Un ambiguo incantesimo diffondevano nel mio spirito gli echi della rima

leonina a cui le acque facevano la glosa interminabile. Io sentivo in

quelli echi l'accento velato della malinconia che dona al piacere

un'indefinita grazia e turbandolo pur lo rende più profondo. Non meno

eran molli e tristi quivi le giovinezze divine che distendevano sui

margini le nude membra ondulate a similitudine dello specchio in cui si

miravano da sì lungo tempo: — Salmaci forse, agognanti alla perfezione

d'un congiungimento ancora ignoto agli uomini e agli iddii? o Bibli

forse, intente a comprimere nel virgineo petto il fuoco del desiderio

incestuoso? o Aretuse pieganti come salci leni sotto la violenza d'un

amor protervo repulso in vano? “Piangete qui, o amanti che venite a

dissetarvi! Troppo è dolce quest'acqua. Tempratela col sale delle vostre

lacrime.„

FLETE HIC POTANTES, NIMIS EST AQVA DVLCIS, AMANTES.

SALSVS, VT APTA VEHAM, TEMPERET HVMOR EAM.

Così la dolce fontana, invidiando il sapore del pianto, indicava ai

gaudiosi l'arte sottile di gustar qualche amarezza nella piena felicità.

“Convien mescere alle rose qualche roseo fiore dell'atro elleboro, quasi

indistinto nella ghirlanda, affinchè la fronte redimita a quando a

quando s'inclini.„ Pareva che di grado in grado, per quella lunga via di

amore, la voluttà divenisse più raccolta, più sapiente e più

appassionata. I liquidi specchi invitavano gli amanti a reclinar le

fronti gravi di sogno e a contemplare le proprie imagini affinchè,

giunti infine a non vedere in quelle se non le sembianze d'ignoti esseri

insorte alla luce da un mondo inaccessibile, potessero meglio sentire

quel ch'eravi d'indicibilmente estraneo e lontano nelle vite loro.

“Inclinatevi a specchiarvi affinché i vostri baci sieno addoppiati

dall'imagine.„

OSCVLA IVCVNDA VT DVPLICENTVR IMAGINE IN VNDA

VVLTVS HIC VERO CERNITE FONTE MERO.

In quel semplice atto non era il segno rivelatore d'una cosa recondita?

I due amanti chini a riguardar la loro carezza rispecchiata

significavano inconsapevolmente la potenza mistica della voluttà; che è

quella di espellere per qualche attimo l'uomo sconosciuto che noi

portiamo in noi medesimi e di farcelo sentire lontano ed estraneo come

un fantasma. — Non forse nell'oscurità di un tal sentimento si accresce

il delirio e si produce il terrore dei lussuriosi che negli specchi

delle alcove profonde mirano le loro mutue carezze ripetute da figure

che sono a lor somiglianza e che pur sembrano indefinitamente dissimili

e remote in un silenzio soprannaturale? Avendo una confusa coscienza

della straordinaria alienazione che avviene in loro, credono essi

trovarne un simbolo illuminante in quelle imagini esterne e

dall'analogia sono indótti a non più considerarle come parvenze visuali

ma come forme di vita inesplicabili e infine come aspetti di morte vera

quando i corpi esausti divengono immobili sul lenzuolo bianco e il

sudore si agghiaccia nelle reni e le pupille si contraggono sotto il

peso delle palpebre....

Tal visione mi creavano le rime dell'ultima fontana canora su cui

inclinavasi il volto di Violante, scendendo l'ombra dei pini lenta come

un velario ceruleo. “Qui la Voluttà e la Morte si mirarono congiunte; e

i loro due volti facevano un volto solo.„

SPECTARVNT NVPTAS HIC SE MORS ATQVE VOLVPTAS.

VNVS [FAMA FERAT], QVVM DVO, VVLTVS ERAT.

Come il sole si velò al passaggio d'una nuvola bianca e molle, l'aria

parve addolcirsi ancora più, parve assumere quasi il sapore d'un latte

diafano in cui fosse distemperato un aroma. E io portavo nell'orecchio

la cadenza delle rime latine mentre andavamo a traverso pratelli

recinti, gialleggianti di giunchiglie, ov'era facile imaginare gli

episodii d'una festa pastorale all'ombra di padiglioni inghirlandati.

Sul piedestallo di una ninfa priva d'ambo le braccia era scolpita

l'impresa degli Arcadi: la siringa di sette canne entro un serto

d'alloro.

— Non eravate voi qui stamane? — dissi a Violante, riconoscendo nella

vicinanza l'arco di bosso ove prima ella m'era apparsa.

Ella sorrise; e mi sembrò che le sue gote si colorassero in sommo come

per un bagliore fuggevole. Poche ore erano trascorse; e io mi stupii

d'avere smarrita la nozione esatta del tempo. Quel breve intervallo

m'appariva tutto pieno di avvenimenti confusi che gli davano nella mia

coscienza una durata illusoria, senza limite certo. Non potevo ancora

misurare la gravità della vita che avevo vissuta in quel claustro dal

punto in cui il mio piede s'era posato su la soglia; ma sentivo che una

cosa oscura, di conseguenze incalcolabili, già stava per risolversi in

me, fuor d'ogni mio volere; e pensavo che il mio presentimento mattutino

su la via solitaria non era stato fallace.

— Perchè non ci sediamo un poco? — chiese Antonello, quasi

supplichevole. — Non siete ancora stanchi?

— Sediamoci — assentì Anatolia, con la sua dolce condiscendenza

abituale. — Anch'io sono un poco stanca. È forse l'effetto della

primavera.... Che odore di mammole!

— Ma il vostro biancospino? — esclamai volgendomi a Massimilla, per

mostrarle che non avevo dimenticata la sua offerta.

— È ancora lontano — ella rispose.

— Dove?

— Laggiù.

— Massimilla ha i suoi nascondigli — fece Anatolia ridendo. — Quando si

nasconde, nessuno la ritrova.

— Come l'ermellino — io aggiunsi.

— Poi — ella continuò scherzevole — di tanto in tanto fa un'allusione

misteriosa a qualche piccola meraviglia conosciuta da lei sola, ma con

prudenza, conservando sempre il segreto, senza conceder mai nulla alla

nostra curiosità. Voi oggi, pel biancospino, siete l'oggetto d'uno

speciale favore....

La monacanda teneva gli occhi bassi, ma il riso le brillava nei cigli

illuminandole tutta la faccia.

— Un giorno — continuò la buona sorella, che pareva contenta di

risvegliare quel raggio inconsueto — un giorno vi racconterò la storia

del riccio e dei quattro ricciotti ciechi....

Massimilla ruppe allora in un ridere così giovenile e così limpido,

vestendosi d'una freschezza così impreveduta, che io ne fui attonito

come davanti a un prodigio di grazia.

— Ah, non date ascolto a Anatolia! — ella esclamò senza guardarmi. —

Vuol burlarsi di me.

— La storia del riccio e dei quattro ricciotti ciechi! — io dissi,

bevendo con delizia a quella vena d'ilarità repentina che attraversava

la nostra malinconia. — Ma voi siete dunque un esemplare di perfezione

francescana. Bisogna aggiungere un fioretto ai _Fioretti_: “Come Suor

Acqua dimesticò il riccio salvatico e fecegli il nido acciocchè

moltiplicasse, secondo i comandamenti del nostro Creatore.„ Raccontate,

raccontate!

La clarissa rideva con la sua Anatolia, e quel tenue spirito di gioia si

comunicava anche a Violante e ai due fratelli; e per la prima volta, in

quel giorno, noi riconoscevamo la nostra giovinezza.

Chi potrà mai dire come sia dolce e strano il dischiudersi inaspettato

del riso nelle labbra e nelle pupille dei dolenti? Persisteva nella mia

anima il primo stupore, e sembrava che coprisse d'un velo tutto il

resto. L'agitazione insolita, che aveva scosso per qualche attimo il

petto gracile di Massimilla, si propagava entro di me a tutte le imagini

anteriori turbandone le linee o dissipandole. D'un tratto uno scroscio

argentino riempiva la bocca socchiusa della beatrice estatica nell'atto

di generar dalle immobili palme delle sue mani le spire del silenzio!

Nulla quanto il suono di quel riso poteva significarmi la profondità

inaccessibile del mistero che ciascuna delle tre vergini portava in sè

medesima. — Non era quello il segno fortuito di una vita istintiva

dormente come un tesoro accumulato nelle radici stesse della sostanza

animale? E non chiudeva i germi d'innumerevoli energie quella vita opaca

e tenace su cui pur la coscienza di tanto dolore pesava senza

soffocarla? — Come la scaturigine reca sul sasso arido l'indizio della

segreta umidità sotterranea, così il bel riso repentino pareva salire da

quel nucleo di gioia nativa che ogni più misera creatura conserva

nell'intimo della sua propria inconsapevolezza. E per ciò su la mia

commozione si chiarì un pensiero d'amore e d'orgoglio: “Io potrei fare

di te un essere di gioia.„

Allora i miei occhi si armarono di una curiosità nuova; e m'assalì quasi

una smania inquieta di riguardare, di considerare più attentamente le

tre persone, come se non le avessi bene vedute. E notai anche una volta

qual arduo enigma di linee sia ogni forma feminina e quanto sia

difficile _vedere_ non pur le anime ma i corpi. Quelle mani in fatti,

alle cui dita lunghe avevo cinto i miei più sottili sogni come anelli

invisibili, quelle mani mi sembravano già diverse apparendomi come i

ricettacoli d'infinite forze innominate da cui potevano sorgere

meravigliose generazioni di cose nuove. E imaginai, per un'analogia

strana, l'ansia e l'orrore di quel giovine principe che, essendo stato

chiuso in un luogo oscurissimo con la necessità di eleggere il suo

destino fra gli inconoscibili destini recatigli da messaggiere

taciturne, passò tutta la notte palpando le mani fatali che si tendevano

verso di lui nella tenebra. Le mani nella tenebra: — v'è forse una più

paurosa imagine del mistero?

Quelle delle tre principesse nubili posavano nella luce, nude; e

guardandole, io pensavo agli infiniti gesti increati ch'erano in loro e

alle miriadi di foglie nasciture che erano nel giardino.

Anatolia, accorgendosi del mio sguardo intento, sorrise.

— Ma perché voi guardate con tanta assiduità le nostre mani? Siete un

chiromante, forse?

— Sono un chiromante — io risposi per gioco.

— Leggete allora le nostre sorti.

— Mostratemi la palma sinistra.

Ella mi mostrò la palma; e le sorelle imitarono il suo atto. E io mi

chinai fingendo di esplorare in ciascuna le linee della vita, della

congiunzione e della felicità. “Quali sorti?„ pensavo intanto, dinnanzi

a quelle tre belle mani tese come per ricevere o per offerire, mentre la

pausa nutriva le mie inquietudini con le mille cose inespresse e

inesplicate che si generavano in lei. “Forse anche nello stilo ferreo

del fato avvengono quei cangiamenti subitanei cui è soggetta la

declinazione degli aghi magnetici. Forse tutte le volontà che io porto

in me medesimo, oscure o lucide, esercitano già la loro virtù

commutatrice; e le sorti deviano tendendo verso un finale evento da cui

trarrò il mio bene. Ma anche può essere che io sia il gioco di

un'illusione generata dal mio orgoglio e dalla mia fede, e che il mio

stato presente non sia se non quel d'un prigioniero tra prigionieri....„

Grandissimo era il silenzio, nella pausa: tale che nel percepirlo io mi

sgomentai d'avanti all'immensità delle cose mute ch'esso abbracciava. Il

sole rimaneva ancor velato. D'improvviso Antonello trasalì volgendosi

rapido verso il palazzo, con l'atto di colui che oda un richiamo. Tutti

lo guardammo inquieti; ed egli ci guardò smarritamente. Le mani delle

sorelle si abbassarono.

— Ebbene? — mi domandò Anatolia, con l'ombra della preoccupazione nella

fronte. — Che avete letto?

— Ho letto — risposi — ma non posso rivelare.

— Perchè? — fece ella riacquistando il suo sorriso. — Tanto è terribile

quel che sapete?

— Non è terribile — dissi — anzi è lieto.

— Veramente?

— Veramente.

— Per tutte o per una sola?

Esitai un istante. Non penetrava ella inconsciamente con quella domanda

la mia perplessità e non mi rammentava la scelta necessaria?

— Non rispondete! — ella soggiunse.

— Per tutte — io risposi.

— Anche per me? — chiese Massimilla, trasognata.

— Anche per voi. Non prendete forse il velo per vostra elezione? E non

siete sicura di giungere infine alla beatitudine che ricompensa la

rinunzia totale?

Come io la fissai nelle pupille, ella si tinse d'un rossore che mi parve

quasi violento in quella pallidezza.

— “Siate, siate quel fiore odorifero che dovete essere, e che gittiate

odore nel cospetto dolce di Dio!„ ha scritto per voi Santa Caterina.

— Voi conoscete Santa Caterina! — fece la clarissa, brillando di

meraviglia nel suo rossore.

— È la mia santa prediletta — io aggiunsi, lieto di vederla così

attonita, tentato dal piacere di turbare e di abbagliare quell'anima che

mi pareva ardente e malsicura. — Io l'amo pel suo aspetto purpureo. Nel

Giardino del conoscimento di sé ella è come una rosa di fuoco.

La fidanzata di Gesù mi guardava, quasi incredula; ma il desiderio

d'interrogare e di ascoltare si dipingeva sul suo volto, e nella sua

fronte già un'ombra tenue indicava il solco dell'attenzione.

— Il libro che io avevo meco stamani — ella disse con un leggero tremito

nella voce, come s'ella mi rivelasse qualche intimità — era un volume

delle sue Lettere.

— Ho notato che da buona francescana voi mettete per segno nelle pagine

un filo d'erba. Ma quel libro richiede un altro segno. L'erba vi si

brucia come su l'orlo d'una fornace. L'essenza della terziaria è tutta

in quelle sue parole: “Fuoco e sangue unito per amore!„ Le avete in

mente?

— O Massimilla — interruppe Oddo ridendo — tu puoi congedare il padre

spirituale. Ecco che hai trovato la vera guida pel Cammino della

perfezione!

Eravamo seduti su la sponda di un bacino disseccato, che era forse un

antico vivaio, quasi interamente riempito di terriccio e tenuto dalle

piante selvagge in mezzo a cui si nascondevano le mammole — certo

numerose, a giudicarne dalla fragranza grande. Prossima in contro era la

parete di bosso decrepita che già, nel mio primo entrare, aveva spirato

verso di me quel medesimo effluvio dalle sue buche profonde. Scorgevasi,

per le radure e per l'arco, il viale deserto con le sue statue mutilate

e con le sue urne vedove.

— È già stabilito il giorno per la vostra monacazione? — domandai a

Massimilla.

— Il giorno non è stabilito ancora — ella rispose — ma sarà quasi

certamente prima della Pasqua.

— Presto, dunque. Troppo presto!

Antonello si levò in piedi, all'improvviso agitato da un'inquietudine

insostenibile. Tutti ci volgemmo a lui. Egli guardò Anatolia, con un

vago sbigottimento ne' suoi occhi pallidi. Poi si rimise a sedere. Un

malessere indefinito entrava in noi, come se Antonello ci comunicasse

qualche parte della sua ambascia.

— Ieri, a quest'ora, eravamo nel campo dei mandorli — disse Oddo, con

nella voce l'accento del rammarico verso un piacere fuggito.

Mi risonarono spontanee nella memoria le parole di Antonello: “Bisogna

condurle sotto i fiori.„

— Bisogna che noi torniamo là tutti — ruppi io vivacemente lacerando

quella strana atmosfera di timori e d'ansie che senza causa nota stava

per addensarsi su le nostre anime. — Bisogna che noi godiamo di questa

primavera così dolce. Fra una settimana tutta la valle sarà fiorita. Io

mi propongo di percorrerla tutta: di salire al Corace, di rivedere

Scultro, Secli, Linturno.... Come sarei felice se potessi ottenere la

vostra compagnia! Non verreste volentieri? Spero che vorrete voi dare il

buon esempio, Donna Anatolia.

— Certo — ella rispose. — Voi ci offrite quel che è nel nostro

desiderio.

— E anche a voi, Donna Massimilla, sarà permesso il diporto. Come

sapete. San Francesco compose il Cantico del Sole nella cella di canne

che Santa Chiara gli aveva costruito dentro l'orto del monastero. I

boschi, i fiumi, le montagne, le colline, secondo l'antica Regola,

debbono essere i vostri fratelli e le vostre sorelle. Andare verso di

loro è compiere una visitazione votiva.... E poi, a Linturno, nella

città morta, la navata d'una chiesa è rimasta in piedi; e v'è una grande

madonna di mosaico, sola, nel cielo dell'absida.... Me ne ricordo

sempre. È indimenticabile. Te ne ricordi tu, Antonello?

Udendo pronunziare il suo nome, Antonello ebbe un sussulto.

— Che dici? — balbettò confuso.

E il suo povero volto contratto esprimeva una tal sofferenza che io

restai senza parola.

— Sì, sì, andiamo, andiamo — egli soggiunse, simulando di aver inteso; e

si levò di nuovo, in preda a un'agitazione manifesta, con l'aspetto di

un maniaco, smorto e malfermo. — Andiamo via di qui! Anatolia,

álzati....

Egli parlava sommesso, come per tema d'essere udito da qualcuno nella

vicinanza, empiendoci di sgomento.

— Alzati, Claudio. Andiamocene.

Anatolia corse a lui, gli prese le mani.

— Eccola! Eccola che viene! — balbettò egli, fuori di sè, volgendo verso

il viale i suoi occhi pallidi che parevano dilatati dall'allucinazione.

— Eccola! Senti?

Perplesso e turbato a dentro, io da prima credetti ch'egli si

sbigottisse d'un fantasma prodotto dalla sua follia. Ma anche al mio

orecchio giunse un romore di passi che s'avvicinavano. E d'un tratto

compresi, vedendo apparir tra i bossi la portantina.

Rimanemmo là ammutoliti, immobili, trattenendo il respiro, al passaggio

dello strano convoglio. S'udiva distinto il lieve scricchiolio che

facevano nell'attrito le stanghe sorrette dai due servi, in un silenzio

gelido come quello che circonda le bare.

A traverso l'apertura dello sportello, sul fondo di velluto verdastro,

io vidi allora il volto della principessa demente: irriconoscibile,

contraffatto da un gonfiore esangue, simile a una maschera di neve, con

i capelli rialzati su la fronte in guisa d'un diadema. Gli occhi larghi

e neri splendevano su la bianchezza opaca della pelle, sotto l'arco

imperioso delle sopracciglia, mantenuti forse nel loro splendore

straordinario dalla visione continua d'un fasto inaudito. La carne del

mento s'increspava su i monili ond'era cinto il collo. E quella enormità

pallida e inerte mi risuscitò nell'imaginazione non so qual figura

sognata di vecchia imperatrice bisantina, al tempo d'un Niceforo o d'un

Basilio, pingue e ambigua come un eunuco, distesa in fondo alla sua

lettiga d'oro.

“Ecco, ci scopre, si ferma, discende, viene a noi„ io mi fingeva con

un'ansietà crescente, quasi aspettando la prova della realtà di ciò che

sembravami una forma inverisimile sul punto di dissolversi e di rientrar

nell'inesistenza come un sogno al risveglio. “Ecco, chiama qualcuno, si

mette a parlare, chiede chi io sia, m'interroga....„ Imaginai il suono

reale di quella voce, in quel silenzio: il dialogo tra quei figli devoti

a un sacrifizio inumano e quella madre trapassata per la follia in un

altro mondo ov'ella doveva attrarli inevitabilmente l'un dopo l'altro. E

dal mio orrore compresi il fremito profondo di repugnanza istintiva

ch'era stato per Antonello un avviso misterioso, non diverso da quello

ond'è assalito l'armento nel chiuso all'appressarsi della fiera che deve

divorarlo.

Ma ella passò senza accorgersi di noi, senza battere palpebra,

dileguando tra gli alti bossi. Due serventi vestite di grigio come le

beghine, taciturne e tristi, scolorate dal tedio e dalla stanchezza

seguivano la portantina da presso; e le loro braccia abbandonate lungo i

fianchi ondeggiavano ad ogni passo come i rosarii appesi alle loro

cinture, come cose morte.

Rivedevo il volto gonfio ed esangue della principessa Aldoina e la

lugubre fatica dei servi e le due grige larve seguaci e tutti gli

aspetti dello strano convoglio, mentre cavalcavo su la via di Rebursa

novamente solo. Qualche viva parte di me era rimasta nel grande

claustro, ma pur tuttavia sentivo nell'intimo la gioia d'esser novamente

solo.

Rivedevo i gesti del commiato presso il cancello e la meravigliosa

profondità ch'era negli occhi delle prigioniere e le lontananze quasi

mitiche del giardino vanenti dietro le belle persone. E, nel tempo

medesimo, tutti gli altri fantasmi dell'intensa vita da me vissuta in

quelle brevi ore si ammassavano nella mia anima come una ricchezza varia

e confusa, raccolta per esser disposta a ornamento della mia reggia

segreta.

“Quali sontuosità!„ mi diceva il demonico apparendomi non senza letizia

e orgoglio. “Quali magnificenze in un sol giorno! Tu non potresti meglio

servire il tuo scopo, che è di vivificar tutto e di estrarre da ogni più

arida cosa la vita. Non riconosci ora la saggezza del mio ammonimento

mattutino? Non benedici al rigore della tua lunga constrizione, onde hai

questo frutto che t'inebria? La tua poesia, come la tua volontà, è senza

limiti. Tutto ciò che nasce ed esiste, intorno a te, nasce ed esiste per

un soffio della tua volontà e della tua poesia. E pur nondimeno tu vivi

nell'ordine delle cose più reali, perocché nulla al mondo sia più reale

di una cosa poetica.„

Dichinava il giorno su la valle ondulata del Saurgo; e ai raggi obliqui

le terre fulve s'arricchivano di oro, mentre le chiare nuvole stavano

assise in cerchio su i culmini delle rocce come su' più alti gradi d'un

anfiteatro, con attitudini feminee, aspettando che la sera le vestisse

di porpora.

“Omai tu potresti fecondare il sale„ mi diceva il demonico. “Là dove il

tuo spirito s'inclina, l'ubertà si dilata subitamente. Ma pur tu hai

teco il favore della Fortuna: tu sei entrato nell'ignoto e

nell'impreveduto non come colui che tenta ed esplora incerto, ma come

colui che è atteso ed eletto alla ricolta in un campo ove s'adunano

tutte le maturità più superbe, intatte ancora e pronte a riempiere il

cavo delle sue mani quante volte gli piaccia di protenderle nella luce o

nell'ombra. Tu sei entrato in un giardino chiuso, delizioso e spaventoso

come quello delle antiche Esperidi. La felicità ti ha sorriso per tre

sembianze, tra la follia e la morte, a similitudine di quell'effigiato

marmo lunense che splendeva tra due nere colonne. Non v'è forse per te

nel componimento di tal figura un senso nascosto?„

“O despota,„ io gli risposi “v'è certo un senso nascosto nella figura

che tu mi rischiari, e io lo conoscerò. Ma, poiché la perfezione di

quella trinità m'attira e poiché è necessario pel mio cómpito eleggere,

io rimango perplesso e non senza timore d'esser deluso come un uomo.„

E il demonico: “Non pur da mane ma a sera tu temi vanamente! Né è questo

il tuo solo fallo; ché già dianzi, al conspetto delle beatrici, dopo

aver composto su la bellezza delle loro mani ignude una bella musica, tu

rammaricandoti di non poterle tutte a un tempo condurre alle tue case ti

sei sdegnato contro il sopruso del pregiudizio e del costume. Ora, così

facendo, tu ti sei umiliato non pure a riconoscere la potenza

dell'altrui legge ma a disconoscere la potenza del tuo sogno, che sola è

sacra. Perché aspiri tu al possesso legittimo dei corpi, quando le

imagini ideali ornano già della loro triplice grazia la casa del tuo

sogno? Tu non potresti togliere le tre prigioniere dalla loro carcere

senza toglierle pur dall'incanto che le trasfigura. Grandissimo numero

di misteriose rispondenze ondeggia tra quelle vite profonde e i luoghi

taciti ove elle soffersero e t'aspettarono. La loro grazia, la loro

desolazione e il loro orgoglio traggono dalle virtù occulte d'infiniti

elementi il fascino in che ti sei compiaciuto. Così le nobili piante con

lunghe radici suddivise in miriadi di fibrille assorbono dall'intimo

grembo della terra le energie immortali che pel sagliente impeto dello

stelo espresse alla luce si sublimano nel prodigio della corolla e del

profumo. Puoi tu, o poeta, raffigurarti Egle Aretusa e Ipertusa cacciate

dal loro giardino? Eracle vestito-di-stelle, quando penetrò in quel

paradiso occidentale per rapirvi i frutti d'oro, rinunziò a trar seco le

figlie della Notte poiché pur nella sua anima atroce sentì ch'egli

avrebbe menomato e forse distrutto il mistero paradisiaco di lor

bellezza.„

“O despota,„ gli dissi allora “io penso a Colui che deve venire.„

E il demonico: “Ben sia questo sempre il sommo de' tuoi pensieri. Ma pur

dianzi la necessità della scelta ti si presentava come una prova

crudele, cagione di dolore e di sacrifizii inevitabili; e il cuore te ne

doleva. Considera che nessuna Moira è più del Dolore degna che uno la

invochi perché presieda a una generazione. Nulla nel mondo va perduto; e

cose inaudite possono talora nascere dalle lacrime. Considera che la

potenza massima del volere non si manifesta nella prontezza

dell'eleggere tra più offerte o nella fermezza del resistere a più

impulsi, ma sì nell'arte di conferire agli indistinti moti della natura

efficacia lucidità e dignità di forze riconosciute e dirette. Considera

che v'è un modo di esser pari sempre all'evento, nelle vicissitudini

dell'incertissima vita. Fuvvi già alcuno il quale a fianco del suo

tiranno, che pur con un cenno poteva dannarlo a morire, ebbe tal

sembiante da far dubitare chi dei due fosse il verace signore. Sii tu

dunque simile a colui, trattando l'evento con animo regale.„

La cupola del cielo s'era tinta d'una pallidità giacintina, e gli

oliveti ne ricevevano la calma su le chiome ond'erano dissimulate le

attitudini dolorose dei tronchi negri. Su i culmini delle rocce le

nuvole assise non avevano ottenuto la porpora ma una veste di più

delicato colore, che le faceva languire: pur taluna levava su le

compagne il capo altiero aspirando a una corona di stelle.

Le vergini delle rocce · 第 8 / 14 段