perfezione non temeva la luce. Io vidi nella sua forma corporea
l'impronta del tipo eterno e riconobbi nel medesimo attimo la fralezza
della sua carne non immune dal fato umano. Ella era come il frutto
delizioso che tocca il punto della sua maturità, oltre il quale è il
corrompimento. La pelle del suo volto aveva l'ineffabile trasparenza
della corolla che domani sarà appassita.
“Chi ti sottrarrà al sacrilegio del tempo dissolvitore? Chi ti arresterà
con un dardo mortifero su la cima della tua perfezione quando tu
accennerai a declinare miseramente?„ Le oscure parole del fratello mi
risorsero nella memoria: — Violante si uccide coi profumi.... — E in
silenzio io la lodai, per il bisogno religioso di celebrarla in ogni suo
atto. “O creatura sovrana, sentendoti perfetta tu senti la necessità
della morte. Tu senti che la morte sola può preservarti da ogni ingiuria
vile; e, poiché tutto in te è nobile, tu mediti di offerire alla custode
solenne un corpo regalmente impregnato di profumi.„
Qual mai sapore poteva avere per noi, dopo quei sorsi di vino mirrato,
la mensa a cui sedemmo?
Cose vaghe e trascolorite intorno a me assorto componevano non so che
armonia sommessa ove doveva a poco a poco sedarsi la passione comunicata
alla mia anima dalla rupe ignea.
Le pareti erano coperte di specchi compartiti in giro simmetricamente da
colonnette d'oro e nei campi delle compartiture erano dipinti festoni e
corimbi di rose in ordine alterno; e gli specchi erano appannati e
inverditi come le acque degli stagni soli, e le colonnette erano fini e
attorte come le trecce delle fanciulle bionde, e le rose erano languide
e pie come le ghirlande che cingono le màrtiri di cera nei tabernacoli.
Ma, forse per un omaggio all'ospite donatore, i lunghi rami di mandorlo
ingegnosamente fermati ai viticci dei candelabri spandevano l'ancor viva
e fresca fioritura di contro agli antichi specchi e riflettendosi e
moltiplicandosi nella glauca pallidità creavano la parvenza d'una
lontana primavera acquàtile.
Tutte quelle cose avevano una tacita gentilezza che scendeva a
mescolarsi con la grazia umile di Massimilla; cosicchè sembravami che la
vergine già promessa a Gesù partecipasse della loro specie e del loro
velamento, e ch'ella già mostrasse il sembiante d'una creatura “partita
di questo secolo„ come Beatrice nel sogno della _Vita nuova_, e che nel
suo aspetto d'umiltà dicesse anch'ella: “Io sono a vedere lo principio
della pace.„
Poiché ella m'era di fronte e io la guardava, questa mia imaginazione si
fece tanto forte ch'io giunsi a considerar lei assente e vuoto il suo
posto per qualche attimo. E subito quel vuoto si empì di un'ombra così
cupa che parve quasi la bocca d'un baratro in cui dovessero precipitare
l'un dopo l'altro i consanguinei. E io potei per tal modo elevarmi a una
visione unica e tragica di tutti quei vivi nel rilievo straordinario che
diede loro quel fondo di ombra.
Prendevano il cibo seduti intorno alla mensa consueta: facevano i comuni
gesti che richiede la necessità naturale, proferivano a quando a quando
parole semplici. Ma i loro atti e i loro accenti sembravano accompagnati
da un mistero che a volta a volta li gravava di significanze quasi
terribili o li rendeva quasi ridevoli come il gioco degli automi. Un
contrasto crudelmente palese era tra i modi della funzione vitale
ch'essi compievano e i segni della distruzione inevitabile che si
compieva in loro. Seduto a destra di Massimilla, Antonello mostrava in
tutto il suo contegno una specie d'impazienza repressa, come s'egli
fosse costretto a nutrire con le sue mani non sé medesimo ma un
estraneo. E, fissandolo io, ebbi in un baleno l'intuito dell'orrore che
lo soffocava nel sentire dentro di sé la presenza dell'estraneo forse
ancora confusa ma pur non dubbia. E i miei occhi, correndo per istinto
su Oddo seduto a sinistra di Massimilla, sorpresero nell'attitudine sua
qualche cosa che era come il riflesso attenuato del turbamento fraterno.
E nulla mi parve più lugubre di quella rispondenza occulta tra i due
fratelli nati in un medesimo parto e sacri a un medesimo fato; nulla mi
parve più dolce di quella verginale figura composta tra le loro
inquietudini come l'imagine della Preghiera.
I fiori di mandorlo esalavano uno strano odore di miele nell'aria
tiepida. Talvolta qualche petalo, che pareva divenuto più roseo, cadeva
lungo gli specchi come in un silenzio di acque. E io ripensavo la sosta
nel frutteto.
Ah, veramente, come potevano quei miseri occhi sbigottiti da tanti
fantasmi vedere le cose belle e pure? Che facevo io medesimo in quel
luogo se non una commemorazione della morte? Tutto si offuscava intorno
a simiglianza delle pareti, sembrava retrocedere in un passato lontano;
tutto assumeva un aspetto antiquato e stinto, sembrava quasi coprirsi di
polvere. I due servi, con le livree azzurre e le lunghe calze bianche,
lenti e disattenti, avevano l'aria d'esser venuti fuori da una
guardaroba del secolo scorso, tristi avanzi d'un lusso abolito. Quando
si ritraevano in disparte, parevano dileguare come ombre nella
lontananza illusoria degli specchi, rientrare nel loro mondo inanimato.
Ma la voce del principe, assidua risvegliatrice di memorie, trasmutava
l'incanto. Tutti tacevano con rispetto, quando egli parlava; e non
s'udiva se non la profonda voce senile che a tratti diventava rauca di
collera soffocata o tremava di cordoglio e di rammarico.
Era quello un giorno nefasto per il vecchio: era l'anniversario della
partenza del Re da Gaeta. Compivasi in quel giorno il ventunesimo anno
di esilio.
— Ebbene — egli diceva, rivolto a me, accendendosi nella sua fede,
mentre la bella barba candida gli dava quasi una sembianza profetica —
ebbene, Claudio, quando un Re cade come cadde Francesco di Borbone a
Gaeta, da martire e da eroe, non è possibile che Iddio non lo risollevi
e non gli restituisca il regno. Ascolta la mia parola, figlio di
Massenzio Cantelmo, e non dimenticarla. Il Re delle Due Sicilie finirà i
suoi giorni in gloria sul suo trono legittimo. E mi conceda Iddio che
questo si compia prima ch'io chiuda gli occhi! Ecco l'unico mio voto.
Egli componeva al pallido fantasma regale un'apoteosi di fiamme e di
sangue su le rovine della città forte.
“Ammirabile fede!„ io pensava scorgendo le faville che ancora potevano
accendersi nell'azzurro cinereo di quegli occhi indeboliti. “Ammirabile
fede e vana! La virtù dei Borboni dorme a San Dionigi.„ E, poiché nelle
parole del vecchio passava l'imagine lampeggiante dell'eroina bávara,
più fiero mi risorse il dispetto contro quel re di ventitré anni a cui
la Fortuna aveva presentato il cavallo che portò a Parigi Enrico di
Navarra, mentre il pusillanime, come Filippo V inebetito, non avrebbe
voluto montare se non i cavalli figurati nelle tappezzerie che paravano
le sue stanze.
“Quale magnifica impresa aveva innanzi a sè quel Borbone, quando uscì
dal palazzo di Caserta dove i dottori attendevano a imbalsamare il
cadavere del padre coperto di mille piaghe putride!„ io pensava,
nell'alacrità che mi ridavano le imagini di guerra evocate dal vecchio
venerabile. “Nulla gli mancava: neppure lo spettacolo e l'odore della
putredine, potentissimi per eccitare i grandi pensieri. In verità, egli
aveva tutto: la forza imperiosa dell'antico nome, la giovinezza che
seduce e trascina, un reame su tre mari bellissimo e assuefatto alle
tirannie, una reggia opulenta in vista d'un golfo ricurvo e sonoro come
una cetra, un'appassionata compagna le cui narici feline parevano
respirare in un sogno eroico e palpitare di voluttà presentendo
l'effluvio elettrico degli uragani. Egli aveva da godere e da difendere
tutti questi beni; e, sposo reduce dalla riva estrema dell'altro mare,
egli recava ancor nell'orecchio il clamore dei popoli fedeli, ma udiva
anche un altro clamore; e l'occasione d'una superba lotta gli si offriva
di là dai confini del suo dominio, su campi già irrigati di sangue e
fumidi d'una fermentazione violenta, aperti al pensiero più forte, al
verbo più nobile e alla spada più veloce. In verità, tutto egli aveva:
fuor che la natura del leone. Perché dunque la Fortuna volle imporre il
cumulo di tanto favore a un debole agnello? Mai sangue fu più timido in
vene giovenili e mai sensualità fu più torpida. La stessa bellezza del
dominio legittimo, la divina forma dei lidi, l'aura voluttuosa, il
mistero delle notti, tutti gli incanti dell'estate moriente dovevano
almeno turbare i sensi di quel giovine e irritare in lui l'istinto
profondo del possesso e comunicargli un impeto selvaggio di vita. Ah,
l'ultima sera trascorsa nella reggia quasi deserta, abbandonata dai
cortigiani, attraversata dai grandi soffii del vento marino che recava i
profumi di settembre e la suprema dolcezza del golfo, mentre le cortine
investite garrivano diffondendo vaghe paure, mentre i lumi vacillavano e
si spegnevano su i tavoli coperti delle tristi carte con cui i servitori
creduti più devoti avevan preso congedo nell'ora dell'agonia! E la
desolazione di quella partenza nel crepuscolo, su la piccola nave
comandata da un uomo della plebe, da uno dei rari fedeli; e l'incontro
silenzioso dei vascelli da guerra pieni di tradimento, dati già al
nemico; e la lentissima notte insonne passata sul ponte in vani
rammarichi mentre la Regina stanca dormiva sotto le stelle esposta
all'umidità della brezza; e infine al sorgere del sole la rupe di Gaeta,
l'ultimo rifugio destinato all'ultima ruina, dove la dignità regale
doveva sottomettersi ai patti di un soldato millantatore!„
— Il tradimento era da per tutto come il fumo e l'odore del nitro —
seguitava il principe, sempre più turbato da quei ricordi sanguinosi, di
tratto in tratto avvivando la parola con un gesto della mano bianca su
cui risplendeva il cammeo. — La più terribile giornata dell'assedio fu
quella del cinque di febbraio; e la polveriera della batteria
Sant'Antonio scoppiò per tradimento....
— Ah, che cosa atroce! — esclamò Violante, scossa da un sussulto,
accennando l'atto istintivo di chiudersi gli orecchi con le palme. — Che
terrore!
— Tu te ne ricordi sempre — le disse il padre, posando su lei gli occhi
divenuti più dolci.
— Sempre.
— Violante era rimasta con noi a Gaeta — soggiunse egli rivolto verso di
me. — Aveva appena cinque anni; era il grande amore della Regina. Gli
altri erano partiti per Civitavecchia, sul _Vulcano_, con la contessa di
Trapani. Noi stavamo nella casamatta, sotto le batterie del Fronte di
mare....
— Io mi ricordo di tutto! — interruppe Violante, mossa da un'animazione
subitanea che pareva venirle da quel gran bagliore purpureo diffuso su
la sua infanzia lontana. — Di tutto, di tutto mi ricordo, come delle
cose accadute ieri! La stanza era isolata da due tramezzi fatti di
bandiere cucite insieme. Veggo i colori distintamente: erano bandiere
per segnali, azzurre, gialle e rosse. I lumi erano accesi perchè le
blinde coprivano le finestre. Quando avvenne lo scoppio, potevano essere
le tre o le quattro di sera. Nina Rizzo, la camerista della Regina, era
uscita allora allora. Io tenevo fra le mani una tazza di latte che mi
avevano mandata le suore dell'Ospedale....
Ella parlava così, a tratti brevi, con la voce un po' sorda, con lo
sguardo un po' incantato, rivelando l'una dopo l'altra le particolarità
precise, come se le vedesse in una successione di baleni. E le imagini
evocate dalla sua parola di veggente si distinguevano per una
straordinaria potenza di rilievo sul fondo confuso delle altre imagini.
La vergine e il vecchio, commemorando a vicenda la ruina e la strage,
parevano abolire le cose vaghe e trascolorite d'intorno, creare una
specie di atmosfera fumosa in cui la mia anima respirò per qualche
minuto ansiosamente. — Era l'assedio con tutti i suoi orrori, nella
città ingombra di soldati di cavalli e di muli, sprovvista di
vettovaglie e di danaro, armata d'armi fiacche o inutili, travagliata
dal tifo e dalla fellonia. Le piogge torrenziali la riempivano d'una
melma nerastra ove i giumenti famelici erranti per le strade
stramazzavano e agonizzavano. La grandine di ferro la traforava, la
smantellava, l'atterrava, l'incendiava, sempre più spessa e più
fragorosa, non interrotta se non dalle brevi tregue pattuite per
seppellire i cadaveri già putrefatti. Nelle chiese si celebrava
l'ufficio divino e s'invocava la Patrona Invincibile, mentre le pietre
si staccavano dalle pareti, cadevano i vetri infranti, giungevano i
gemiti dei feriti trasportati nelle barelle. I malati negli Ospedali si
sollevavano su i letti quando una bomba penetrava il muro della corsia e
nell'attimo dello scoppio credendo di morire gridavano: — Viva il Re! —
D'improvviso una polveriera si squarciava scrollando dalle fondamenta
tutta la città che rimaneva soffocata dal fumo e dal terrore, mentre
nella voragine aperta scomparivano i bastioni, i cannoni, le blinde, le
casematte, le case, e cento e cento uomini. Ma, a intervalli, nei giorni
di gran sole, una specie di delirio eroico prendeva gli assediati, una
specie di ebrezza della morte li spingeva al pericolo su le batterie
dove il fuoco era più terribile. In vista del nemico, al suono delle
fanfare gli artiglieri cantavano e danzavano freneticamente; se taluno
cadeva colpito, crescevano nella gazzarra. Un immenso grido di gioia e
d'amore accoglieva l'apparizione della Regina su le spianate ove
grandinava il ferro. Ella s'avanzava con un passo audace, nella grazia
libera de' suoi diciannove anni, chiusa in un busto fulgido come un
corsaletto, sorridendo sotto le piume del suo feltro. Senza battere le
ciglia ai sibili delle palle, ella fissava su i soldati il suo sguardo
inebriante come l'ondeggiamento delle bandiere; e sotto quello sguardo
l'orgoglio pareva allargar le ferite, mentre gli incolumi si
rammaricavano di non aver la gloria d'una macchia rossa. Di tratto in
tratto, uomini con gli occhi ardenti nel viso annerito, con le vesti
ridotte in tritume come dalle mascelle d'un ruminante, coperti di sangue
e di polvere, si slanciavano dai cannoni verso di lei chiamandola per
nome e le baciavano il lembo della gonna....
— Ah com'era bella e com'era degna del suo trono! — esclamò il principe,
che ritrovava i più maschi accenti della sua voce nel celebrare quella
prodezza. La sua presenza aveva su i soldati un potere magnetico. Quando
ella era là, tutti diventavano leoni. Il ventidue di gennaio fu il più
glorioso giorno dell'assedio perchè ella rimase su le batterie fino a
notte.
Successe una pausa, quasi di raccoglimento, in cui ciascuno di noi parve
contemplare la figura ideale dell'eroina su un campo di macerie e di
cadaveri.
— Erano strane le lacrime ne' suoi occhi! — disse Violante con lentezza,
tutt'assorta nella lontana memoria. — All'ultima ora, quando la vidi
piangere, rimasi sbigottita e attonita come d'avanti a un fatto
impreveduto e quasi incredibile. Baciandomi, ella mi bagnò tutta la
faccia.
Dopo un intervallo, soggiunse:
— Portava al cappello una piccola piuma verde.
Soggiunse ancora:
— Aveva un grande smeraldo sotto la gola.
Poichè ella era seduta al mio fianco, un nuovo turbamento m'invase
quando con un atto involontario mi chinai un poco verso di lei e aspirai
il profumo che mi parve divenir più forte e dominare la fragranza mèllea
dei fiori. Gli esseri e le cose presenti mi ispirarono un'avversione
subitanea, mi diedero una specie d'impazienza e di fastidio quasi acre
come se in quel punto più mi pesassero e opprimessero. Guardai con
un'ostilità istintiva il germano del principe, Ottavio Montaga, seduto a
una estremità della tavola, taciturno e un po' sinistro come un uomo
mascherato: simbolo d'un divieto oscuro e intrasgredibile. Sentii
insorgere l'odio della mia sanità, del mio vigore e del mio desiderio
contro la malattia, contro la tristezza, contro il mortale tedio in cui
la portentosa creatura si disfaceva senza scampo. Respingendo le
inquietudini generate pur dianzi nel mio spirito dalle tre forme diverse
nel loro successivo apparire, io credetti d'aver già posta la mia
elezione su quella in cui sembravano adunarsi tutti i prestigi e pur la
solennità del passato per annobilirla. Anche una volta ella sola agitava
tutto il mio essere come quando aveva erto il capo alle strida degli
sparvieri.
Mi disse il principe:
— Non è singolare, Claudio, che Violante conservi di quel tempo una
memoria così lucida? Non ti sembra molto singolare?
Poi, sorridendo di quel suo primo dolce sorriso:
— Maria Sofia non ha mai cessato di prediligerla. Sapendola appassionata
degli odori, ogni anno pel natalizio le manda in dono una gran quantità
di essenze. E, da che siamo qui, non ha mancato una volta!
Volgendosi alla figlia teneramente:
— Oramai tu non potresti più farne a meno; è vero?
E a me, con un'ombra di tristezza:
— Ella ne vive! E tu la vedi, Claudio, come s'è fatta bianca.
Mi parve che Anatolia bisbigliasse:
— Ella ne muore.
Quando ci levammo dalla mensa, Anatolia ci propose di discendere nel
giardino.
— Andiamo a prendere ancóra un po' di sole! — ella invitò, sollevando la
mano verso un fascio di raggi che penetrava pel più alto vetro d'una
finestra non coperto dalla tendina scolorita. — Chi vuol venire?
La sua mano s'illuminò nel gesto, s'indorò fino al polso; e i raggi
passarono fra le sue dita come crini docili.
— Veniamo tutti — io risposi.
Don Ottavio chiese licenza e si ritrasse (il suo aspetto tra noi era
quel d'un intruso); ma il principe mise il suo braccio sotto il braccio
di Anatolia, come già Antonello aveva fatto nella scalea, e disse:
— Io vi accompagnerò fin giù nell'atrio.
Passando per la vastissima sala di udienza, ridotta a una vuota
anticamera, notai una vecchia portantina ch'era fornita delle due
stanghe: quasi avesse allora allora deposta la dama o fosse in assetto
per riceverla.
— Chi va in portantina? — domandai, soffermandomi.
— Nessuno di noi — rispose Anatolia, dopo un attimo di esitazione,
mentre su tutti i volti passava l'ombra di un turbamento.
— È del tempo di Carlo III — disse il principe, dissimulando col sorriso
il suo pensiero triste. — Appartenne alla duchessa di Cublana Donna
Raimondetta Montaga, che fu la più bella dama della Corte e fu celebrata
come la più grande bellezza del Regno.
— È di stile eccellente — io riconobbi, accostandomi, attratto da quella
vecchia cosa che non anche pareva ben morta, a cui la memoria di Donna
Raimondetta conferiva anzi un pregio e una grazia singolari e quasi una
reviviscenza fittizia sotto il mio sguardo. — È una squisita opera
d'arte, e conservata a meraviglia.
Ma io sentii che un'inquietudine strana occupava i miei ospiti intorno a
me, e che la causa di quel malessere partiva dall'oggetto presente. E
tanto più forte allora, per virtù del mistero, sentii vivere nel legno
prezioso la vita delle mie imaginazioni.
— L'anima di Donna Raimondetta abita qui dentro, forse — io dissi con
un'aria leggera, non potendo resistere alla voglia di aprire lo
sportello. — Non potrebbe avere un ricettacolo più elegante. Vediamo.
Come apersi, un odore sottile mi venne alle narici; e per meglio
aspirarlo avanzai il capo nell'interno.
— Che profumo! — esclamai, deliziato da quella sensazione impreveduta. —
È il profumo della duchessa di Cublana?
E per qualche attimo tenni il mio spirito sospeso nella molle atmosfera
creata dal fascino della dama antica, imaginando una piccola bocca
rotonda come una fragola, un'alta capellatura carica di cipria e una
veste di broccatello gonfiata dal guardinfante.
La portantina odorava come un cofano di nozze, dentro tappezzata d'un
velluto verde come la foglia del salice e ornata d'uno specchietto ovale
per ciascun fianco, fuori tutta quanta dorata e dipinta con gusto
sopraffine, arricchita di delicatissimi intagli nelle cornici e nelle
commessure, resa più armonica e più dolce alla vista dal suo velo
secolare: amabile opera d'una fantasia leggiadra e d'una mano sapiente.
— O forse siete voi, Donna Violante, — soggiunsi — che avete vuotato su
questo velluto così tenero una delle vostre fiale, per omaggio all'ava
famosa?
— No, non io — fece ella, quasi con indifferenza, come rioccupata dal
tedio consueto, come ridivenuta estranea.
— Andiamo, dunque — sollecitò Anatolia traendo il padre ch'ella teneva
ancóra al suo braccio. — In questa sala c'è sempre un gran freddo.
— Andiamo — ripetè Antonello rabbrividendo.
Si udiva già dal più alto gradino il romore dell'acqua, roco prima poi
sempre più chiaro e più forte.
— La fontana è riaperta? — fece il principe.
— L'abbiamo riaperta dianzi — disse Anatolia — in onore dell'ospite.
— Hai notato, Claudio, nel cortile il gioco degli echi? — mi chiese Don
Luzio. — È straordinario.
— Veramente straordinario — io risposi. — È un effetto di sonorità
prodigioso. Pare l'artificio di un musico. Credo che un armonista
attento troverebbe qui il segreto di accordi e di dissonanze
sconosciuti. Ecco una scuola incomparabile per un orecchio delicato. Non
è vero, donna Violante? Voi siete per la fontana, contro Antonello.
— Sì — ella disse con semplicità — io amo e comprendo l'acqua.
— _Laudato si, mi Signore, per sor acqua_.... Vi ricordate, Donna
Massimilla, del Cantico di San Francesco?
— Certo — rispose con un sorriso tenue la fidanzata di Gesù, arrossendo.
— Io sono una clarissa.
Il padre l'accarezzò malinconicamente con lo sguardo.
— Suor Acqua! — la chiamò Anatolia, sfiorandole con le dita la benda
liscia dei capelli che le scendeva su la tempia. — Prendi questo nome.
— Sarebbe superbia — fece la clarissa, con una umiltà ridente.
Ella mi rimise nella memoria, con una leggera variante, la sentenza
della Beata: _Symphonialis est aqua_.
Eravamo tutti là, presso la fontana sonora. Ogni bocca dava le sue note
con una canna di vetro simile a una tibia ricurva. La conca di sotto era
già colma e i quattro cavalli marini vi stavano sommersi fino al ventre.
— Il disegno è dell'Algardi bolognese, — disse il principe —
dell'architetto d'Innocenzo X, ma le sculture furono eseguite dal
napoletano Domenico Guidi, da quello stesso che eseguì in gran parte
l'alto rilievo d'Attila a San Pietro.
Come Violante erasi di nuovo appressata al margine della conca, io
guardavo la sua imagine riflessa nella sfera liquida ove un tremolio
continuo scomponeva i lineamenti fra le zampe dei cavalli.
— Un episodio tragico è legato a questa fontana, — soggiunse il principe
— un episodio che fu poi il motivo di qualche credenza superstiziosa.
Non lo conosci?
— Non lo conosco — risposi. — Ma raccontatemelo, se non vi dispiace.
E guardai Antonello, ripensando l'anima perduta che lo tormentava e lo
spaventava di notte. Anch'egli ora teneva gli occhi intenti all'imagine
di Violante tremula in fondo all'acqua.
— Qui, in questo bacino, morì annegata Pantea Montaga, — cominciò Don
Luzio — al tempo del vicerè Pietro d'Aragona....
Ma s'interruppe.
— Ti racconterò un'altra volta.
Compresi ch'egli aveva ritegno a risuscitare quella memoria in presenza
delle figlie; e non volli insistere.
Ma, poco dopo, nell'atrio esterno, passeggiando solo al mio braccio con
lentezza, egli riprese il racconto; mentre d'intorno il sole splendeva
su l'ordine dei balaustri donde le alte statue bianche delle Stagioni
contemplavano la valle fulva del Saurgo.
Era un dramma di passione e di morte, intimo e segreto, ben degno della
virtuosa chiostra lapidea che ne aveva compressa e poi esaltata la
violenza in rapida vicenda. Mi significava il potere esercitato dal
genio dei luoghi su l'anima affine, per cui in questa ogni verace
sentimento doveva concentrarsi fino all'estrema intensità comportabile
dalla natura umana per esprimer quindi tutta la sua forza in un atto
definitivo e di conseguenza certa.
Ascoltando l'imperfetto racconto del principe, io ricomponevo
interiormente l'ora di vita essenziale che aveva prodotto la morte di
Pantea; e il delitto notturno assumeva ai miei occhi una bellezza
indicatrice di cose profonde.