meravigliose generazioni di cose che nascono dalle affinità e dai
rapporti delle tre forme integrali quando le contempli puramente. V'è
nelle loro congiunture e nelle loro attenenze un linguaggio
straordinario che tu già comprendi come se tu medesimo lo avessi
inventato. Di ciascuna delle loro linee tu puoi fare l'asse d'un mondo.
Elle sembrano darti la gioia del continuo creare e del continuo
scoprire, e aiutarti a compiere la tua unione con una parte di te
medesimo rivelata inaspettatamente. Elle sembrano riversare in te la
vita che da te ricevettero in un tempo immemorabile. — Non avevi tu
gioito di loro prima ch'elle oggi ti sorridessero? Stando in silenzio al
loro fianco, non sentivi tu la tua anima carica come una nube?„
“O despota,„ io gli dissi sentendo la mia anima rivolgersi con desiderio
infinito verso il giardino da cui mi allontanavo nel vespero armonioso
“o despota, è vero: stando in silenzio al loro fianco ho provato una
voluttà più forte che se avessi disciolto le loro capellature o premuto
con le labbra le loro nuche belle; e ancor ne sono pieno. Ma pur vorrei,
cadendo l'ombra, tornare laggiù nascostamente e chinarmi invisibile su i
petti virginei e quivi molto indugiare; perchè penso che una grande
dolcezza e una grande tristezza quei petti esaleranno nell'ombra verso
di me, le quali io non conoscerò mai!„
III.
_.... a sedere, con le dita delle
mani insieme tessute, tenendovi
dentro il ginocchio stanco._
LEONARDO DA VINCI.
_Dov'è più sentimento, lì è più
martirio._
LO STESSO.
E le condussi sotto i fiori.
Con un turbamento visibile elle ascoltavano le melodie infinite della
primavera, inclinandosi o volgendosi talvolta verso le loro proprie
ombre che le precedevano o le seguivano quali azzurre figure prostese a
baciare la terra. Una confusa gioia di libertà e di speranza passava
talvolta nei loro occhi abbagliati; una parola senza suono schiudeva
talvolta le loro labbra rendendole simili agli orli delle coppe
traboccanti. E, quando elle si soffermavano, io pensavo con un'intima
ebrezza alla piena che le soffocava.
Quel che di tratto in tratto noi dicevamo doveva sembrare anche a loro
inutile; ma valeva a farci sentire quanto fosse profonda la nostra vera
vita. Uno sguardo fuggevole, una reclinazione del capo, una pausa breve
bastavano a commuovere in imo quegli abissi ove assai raro e fievole
giunge il lume della coscienza comune; mentre quel che dicevamo era per
noi lontano come per le infime radici degli alberi il susurro delle
cime.
Nulla poteva eguagliare in singolarità di bellezza quella campagna
austera che fioriva. Su quella terra fulva e aspra come la giubba del
leone le candide e rosee fioriture evocavano i fantasmi delle donzelle
trepidamente piegate su i petti vasti e vellosi dei giganti leggendarii.
I raggi del sole creavano intorno ai petali diafani quello splendore
mobile che hanno le pietre fini. Qua e là refulgevano in duplice baleno
i bidenti politi dalla gleba infranta.
Noi sentivamo quanto fosse profonda la nostra vera vita. E a poco a
poco, per consenso concorde, tralasciammo di proferire quelle parole
vane che non valgono se non a rompere la gravità dei silenzii e a
dissipare la nube troppo densa dei sogni o dei pensieri. Una comunione
più lucida ci congiunse; si formò intorno a noi un'atmosfera divinatoria
simile forse a quella in cui respirano i mistici; e, senza parlare, ci
scambiammo qualche stupendo segreto. Eravamo talvolta così impregnati di
voluttà che le nostre pupille n'esalavano un flutto in uno sguardo e i
nostri minimi gesti ne trasmettevano senza contatto quanta ne può dare
la carezza più lenta. I petali che cadevano ai nostri piedi, dai rami
appena commossi, ci ammollivano stranamente come una confessione di
languore e una complicità degli alberi felici nell'allegarsi. Le viti in
punto di gemmare, inclinate su la zolla e torte e quasi convulse, ci
eccitavano con l'esempio di uno sforzo spasimoso che doveva convertirsi
in un dono inebriante. E dalla foglia caduca e dal magro sermento noi
sentivamo in virtù ideale l'olio odorifero della mandorla e la fiamma
d'oblio espressa dall'uva.
Una sùbita vertigine di desiderio mi prese un giorno, quando vidi una
goccia di sangue su la mano di Violante ferita da uno spino a traverso i
fiori nivei di una siepe. Ella sorridendo ritrasse la bella mano che
s'imperlava: e, poichè eravamo per caso discosti alquanto dalle sorelle
e forse non veduti, io provai una bramosia selvaggia di premere le mie
labbra su quel sangue e di sentirne il sapore. E la violenza ch'io feci
a me medesimo per contenermi fu tale che ne tremai.
— La vista del sangue vi sbigottisce? — mi chiese ella, con una voce che
la dissimulazione non valeva a render sicura nè irrisiva.
E, come le sue pupille si fissarono nelle mie, mi parve ch'io mi
coprissi tutto di pallore, poichè ebbi dentro di me un sentimento
indefinibile che non si può rendere se non confusamente con l'imagine di
una immensa ruota girante in giri precipitosi la quale d'un colpo si
arresti. Una grande cosa stava per essere risoluta in quell'attimo, da
entrambi; e, se bene fossimo l'uno di fronte all'altra in un'apparenza
composta, la nostra attitudine interiore era quella della tensione che
precede lo scatto inarrestabile. Le nostre due vite si protendevano con
tutte le forze loro.
Ah, come potrei dimenticare io quel silenzio ardente in cui palpitò
l'ala invisibile d'un messaggero che portava una parola non proferita?
Qual virtù d'oblio potrebbe cancellare dalla mia memoria quella mano
imperlata di sangue e quel roveto carico di fiori?
La voce di Anatolia da lontano ci richiamò; e noi ci movemmo, l'uno a
fianco dell'altra, invasi subitamente da una stanchezza e da una
tristezza corporali come se fossimo esciti da una lunga notte di
piaceri.
Ma anche vi fu qualche istante in cui la mia anima più s'inclinò verso
colei che ci aveva richiamati e verso colei che stava per dipartirsi. Io
mi compiacqui in quella vicenda di amore, che non dissipava la mia forza
ma la stimolava come il contrasto dei soffii eccita la vampa. Sembravami
di aver trovato una nuova specie di percezioni: le più strane e le più
diverse si coordinavano spontaneamente in me. Talvolta ne nasceva una
musica così nuova e così bella che sembravami d'esser sul punto di
trasfigurarmi; e pensavo che fosse per effettuarsi il mio desiderio di
divenire un dio.
Pensavo: “Se già vi fu un dio che nel tempo novello amò assidersi sotto
gli alberi floridi ed estrarre dagli involucri di scorza le amadriadi
segrete per accarezzarle su le sue ginocchia, egli certo non provò
maggior gaudio di quel ch'io provo raccogliendo in me le essenziali
bellezze di queste creature deliziose e mescendole con la stessa
facilità con cui egli potè confondere le varie chiome obedienti delle
sue ninfe arboree a comporre un'armonia di ori.„
Così talvolta io mi credeva di vivere in un mito formato da me medesimo
a simiglianza di quelli che produsse la giovinezza dell'anima umana
sotto i cieli dell'Ellade. L'antico spirito di deità vagava per la terra
come quando la figlia di Rea fece dono a Trittolemo delle sue spiche
affinchè le spandesse ne' solchi e per lui tutti gli uomini godessero
del beneficio divino. Le energie immortali circolanti nelle cose
parevano pur sempre risovvenirsi dell'antica trasfigurazione che per la
gioia degli uomini le aveva convertite in grandi imagini di bellezza.
Come le Cariti, come le Gorgoni e come le Moire, tre erano le vergini
che m'accompagnavano per mezzo a quella primavera misteriosa. E io amavo
imaginar me medesimo simile a quel giovine, raffigurato sul vaso di
Ruvo, cui adduce sul limitare d'un mirteto un Genio aligero. Sopra il
suo capo è scritto il nome di Felicità; e tre vergini lo circondano:
l'una recante nelle sue mani un piatto carico di frutti, e l'altra
tutt'avvolta in un manto costellato, e la terza col filo di Lachesi tra
le dita agili.
Un giorno ci abbattemmo in uno spazio di terra recinto ove gli
agricoltori aborigeni, perpetuando il costume religioso dei Gentili,
avevano consecrato una quercia colpita dal fulmine.
— Ecco una bella morte! — esclamò Violante, appoggiandosi al riparo
fatto di pali in forma d'un parallelogrammo.
Una santità quasi terribile stava sul luogo solitario. Non dissimile
doveva essere l'aspetto del bidentale che i sacerdoti latini
consecravano col sacrificio di un'agnella bienne.
— Voi commettete un sacrilegio — io dissi a Violante. — Non si può
toccare il recinto sacro senza profanarlo; e il Cielo punisce con la
frenesia la persona colpevole....
— Con la frenesia? — fece ella scostandosi, per un istinto
superstizioso, e col suo atto segnando d'un'impreveduta gravità la mia
allusione alla credenza pagana.
In un lampo rividi il volto gonfio ed esangue della madre folle e gli
occhi smarriti di Antonello, e riudii quel tragico grido: “Noi
respiriamo la sua follia„; e non so qual sensazione gelida di fatalità
mi corse.
— No, no, non temete! — dissi io involontariamente, aumentando forse
l'ombra con quel segno palese di rammarico per l'accenno che doveva
sembrare un tristo augurio o un presagio crudele.
— Non temo — rispose colei, senza sorridere, appoggiandosi di nuovo al
recinto.
Così da una vana parola nacque una grande ombra.
L'albero fulminato sorgeva dinnanzi a noi, nerastro e lapideo come il
basalto, mostrando il suo possente tronco aperto fino alle radici da una
squarciatura che evocava la terribilità d'una forza vindice. Privo de'
rami nel fianco percosso, ne conservava in sommo dell'altro fianco
alcuni, simili a braccia contratte, che levavano verso il sole la
disperazione implacabile dei loro gesti. Ad ogni angolo del recinto
stava infisso un teschio d'ariete dalle corna ricurve, divenuto
bianchissimo sotto intemperie senza numero. Tutto era immoto e morto, e
sacro, e d'aspetto primordiale.
Giungevano dall'alto azzurro, di tratto in tratto, strida di sparvieri.
Veloci passarono i giorni; e sembrarono giorni d'addio verso colei che
stava per dipartirsi.
— Guardate la primavera con tutta l'intensità delle vostre pupille — io
le diceva — perchè non la vedrete più, mai più!
Io le diceva:
— Riscaldate le vostre mani al sole, immergetele nel sole, queste povere
mani; perchè fra poco le terrete incrociate sul petto o nascoste sotto
il grembiale di lana bruna, nell'ombra.
Io le diceva, mostrandole un fiore:
— Ecco un prodigio di cui bisogna lodare il Cielo. Considerate le
innumerevoli scritture che contiene il tessuto argentino di questa
corolla, e il rapporto occulto che corre tra il numero dei petali e
quello degli stami, e la tenuità dei filamenti che sostengono i lobi
delle ántere, e queste tuniche diafane e queste reticole e queste valve
e queste membrane coperte d'una pelurie quasi impercettibile, ov'è
chiusa l'agitazione misteriosa della fovilla, e tutta la divina arte che
si rivela nella struttura di questo corpuscolo vivente, pur nella sua
fralezza dotato d'infinite potenze per amare e per fecondare.
Considerate la rete mobile delle ombre che fa sul terreno il fremito
delle foglie e quella che fa su la parete il raggio riverberato
dall'acqua tremolante, l'una azzurra, l'altra d'oro per cullare la
vostra malinconia; e le piccole dita bionde che si alzano in cima ai
rami dei pini; e le stille di rugiada che pendono in cima alle reste
dell'avena; e le esilissime nervature nelle ali delle api; e gli occhi
verdi splendenti delle libellule fuggevoli; e le iridi che variano la
gola gonfia dei palombi; e le strane imagini che sorgono dalle macchie
dei licheni, dagli screpoli dei tronchi, dalla disposizione delle
selci.... Raccogliete tutte queste meraviglie sotto le vostre palpebre
che dovranno rimaner tanto tempo abbassate dinnanzi al Signore Gesù
crocifisso. Nel vecchio monastero della regina Sancia non vi sono orti,
io credo, ma cortili di pietra.
— Perchè mi tentate? — ella mi chiedeva. — Perchè vi compiacete nel
turbare la mia volontà così debole? Siete forse inviato da Dio per
esperimentarmi?
— Non voglio turbare la vostra volontà — io le rispondeva — ma oso darvi
un consiglio fraterno perchè possiate meno soffrire. Penso che quando
sarete sepolta, quando non potrete accostare la guancia a una grata
senza ferirvi contro le punte, voi cresciuta in un giardino, avrete
qualche settimana di furiose impazienze, e tutte le visioni dell'aria
aperta passeranno nella vostra memoria. Allora proverete una tortura
inaudita se non potrete rappresentarvi con esattezza i minuti screzii
neri e gialli che ornano il dorso della lucertola o la tenera foglia
lanuginosa che spunta sul ramo del melo. Io conosco la smania di queste
curiosità tardive. Una volta amavo appassionatamente un gran levriere di
Scozia donatomi da mio padre. Era una bestia magnifica, elegantissima,
d'una nobiltà senza pari. Quando morì, io caddi in una profonda
afflizione; e mi tormentava singolarmente il rammarico di non potermi
rappresentar in forma precisa i granelli d'oro che costellavano i suoi
occhi bruni e le macchie grige che maculavano il suo bel palato roseo
intraveduto talvolta in uno sbadiglio o in un latrato. Bisogna dunque
che noi guardiamo sempre con pupille attente, specie le creature che più
amiamo. Non amate voi le cose che dianzi indicavo alla vostra attenzione
e non siete per abbandonarle? Non siete per mettere tra voi e loro una
specie di morte?
Ella stava a sedere, con le dita delle mani insieme tessute, tenendovi
dentro il ginocchio stanco. La sua grazia delicata era un po' contratta
dall'inquietudine che le dava l'ambiguità del mio dire tra grave e
futile, tra ingannevole e sincero. E così parlandole io provavo un
piacere analogo a quello che avrei provato scompigliandole le bende
lisce dei capelli su cui pendevano le forbici argentee della tonsura.
“_Tondeantur in rotundum_...„ Avevo ancor limpida nella memoria la
freschezza del giovenile riso ch'erale sgorgato dalla bocca il primo
giorno, nell'ultima ora, empiendomi di meraviglia. E mi piaceva
d'assembrar le imagini di quelle cose variopinte ed esigue intorno alla
monacanda che nel già lontano pomeriggio di febbraio m'aveva rivelato
come un segreto miracolo la fioritura notturna d'un suo biancospino.
Io la ricercava come si ricerca quel bene del quale si conosce la
brevità. Ella m'attraeva come una pura forma di giovinezza che si
volgesse a me lacrimosamente sorridendo dalla soglia di una porta
oscura, sul punto di entrarvi e di perdervisi. Avrei voluto dire alle
sue sorelle: “Lasciate ch'io l'ami finché ella è di questo mondo, e
ch'io versi qualche aròmato su i suoi piccoli piedi!„
Spesso m'avvenne di rimanere solo con lei, nelle mie lunghe visite, e di
poter trattare in qualche spirituale colloquio la sua anima così duttile
e così bisognosa di servire. A quando a quando Anatolia scompariva, come
una delle due donne grige si presentava a invocarla con lo sguardo.
Violante da alcuni giorni si mostrava difficilmente, pareva schivare la
mia compagnia, considerarmi con indifferenza, rioccupata dal suo tedio
consueto. I due fratelli non sopportavano a lungo la gran luce del cielo
aperto. Onde m'avvenne più volte di rimaner solo con la clarissa,
nell'atrio esterno su un sedile di marmo ch'era sotto la statua
dell'Estate, o nell'ombra delle scalee già verdeggianti, o su la sponda
del vivaio inaridito.
Io le diceva:
— Forse voi vi siete ingannata nell'elezione del vostro sposo, cara
sorella. Quando udrete il vescovo annunziare _Ecce sponsus venit_, voi
tremerete nell'intimo cuore credendo che una mano bella e forte sia per
distendersi verso di voi e per raccogliervi tutta quanta nel cavo della
palma come acqua; poichè è ben questo l'atto dolce e imperioso che voi
aspettate dal vostro dominatore e che si conviene alla vostra naturale
fluidità, cara sorella. Ma forse rimarrete delusa, a piè dell'altare. E,
se oserete levar gli occhi, vedrete fra i ceri ardenti immobile lo Sposo
annunziato e le mani di Lui trafitte e il capo di Lui cinto di spine.
Sembra, cara sorella, che sia necessario sconficcare i ferri crudeli; i
quali furono assai profondamente infissi. E sembra che a compiere un
tale atto occorra una forza terribile. Bisogna quindi curar le piaghe
con infinita pazienza e con balsami composti di erbe che non si posson
cogliere se non in certe sommità vertiginose ove l'aria è irrespirabile.
E, rimarginate le piaghe, convien rinfondere nelle vene il sangue che ne
sgorgò. E, compiuta alfine la durissima opera, accade talvolta che le
mani sanate si ritraggano d'improvviso. Sembra che assai rare sieno
quelle spose cui è concesso vederle veracemente rivivere; e pur di
quelle elette appena una, in qualche mistica sera, ha la suprema gioia
di sentirsi prendere tutta quanta, chiudere tutta quanta nel pugno
constrittore, com'è ne' vostri voti....
Mormorava la vergine servile:
— Voglia Iddio ch'io sia quell'una!
— Ah, cara sorella — io le diceva — pensate quale immensa forza debba
avere in sè quell'una per ravvivare una mano morta e per contrarla così
violentemente!
— Io non ho alcuna forza, ma la implorerò dal Signore.
— Il Signore non potrà se non rendervi la forza che voi medesima gli
avrete infusa, Massimilla.
— Tacete, vi prego! — ella supplicava. — Temo che le vostre parole sieno
empie.
— Non sono empie: potete ascoltarle. Non avete voi nella memoria la
prima strofe della Glosa di Santa Teresa? V'è là un Dio fatto
prigioniero. Pensate qual potenza occorra per incatenare il Signore! Voi
vedete bene, suor Acqua, come sempre si richiedano importuni atti virili
dalla sposa decantata nelle Antifone e nei Responsorii. Per ciò, avendo
io verso di voi una sollecitudine fraterna, vorrei almeno preparare la
vostra anima all'amarezza del disinganno. Non la cullate troppo nelle
promesse dei Salmi! V'è, mi sembra, qualche magnifica e voluttuosa
promessa nei versetti che avete appresi “_Veni, Electa mea_.... Vieni, o
Eletta, perchè un re ebbe desiderio della tua bellezza. Vieni! Passò
l'inverno, la tortora canta, le vigne fiorenti auliscono....„ Ah, è
veramente incomparabile quel latino psalmistico per dare l'imagine
dell'ebrietà d'amore profondata sotto un'opulenza soffocante. Certi
versetti paiono grondare d'olii odoriferi come capellature di schiave o
pesare e rilucere come masselli d'oro. Quando il vescovo vi porrà sul
capo la corona della verginale eccellenza, le vostre labbra dovranno
pronunziare alcune parole ammirabili; nelle quali io sento e vedo non so
che pondo e che splendore misteriosi. “_Et immensis monilibus ornavit
me._„ Parole ammirabili! Non è vero?
Ella ora mi guardava con tanta passione che tutta la sua piccola anima
tremava tra le sue ciglia come una lacrima, e io avrei potuto suggerla
inclinandomi appena.
— Forse io vi faccio male, un poco — le dissi. — Ma veggo in fondo ai
vostri occhi un sogno così ardente che temo per voi, cara sorella;
poichè la vita a cui vi apparecchiate non potrà essere conforme al
vostro sogno e alla vostra natura. Vi aspetta una vita mediocre, sempre
eguale, quasi torpida, misurata dalla Regola immutabile, in quel vecchio
monastero della regina Sancia che già fu sepolcro a più d'una Montaga e
a più d'una Cantelma. Io ho nella mia memoria una visione di quelle
clarisse in un giorno di Cenere. Quando ero a Napoli, la chiesa angioina
di Santa Chiara m'attraeva non solo perchè vi riposa qualcuno dei miei
maggiori, non solo perchè vi si può invidiare il duca di Rodi che dorme
nel sarcofago pagano di Protesilao e Laodamia, ma anche perchè chiudendo
gli occhi vi si può assaporare la poesia diffusavi da qualche bel nome
di donna morta. V'è Maria duchessa di Durazzo e imperatrice di
Costantinopoli, v'è la principessa Clemenza, v'è Isotta d'Altamura, e
Isabella di Soleto, e Beatrice di Caserta, e quella deliziosa Antonia
Gaudino che vi rassomiglia, così dolcemente addormentata nel marmo sotto
il velo che Giovanni da Nola tolse alla più giovine delle Càriti. Ho
nella memoria una visione di clarisse in un giorno di Cenere. V'è dietro
l'altare maggiore un'ampia grata nera, tutta irta di punte, che chiude
il coro monacale; e vi s'intravedono gli ordini degli stalli ove seggono
le suore, mentre il vescovo assistito da un cappuccino siede di qua
dall'ostacolo reggendo tra le mani un bacile d'argento pieno di cenere.
Uno sportello è aperto nella grata, e le clarisse a una a una vengono e
s'inginocchiano. Il vescovo introduce pel vano il braccio vacillante e
segna di cenere le fronti a una a una. Le segnate si levano e tornano ai
loro stalli, come larve, disfiorando il pavimento con i silenziosi piedi
calzati di panno. Tutto si compie in silenzio e tutto è gelido come la
cenere. Ah, cara sorella, quando avrete ricevuto anche voi quel gelo,
chi mai riscalderà la vostra piccola anima?
— Chi riscaldava l'anima di Santa Chiara e la faceva ardere? — mi oppose
la monacanda, come riscotendosi per non esser vinta, mentre le sue gote
si coloravano.
— Un uomo: Francesco d'Assisi. Voi non potete imaginare la Damianita se
non in ginocchio ai piedi di Francesco. Un artefice religioso la figurò
nell'atto di scambiare un bacio col Serafico. E ripensate il lungo
idillio che fu tessuto fra l'eremo di San Damiano e la Porziuncula;
ripensate le settimane di passione, di dolore e di pietà trascorse nel
giardino del monastero, all'ombra degli olivi, in una estate di gran
sete, quando Chiara beveva le lacrime effuse dagli occhi di Francesco
quasi ciechi; ripensate infine il colloquio tra i due mistici amanti,
che precedette quella suprema estasi ond'eruppe come un getto di luce il
Cantico delle Creature. Avete là accanto a voi i _Fioretti_. Ebbene,
rileggete il capitolo in cui si narra “come Santa Chiara mangiò con San
Francesco„. Mai convito nuziale fu illuminato da più splendide faci di
amore. Ecco: “Gli uomini d'Assisi e da Bettona, e que' della contrada
d'intorno, vedevano che Santa Maria degli Angeli e tutto il luogo e la
selva ch'era allora allato al luogo ardevano fortemente, e parea che
fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e il luogo e la selva
insieme: per la qual cosa gli Assisiani con gran fretta corsero laggiù
per ispegnere il fuoco, credendo veramente che ogni cosa ardesse. Ma,
giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, intrarono dentro e
trovarono San Francesco con Santa Chiara....„ Voi vedete bene, cara
sorella, in quali modi la patrona della vostra Regola potesse ripararsi
dal gelo. Convenite che la differenza è grande fra l'eremo luminoso di
San Damiano e la clausura del vostro monastero angioino. Qui nessun
incendio ma un'eguale ombra grigia ove l'umiltà si fa inerte.... Di
quale specie è la vostra umiltà, Massimilla? Io penso che il vostro
bisogno di schiavitù sia molto altiero.
Ella taceva, scoraggiata e anelante; ed era così dolce e così misera nel
suo sbigottimento che io avrei voluto prenderla su le mie ginocchia.
— Quando appariste su per la scalea, il primo giorno, sùbito mi deste
imagine dell'ermellino. Ora, sembra che nella nostra imaginazione il
candore dell'ermellino non possa andar disgiunto dall'orgoglio della
porpora, tanto siamo assuefatti a considerar l'uno e l'altra riuniti nei
manti regali. Non forse voi portate il vostro manto a rovescio,
Massimilla, per modo che la porpora è di sotto invisibile? Tale è bene
la maniera d'una Montaga.
— Io non so — ella rispondeva smarritamente. — Tutto quel che voi dite,
pare che debba essere.
Ed era come se ella confessasse: — Io sarò quale voi mi vorrete.