Allora, avendo così lucida dinnanzi a me la tavola delle mie leggi, io

conobbi non soltanto la tristezza del dubbio ma un'ansietà che

somigliava alla paura, un'ansietà nova e orribile. “Se una violenza

cieca e impreveduta delle forze esteriori urtasse difformasse

infrangesse la mia opera! Se io dovessi piegarmi e soggiacere a un

sopruso bestiale del Caso! Se il mio edificio crollasse, prima della

coronazione, per uno di quei soffii deleterii che all'improvviso

irrompono dal buio!„ Questa paura io conobbi, in una strana ora di

smarrimento e di abbattimento sentendo vacillare la mia fede. Ma poco

dopo n'ebbi vergogna, quando l'ammonitore mi disse: “A giudicarne dalla

qualità dei tuoi pensieri, tu sembri contaminato dalla folla o preso da

una femmina. Per avere attraversato la folla che ti guardava, ecco, tu

già ti senti diminuito dinnanzi a te medesimo. Non vedi tu gli uomini

che la frequentano divenire infecondi come i muli? Lo sguardo della

folla è peggio che un getto di fango; il suo alito è pestifero. Vattene

lontano, mentre la cloaca si scarica. Vattene lontano, a maturare tutto

quel che hai raccolto. Verrà poi la tua ora. Di che temi? Che varrebbe

tanta disciplina se non ti rendesse più forte delle cose? Tu non dovrai

invocare dalla fortuna se non l'occasione; ma pur questa è possibile

talvolta, con la volontà, crearla. Vattene lontano, dunque, mentre la

cloaca si scarica. Non t'indugiare; non ti lasciar contaminare dalla

folla, nè ti lasciar prendere da una femmina. Certo, tu hai bisogno di

un'alleanza per fornire una parte del cómpito che hai assegnato a te

stesso. Ma meglio è per te attendere e rimaner solo, pur anche uccidere

la tua speranza è meglio che sottomettere la tua carne e la tua anima a

un vincolo indegno. — Se la cosa amata è vile, l'amante si fa vile. —

Bisogna che tu non dimentichi mai questa sentenza del tuo Leonardo, e

che tu possa sempre rispondere superbamente come Castruccio: — Io ho

preso lei non ella me„.

Giusta scendeva l'ammonizione, in quell'ora. E senza indugio io mi

disposi a partire dalla città infetta.

Era il tempo in cui più torbida ferveva l'operosità dei distruttori e

dei costruttori sul suolo di Roma. Insieme con nuvoli di polvere si

propagava una specie di follìa del lucro, come un turbine maligno,

afferrando non soltanto gli uomini servili, i famigliari della calce e

del mattone, ma ben anche i più schivi eredi dei majorascati papali, che

avevano, fin allora guardato con dispregio gli intrusi dalle finestre

dei palazzi di travertino incrollabili sotto la crosta dei secoli. Le

magnifiche stirpi — fondate, rinnovellate, rafforzate col nepotismo e

con le guerre di parte — si abbassavano a una a una, sdrucciolavano

nella nuova melma, vi s'affondavano, scomparivano. Le ricchezze

illustri, accumulate da secoli di felice rapina e di fasto mecenatico,

erano esposte ai rischi della Borsa.

I lauri e i roseti della Villa Sciarra, per così lungo ordine di notti

lodati dagli usignuoli, cadevano recisi o rimanevano umiliati fra i

cancelli dei piccoli giardini contigui alle villette dei droghieri. I

giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i

quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul

capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati (mi stanno sempre nella

memoria come i miei occhi li videro in un pomeriggio di novembre)

atterrati e allineati l'uno accanto all'altro, con tutte le radici

scoperte che fumigavano verso il cielo impallidito, con tutte le negre

radici scoperte che parevano tenére ancor prigione entro l'enorme

intrico il fantasma di una vita oltrapossente. E d'intorno, su i prati

signorili dove nella primavera anteriore le violette erano apparse per

l'ultima volta più numerose dei fili d'erba, biancheggiavano pozze di

calce, rosseggiavano cumuli di mattoni, stridevano ruote di carri

carichi di pietre, si alternavano le chiamate dei mastri e i gridi

rauchi dei carrettieri, cresceva rapidamente l'opera brutale che doveva

occupare i luoghi già per tanta età sacri alla Bellezza e al Sogno.

Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di

strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è

paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia. Perfino su i bussi

della Villa Albani, che eran parsi immortali come le cariatidi e le

erme, pendeva la minaccia dei barbari.

Il contagio si propagava da per tutto, rapidamente. Nel contrasto

incessante degli affari, nella furia feroce degli appetiti e delle

passioni, nell'esercizio disordinato ed esclusivo delle attività utili,

ogni senso di decoro era smarrito, ogni rispetto del Passato era

deposto. La lotta per il guadagno era combattuta con un accanimento

implacabile, senza alcun freno. Il piccone, la cazzuola e la mala fede

erano le armi. E, da una settimana all'altra, con una rapidità quasi

chimerica, sorgevano su le fondamenta riempite di macerie le gabbie

enormi e vacue, crivellate di buchi rettangolari, sormontate da

cornicioni posticci, incrostate di stucchi obbrobriosi. Una specie

d'immenso tumore biancastro sporgeva dal fianco della vecchia Urbe e ne

assorbiva la vita.

Poi di giorno in giorno, su i tramonti — quando le torme rissose degli

operai si sparpagliavano per le osterie della via Salaria e della via

Nomentana — giù per i viali principeschi della Villa Borghese si

vedevano apparire in carrozze lucidissime i nuovi eletti della fortuna,

a cui nè il parrucchiere nè il sarto nè il calzolaio avevan potuto

togliere l'impronta ignobile; si vedevano passare e ripassare al trotto

sonoro dei bai e dei morelli, riconoscibili alla goffaggine insolente

delle loro pose, all'impaccio delle loro mani rapaci e nascoste in

guanti troppo larghi o troppo stretti. E parevano dire: “Noi siamo i

nuovi padroni di Roma. Inchinatevi!„

Tali, in fatti, i padroni di quella Roma che sognatori e profeti, ebri

dell'ardente esalazione di tanto latino sangue sparso, avevano

assomigliata all'arco di Ulisse. — Bisogna curvarlo o morire. — Ma

quegli stessi uomini, i quali da lungi erano apparsi fiamme nel cielo

eroico della patria non ancor libera, ora diventavano “carboni sordidi,

buoni soltanto a segnare su i muri una turpe figura o una parola

sconcia„, secondo l'atroce imagine d'un rètore indignato.

S'industriavano anch'essi a vendere, a barattare, a legiferare e a

tender trappole, nessuno più facendo allusione all'arco micidiale. E non

pareva probabile, in verità, che a spaventarli si levasse d'improvviso

il grido: “O Proci, divoratori della sostanza altrui, badate, Ulisse è

già approdato in Itaca!„

Ottimo consiglio era dunque il ritrarsi dallo spettacolo, per qualche

tempo. E io partii con i miei cavalli e con le mie cose più familiari,

senza commiati.

Avevo scelto per soggiorno Rebursa, la prediletta delle mie terre

ereditarie, prediletta già da mio padre come da me: rifugio favorevole a

un'anima valida, paese dalle vertebre di roccia, disegnato con rara

sobrietà e gagliardìa di stile: che poteva accogliere e nutrire il sogno

imperioso della mia ambizione come aveva accolto e nutrito l'altera

tristezza di mio padre dopo la caduta del suo Re e dopo la morte di

Colei che vivente era parsa la luce della nostra casa, il nostro più

sicuro bene.

Anche, io aveva poco lungi di là — a Trigento — alcuni amici, non veduti

da molti anni ma non obliati, a cui mi legavano grati ricordi della

puerizia e dell'adolescenza. E il pensiero di rivederli mi rallegrava.

Vivevano a Trigento, nell'antico palazzo baronale circondato da un

giardino quasi vasto come un parco, i Capece Montaga: famiglia tra le

più illustri e magnifiche delle Due Sicilie, caduta in rovina nei dieci

anni che seguirono la disgrazia del Re, quindi ritiratasi a vita oscura

nell'ultimo dei suoi feudi, in fondo alla provincia silenziosa. Il

vecchio principe di Castromitrano — che aveva goduto i supremi onori

alla corte di Ferdinando e di Francesco, e che aveva seguito fedelmente

l'esule a Roma e oltralpe senza mai rinunziare alle suntuosità del tempo

felice — sognava da anni nell'ombra e da anni invano aspettava la

Restaurazione, mentre la sua canizie precoce andavasi chinando sempre

più verso il sepolcro e la sua figliuolanza andavasi disfacendo nel

tedio inerte. Soltanto la demenza della principessa Aldoina turbava la

lunga agonia gittandovi sopra a sprazzi lo splendore fantastico del

Passato. E nulla poteva eguagliare in desolazione il contrasto tra la

realtà miserevole e i pomposi fantasmi espressi dal cervello della

demente.

Quella grande stirpe moribonda aggiungeva a quel paese di rocce una

specie di funebre bellezza, per la mia anima che cercava già di

raccogliere tutta l'anima inclusa nella chiostra lapidea. Mi nasceva già

dal profondo un presentimento misterioso in cui il mio destino si

avvicinava e si mescolava a quel destino solitario. E nella memoria mi

risonavano con una tenue magia musicale i nomi delle principesse nubili:

Massimilla, Anatolia, Violante: nomi in cui parevami fosse qualche cosa

di vagamente visibile come un ritratto pallido a traverso un vetro

offuscato; nomi espressivi come volti pieni di ombre e di lumi, in cui

già parevami scoprire un infinito di grazia, di passione e di dolore.

II.

_Grandissima grazia d'ombre e di lumi

s'aggiunge ai visi di quelli che

seggono sulle porte di quelle

abitazioni che sono oscure...._

LEONARDO DA VINCI.

Ebbi un moto di sincera gioia quando riconobbi su la via di Rebursa Oddo

e Antonello Montaga che, avendo saputo l'ora del mio arrivo, venivano a

incontrarmi. Entrambi mi abbracciarono con effusione, mi diedero tutti i

saluti di Trigento, mi rivolsero mille domande a un tempo; sembravano

felici di rivedermi, anche più felici quando io espressi il proposito di

rimanere nel paese a lungo.

— Rimarrai con noi! — esclamò Antonello, come fuori di sè, stringendomi

le mani. — Tu sei mandato da Dio, dunque....

— Bisogna che tu venga oggi stesso a Trigento, — disse Oddo

interrompendo il fratello. — Tutti ti aspettano là. Bisogna che tu venga

oggi stesso....

Mi sembravano entrambi tenuti da un'agitazione strana, quasi febrile;

avevano i gesti disordinati e un po' convulsi, la parola rapida e quasi

ansiosa: l'aspetto di due prigionieri infermicci, esciti allora allora

dal carcere come da un sogno opprimente, turbati e smarriti e quasi ebri

nel primo contatto con la vita estranea. Come più io li guardava, più

manifesti mi apparivano nelle loro persone i segni singolari; e

cominciavano a darmi pena e inquietudine.

— Non so, — risposi, — non so se oggi stesso potrò venire. Tante ore di

viaggio mi hanno stancato. Ma domani...

Provavo un bisogno vago di star solo, di raccogliermi, di assaporare

quella malinconia ch'era caduta su me all'improvviso. I miei occhi

cercavano il paese intorno per riconoscerlo. Veniva dalle cose verso di

me quasi un'onda di memorie, che la presenza di quei due esseri dolorosi

m'impediva di ricevere.

— Allora — disse Oddo — verrai domattina a colazione da noi. Consenti?

— Sì, verrò.

— Tu non puoi imaginare come ti aspettino tutti, laggiù.

— Non mi avevate dunque dimenticato.

— Oh no! Tu ci avevi dimenticati.

— Tu ci avevi dimenticati — ripetè Antonello, con un sorriso un po'

convulso. — È giusto. Noi siamo sepolti.

Gli accenti della sua voce mi colpivano più che le sue parole.

Un'intensità singolare avevano i suoi accenti, i suoi gesti, i suoi

sguardi, tutti i suoi atti, come quelli di un uomo posseduto da un morbo

misterioso, tormentato da un'allucinazione continua, vivente in mezzo ad

apparenze non percettibili dai sensi altrui. Non mi sfuggiva una specie

di sforzo ch'egli faceva come per uscire da un'atmosfera che

l'involgesse e per comunicar più da vicino con me. Un tale sforzo dava

qualche cosa di contratto e di convulso a tutta la sua persona. La mia

pena e la mia inquietudine crescevano.

— Tu vedrai la nostra casa — egli soggiunse, con quel medesimo sorriso.

Senza volere, domandai:

— Come sta Donna Aldoina?

Ambedue i fratelli chinarono il capo, non risposero.

Si somigliavano. Erano, in fatti, gemelli: ambedue lunghi, magri, un po'

curvi. Avevano gli stessi occhi chiari, la stessa barba rada e fine, le

stesse mani pallide nervose e inquiete come quelle delle isteriche. Ma

in Antonello i segni della debolezza e del disordine si mostravano più

profondi e irreparabili. Egli era perduto.

Nella pausa, invano io cercavo parole. Mi teneva una specie di stupore

triste, quasi che su l'anima avessi tutto il peso del corpo stanco.

Poichè la strada costeggiava una catena di rocce, il trotto dei cavalli

risonando sul terreno duro svegliava gli echi nelle cavità deserte. Alla

svolta, apparve nella valle il fiume rilucente per sinuosità

innumerevoli. Chiusa nei meandri come un'isola, apparve una massa

biancastra di rovine.

— Non è Linturno, là? — chiesi io riconoscendo la città morta.

— È Linturno — rispose Oddo. — Ti ricordi? Una volta ci andammo

insieme....

— Mi ricordo.

— Quanto tempo è passato!

— Quanto tempo!

— Ora non c'è molta differenza tra Linturno e Trigento — disse

Antonello, toccandosi incertamente la barba su la guancia con le dita

affilate, mentre i suoi occhi parevano perdere lo sguardo esteriore. —

Domani vedrai.

— Ma tu lo scoraggi! — interruppe Oddo, con una leggera irritazione. —

Domani non verrà.

— Verrò, verrò — assicurai, sforzandomi di sorridere e di vincere la mia

tristezza medesima che più si chiudeva. — Verrò; e troverò bene il modo

di rianimarvi. Mi sembrate un po' malati di solitudine, un po'

depressi....

Antonello, ch'era seduto di fronte a me, pose una mano sul mio ginocchio

chinandosi fino a guardarmi nelle pupille, mentre il suo volto prendeva

un'indefinibile espressione di sgomento e di ansietà, come s'egli avesse

trovato nelle mie parole un senso spaventoso e volesse interrogarmi. E

di nuovo quel suo volto bianco, che mi si avvicinava, pur nella luce

diurna mi parve escire da un mondo in cui respirasse solo; mi suscitò

l'imagine di quei volti emaciati e spiritali che escono soli dai fondi

misteriosi dei quadri sacri anneriti dal tempo e dal fumo dei cèrei.

Non fu se non un attimo. Egli si ritrasse e non parlò.

— Ho portato meco i cavalli — io soggiunsi, dominando il mio turbamento.

— Faremo grandi cavalcate, ogni giorno. Bisogna muoversi, scuotere la

pigrizia e la noia. Come passate voi le ore?

— Contandole — disse Oddo.

— E le sorelle?

— Oh quelle povere creature! — mormorò Oddo con un tremito di tenerezza

nella voce. — Massimilla prega; Violante si uccide coi profumi che le

manda la Regina; Anatolia.... Anatolia è quella che ci fa vivere, è la

nostra anima, è per noi tutto.

— E il principe?

— È molto invecchiato; è diventato interamente bianco.

— E Don Ottavio?

— Non esce quasi mai dalle sue stanze. Abbiamo quasi dimenticato il

suono della sua voce.

— E Donna Aldoina? — stavo per chiedere di nuovo, ma mi trattenni; e

tacqui.

Eravamo nella valle ondulata del Saurgo, in una conca di tepore.

— Com'è precoce qui la primavera! — esclamai, per un bisogno di

consolare quei due dolenti e di consolar me medesimo. — In febbraio

vedete i primi fiori. Non è già questo un privilegio? Voi non sapete

godere delle cose che la vita vi offre. Mutate un giardino in una

carcere per torturarvi.

— Dove sono i fiori? — domandò, con quel suo sorriso penoso, Antonello.

Cercammo tutt'e tre i fiori con gli occhi, per quella terra fulva e

aspra come la giubba del leone, che sembrava fatta per nutrire le piante

dall'aspetto arido e tormentato ma datrici d'un opulento frutto.

— Eccoli! — gridai con un moto vivo di piacere additando un filare di

mandorli su un'eminenza che aveva la forma lunga e nobile di un'onda.

— Sono nella tua terra — disse Oddo.

Eravamo in fatti nelle vicinanze di Rebursa. La catena rocciosa con le

sue cime frastagliate e aguzze piegava a destra, lambita dal Saurgo

serpentino, sollevandosi a grado a grado verso il massimo culmine del

monte Corace che scintillava al sole come un elmetto. A sinistra della

strada il suolo svolgevasi ondulato ad imagine di una spiaggia coperta

di larghe dune, trasformandosi poco lungi in una successione di colline

fulve e gibbose come i cammelli del deserto.

— Guarda, guarda! Un altro filare laggiù! — gridai scorgendo un'altra

nube argentea e leggera di fiori. — Non vedi, Antonello?

Egli non tanto guardava i mandorli quanto me, con un sorriso trepido e

attonito, meravigliandosi forse della puerile allegrezza che suscitava a

un tratto in me la vista dei primi fiori. — Ma qual più lieta

accoglienza avrebbe potuto farmi la terra amata da mio padre? Qual più

gentile spettacolo di festa avrebbe potuto offrirmi quel robusto paese

dalle vertebre di roccia?

— Se fossero qui Anatolia, Violante, Massimilla! — esclamò Oddo, a cui

s'era comunicata la mia animazione impreveduta. — Ah se fossero qui!

E la sua voce esprimeva il rammarico.

— Bisogna condurle sotto i fiori — disse Antonello dolcemente.

— Guarda quanti! — io seguitai, abbandonandomi al novissimo piacere con

più confidenza perchè sentivo già di poterne trasfondere almeno una

parte in quelle povere anime chiuse. — Sono felice che sieno miei, Oddo.

— Bisogna condurle sotto i fiori — ripetè Antonello dolcemente, come

trasognato.

Mi pareva che i suoi occhi febrili si rinfrescassero nella visione di

quelle cose pure e che le sue parole piane mescolassero a quelle cose le

imagini indistinte delle tre sorelle: “Massimilla prega; Violante si

uccide coi profumi; Anatolia è quella che ci fa vivere, è l'anima

nostra.„

— Ferma! — ordinai al cocchiere, sollevandomi a un tratto, colpito da un

pensiero subitaneo che mi fece gioire singolarmente. — Scendiamo;

entriamo nel campo. Voglio che portiate a casa un fascio di rami. Sarà

una festa, laggiù.

Oddo e Antonello si guardarono un po' confusi, un po' sorridenti, quasi

timidi, come dinnanzi a un fatto impensato e straordinario che nel tempo

medesimo li sbigottisse e li empisse d'una sensazione deliziosa. Essi mi

avevano mostrato il loro male, mi avevano rivelata la loro pena, mi

avevano parlato del triste carcere ond'erano esciti e dov'erano per

rientrare; ed ecco, su la via aperta, io li invitavo a riconoscere e a

festeggiare la primavera: la primavera ch'essi avevano dimenticata,

ch'essi parevano rivedere per la prima volta dopo lunghi anni e

considerare con un misto di temenza e di allegrezza, come un miracolo.

— Scendiamo!

Non più io mi sentivo stanco, ma sentivo in me la consueta abondanza di

vita e quella elevazione che dánno allo spirito gli atti spontanei di

generosità. Io era liberale di me a quei due indigenti, li riscaldavo

con la mia fiamma, li abbeveravo col mio vino. Leggevo già nei loro

occhi (ed essi mi guardavano quasi di continuo) una specie di

sommessione e di dedizione fiduciosa. Essi già mi appartenevano

entrambi; ed io poteva esercitare su loro il beneficio e il predominio

senza fallire.

— Che aspetti? Non discendi? — chiesi ad Antonello che, col piede sul

predellino, pareva esitare come davanti a un pericolo.

Egli aveva ancora quel suo sorriso contratto. Fece uno sforzo visibile

nel mettere il piede a terra; vacillò come se nel calcolare l'altezza si

fosse ingannato; e i suoi primi passi furono saltellanti e mal fermi. Lo

aiutai nel varcare la callaia. Sentendo cedere le zolle, egli si

soffermò; e, rivolto agli alberi fioriti, respirò forte, accolse tutta

la bella apparenza ne' suoi occhi chiari, ne rimase quasi abbacinato.

Io gli dissi, toccandogli il braccio:

— Tu non ti ricordavi di queste cose. Oddo, ch'era già entrato nel

frutteto, esclamò come ebro:

— Ah se Violante fosse qui! Quest'odore val bene le essenze di Maria

Sofia.

Antonello ripetè dolcemente:

— Bisogna condurle sotto i fiori.

Pareva che il suono di queste parole gli avesse affascinato l'orecchio

come una cadenza, fin dalla prima volta. La sua voce nel ripeterle aveva

le stesse inflessioni. E io nel riudirle provai non so che turbamento,

quasi che mi fossero dirette. Il desiderio di tagliare i rami, ch'era

caduto dinnanzi a tanta bellezza vivente, mi risorse; e imaginai in

confuso l'arrivo del gran dono primaverile al palazzo lùgubre nel

crepuscolo.

— Non c'è nessuno nelle vicinanze? — domandai, impaziente.

Un colono sopraggiungeva di corsa. Ansando si curvò e si mise a baciarmi

le mani con una specie di furia.

— Taglia i più bei rami — io gli dissi.

Era egli un magnifico esemplare della sua specie, degno abitatore di

quella roggia terra sparsa di pietre focaie. Mi pareva in vero un

superstite dell'antica razza lapidea di Deucalione. Brandì la róncola, e

con colpi netti e rapidi si diede a mutilare le felici creature

vegetali. Ad ogni colpo cadevano i petali meno tenaci e imbiancavano il

suolo.

— Guarda! — dissi ad Antonello accostandogli un ramo. — Hai tu mai

conosciuta una cosa più delicata e più fresca di questa?

Egli levò la debole mano feminina e toccò con la punta delle dita una

corolla. Il suo gesto era quello dell'infermo o del convalescente che

tocca una cosa viva con la vaga illusione che essa gli lasci nel

contatto qualche piccola parte di vitalità come le farfalle lasciano la

polvere labile delle loro ali. Egli si volse al fratello con una

malinconia quasi tenera nel suo sorriso penoso:

— Vedi, Oddo? Noi avevamo dimenticato, non sapevamo più....

— Ma non vivete voi in un giardino? — io domandai meravigliandomi di

quel loro stupore e di quella loro commozione innanzi a un semplice ramo

di mandorlo come innanzi a una novità inopinata. — Non passate tutti i

giorni tra le foglie e i fiori?

— Sì, è vero — rispose Antonello. — Ma io non li vedevo più. E poi

questi sono o mi sembrano, io non so, _un'altra cosa_. Non so dirti

l'impressione che mi fanno. Tu non puoi comprendere.

Poichè la ròncola risonava ancora, egli si volse verso il mandorlo che

gemeva sotto i colpi. L'uomo, sollevato da terra, stringeva il tronco

nella tenaglia delle gambe nerborute, avendo sul capo fosco come quel

d'un mulatto la fresca nuvola argentina che tremava al luccichìo del

ferro adunco.

— Digli che cessi! — mi pregò Antonello. — Noi non potremo caricarci di

tanti rami.

— Vi farò portare dalla carrozza fino a Trigento, col carico.

M'indugiavo tuttora a imaginare l'arrivo del dono primaverile innanzi ai

cancelli del parco ove le tre sorelle attendevano. Le loro figure mi

balenavano indistinte, pur con qualche lineamento che mi pareva di

rinvenire nei ricordi della puerizia e dell'adolescenza. E il desiderio

di rivederle, di riudire la loro voce, di ravvivare quei ricordi alla

loro presenza, di conoscere il loro male, di mescolarmi alla loro vita

ignota mi cresceva a poco a poco e cominciava a prendere l'acutezza di

un'inquietudine.

Seguendo il mio pensiero e il mio sentimento (già la carrozza correva

verso Rebursa), io dissi:

— Un tempo, il parco di Trigento era pieno di giunchiglie e di violette.

— Anche ora — disse Oddo.

— C'erano grandi siepi di bosso.

— Ci sono ancóra.

— Mi ricordo bene dell'anno che arrivaste da Monaco per rimanere.

Massimilla era molto malata. Accompagnavo a Trigento quasi ogni giorno

mia madre....

Noi eravamo immersi nella primavera. I rami di mandorlo ingombravano la

carrozza: ne avevamo dietro le spalle, ne avevamo su le ginocchia. Il

viso così bianco di Antonello m'appariva tra quella bianchezza odorosa

più consunto; e la malinconia dei suoi occhi febrili, troppo in

contrasto con quella vivente espressione di una gioventù sempre

rinnovellata, mi si adunava intorno al cuore.

— Peccato che tu non venga oggi a Trigento! — disse Oddo, con un

profondo rammarico nella voce. — Mi dispiace di lasciarti.

— È vero — aggiunse Antonello. — Ti abbiamo riveduto soltanto oggi, dopo

anni, dopo anni di silenzio e di dimenticanza; e ora già ci sembra di

non poter fare a meno di te.

Le vergini delle rocce · 第 3 / 14 段