acceso d'implacabile amore verso la sorella inconsapevole ma deliberato
a rimaner nella sua colpa solo, meditò di ucciderla per dividere
dall'anima quella carne che l'aveva infiammato di desiderio così
terribilmente e per poter solo quella contaminare di tutte le carezze.
“Egli dovette trarre dal suo segreto meravigliosi brividi„ io pensava,
considerandone il volto magro e olivastro che mi fingeva la mia
imaginazione. Poichè un ignoto sortilegio gli aveva infuso nel sangue il
fuoco impuro, egli non riconobbe per oggetto della sua concupiscenza se
non il corporale involucro che racchiudeva l'anima inviolabile; e seppe
quindi con la forza del suo pensiero distintamente separar l'uno
dall'altra e contenere in sè a un tempo i due amori: il profano e il
sacro. Qual doveva essere il brivido del suo orrore quando, negli attimi
in cui più forte lo divorava la febbre alimentata dagli effluvii del
corpo presente, udiva la cara anima della sorella esalar parole soavi da
quelle stesse labbra che in sogno egli copriva di lussuriosi baci! In
quali vortici spaventevoli la sua vita interiore doveva turbinare senza
mai tregua, moltiplicata dalla solitudine e addensata dalla
constrizione! Alfine, poiché sentiva aggravarsi il giogo della fatalità
che gli rendeva necessario il delitto, egli meditò di vuotare la
bellezza funesta di Pantea, risolse di ridurla a spoglia insensibile per
mezzo della morte. Quanti segni di pietà e di dolore egli prodigò in
silenzio alla cara anima che doveva involarsi innocente per lasciargli
nelle braccia la salma agognata! Egli, certo, le diceva cose ineffabili
allorché l'accompagnava alla cappella per la preghiera mattutina. — O
Pantea, nulla in terra è più dolce della tua preghiera: la rugiada è
meno dolce — le diceva perché ella più lungamente e più fervidamente
pregasse. Perché ella si apparecchiasse a trapassare, le diceva: — O
Pantea, come sei beata! Il luogo della tua anima è il grembo di Nostro
Signore Gesù Cristo. — Ma in silenzio le diceva cose ineffabili, ch'ella
non poteva intendere. E in una sera d'estate, piena di prestigi fatali,
scoccò l'ora della morte. Tutto era inverisimile e favorevole come in un
sogno. Entrambi stavano presso la fontana eloquente e rinfrescavano le
loro mani nell'umida ombra, taciturni. Una febbre d'inferno ardeva nei
polsi di Umbelino mentre egli teneva gli occhi fissi alla imagine di
Pantea rispecchiata dall'acqua sotto il chiarore delle stelle. Come in
un sogno le sue mani, con la stessa facilità con cui avrebber vinto lo
stelo di un giglio, quasi magicamente, piegarono la persona di Pantea
verso l'imagine profonda finché l'una si confuse nell'altra e la fontana
tenne un candido cadavere...
Il principe Luzio prese commiato da me dicendomi:
— Io spero che da oggi tu voglia aver questa casa per la tua casa. E
sempre, quando tu verrai, sarai il benvenuto, mio caro figliuolo. Non ti
far troppo desiderare, dunque.
Mi dava tanta tristezza quel suo rientrar solo nel palazzo desolato, che
io l'accompagnai per un tratto parlandogli affettuosamente. Ci
soffermammo innanzi alla fontana; ed egli fece un gesto vago verso la
conca, ond'io vidi nella limpidità glaciale la funesta bellezza di
Pantea e le bianche mani concave a fior d'acqua come due petali di
magnolia e la molle capellatura fluttuante sotto le zampe dei cavalli.
— Una favola corse negli anni che seguirono — disse il principe
sorridendo. — Nelle notti degli interlunii l'anima di Pantea cantava in
cima allo zampillo e quella di Umbelino si disperava dentro le gole
delle bestie di pietra, fino all'aurora.
L'ansia della primavera ci saliva alla faccia, stando noi inclinati su i
balaustri verso il giardino in pendio. Ci avvolgeva una specie di aura
vibrante con la celerità di un polso febrile; e la sensazione era così
continuamente grave che intorpidiva i nervi. Le pupille si fissavano e
le palpebre si abbassavano, come in un principio di sopore. Io sentivo
la mia anima carica come una nube.
Disse Anatolia sul nostro silenzio concorde:
— Passa la Felicità.
Ella rivelava, con quella inattesa parola, a noi medesimi il segreto
dell'angoscia che era entro di noi; ed esprimeva l'essenza dell'infinita
malinconia diffusa per la terra in punto di rinnovellare.
— Passa la Felicità!
“Quali mani potrebbero arrestarla?„ io mi domandai subitamente, in una
cieca agitazione del mio bisogno d'amore, in una insurrezione confusa
de' miei istinti più profondi.
Le tre sorelle, poggiati i gomiti su la sponda di pietra, tenevano le
mani in fuori nude, senza anelli, immerse nel sole come in un tepido
bagno aurino: Massimilla, con le dita insieme tessute; Anatolia, con
l'una palma presa nell'altra in croce per modo che i due pollici
soprastavano; Violante, premendo alcune mammole già languide tolte alla
sua cintura e lasciandole poi cadere nello spazio.
“Quali mani potrebbero arrestarla?„
Quelle di Anatolia apparivano le più forti e le più sensitive. Si
disegnavano fermamente sotto la pelle i muscoli e i tendini che
invigorivano i pollici gemmati d'un'unghia rosea, distinta alla radice
dalla lunula quasi bianca, in guisa di un onice a due falde. — Non mi
avevano esse già comunicato nel primo contatto un senso di forza
generosa e di bontà efficace? Non avevo io già creduto di sentire nel
cavo della palma un calore vivifico?
Ma quelle di Massimilla sembravano quasi increate, come le forme delle
apparizioni, tanto erano tenui; e tanto erano candide che il raggio
d'oro non riusciva a indorarle; e tanto note m'erano che io rivedevo
nella piena luce diurna la tenebra dell'absida umbra dove le avevo
vedute per la prima volta su la pala dell'altare, sole superstiti di
un'imagine riassorbita dal mistero e pur atte da sole ad incantare e ad
accarezzare anime. Or esse esprimevano con l'intreccio delle dita
tessute il vincolo della schiavitù volontaria. — Eccomi a te, avvinta
d'un legame più forte di qualunque catena. Non aprirò le braccia se non
quando ti piacerà di sciogliermi. Io non posso e non voglio se non
adorare e obbedire, obbedire e adorare — confessava per quei segni la
devota al suo ideal signore. E io imaginai le sue mani disciolte e dalle
palme loro generarsi lunghe zone di silenzio vivente, in quella guisa
che dalle palme degli angeli effigiati in alto e in basso delle ancóne
si partono le liste volubili dei cartigli recanti qualche versetto e
chiudono l'istoria entro il senso mistico delle parole scritte. “Così, o
Adorante, nei cerchi del tuo vivente silenzio d'amore potresti includere
il mio spirito meditabondo! E io sarei infedele alle solitudini della
terra: ai monti solenni, ai boschi musicali, ai fiumi pacifici, e pur ai
cieli stellati; poiché nessuno spettacolo della terra eleva il genio
dell'uomo quanto la presenza di una bella anima sottomessa. Questa dà
alle mura della stanza segreta una vastità illimitata, come la lampada
votiva aumenta la grandezza della notte nel tempio. Per ciò io ti vorrei
nella mia casa, o dolce schiava. Colui che medita circondato
d'un'adorazione silenziosa, sente la divinità del suo pensiero e crea
come un dio.„
Ma le mani sublimi di Violante, esprimendo dai teneri fiori la stilla
essenziale e lasciandoli cader pesti al suolo, compievano un atto che,
come simbolo, rispondeva perfettamente al carattere del mio stile: —
estraevano da una cosa fin l'ultimo sentore di vita, cioè le prendevano
tutto quel che essa poteva dare, lasciandola esausta. Tale non era uno
tra i più gravi offici della mia arte di vivere?
Violante dunque m'appariva come uno strumento divino e incomparabile
della mia arte. “La sua alleanza m'è necessaria per conoscere e per
esaurire le innumerevoli cose occultate nelle profondità dei sensi
umani, delle quali la sempiterna lussuria è unica rivelatrice. Chiude la
carne tangibile infiniti misteri che solo il contatto di un'altra carne
può rivelare a chi sia dotato dalla Natura per comprenderli e per
celebrarli religiosamente. E il corpo di costei non ha la santità e la
magnificenza di un tempio? Non promette la sua bellezza alla mia
sensualità le più alte iniziazioni?„
Così, come già nella prima salita, io attraevo in me le tre forme
integrali che offerivano a tutti i poteri del mio essere la gioia del
manifestarsi e dell'appagarsi totalmente in una compiuta armonia. L'una
— nel mio sogno — con la pura fronte raggiante di presagi vegliava sul
figlio del mio sangue e della mia anima; e l'altra, come la piráusta
nella fornace del metallurgo, viveva nell'intimo fuoco de' miei
pensieri; e l'altra mi richiamava al culto religioso del corpo e
conveniva meco in segrete cerimonie per insegnarmi a rivivere la vita
degli antichi iddii. Tutte sembravano nate a servire le mie volontà di
perfezione in terra. E il doverle disgiungere l'una dall'altra mi
offendeva come un disordine, mi irritava come un sopruso del pregiudizio
e del costume. “Perchè dunque non potrei condurle alla mia casa in un
medesimo giorno e ornare della triplice grazia la mia solitudine? Il mio
amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso
incantamento e construire per ciascuna un trono e a ciascuna offerire lo
scettro d'un ideal regno popolato di finzioni in cui ella ritroverebbe
trasfigurata per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E,
poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della
vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle
beatrici (ma non a te, o Anatolia, lungamente destinata a vegliare!) una
morte armoniosa nell'ora opportuna....„
Piovevano senza tregua su le mani virginee questi miei pensieri accesi
come da un lene delirio in quella precoce caldezza del sole, quando
Violante lasciò cadere l'ultimo fiore premuto e si sporse verso le cime
dei lunghissimi tralci che dal ripiano sottoposto salivano fino ai
balaustri e vi si avvolgevano. Riuscì ella a spezzare un rametto e ne
esaminò le fibre interne per vedere se fossero già penetrate dalla linfa
primaverile.
— Dormono ancóra — ella disse.
Noi eravamo dunque chini su l'estremo sonno, già trasparente, di quelle
spoglie squallide in cui stava per compiersi uno tra i più grandi
miracoli terrestri, evocato da una parola.
— Vedrete, fra qualche mese — mi disse Anatolia. — Tutto sarà coperto da
un manto verde, tutte le pergole saranno ombrose.
Non erano le madri dell'uva, ma erano certe viti pampinifere dagli
innumerevoli sermenti volubili che si distendevano su per la vasta
muraglia, come giù per le pergole delle scalee, a similitudine d'un
tessuto reticolare. Esse non avevano aspetto di vegetali, ma di
funicelle consunte, macerate dalla pioggia, disseccate dal sole, fragili
in vista come le tele dei ragni. E pure l'imminenza della metamorfosi le
rendeva mistiche come i maggiori tronchi delle foreste montane. Miriadi
di fronde vive stavano per irrompere dalle fibre di quel cordame inerte,
miracolosamente.
— In autunno — mi disse Violante — tutto si fa rosso, d'un rosso
splendidissimo; e in certi giorni d'ottobre, al sole, le muraglie e le
scalee sembrano parate di porpora. In quel tempo, veramente, il giardino
ha la sua ora di bellezza. Se voi sarete qui, vedrete....
— Non sarà qui — interruppe Antonello, scotendo il capo.
— Perché tu ripeti sempre questo? — io gli chiesi, quasi per un
rimprovero dolce. — Che sai?
— Nessuno sa mai nulla — mormorò Oddo, con la sua voce sorda che io non
distinsi dalla voce fraterna se non pel moto delle labbra. — Chi può
dire quel che accadrà di noi da oggi all'autunno? Soltanto Massimilla è
sicura: ha trovato il suo rifugio.
Forse una minima stilla di amarezza alterava le ultime parole.
— Massimilla va a pregare per noi — disse Anatolia gravemente.
La monacanda abbassò la testa verso le sue mani congiunte. E per un
intervallo noi tacemmo, sotto un'onda di cose indistinte ma pur tuttavia
imperiose.
La visione allucinante della porpora autunnale faceva impallidire ai
miei occhi quel limpido pomeriggio della prima primavera, mentre
discendevamo giù per le scalee, dove qualche ora innanzi le tre
principesse mi erano apparse come nell'inizio d'una favola uscenti con
un sorriso novello da una notte d'immemorabili affanni. Tanto già mi
sembrava lontana quell'ora mattutina quanto prossimo quell'autunno a cui
— secondo un presentimento oscuro — dovevano condurmi le vicissitudini
d'un fulmineo fato. E, se io imaginavo intorno ai nudi tralci il
fogliame purpureo, vedevo su i volti delle tre sorelle cadere un'ombra
di lutto cupa.
Un'altra volta il sentimento della morte appassionò ed inalzò la mia
anima per modo che tutte le apparenze vi si riflettevano con
trasfigurazioni di poesia. E nello splendore dell'aria primaverile
quelle creature frali mi sembrarono “maravigliosamente tristi„ come le
donne nel sogno della _Vita nuova_, che Massimilla m'aveva richiamato
alla memoria fra i mandorli succisi e gli antichi specchi. E mi sembrò
d'esser tutto compreso dall'ardente spirito che in quel libello infiamma
la pagina ove Dante giovine mostra com'egli sapesse agitar dal profondo
la sua anima ed esaltarla al sommo dell'ebrietà dolorosa imaginando
morta Beatrice e contemplandone la faccia a traverso il velo funerale.
“Sospirando forte, fra me medesimo dicea: Di necessità conviene che la
gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia.... E paventando assai,
immaginai alcuno amico che mi venisse a dire: Or non sai? la tua
mirabile donna è partita di questo secolo.... Allora mi parea che il
cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse: Vero è che morta giace la nostra
donna.... E fu sì forte la errante fantasia che mi mostrò questa donna
morta....„. Non mi veniva da una simile imaginazione l'émpito delle
ineffabili bellezze interiori?
Una nobiltà sovrana emanava da ogni atto delle vergini moriture e
irradiava le cose per mezzo a cui elle passavano. E forse mai più le
vidi in tanta luce e in tanta ombra.
Quando fummo a piè delle scalee, in un ripiano circondato dalle verdi
rovine d'un portico di bossi, Anatolia si soffermò chiedendomi:
— Volete rivedere tutto il giardino? Potreste forse ritrovare qualche
memoria.
Quasi a dichiarar la sua signoria, Violante disse:
— Giacchè voi amate la musica dell'acqua, io vi condurrò alla visita
delle mie sette fontane.
E Massimilla con la sua timida gentilezza:
— In compenso dei mandorli, io vi mostrerò un biancospino fiorito questa
notte, laggiù.
Mi pareva che parlassero di loro intime cose e, come la vergine di
Fontebranda, intendessero: “Noi siamo uno giardino„.
Non potendo esprimere il mio sentimento, io dissi parole vane.
— Conducetemi dunque — io dissi. — Certo ritroverò qualche memoria:
almeno delle mie prime letture, che furono racconti di fate....
— Povere fate senza bacchetta! — fece Oddo, prendendo la mano di
Anatolia con un gesto carezzevole.
E negli occhi di quelle sorridevano tutte le disperazioni.
Allora Violante ci condusse come per un laberinto.
Andavamo tra il verde perenne: tra i bossi, tra i lauri e tra i mirti
antichissimi, la cui vecchiezza selvaggia era immemore della sofferta
disciplina. Appena qua e là rimaneva qualche vestigio delle simmetriche
forme trattate un tempo dalle cesoie dei giardinieri; e io ero vigile a
ravvisare nelle mute piante l'umanità di quelle sembianze non anche
interamente scomparse, con una malinconia forse non dissimile a quella
di colui che ricerca su i marmi dei sepolcri l'effigie consunta dei
morti obliati. Un odore dolciamaro accompagnava i nostri passi; e a
quando a quando taluno di noi, come per una volontà di riallacciare una
trama disfatta, ricomponeva un ricordo della puerizia lontana. Ed ecco,
risorgeva puramente la larva di mia madre; e pareva nutrirsi di tutte le
cose che i nostri cuori esalavano nei silenzii intermessi, non
distaccandosi ella dal fianco di Anatolia per mostrarmi la sua elezione.
E un odore dolciamaro accompagnava la nostra malinconia.
Mi chiese Violante arrestandosi, quasi con l'aspetto e con l'accento con
cui mi aveva parlato alla finestra:
— Udite?
— Ora siamo nel vostro dominio — io le dissi — perché voi siete la
regina delle fontane....
S'udiva il canto roco dei getti venire a traverso un'alta siepe di
mirti, mentre noi eravamo in un piccolo prato cosparso di giunchiglie e
custodito da una statua di Pane interamente verde di musco. Una
deliziosa mollezza pareva salirmi per le vene dall'erba molle che i miei
piedi premevano; e ancora una volta l'improvvisa gioia della vita mi
dilatò il respiro. A un tratto, la presenza dei due fratelli m'increbbe
e la misericordia per loro mi divenne grave. “Ah come io saprei turbare
nel profondo le vostre anime chiuse!„ pensai guardando le tre
prigioniere. “Come saprei esasperare fino all'angoscia le inquietudini
che sono in voi!„ E imaginai la voluttà di gustare quelle anime nuove,
piene di un succo essenziale, rarissimi frutti maturati con lentezza nel
Giardino del conoscimento di sé e intatti ancóra per offerirsi alla mia
brama. E più grande era il rammarico perché sapevo di non poter
ricomporre in séguito quel singolare incanto che non si forma se non
dalla novità delle prime comunicazioni tra gli esseri chiamati a
congiungere i loro destini: singolare incanto e breve, misto di
meraviglia e di attesa e di presentimento e di speranza e di mille cose
non definibili, partecipi della natura de' sogni, vane eppur insórte dai
più sacri abissi della vita.
Tutto si faceva ricco e soave nella trasparenza dell'ambra aerea; e da
per tutto fiorivano idee di bellezza che chiedevano d'esser raccolte; e
le più nobili fiorivano ai piedi delle principesse desolate, ove io
imaginai me medesimo chino a raccoglierle. E imaginai la voluttà di
accarezzare e d'irritare quelle anime vagando in quel segreto claustro
su cui i fantasmi delle antiche Stagioni parevano tessere un velo di
poesia figurandovi per entro, con fili appena visibili, volti strani di
creature sconosciute ridenti e piangenti nelle vicende della gioia e del
dolore.
Non cantava in ognuna di quelle fontane una Pantea, candida vittima di
una passione scellerata e sublime? Certo un sentimento straordinario mi
penetrò quando Violante mi condusse oltre i mirti, nella lunga zona
compresa tra la siepe degli arbusti e il muro orientale. Quivi regnava
quello spirito misterioso che occupa i luoghi remoti ov'è fama che un
tempo convenissero a colloquio amanti celebrati per lo splendore tragico
dei loro destini. Le statue, le colonne, i tronchi avevano l'aspetto
delle cose che furono testimonie e complici d'una grande ebrezza umana e
ne perpetuarono la memoria per gli anni. Le profonde ingiurie del Tempo
edace e dei Segni inclementi conferivano alle forme della pietra quelle
espressioni e quasi direi quella eloquenza che sole hanno le ruine.
Ardui pensieri ne sorgevano, espressi dalle linee interrotte.
E imaginai la voluttà di confessar quivi il mio sogno magnifico alle tre
beatrici che sole potevano trasformarlo in armonia vivente; imaginai la
voluttà di parlare d'amore in quel medesimo luogo ove adunavasi tanta
virtù di simboli per esaltar le anime oltre le consuete angustie umane e
dilatarle in un supremo cielo di bellezza.
Andavamo pianamente, a quando a quando soffermandoci, proferendo parole
che dissimulavano l'inquietudine da cui eravamo agitati; e Oddo e
Antonello si mostravano stanchi, rimanevano indietro di qualche passo,
taciturni. E io credevo di avere dietro di me le ombre della malattia e
della morte.
Il mio fervore era caduto. Io sentivo quanto fosse crudo il contrasto
fra le mie animazioni impetuose e quelle necessità miserevoli che
rimanevano immutabili al mio fianco, intorno a me, ovunque nel grande
claustro pieno di cose obliate o estinte. Io sentivo che ciascuna di
quelle creature già tante volte in un'ora illuminate dal mio intelletto
e trasfigurate dal mio desiderio, conservava intatto il suo segreto e
che il linguaggio delle sue apparenze non poteva rivelarmelo.
Guardandole, io le vidi l'una dall'altra discoste, l'una dall'altra
estranee, ciascuna con un pensiero ignoto tra ciglio e ciglio, ciascuna
con un sentimento ignoto nell'intimo cuore. — Io ero per allontanarmi,
ero per ritornare nella mia solitudine: la nostra giornata era presso
alla fine. — Quali cose nuove quella prima comunicazione aveva indótto
nelle loro anime attediate dalla lunga consuetudine d'una tristezza non
più illusa forse neppur da un'ultima speranza nell'evento impreveduto?
In quali aspetti ero io apparso a ciascuna? Il loro bisogno di amore e
di felicità s'era proteso verso di me con un impeto irrefrenabile, o una
incredulità sfiduciata come quella dei due fratelli le diffidava?
Esse camminavano al mio fianco pensose; e, pur quando parlavano,
sembravano così profondamente assorte che più d'una volta io fui sul
punto di chiedere: — A che pensate? — E nasceva in me quasi una volontà
di violenza e di estorsione, d'avanti a quel segreto ch'esse
stringevano; e mi salivano alle labbra quelle parole temerarie che
possono d'improvviso aprire un cuor chiuso e sorprenderne la pena più
nascosta o sforzarlo a confessarsi. Ma nel tempo medesimo una tenerezza
pietosa mi piegava verso di loro quasi a chieder perdono d'un male
ch'esse patissero da me in quel punto e d'un più aspro male che da me in
futuro dovessero patire. La necessità della scelta mi si presentava come
una prova crudele, cagione di dolori e di sacrifizii inevitabili. — Non
sentivo io un'ansia veemente riempire le pause del nostro dialogo
inutile?
— Oh quando verrà l'estate! — sospirava Violante, alzando gli occhi
verso i larghi ombrelli dei pini. — D'estate, io passo qui tutte le ore
del giorno, sola, con le mie fontane. Ed è il tempo delle tuberose!
Pini giganteschi, dai fusti diritti e rotondi come le antenne delle
galere, ordinati a distanze eguali, sorgevano lungo il muro del claustro
e lo proteggevano con le loro cupole opache. Tra fusto e fusto, come in
un intercolonnio, s'incavavano nel muro le nicchie abitate dalle statue
ignude o avvolte nei pepli in attitudini calme, recanti le visioni del
Passato nella loro cecità divina. A distanze eguali, le sette fontane
sporgevano in forma di tempietti: composta ciascuna d'un'ampia tazza in
cui si miravano deità sedenti su i margini e poggiate all'urna
dell'acqua, nello spazio compreso fra due coppie di colonne che
sorreggevano un frontone ov'era scolpito un distico. L'alta siepe dei
mirti levavasi di contro tutta verde, non interrotta se non dalle
bianche erme cogitabonde. E il terreno umido era quasi interamente
coperto dai muschi come da un feltro, che rendeva silenzioso il nostro
passaggio aumentando la dolcezza del mistero.
— Riuscite a leggere quei versi? — fece Violante, vedendomi intento a
scoprire le lettere incise nella pietra, cancellate quà e là dalle
gromme e dalle fenditure. — Io sapevo una volta quel che dicevano.
Dicevano: “Affrettatevi, affrettatevi! Intrecciate in ghirlande le rose
belle per cingerne le ore che passano.„
PRAECIPITATE MORAS, VOLVCRES CINGATIS VT HORAS
NECTITE FORMOSAS, MOLLIA SERTA, ROSAS.
Era, addolcito di rime, l'antico ammonimento che nei secoli aveva
incitato gli uomini ai piaceri della vita breve, aveva infiammato i baci
su le bocche degli amanti e moltiplicato su le mense le coppe del vino.
Era l'antica melodia voluttuosa, modulata su la nova siringa che un
monaco industre aveva composta in forma dell'ala d'una colomba con le
canne ineguali recise nell'orto abbandonato di Pane ma conteste insieme
con la cera dei torchietti votivi e con il lino d'una tovaglia d'altare
logora.
“La fontana brilla e risuona; e ti dice nel suo splendore: Godi!, e nel
suo murmure ti dice: Ama!„
FONS LVCET, PLAVDE, ELOQUITVR FONS LVMINE: GAVDE.
FONS SONAT, ADCLAMA, MVRMVRE DICIT: AMA.