Così, subitamente, mi si rivelava nella sua atrocità il supplizio a cui

il Destino aveva condannato quegli ultimi superstiti d'una stirpe

caduta; e la figura evocata dalle parole d'una vittima certa mi appariva

ingigantita sotto una luce tragica. Io vedeva nella mia imaginazione la

vecchia principessa demente, seduta nell'ombra di una stanza remota, e

uno de' suoi figli chino verso di lei, con le mani imprigionate nelle

mani materne. L'atto della lugubre fascinatrice mi sembrava fatale e

inesorabile. Mi sembrava ch'ella dovesse inconsciamente attrarre nella

sua follia tutte le creature del suo sangue, l'una dopo l'altra, e che

nessuna di loro potesse sottrarsi alla volontà cieca e crudele. Simile a

una Erinni familiare, ella presiedeva alla dissoluzione della sua

progenie.

Allora, a traverso l'arido intrico, guardai in alto il palazzo

silenzioso che nella sua oscura profondità aveva chiuso sino a quel

giorno tanta angoscia disperata e aveva nascosto tante lacrime inutili:

— lacrime espresse da occhi puri e ardenti, degni di riflettere i più

superbi spettacoli del mondo e di versare la gioia in anime di poeti e

di dominatori.

“Occhi della Bellezza!„ pensai riconducendo il mio sguardo verso

Violante immobile. “Quale miseria terrena può velare lo splendore della

verità che in voi riluce? Quale anima afflitta può disconoscere la virtù

consolatrice che da voi fluisce?„ La mia sofferenza cessava subitamente

come per il potere di un balsamo; le imagini torbide si dileguavano come

un tristo vapore.

Ella era immobile, seduta su un plinto di pietra che un tempo aveva

forse sostenuto un'urna. Poggiato il gomito sul ginocchio, ella si

reggeva il mento con la palma; e tutta la sua figura nell'attitudine

semplice mi offriva quella successione di mute cadenze in cui è il

segreto dell'arte suprema. Anche una volta io la considerai presente e

pur discosta. Su la sua fronte breve era visibile il riflesso della

corona ideale ch'ella portava in sommo de' suoi pensieri; e i suoi

capelli, costretti su la nuca in un gran nodo, parevano avere obbedito

al ritmo che regola i riposi del mare.

— Massimilla — disse Oddo annunziando la terza sorella.

Io mi volsi e la vidi già prossima. Ella saliva gli ultimi gradi, col

suo passo lieve, recando sul volto e in tutta la persona i vestigi del

sogno in cui s'era immersa, l'intima poesia dell'ora trascorsa con un

libro fedele nella solitudine d'un recesso noto a lei sola.

— Dove sei stata? — le chiese Oddo, prima ch'ella giungesse fino a noi.

Ella sorrise con timidezza; e una tenue fiamma le tinse le gote

ondulate.

— Laggiù — rispose — a leggere.

La sua voce era liquida e argentina tra le labbra esigue. Il suo libro

aveva per segnale tra le pagine un filo d'erba.

Come io m'inchinai, ella mi porse la mano continuando il suo sorriso

timido. E parve risvegliare in fondo alla mia anima qualche cosa di

quella tenera compassione da me provata nel tempo lontano verso la

piccola inferma visitata da mia madre; poiché la sua mano era tanto

gracile e soave che mi diede imagine d'uno di quei fini gigli, chiamati

emerocàli, fiorenti per un giorno nelle arene calde.

Com'ella non mi parlò, anch'io non seppi trovare le delicate parole che

convenivano alla sua pavida grazia di ermellino.

— Vogliamo dunque salire? — disse Anatolia volgendosi a me e rompendo

con la sua voce chiara quella specie d'incantamento inerte che nel

tepore della pergola i nostri pensieri e le nostre malinconie non

esprimibili avevano formato vaporando. — Nostro padre ha molto desiderio

di rivedervi.

E riprendemmo insieme a salire per le scalee verso il palazzo.

Le tre sorelle ci precedevano, l'una discosta dall'altra, prima

Anatolia, Massimilla ultima, proferendo alcune parole, alternativamente,

poiché il silenzio delle cose chiedeva il suono delle loro voci ed esse

credevano forse dissipare di sul capo dell'ospite la tristezza del

silenzio. Quelle brevi onde sonore, sgorgando dalle labbra che io non

vedevo, dichinavano investendomi; e io salivo quindi nelle voci e nelle

ombre virginee, come nelle parvenze d'un prestigio, attonito e

perplesso. Ma se i tre ritmi al mio udito erano alterni, alla mia vista

erano simultanei e continui, così che il mio spirito a volta a volta si

tendeva curioso per distinguerli o si faceva quasi direi concavo per

fonderli in una armonia profonda. E, come quelli episodii che nella fuga

riempiono il silenzio del tema, gli aspetti delle cose al passaggio o le

particolarità delle figure entravano ad arricchire il mio sentimento

musicale, senza turbarlo. Erano i segni dell'abbandono e della

dimenticanza sparsi su per le antiche scalee qua e là ancora ingombre

dalle spoglie dell'ultimo autunno. La statua d'una ninfa giacente teneva

nel sonno la testa china in atto di pena, poiché il sostegno del braccio

mancava alla sua tempia maculata dal musco. In un vaso d'argilla

rossastra, lungo come un sarcofago, occupato dalle dure erbe selvagge,

una sola pianticella di giunchiglia fioriva debole e tremula fra

l'invasione ostile. In una rovina del parapetto disgregato dalle radici

penetranti dell'edera, appariva scoperto un canale interno simile a una

arteria rotta; e vi si scorgeva il luccichio e vi si udiva il susurrio

dell'acqua che scendeva a riempire il cuore delle fontane piangenti.

Erano i segni dell'abbandono e della dimenticanza sparsi lungo la nostra

salita. La statua, il fiore e l'acqua mi dicevano una medesima verità. E

Violante e Massimilla e Anatolia si trasfiguravano nella mia mente per

virtù di analogie misteriose.

“O belle anime„ io pensava, misurando i ritmi della loro esistenza

visibile “nella vostra trinità non è forse la perfezione dell'amore

umano? Voi siete la forma triplice che finse il mio desiderio nell'ora

della grande armonia. In voi tutti i bisogni della mia carne e del mio

spirito più altieri potrebbero appagarsi; e, per l'opera ch'io debbo

compiere, voi potreste divenire gli strumenti meravigliosi delle mie

volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per

ornare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui

sono l'artefice infaticabile? Oggi non conosco di voi se non le

sembianze e qualche parola fugace; ma sento che domani ciascuna di voi

in tutto il suo essere corrisponderà all'imagine che dentro di me

respira e palpita.„

Così le tre sorelle salivano nella mia aspirazione e nella mia

preghiera, ciascuna obbedendo alla musica segreta che conduceva la sua

vita verso il termine incognito. E le loro figure gettavano su la pietra

grandi ombre.

Quando posi il piede su la soglia, l'imagine fantastica della demente mi

riapparve così viva e così fiera ch'io n'ebbi un segreto brivido. Tutto

il luogo mi sembrò tenuto dalla sua dominazione sinistra, attristato e

atterrito dalla sua onnipresenza. Mi sembrò di leggere nel volto dei

figli la mia stessa inquietudine. E pensai che l'avremmo trovata in cima

della scala ad aspettarci.

Indovinando il mio pensiero, Anatolia mi disse piano, per rassicurarmi:

— Non vorrei che temeste.... Voi non la vedrete.... Ho potuto fare in

modo che non la vediate, in queste ore almeno.... Cercate di non

pensarci, perché non vi sembri troppo triste la nostra ospitalità.

Antonello guardava su per le vetrate delle logge che circondavano il

cortile, vigilando con quei suoi occhi inquieti su cui palpitavano di

continuo i cigli.

— Vedi l'erba? — esclamò Oddo, indicandomi il verde che cresceva lungo i

muri, negli interstizii delle lastre.

— Segno e augurio di pace — io dissi, cercando di scuotere da me

l'oppressura e di risollevarmi. — Mi dispiacque di non trovarla ieri nel

mio cortile. L'avevano tolta, mentre io l'avrei preferita alle foglie

festive del mirto e del lauro. Bisogna lasciar crescere l'erba,

specialmente nelle case troppo grandi. È una cosa viva di più.

Il cortile era sonoro come una navata; e gli echi vi erano pronti a

raccogliere pur le parole sommesse. Guardando la fontana muta, pensai le

musiche misteriose a cui l'acqua avrebbe potuto invitare quegli echi

attenti e favorevoli.

— Perchè la fontana tace? — domandai, volendo cogliere tutte le

occasioni per sostenere la causa della vita in quel claustro pieno di

cose obliate o estinte. — Dianzi, su per la scalea, ho sentito correre

l'acqua.

— Rivolgetevi ad Antonello — disse Violante. — Egli ha imposto il

silenzio.

Il povero infermo si colorò lievemente nel volto e s'intorbidò negli

occhi come chi sia per cedere a un impeto d'ira. Quasi pareva che la

denunzia innocua di Violante gli facesse onta e dolore o che riaprisse

una disputa già composta. Si contenne; ma il dispetto gli alterò la

voce.

— Imagina, Claudio, che le mie stanze sono proprio là — disse, indicando

un lato della loggia — e che di là si sente la fontana scrosciare come

una cascata. Imagina! Un rumore che toglie il senno: incredibile. Già,

non senti che rimbombo ha la voce qui? Di giorno!

In tutto il suo corpo lungo e scarno vibrava l'avversione contro lo

strepito, l'orrore nervoso, l'aborrimento invincibile di cui egli mi

aveva già dato i segni il giorno innanzi nell'udire i colpi delle

carabine e le grida umane.

— Ma vorrei che tu sentissi, di notte — seguitò eccitandosi. — Vorrei

che tu sentissi! L'acqua non è più l'acqua; diventa un'anima perduta che

urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna,

che chiama, che comanda. Incredibile! Qualche volta, nell'insonnio,

ascoltando, ho dimenticato che fosse l'acqua; e non ho potuto più

ricordarmene.... Intendi?

Egli s'arrestò d'un tratto, con uno sforzo palese per dominarsi; e

guardò Anatolia, smarritamente. La pena che contraeva il volto di lei

scomparve sotto quello sguardo, s'internò, si nascose. Ed ella, come per

dissipare il malessere che ci teneva tutti, disse con un'aria quasi

gaia:

— Veramente, Antonello non esagera. Volete che evochiamo l'anima

perduta? È facile.

Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le

parole e l'aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la

freddezza argentina della luce che vi pioveva dall'alto e l'imminenza

della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi

il mistero d'un'opera di magia. La mole marmorea — componimento pomposo

di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice

ordine — sorgeva innanzi a noi coperta di croste grigiastre e di licheni

disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gáttice; e le sue

molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel

silenzio l'attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.

— Scostatevi — soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo

che chiudeva un'apertura circolare nel lastrico presso il margine del

bacino inferiore. — Do l'acqua.

Ed ella mise le dita nell'anello che sporgeva dal centro del disco e

tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata

nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di

nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto.

Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s'udiva già

borbogliare l'acqua saliente su per le vene della fontana esanime.

E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri

dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà

della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo

l'impossibile brivido.

Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano.

Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un

colpo di stocco vibrato contro l'azzurro; si franse, si ritrasse, esitò,

risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell'aria, si fece

adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto

come lo schiocco d'una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come

uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come

un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si

curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietra bagnandosi

qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate,

si rigava di rivoli sempre più spessi: — infine gioì tutta quanta al

contatto dell'acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi

pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le

cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone

argentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si

moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture,

crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda

nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia

dell'acqua cadente nell'acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti

dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i

fiori miracolosi fiorenti d'attimo in attimo alla cima del suo stelo.

— Senti? — esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di

nemico. — Ti sembra tollerabile a lungo, questo frastuono?

— Ah, io starei ore e giorni ad ascoltare — parvemi dicesse Violante

mettendo su la sua voce un velo più grave. — Nessuna musica vale questa,

per me.

Ella era rimasta tanto vicina alla fontana che riceveva su la persona

gli spruzzi dei getti, e aveva già i capelli sparsi d'un pulviscolo

lucente. Il potere della sua bellezza anche una volta escludeva dal mio

spirito qualunque pensiero estraneo, qualunque imagine discordante.

Anche una volta ella m'appariva isolata e intangibile, fuori della vita

comune, piuttosto simile a una finzione dell'arte che a una creatura di

nostra specie. Tutte le cose intorno riconoscevano la sovranità della

sua presenza poichè tutte si riferivano e si sottomettevano e si

accordavano alla sua bellezza. Come già il grande arco verde ch'erasi

incurvato su lei nel primo apparire, come già l'antico plinto che

l'aveva sostenuta, quel sonoro vase aperto verso il cielo sembrava

creato per lei sola, sembrava rispondere perfettamente all'armonia

ideale ch'ella effettuava con la sua semplice attitudine. Segrete

affinità, non intelligibili, congiungevano al suo essere le cose più

diverse, rapportavano i circostanti misteri al suo mistero. Poichè la

natura aveva manifestato per mezzo di tal forma umana una sua idea di

perfezione somma, sembravami che ogni altra idea racchiusa in ogni altro

naturale involucro dovesse necessariamente servire come un segno per

condurre lo spirito del contemplatore a comprender quella altissima ed

unica. Onde avvenne che, considerando la vergine presso la fontana, io

trovassi e cogliessi una pura verità. “Quando la Bellezza si mostra,

tutte le essenze della vita convergono in lei come in un centro; ed ella

ha quindi per tributario l'intero Universo.„

— Una delle nostre pene — mi diceva Oddo mentre salivamo per

l'amplissima scala balaustrata sul cui silenzio gli svolazzi e i nuvoli

delle allegorie secentesche simulavano la furia d'una bufera — una delle

nostre pene è questo spazio; che ci dà una specie di smarrimento

continuo e quasi un senso di diminuzione umiliante...

Troppo ampio e troppo vacuo era infatti l'edificio. Restaurato nel

secolo XVII e da ròcca feudale trasformato in villa di delizia,

conservava tuttavia l'enormità formidabile delle sue mura e delle sue

volte su cui le epoche successive avevano lasciato impronte varie di

arte e di lusso talora in contrasto e talora sovrapposte. Il gran numero

degli specchi, ond'erano coperte intere pareti, moltiplicava lo spazio

all'infinito. E nulla era più triste di quei pallidi abissi illusorii

che sembravano schiudersi in un mondo soprannaturale e allo sguardo dei

viventi promettere d'attimo in attimo apparizioni funeree.

— Claudio, figliuolo mio! — esclamò con voce commossa il principe Luzio,

appena mi vide, venendomi incontro. — Caro, caro figliuolo!

Sentii tremare quel vecchio corpo esausto, quando egli mi abbracciò e mi

baciò in fronte con atto paterno. Tenendo ancora una mano su la mia

spalla, egli mi fissò poi lungamente in volto come trasognato mentre

nell'azzurro cinereo dei suoi occhi indeboliti passava un'onda di

memorie, di cordogli e di rimpianti.

— Come rammenti tuo padre! — soggiunse con la voce sempre più

affettuosa, comunicandomi la sua commozione. — È una somiglianza

incredibile. Mi pare di rivedere Massenzio nella sua gioventù,

quand'eravamo compagni nei Cavalleggieri della Guardia.... Mi pare di

rivederlo vivo. Come gli somigli, figliuolo mio!

Egli mi prese per la mano e mi condusse verso la finestra, quasi volesse

appartarsi con me e attrarmi nella evocazione delle cose lontane.

— Come gli somigli! — ripetè quando il mio volto gli apparve alla chiara

luce. — Oh se l'anima benedetta vivesse ancora! Non doveva morire, mio

Dio, non doveva morire.

Egli scoteva il capo, in atto di rammarico, verso il fantasma di quella

bellissima vita troppo presto recisa. E tanta era la sincerità del suo

affetto che io ne fui penetrato sin nel fondo dell'anima; e non più mi

sentii estraneo in quella casa dove io ritrovavo la memoria dei miei

morti conservata così puramente.

— Guarda — soggiunse il principe sfiorando con le dita i fili estremi

della sua barba candida e sorridendo d'un sorriso in cui travidi un che

della nobile dolcezza di Anatolia — guarda come sono invecchiato!

Egli mostrava in tutta la persona un accasciamento penoso, ma lo

splendore della canizie precoce conferiva alla sua testa una maestà

veneranda; e nella fronte egli portava ancor vivida la nota ereditaria

della sua stirpe dominatrice. Le sue mani, quasi per miracolo, non

avevano sofferto alcuna ingiuria dalla malattia e dalla vecchiezza, non

mostravano alcuna deformazione senile. S'erano conservate belle e pure,

come rese inalterabili da un balsamo, quelle prodighe mani con cui il

signore munifico aveva dissipato la ricchezza su la via dell'esilio per

mantener più a lungo negli occhi del suo Re un riflesso della regalità

caduta. E quasi a memoria dei tesori profusi risplendeva su l'anulare un

cammeo.

Quelle mani con i loro gesti lenti, mentre il torpido sangue si

ravvivava al calore dei ricordi, parevano trarre da una zona d'ombra

qualche lembo d'un mondo estinto; e tale officio le rendeva agli occhi

del mio spirito più singolari. Quando il vecchio essendo seduto le posò

lungo i bracciuoli, entrambe mi divennero simili a reliquie e io le

considerai con un sentimento sconosciuto di rispetto quasi

superstizioso. Esse fecero sì che in quell'ora io mi credessi di vivere

nella mia poesia e non nella realtà degli atti, indicibilmente.

Poichè il mio sguardo restava fisso nella gemma effigiata, il principe

sorrise dicendo:

— È il ritratto di Violante.

E si tolse l'anello, e me lo porse.

L'opera sottile era d'artefice antico, non indegna di Pirgotele o di

Dioscoride; ma il divino lineamento medusèo, rilevato sul campo

sanguigno del sardonio, corrispondeva con tanta perfezione alla

sembianza della creatura superba che io pensai: “Veramente ella dunque

illuminò l'arte delle età scomparse e da tempo immemorabile conferì alle

materie durevoli il privilegio di perpetuare l'Idea ch'ella oggi

incarna!„

— La madre, quando incinse di lei, portava quest'anello — soggiunse il

principe col medesimo sorriso dolce — e lo guardava sempre.

Per tali modi, a ogni momento, le concordanze delle cose ponevano il mio

spirito in uno stato ideale che s'avvicinava allo stato del sogno e

della prescienza pur senza attingerlo, porgendo esse una materia

armonica alla mia sensibilità e alla mia imaginazione. E io assistevo in

me medesimo alla continua genesi d'una vita superiore in cui tutte le

apparenze si trasfiguravano come nella virtù di un magico specchio.

Le tre elette creature parevano illuminarsi e oscurarsi vicendevolmente;

e le ombre e i lumi avevano in loro le significazioni d'un linguaggio

che io già interpretavo con una straordinaria lucidità come se da gran

tempo mi fosse familiare. Onde io rimasi abbagliato non solo dai

riverberi della roccia ma anche dai baleni confusi del mio pensiero

percosso, quando Violante avvicinandosi a una finestra aperta mi mostrò

uno spettacolo ch'ella avrebbe potuto creare con un gesto e mi disse:

— Guardate.

Era una finestra rivolta a settentrione, nella faccia del palazzo

opposta al giardino; ed era spalancata su una voragine. Come mi sporsi,

una specie di vibrazione impetuosa mi attraversò tutto l'essere

esaltandolo d'improvviso al sentimento d'una grandezza muta e terribile.

“È forse questo il vostro segreto?„ io chiesi alla rivelatrice; ma senza

parole, tanto al suo fianco sembravami parlante il silenzio.

Il dirupo scendeva quasi a picco, sotto i contrafforti massicci da cui

era munita la muraglia settentrionale, profondandosi fino a un aspro

alveo biancastro che pur nella sua aridità minacciava le rovinose

collere del torrente. Con la stessa violenza atroce e disperata con cui

i fiumi di lava discesi al mare siciliano rimbalzarono si drizzarono si

contorsero neri e rossi stridendo ruggendo fischiando al primo contatto

dell'acqua, con la stessa violenza la roccia dalla bassura dell'alveo si

rialzava e si scagliava contro il cielo opponendo alla muraglia

costruita dagli uomini una massa gigantesca travagliata da un muto

furore. Tutte le più crude convulsioni e contrazioni dei corpi posseduti

da energie demoniache o da spasimi letali, tutte parevano fisse in

quella compagine orrida come la balza ove Dante ebbe l'indizio dei nuovi

martirii prima di giungere alla riviera del sangue custodita dai

Centauri. Tutti i modi delle materie pieghevoli e scorrevoli vi parevano

finti a contrasto del duro sasso: i cirri delle capellature ribelli, i

viluppi delle serpi azzuffate, gli intrichi delle radici divelte, gli

avvolgimenti delle viscere, i fasci dei muscoli, i circoli dei gorghi,

le pieghe delle tuniche, i rotoli delle funi. Il fantasma d'una

turbolenza frenetica si levava da quella immobilità perfetta a cui il

meriggio toglieva qualunque ombra. La palpitazione d'una febbre veemente

sembrava compressa dalla crosta inerte.

“È questo il vostro segreto?„ io ripetei alla rivelatrice, pur senza

parole, poiché l'émpito interiore non mi consentiva di scegliere e di

dominare i suoni della mia voce.

Ella anche taceva, al mio fianco; e io non la guardava né ella mi

guardava. Ma, stando noi reclinati verso la roccia multiforme, eravamo

congiunti l'uno all'altra da quel fascino che accomuna coloro i quali

leggono insieme in un medesimo libro. Noi leggevamo insieme in un

medesimo libro affascinante e periglioso.

Ella disse, ergendo il capo con un lieve sussulto:

— Udite gli sparvieri?

E cercammo entrambi con occhi allucinati le vette.

— Udite!

La roccia assaliva il cielo con un'arme irta di punte, maculata d'un

color rossastro come di ruggine o di grumo; e i gridi degli uccelli

predaci aumentavano l'impeto della sua fierezza.

Allora una vertigine repentina m'investì, che era come l'orrore d'un

desiderio e d'un orgoglio troppo vasti. Si risvegliò forse nelle radici

stesse della mia sostanza l'ebrietà barbarica dei lontani padri, poiché

l'indefinibile turbamento si tradusse in una successione fulminea

d'imagini balenanti ove io vidi uomini che mi somigliavano irrompere

nella città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli

arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infaticabile,

portare in arcione le donne seminude a traverso le lingue innumerevoli

dell'incendio mentre il sangue saliva al ventre dei loro cavalli agili e

crudeli come i leopardi.

“Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, in un talamo di

fuoco, sotto l'ala della morte!„ diceva in me l'antica anima a colei che

mi stava da presso. “La mia volontà avrebbe saputo costringere al

prodigio il mio corpo, e io mi sarei inerpicato su per le pietre lisce

di questa muraglia difesa da mille balestre e pur vivo t'avrei tolta.„

Pieni della desolazione magnifica e tremenda che s'esaltava nel cielo, i

miei occhi incontrarono il volto della vergine così violentemente

irradiato dal riverbero che n'ebbero una gioia quasi dolorosa. E io

provai un desiderio folle di stringere quella testa fra le mie mani di

rovesciarla indietro, di accostarla al mio respiro, di investigarla

sempre più da presso, d'imprimerne ogni linea nel mio pensiero, — non

dissimile a colui il quale abbia rinvenuto sotto le glebe sterili il

frammento sublime da cui il mondo riavrà la gloria di un'idea che pareva

estinta.

Le vergini delle rocce · 第 5 / 14 段