Profonda, in vero, doveva essere la volontà di quell'Umbelino che,

acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato

a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere

dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così

terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze.

“Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava,

considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia

imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il

fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se

non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe

quindi con la forza del suo pensiero distintamente separar l'uno

dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il

sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi

in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del

corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da

quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In

quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza

mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla

constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità

che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la

bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per

mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in

silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli

nelle braccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili

allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O

Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è

meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente

pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O

Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro

Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella

non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali,

scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un

sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le

loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei

polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissi alla imagine di

Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in

un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo

stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea

verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana

tenne un candido cadavere...

Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:

— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E

sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti

far troppo desiderare, dunque.

Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che

io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci

soffermammo innanzi alla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la

conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di

Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di

magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.

— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe

sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in

cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole

delle bestie di pietra, fino all'aurora.

L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i

balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura

vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così

continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e

le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo

la mia anima carica come una nube.

Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:

— Passa la Felicità.

Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto

dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita

malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.

— Passa la Felicità!

“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una

cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa

de' miei istinti più profondi.

Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le

mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido

bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con

l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici

soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla

sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.

“Quali mani potrebbero arrestarla?„

Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si

disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che

invigorivano i pollici gemmati d'un'unghia rosea, distinta alla radice

dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi

avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza

generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel

cavo della palma un calore vivifico?

Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle

apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio

d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo

nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo

vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di

un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad

accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita

tessute il vincolo della schiavitù volontaria. — Eccomi a te, avvinta

d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non

quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non

adorare e obbedire, obbedire e adorare — confessava per quei segni la

devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle

palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa

che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne

si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e

chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o

Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere

il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della

terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai

cieli stellati; poiché nessuno spettacolo della terra eleva il genio

dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà

alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada

votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei

nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato

d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea

come un dio.„

Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla

essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che,

come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: —

estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano

tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno

tra i più gravi offici della mia arte di vivere?

Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile

della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per

esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi

umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la

carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne

può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per

celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la

magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia

sensualità le più alte iniziazioni?„

Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme

integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del

manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una

— nel mio sogno — con la pura fronte raggiante di presagi vegliava sul

figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta

nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei

pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e

conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita

degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di

perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi

offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio

e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un

medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio

amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso

incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo

scettro d'un ideal regno popolato di finzioni in cui ella ritroverebbe

trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E,

poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della

vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle

beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una

morte armoniosa nell'ora opportuna....„

Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi

come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando

Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime

dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai

balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne

esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa

primaverile.

— Dormono ancóra — ella disse.

Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle

spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi

miracoli terrestri, evocato da una parola.

— Vedrete, fra qualche mese — mi disse Anatolia. — Tutto sarà coperto da

un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.

Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli

innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta

muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un

tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di

funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili

in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le

rendeva mistiche come i maggiori tronchi delle foreste montane. Miriadi

di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte,

miracolosamente.

— In autunno — mi disse Violante — tutto si fa rosso, d'un rosso

splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le

scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino

ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....

— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.

— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un

rimprovero dolce. — Che sai?

— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non

distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può

dire quel che accadrà di noi da oggi all'autunno? Soltanto Massimilla è

sicura: ha trovato il suo rifugio.

Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.

— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.

La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un

intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia

imperiose.

La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai

miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre

discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre

principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con

un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già mi

sembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui

— secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini

d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il

fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra

di lutto cupa.

Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia

anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con

trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile

quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le

donne nel sogno della _Vita nuova_, che Massimilla m'aveva richiamato

alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò

d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma

la pagina ove Dante giovine mostra com'egli sapesse agitar dal profondo

la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando

morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale.

“Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la

gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai,

immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua

mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il

cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra

donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna

morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle

ineffabili bellezze interiori?

Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e

irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano. E forse mai più le

vidi in tanta luce e in tanta ombra.

Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi

rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:

— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche

memoria.

Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:

— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita

delle mie sette fontane.

E Massimilla con la sua timida gentilezza:

— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa

notte, laggiù.

Mi pareva che parlassero di loro intime cose e, come la vergine di

Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.

Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.

— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria:

almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....

— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di

Anatolia con un gesto carezzevole.

E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.

Allora Violante ci condusse come per un laberinto.

Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti

antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta

disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche

forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a

ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche

interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella

di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei

morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a

quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una

trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco,

risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le

cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non

distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione.

E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.

Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con

cui mi aveva parlato alla finestra:

— Udite?

— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la

regina delle fontane....

S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di

mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e

custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una

deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei

piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi

dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe

e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare

nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre

prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini

che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove,

piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel

Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia

brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter

ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non

dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a

congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di

meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose

non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai

più sacri abissi della vita.

Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da

per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e

le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io

imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di

accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro

su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di

poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di

creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del

dolore.

Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di

una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi

penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona

compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava

quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un

tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico

dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto

delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e

ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo

edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle

espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine.

Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.

E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre

beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la

voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta

virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e

dilatarle in un supremo cielo di bellezza.

Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole

che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e

Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo,

taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e

della morte.

Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto

fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che

rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande

claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di

quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto

e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e

che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo.

Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra

estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna

con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi,

ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso

alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto

nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non

più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto?

In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e

di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una

incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?

Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano,

sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul

punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà

di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse

stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che

possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più

nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza

pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male

ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in

futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come

una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non

sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo

inutile?

— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi

verso i larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore

del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!

Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle

galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro

e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in

un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue

ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del

Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane

sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in

cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna

dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che

sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepe dei

mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle

bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente

coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro

passaggio aumentando la dolcezza del mistero.

— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a

scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle

gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.

Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose

belle per cingerne le ore che passano.„

PRAECIPITATE MORAS, VOLVCRES CINGATIS VT HORAS

NECTITE FORMOSAS, MOLLIA SERTA, ROSAS.

Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva

incitato gli uomini ai piaceri della vita breve, aveva infiammato i baci

su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino.

Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un

monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le

canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme

con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare

logora.

“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel

suo murmure ti dice: Ama!„

FONS LVCET, PLAVDE, ELOQUITVR FONS LVMINE: GAVDE.

FONS SONAT, ADCLAMA, MVRMVRE DICIT: AMA.

Le vergini delle rocce · 第 7 / 14 段