

una Casa e una Cella del conoscimento di sè; e anche perchè è di lei

questo motto: “Mangiare e gustare anime„; e infine perchè, prima del

Vinci, ella ha scritto: “L'intelletto nutrica l'affetto. Chi più conosce

più ama; e più amando più gusta.„ Alta parola, che è la regola d'ogni

bella vita interiore.

Io seguivo, parlando, negli occhi aperti e fissi di Massimilla il ritmo

lento di un'onda che pareva aver non so qual rispondenza musicale con il

suono della mia voce; e così nuova e strana era per me quella sensazione

che io prolungavo il mio dire per tema d'interromperla.

Appena tacqui, in fatti, ella chinò la fronte; e in silenzio lasciò

sgorgare dai suoi limpidi occhi due rivi di lacrime.

Non le chiesi perchè piangesse; ma le presi le mani che erano come dolci

foglie arse dal meriggio. E sotto quel cielo d'aprile estuoso, presso

quel marmo abbagliante su cui l'ombra dello stilo sembrava immobile da

indefinito tempo, tra quei tassi funerei e quei coronali anemoni, io

ebbi alcuni attimi d'indicibile esultanza. Io _vidi_ uno spirito, che

non era il mio, giungere di repente e mantenersi per alcuni attimi in

quella parte della vita, di là dalla quale — secondo il verbo di Dante —

non si può ire più per intendimento di ritornare.

E mi parve che, dopo, il resto dell'amore e della vita non dovesse per

quello spirito aver pregio alcuno.

Dopo, mi parve che la beatrice riprendesse per me il sembiante ch'ella

m'aveva mostrato il primo giorno sedendo tra i due fratelli come

l'imagine della Preghiera. Avendo sollevato il suo velo per guardare

nella profondità de' suoi occhi, io avevo veduto sotto la mia

investigazione compiersi un rapido prodigio. Ne conservavo ancora dentro

di me una specie d'abbagliamento; ma il velo era ricaduto, e per sempre.

Di nuovo ella mi parve “partita di questo secolo„.

Cosicchè, quando un giorno Oddo mi raccontò una storia pietosa di nozze

impedite dalla morte, io l'ascoltai come si ascolta una leggenda di

tempi remoti; e sentii allora come fosse vero e profondo il mio

distacco.

Ella era stata amata e richiesta in isposa da Simonetto Belprato, due

anni innanzi; e, a similitudine d'Ifianea, aveva perduto il promesso

quasi alla vigilia del maritaggio.

Già vicina alle sue nozze, beata

Le ghirlande apprestava; e le fu spento.

Oddo mi ravvivò nella memoria il ricordo pallido di Simonetto; e mi

rappresentò la mite figura giovenile di quello studioso, erede ultimo di

una famiglia nobile di Trigento, ritrattosi nella provincia presso la

madre vedova per erborare e morire.

— Povero Simonetto! — diceva Oddo rimpiangendolo con animo fraterno. —

Lo vedo ancora in arnese di erborista, col suo tubo di latta appeso a

una spalla, col suo bastone uncinato e col suo portafoglio di marocchino

verde. Passava quasi tutti i giorni a erborare o a preparare e a

disseccare le piante raccolte. Aveva riempito la sua casa di erbarii; e

su le custodie egli poteva ben mettere per emblema la sua arme fiorita.

Tu sai: i Belprato usano per arme un campo partito in linea retta da una

fascia d'oro, il cui mezzo campo superiore è rosso con un giglio

d'argento e quel di sotto è verde tutto seminato di fiori rossetti con

fronde d'oro. Non ti par singolare, Claudio, questa congiuntura?

L'ultimo dei Belprato erborista! Io predicavo a Massimilla, per ridere:

— Tu finirai tra due fogli di carta grigia. — S'erano fidanzati nel

giardino, erborando, e parevano fatti l'uno per l'altra. Noi anche

eravamo contenti, perché Massimilla non si sarebbe allontanata troppo da

noi e sarebbe entrata in una buona casa. (I Belprato sono, come sai, di

nobiltà antica, benchè decaduti negli ultimi secoli. Vennero di Spagna

nel Regno con Alfonso d'Aragona.) Tutto era pronto per le nozze. Mi

ricordo bene del giorno in cui arrivò da Napoli l'abito nuziale con la

ghirlanda di fiori d'arancio, dono magnifico di nostra zia Sabrano.

Massimilla se lo provò: era deliziosa. Io e Antonello volemmo che anche

Anatolia e Violante se lo provassero, per augurio: povere creature

adorate! La ghirlanda — mi ricordo — s'impigliò nelle trecce di Violante

in un modo così strano che non fu possibile toglierla senza strappar

qualche capello che rimase tra i fiori. Una delle serventi mormorò

ch'era un cattivo presagio. Non mentiva. Simonetto, in fatti, doveva

rimaner vittima della sua manìa. Era d'autunno; ed egli si recava spesso

a Linturno per raccogliere le piante acquatiche nel fiume morto. Certo

là, e non altrove, prese il germe della febbre perniciosa che lo

distrusse in due giorni. Avemmo un funerale invece d'uno sposalizio.

Fortunati sempre!

Eravamo nelle stanze di Antonello, che le tendine abbassate rendevano

quasi oscure poiché il giorno di fuori s'annuvolava. Io non vedevo per

le finestre il cielo; eppure avevo su me la sensazione del tepore

esterno, un po' snervante, ed ero certo che di fuori cominciava a cader

qualche goccia di pioggia, qualcuna di quelle lagrime calde che sono

così dolci quando toccano il viso o le mani. Antonello stava disteso sul

suo letto, immobile, senza parlare. S'udiva di tratto in tratto garrire

una rondine.

— Per questo, forse — domandai a Oddo — Massimilla entra nel monastero?

— Non so; non credo — egli rispose. — È già passato molto tempo. Ma,

certo, la vita per lei in questa casa dev'essere più incresciosa che per

le altre. Io sempre penso ch'ella debba credersi disseccata ed estinta

come le piante degli erbarii che Simonetto le lasciò in testamento. Ah

quell'abito nuziale rimasto chiuso in un armadio come una reliquia! Ci

pensi tu? Quella spoglia bianca che omai deve aver preso l'odore delle

piante secche! Ci pensi tu? Credi tu che la Morte possa avere nel mondo

un museo più triste di quello che Massimilla custodisce? Io qualche

volta sono ingiusto; qualche volta non so dissimulare una specie

d'amarezza che mi sale dal cuore quando penso che Massimilla se ne va,

ci abbandona. Mi sembra che alla sua partenza debba seguire il

dissolvimento finale; mi sembra che un turbine ci debba dissipare e

disperdere tutti, come un mucchio di stracci. Ella intanto cerca di

salvarsi. Ma io sono ingiusto. Veramente, ella è forse qui la più

infelice. S'è avverato per lei quel che io le dicevo ridendo. Ella crede

d'esser divenuta simile ai fiori e alle foglie degli erbarii. Per

rivivere, per riavere un'illusione di vita, ella si sforza di comunicare

con le cose vive. Non l'hai tu veduta quando affonda le mani nella

verzura e resta in quell'atto per sentirsi scorrere su la pelle i

bruchi? Non sai tu ch'ella passa ore ed ore nel giardino a cercare le

bestiole e a farsele amiche? In questo ella è, come tu dicesti, un

esemplare di perfezione francescana. Ma che diresti se tu sapessi che

questo non è se non un desiderio angoscioso di sentire la vita? Io l'ho

compreso; io solo forse l'ho compreso....

Egli proferì le ultime parole a bassa voce, quasi che le dicesse

soltanto a sé medesimo; e poi tacque, forse per considerare entro di sé

la creatura della sua imaginazione conturbata. — Era un sogno d'infermo

quel suo? O la Massimilla vivente rispondeva in realtà a quella

derelitta custode di piante morte? — Io non m'indugiai in questo dubbio;

ma volli assaporare tutta la poesia che le strane imagini diffondevano

nell'ombra della stanza ove ora giungeva il crepitío fioco della pioggia

svegliando nelle mie narici il bisogno di aspirare il sentor della terra

inumidita. Mi levai per aprire un poco la vetrata più vicina: l'odor

terrestre entrò.

— Nei primi mesi, dopo la morte di Simonetto — riprese a dire Oddo —

ella aveva molta cura degli erbarii. Passava lunghe ore nella camera

ov'erano riposti, a esaminare i fogli e a leggere le schede. E spesso io

le tenevo compagnia, tanto ella mi faceva pena. Un giorno — ricordo — la

sorpresi mentre apriva l'armadio dove ella conserva l'abito nuziale,

nella camera stessa. Un altro giorno — ricordo — di primavera, ella

m'apparve tutta commossa perché un bulbo di narcisso aveva

germogliato.... È strano; non è vero, Claudio? Ho veduto quel bulbo

rimettere ancora una volta, nella primavera scorsa. E questa volta? Non

ho chiesto a Massimilla.... Vuoi che andiamo a vedere?

Egli si levò in piedi, come preso da un'impazienza febrile; e diede

qualche passo verso l'uscio. Ma Antonello, che era ancor disteso sui

suoi guanciali, anche si levò col medesimo aspetto — vivo nella mia

memoria — con cui egli aveva annunziato il passaggio della lugubre

portantina; e, mettendosi l'indice su la bocca per significarci di

tacere, si chinò verso la parete guardante la loggia, e stette a

origliare. Nel silenzio non s'udiva se non lo strèpere eguale e dolce

del tiepido nembo primaverile sul giardino chiuso.

— Non uscite! — bisbigliò Antonello.

Le vergini delle rocce · 第 10 / 14 段