Essi proferivano le parole affettuose con quella semplicità e con quel

candore che conservano gli uomini solitarii, non abituati alle

simulazioni della vita comune. Sentivo già ch'essi mi amavano e che io

li amavo, e che tra noi la grande lacuna degli anni si colmava a un

tratto, e che la loro sorte stava per congiungersi alla mia sorte

indissolubilmente. — Perchè la mia anima s'inclinava con tanta pena

verso quei due vinti, si protendeva con tanto desiderio verso grazie e

tristezze intravedute, mostrava tanta impazienza di versare la sua

dovizia su quella povertà? Era dunque vero che la lunga e dura

disciplina non aveva inaridite in lei le fonti spontanee della

commozione e del sogno ma le aveva rese più profonde e più fervide. — Un

vapore di poesia si diffondeva per me in quel pomeriggio di febbraio

intiepidito dall'alito d'una primavera precoce. Il corso volubile del

Saurgo a piè delle rocce plasmate dal fuoco; la città morta nel fiume

impaludato; il vertice del Corace sfavillante come un elmetto su una

fronte minaccevole; le fulve glebe seminate di selci risvegliatrici

delle scintille dormenti; le viti e gli olivi contorti dall'atroce

sforzo d'esprimere frutti così ricchi da membra così magre: tutti gli

aspetti del paese intorno significavano la potenza dei pensieri nutriti

in segreto, il mistero tragico dei destini compiuti, l'energia dolorosa,

la constrizione tirannica, la passione superba, ogni più aspra e più

rigida virtù della terra solitaria e dell'uomo solo. Pur nondimeno il

più mite dei tepori primaverili si raccoglieva nell'austera chiostra; le

fioriture argentee dei mandorli coronavano i poggi come le schiume

coronano le onde; ai raggi obliqui i declivii qua e là prendevano

l'apparenza morbida di un velluto disteso; i culmini delle rocce si

convertivano in un oro quasi roseo, sul cielo che delicatamente

inverdiva. L'influsso della stagione e la magia dell'ora potevano dunque

addolcire il duro genio dei luoghi, velare di grazie quella fierezza,

temperare quella violenza, versare un lene incantesimo in quel bacino

foggiato con arte ignea dalla volontà terribile di un antico vulcano e

poi con vece assidua corroso dalla cupidigia o arricchito dalla

liberalità di un antico fiume.

— Noi ci vedremo assai spesso — io dissi, dopo una pausa rispondendo

alle parole buone. — Da Rebursa a Trigento la via è breve. E io so che

in voi ho ritrovato due miei fratelli....

Entrambi trasalirono, poichè un guardiano a cavallo oltrepassò di

galoppo scaricando in alto la sua carabina per dare il segnale alle

salve di saluto e di gioia. Rebursa si levava innanzi a me con le sue

quattro torri di pietra, ancor bella e forte, mostrando ancora intatta

l'impronta dell'orgoglio originario, distendendo la sua ombra e la sua

dominazione su una gente gagliarda in cui l'obedienza e la fedeltà si

trasmettevano di padre in figlio come caratteri della sostanza vitale.

Ma mi strinse l'anima un'angoscia non provata da lungo tempo quando posi

il piede su la soglia cosparsa di mirto e d'alloro, dove nessuna voce

cara mi dava il benvenuto chiamandomi per nome. Le imagini dei miei

morti mi comparvero a piè della scala e mi fissarono con gli occhi

trascolorati, senza un gesto, senza un cenno e senza un sorriso.

Più tardi, seguii con lo sguardo a lungo a lungo su la via di Trigento

la carrozza che portava i due tristi malati quasi sepolti sotto i fiori.

E la mia anima precorse al cancello del parco dove le tre sorelle

attendevano — Anatolia, Violante, Massimilla! — ; e le intravide

nell'atto di ricevere su le braccia protese il fresco dono della

primavera; e cercò di riconoscere i nobili volti a traverso la siepe

fragrante, cercò di scoprire la fronte di colei ch'ella avrebbe eletta

per l'alleanza necessaria. Il crepuscolo cadendo aumentava quella strana

e impreveduta agitazione del desiderio d'amore. Un'ombra azzurra

occupava la valle del Saurgo, celava la città morta, ascendeva

lentamente su per le aspre gradinate rocciose; ma come in cielo

pullulavano gli astri così in terra s'accendevano fuochi di festa,

divampavano, si moltiplicavano, formavano larghe corone. Soli,

altissimi, estranei a quei segni della vita infera, quasi retrocessi

nella lontananza d'un mito, quasi culminanti in un'atmosfera

supraterrestre, i pinnacoli delle rocce risplendevano ancóra. E a un

tratto fiammeggiarono come piropi, d'un lume incredibile che durò pochi

attimi; impallidirono, si fecero violacei, si confusero, si spensero.

Ultima l'eccelsa punta del Corace restò di fiamma; acutissima ferì il

cielo, simile al grido della passione senza speranza; poi, con la

rapidità d'un baleno anch'essa si spense; entrò nella notte comune.

“Se il rigore della tua lunga constrizione non avesse altro compenso che

l'ineffabile turbamento a cui t'abbandoni da ieri, già dovresti teco

medesimo rallegrarti di tanti sforzi compiuti„ mi diceva il demònico, la

mattina seguente, cavalcando noi al passo verso il giardino chiuso.

“Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima

fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione

ti viene dal bisogno che provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di

spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace

di alimentare mille esistenze. È ben questo il premio dei tuoi assidui

sforzi: — ora tu possiedi l'impetuosa fecondità delle terre

profondamente lavorate. Goditi dunque la tua primavera; rimani aperto a

tutti i soffii; lasciati penetrare da tutti i germi; accogli l'ignoto e

l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto.

Omai il tuo primo cómpito è fornito. La tua natura, che tu hai resa

integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero

e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti

appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza

limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti o disprezzasti

in altrui: perocché tutto divenga nobile passando a traverso la

sincerità della fiamma. Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e

che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo. Non avere onta delle

tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di

tempra dura come le spade battute a freddo. Non respingere la dolcezza

che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la malinconia che ti attira,

tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima

attonita. Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa

dalla vita fermentante nelle profondità della tua natura ferace.

Accoglile dunque senza sospetto, poichè non ti sono estranee nè ti

diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno forse domani come le prime

annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti.„

Io non ho mai ritrovato di poi un'ora tanto deliziosa e tanto penosa a

un tempo. Non so se gli alberi carichi di fiori avessero della lor

vitale potenza un senso così pieno come io aveva della mia in quel

mattino limpido; ma certo ad essi mancava quella vasta e confusa ansietà

in cui s'agitavano innumerevoli affetti e innumerevoli pensieri. Per

prolungare la pena e la delizia io tenevo il mio cavallo al passo

indugiandomi nella via, quasi che quell'ora dovesse chiudere per sempre

una fase della mia intima vita e al mio giungere sul luogo destinato una

fase nuova e imprevedibile dovesse aprirsi; di cui era già il

presentimento oscuro in fondo alla mia ansietà che non si placava. Ad

intervalli il soffio della primavera investendomi d'improvviso col suo

susurro e col suo tepore pareva rapirmi in un etere di sogno, abolire in

me per qualche attimo la coscienza della persona reale e infondermi

l'anima vergine e ardente d'uno di quelli amanti eroi che nelle favole

cavalcano verso le Belle addormentate nei boschi. Non cavalcavo anch'io

verso le principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso? E non

forse ciascuna di loro nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo?

Già m'apparivano quali le fingeva il mio desiderio e già l'imagine

triplice suscitava dal mio desiderio la prima perplessità. Io mi

chiedeva: “Chi sarà l'eletta?„, comprendendo in me, nel tempo medesimo,

l'allegrezza nuziale dell'una e la sepolcrale tristezza delle altre,

sentendo già in me tutti i germi delle inquietudini future, intravedendo

già sotto la speranza il rammarico. E di nuovo mi attraversò lo spirito

quel timore che una volta mi aveva turbato nel mezzo della mia opera

volontaria: il timore delle forze cieche e fatali contro cui qualunque

più dura volontà si può infrangere; il timore del turbine fulmineo che

in un attimo può avviluppare qualunque più tenace e audace uomo per

trascinarlo ben lontano dalla mèta prefissa.

Fermai il cavallo. La via in quel punto era deserta; il palafreniere mi

seguiva a distanza. Un silenzio altissimo regnava i luoghi grandiosi e

solitarii, rotto a intervalli dal susurro degli oliveti; una luce

immobile illuminava tutto egualmente; e nella luce e nel silenzio, dalle

ésili foglie alle rocce gigantesche, le cose apparivano disegnate con

una nitidezza di contorni quasi cruda. Meglio sentii allora quel che di

ambiguo era entrato in me. E pensai: “Non aveva io fino a ieri ottenuto

nel mio spirito la stessa perspicuità mattutina che rivela tutte le

linee di questa contrada alla mia vista attenta? E ora non nasconde la

nuova ambiguità un qualche pericolo? Forse una troppo grande copia di

poesia s'è accumulata in me, pericolosamente, nella solitudine; e deve

spandersi senza misura. Ma, se io mi abbandono al torrente impetuoso,

fin dove sarò trascinato? Gioverà forse ancóra la vigilanza contro la

vita estranea; gioverà forse non entrare nel cerchio che mi si apre

d'avanti all'improvviso come un'opera di magia per includermi.„ E il

demònico mi ripetè con chiara voce: “Non temere! Accogli l'ignoto e

l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto;

procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere.

Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita.„

Spinsi il cavallo al trotto, quasi con veemenza, come se in quel punto

un grande atto fosse stato risoluto. E Trigento apparve sul declivio del

poggio con le sue case di pietra figliate dalle rocce tutelari. Alla

sommità apparve l'antico palazzo col suo giardino murato che discendeva

sul declivio opposto sino al piano dando imagine d'un vasto claustro

pieno di cose obliate o estinte.

Quando posi il piede a terra, d'avanti al cancello; udii la voce di Oddo

che stava alla vedetta.

— Benvenuto, Claudio!

Egli mi corse incontro festoso come la prima volta, con le braccia tese.

— Credevo che tu venissi più presto — disse con un tono di rimprovero. —

Ti aspetto qui da due ore.

— Mi sono indugiato per la via — risposi. — Ho voluto riconoscere gli

alberi e i sassi....

Con uno di quei suoi atti repentini e disordinati, misto di curiosità e

di timidezza, egli si accostò al mio cavallo e gli palpò il collo.

— Com'è bello! — mormorò, mentre sotto la sua mano pallida e gracile il

collo dell'animale aveva una rapida vibrazione di sensibilità.

— Lo potrai montare quando vorrai — io gli dissi. — Questo o un altro.

— Credo che non mi reggerei più in sella — rispose. — Credo che avrei

paura.... Ma vieni! Vieni! Sei aspettato.

E mi condusse su per un viale compreso tra pareti di bosso indebolite

dalla vecchiezza, sparse di radure profonde come buche, donde sembravami

escissero freschi odori d'invisibili violette, strani come aliti

giovenili in bocche deformi.

— Iersera — diceva Oddo, un poco in affanno — iersera con i tuoi

mandorli portammo la gioia.... Che provammo quando rimanemmo noi due in

fondo a quella carrozza, seppelliti sotto tutti quei fiori! Antonello

era come un bambino. Non l'avevo mai veduto così....

A intervalli le pareti verdi s'aprivano in archi scoprendomi allo

sguardo lembi di terra erbosa ove qualche lunga ed esigua lista di sole

fendeva l'ombra con un taglio netto.

— Non l'avevo mai veduto così; non gli avevo mai sentito dire tante

parole insensate....

Urne di pietra dai larghi fianchi rotondi si alternavano con statue

quasi vestite dai licheni, monche o acefale, in attitudini che mi

parevano eloquenti. E alcune giunchiglie fiorivano presso i loro plinti.

— Quando poi arrivammo qui, non potevamo scendere perchè i rami

c'ingombravano. Le sorelle vennero a liberarci. Come erano felici!

Risalirono cariche. Le sentivamo ridere su per le scalee. Tutte cose

nuove, Claudio, per noi.

Mi giungeva all'orecchio una voce soffocata; che era il chioccolio

sommesso d'una fontana nascosta nella vicinanza. E un'ansietà

indefinibile mi premeva il cuore.

— Tutta la sera abbiamo parlato di te, ricordato tante cose del tempo

lontano, fatto anche qualche sogno per l'avvenire. Chi avrebbe mai

potuto imaginare il tuo ritorno? Ma nessuno di noi crede ancora che tu

rimanga.... Ci sembra che, dopo qualche giorno, tu debba fuggire. Non è

facile resistere a questa nostra vita. Massimilla, vedi, preferisce il

monastero.... Non sai che Massimilla sta per lasciarci?

Come io saliva rasente la parete vegetale, un forte sentore d'amarezza

mi prendeva le nari emanato dalle piccole foglie nuove del bosso che

brillavano in guisa di berilli tra il verde opaco. — Ah, ecco Violante!

— esclamò Oddo toccandomi il braccio.

L'apparizione improvvisa mi diede un gran palpito; e sentii che il mio

volto si colorava.

Ella era sotto un alto arco di bosso, con i piedi nell'erba; e un lembo

di prato per l'apertura si dileguava, in liste d'oro, dietro la sua

persona.

Sorrideva senza avanzare, attendendo che noi le giungessimo da presso; e

pareva ch'ella offrisse al mio sguardo attonito la sua bellezza intera

in quell'attitudine calma, su quella soglia verde ove forse le sue dita

avevano reciso le numerose viole che le ornavano la cintura. Mi tese la

mano guardandomi in volto, e mi disse con una voce che era la perfetta

espressione musicale della forma onde esciva:

— Siate il benvenuto. Noi vi aspettavamo già da ieri. Oddo e Antonello

ci portarono invece il vostro dono, che non fu meno gradito.

Io le dissi:

— Rientro nel vostro dominio dopo molti anni ricordandomi che ci venni

la prima volta accompagnando mia madre, e già provo il rammarico

d'esserne rimasto troppo tempo lontano. Partendo da Roma io sapevo che

avrei trovato a Rebursa una casa vuota ma non sapevo che Trigento mi

avrebbe compensato con tanta larghezza. Io vi debbo molta

riconoscenza....

— Vi dovremo noi riconoscenza — ella interruppe — se non vi parrà grave

la nostra compagnia. Voi sapete che questo luogo è senza gioia.

— Anche la tristezza ha la sua bontà per chi la sa gustare, non è vero?

— Forse.

— E poi, veramente, da che ho oltrepassato il cancello, io non ho qui se

non sensazioni squisite. Questo grande giardino mi sembra delizioso.

Come si può non sentire la poesia della sua vecchiezza? Ieri, quando

vidi Oddo e Antonello pieni di meraviglia d'avanti a quei mandorli come

se non avessero mai guardato un albero fiorito, pensai che qui tutto

fosse arido e morto. Invece trovo qui dentro una primavera più dolce di

quella che ho lasciata fuori. Non vi siete voi forse stancata a cogliere

le mammole nell'erba? Ne avete carica la cintura!

Ella sorrise abbassando gli occhi sul suo fianco e toccando con le sue

dita nude le viole che l'ornavano.

— Voi venite dalla città — ella disse con quella sua voce sonora ma pur

velata, in cui la ricchezza del timbro era un poco spenta come da

un'incrinatura esilissima — voi venite dalla città e la campagna vi dà

le sue primizie.

— Non so; ma certe cose debbono sembrar sempre nuove.

— Noi non le vediamo e non le amiamo più, certe cose — disse Oddo con

malinconia. — Forse Violante non sente l'odore dei fiori che coglie.

— È vero? — le chiesi volgendomi verso di lei, incontrando con gli occhi

il suo profilo marmoreo reclinato sotto la capellatura voluminosa e

divenuto impassibile come quello delle statue immortali.

— Che cosa? — ella domandò, in atto di chi torni da un'assenza, non

avendo udito le parole del fratello.

— Dice Oddo che voi non sentite l'odore dei fiori che cogliete. È vero?

Un tenue rossore le colorì il sommo delle gote.

— Oh no! — rispose con una vivacità che contrastava i ritmi lenti cui

pareva sottomessa la sua vita. — Non credete a Oddo. Egli dice così

perchè io amo i profumi acuti; ma sento anche i più deboli, sento anche

quelli delle pietre....

— Delle pietre? — fece Oddo ridendo.

— Che sai tu, Oddo? Taci.

Eravamo su per le grandi scalee coperte di pergole, salienti in

ordinanza simmetrica verso il palazzo; ed ella ascendeva tra noi due,

con lentezza, di grado in grado. Poichè i gradi erano assai larghi, ella

su ciascuno faceva un passo e si soffermava un istante prima di

sollevare il piede sul rialto, successivamente; e la vicenda voleva

ch'ella sollevasse sempre il medesimo piede. Affaticata dalla frequenza

dell'atto, ella abbandonava alquanto il busto su la flessione del

ginocchio rilasciando la volontà orgogliosa che pur dianzi ergeva la sua

figura a similitudine del perfetto stelo. Una mollezza impreveduta

ondeggiava allora nel corpo superbo; un ritmo nuovo ne rivelava le

grazie quasi direi obedienti, le virtù pieghevoli di amore. Così forte

era il potere emanato da quella creatura bella che io non sapevo

distrarre i miei occhi dai suoi moti; e mi trattenevo in dietro per

circondarla col mio sguardo intera. Ella pareva respingere il mio

spirito verso l'epoca meravigliosa in cui gli artefici estraevano dalla

materia dormente le forme perfette che gli uomini consideravano come le

sole verità degne di essere adorate in terra. E io pensava, guardandola,

salendo dietro la sua traccia: “È giusto ch'ella rimanga intatta. Ella

non potrebbe essere posseduta senza onta se non da un dio.„ E, mentre il

suo capo sovrano passava nella luce come in un elemento natale, io

sentivo che la sua bellezza era per attingere la perfezione della

maturità, l'ora breve del massimo pregio; e ringraziavo la fortuna

d'avermi concesso un tanto spettacolo. “Ah io l'adorerò ma non oserò

amarla; non oserò guardare nella sua anima per sorprendere il suo

segreto. Pure ogni suo moto rivela ch'ella è fatta per l'amore; ma per

l'amore sterile, per la voluttà che non crea. Giammai le sue viscere

porteranno il peso difformante; giammai l'onda del latte sforzerà il

puro contorno del suo seno.„

Ella si arrestò impaziente dello sforzo, un poco anelante; e disse:

— Come affaticano questi gradi! Facciamo una sosta qui, se non vi

dispiace.

— Antonello e Anatolia scendono — avvertì Oddo scorgendo i due vegnenti

attraverso l'intrico della pergola nella scalea superiore. —

Aspettiamoli.

Veniva verso di noi quella che m'era stata rappresentata come la datrice

di forza, la vergine benefica e possente, l'anima ricca e prodiga. Ella

già appariva come un sostegno, poichè Antonello teneva il suo braccio

sotto il braccio di lei misurando il suo passo incerto su la cadenza di

quel passo sicuro.

— Di quale fra noi — mi domandò Violante all'improvviso ma con un

accento leggero che toglieva alla domanda ogni senso indiscreto — di

quale tra noi avevate un ricordo meno confuso?

Esitai un istante.

— Non saprei dirvelo — risposi incerto, mentre il mio orecchio si

tendeva al fruscio della veste di Anatolia. — Ma, senza dubbio, le

figure del mio ricordo non hanno quasi nulla di comune con la realtà

presente. Dal giorno che io mi allontanai, si è svolto per noi quel

periodo della vita in cui le trasformazioni sono più rapide e più

profonde....

I due già sopraggiungevano. Anche Anatolia disse, tendendomi la mano:

— Siate il benvenuto.

E il suo gesto aveva una franchezza virile; e la sua mano nel contatto

parve comunicarmi quasi direi un senso di forza generosa e di bontà

efficace, parve d'improvviso infondere nel mio spirito una specie di

confidenza fraterna.

Era una mano spoglia di anelli, non troppo bianca, nè troppo allungata,

ma robusta nella sua forma pura, atta a raccogliere e a sostenere,

pieghevole e ferma nel tempo medesimo, con un'impronta di fierezza sul

dosso variato dai rilievi delle congiunture e dalle trame delle vene,

con solchi di dolcezza nella palma concava e tiepida dove pareva

risiedere un focolare irradiante di sensibilità.

— Siate il benvenuto — disse la calda voce cordiale. — Voi ci portate da

Roma il sole e la primavera....

— Oh no! — interruppi. — Io trovo qui l'uno e l'altra. A Roma ho

lasciato la nebbia e molte simili cose grige. Esprimevo dianzi il

rammarico d'esser rimasto troppo tempo lontano.

— Tu dovrai dunque compensarci della dimenticanza — fece Antonello, con

quel suo sorriso penoso.

— Come trovate Trigento? — mi domandò Anatolia. — Quasi in nulla mutato;

è vero? Voi venivate qui con vostra madre.... Ve ne ricordate bene; è

vero? Noi non avremmo potuto dimenticarlo; nè potremo mai. Troverete

qui, tra le cose rimaste intatte, la memoria della santa anima, di

quella immensa bontà.

Un silenzio grave seguì le sue parole evocatrici. Per qualche attimo il

sentimento della morte, addensatosi intorno al mio cuore filiale, diede

anche agli esseri e alle cose presenti un aspetto d'inesistenza. Mi

parve, per qualche attimo, che tutto divenisse lontano e vacuo non meno

di quel cielo ch'io vedevo impallidire a traverso le nude viti della

pergola simili a una rete lógora. Ma nel dileguarsi dell'illusione

breve, mi sentii più avvicinato a colei che l'aveva prodotta; e mi

sentii incapace di disperdermi ancora in parole oziose, provando il

bisogno di penetrare nella verità di quella tristezza.

— E Donna Aldoina? — chiesi a voce bassa, rivolto verso Anatolia,

comunicando ora con lei sola.

Non era ella forse la vera custode dell'abitazione oscura? Evocando la

morta, non aveva ella medesima suscitato l'imagine della demente?

— È rimasta così, sempre — rispose, a voce bassa anch'ella. — Meglio per

voi non vederla, almeno per oggi. Vi farebbe troppa pena. E per noi,

imaginate!, è il supplizio di tutti i giorni; un supplizio che dura da

anni, senza tregua, disfacendoci l'anima....

I suoi occhi in un batter di palpebre gittarono ad Antonello uno sguardo

furtivo, dove io potei leggere il segreto terrore che le ispirava il

povero infermo pericolante su l'orlo dell'abisso.

— Non abbiamo mai avuto il coraggio di separarcene, di allontanarla —

soggiunse — perché non è violenta anzi è dolce. Qualche volta sembra

guarita, ci dà quasi l'illusione d'un miracolo; ci chiama per nome, si

ricorda d'un piccolo fatto lontano, ha il sorriso calmo. Benchè sappiamo

oramai che tutto questo è un inganno, pure ogni volta la speranza ci fa

palpitare, ogni volta l'ansietà ci soffoca. Voi comprendete....

La sua voce nel dolore perdeva il suono come una corda che s'allenti.

— Non è possibile confinarla nelle sue stanze, tenerla chiusa; non è

possibile. Nè abbiamo cuore di sfuggirla quando si mostra, quando ci

viene incontro, quando ci parla. Così, quasi di continuo, vive al nostro

fianco, si mescola alla nostra esistenza....

— Certi giorni — interruppe d'improvviso Antonello, quasi con impeto,

come spinto da un'eccitazione infrenabile — certi giorni tutta la casa è

piena di lei. Noi respiriamo la sua follia. Qualcuno di noi rimane ore

ed ore a sentirla parlare, seduto di fronte a lei seduta, con le mani

imprigionate in quelle mani che tremano.... Comprendi?

Un nuovo silenzio, più grave, cadde su noi tutti. E ciascuno di noi

soffriva riconoscendo in sé la realtà del dolore che le esili ombre

azzurrine della pergola miste all'oro docile del sole involgevano come

in un velario di sogno. S'udiva nel silenzio il suono d'un passo leggero

che s'avvicinava su per le scalee di sotto. S'udiva a intervalli eguali

uno scroscio sordo come d'un bacino che trabocchi. Una vibrazione

misteriosa pareva salire dal giardino solitario. E io compresi come

l'anima debole e triste potesse con quelle apparenze comporre il

fantasma d'una vita innaturale e alimentarlo di sé e restarne

sopraffatta.

Le vergini delle rocce · 第 4 / 14 段