Chiedevano intanto i poeti, scoraggiati e smarriti, dopo aver esausta la

dovizia delle rime nell'evocare imagini d'altri tempi, nel piangere le

loro illusioni morte e nel numerare i colori delle foglie caduche;

chiedevano, alcuni con ironia, altri pur senza: “Qual può essere oggi il

nostro officio? Dobbiamo noi esaltare in senarii doppii il suffragio

universale? Dobbiamo noi affrettar con l'ansia dei decasillabi la caduta

dei re, l'avvento delle repubbliche, l'accesso delle plebi al potere?

Non è in Roma, come già fu in Atene, un qualche demagogo Cleofonte

fabbricante di lire? Noi potremmo, per modesta mercede, con i suoi

stessi strumenti accordati da lui, persuadere gli increduli che nel

gregge è la forza, il diritto, il pensiero, la saggezza, la luce....„

Ma nessuno tra loro, più generoso e più ardente, si levava a rispondere:

“Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il

sogno che è in voi! Poichè oggi non più i mortali tributano onore e

riverenza ai cantori alunni della Musa che li predilige, come diceva

Odisseo, difendetevi con tutte le armi, e pur con le beffe se queste

valgano meglio delle invettive. Attendete ad inacerbire con i più acri

veleni le punte del vostro scherno. Fate che i vostri sarcasmi abbiano

tal virtù corrosiva che giungano sino alla midolla e la distruggano.

Bollate voi sino all'osso le stupide fronti di coloro che vorrebbero

mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale

e fare le teste umane tutte simili come le teste dei chiodi sotto la

percussione dei chiodajuoli. Le vostre risa frenetiche salgano fino al

cielo, quando udite gli stallieri della Gran Bestia vociferare

nell'assemblea. Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza

che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il

villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di

legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre

Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide,

sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una

legge nell'assemblea. Difendete il Pensiero ch'essi minacciano, la

Bellezza ch'essi oltraggiano! Verrà un giorno in cui essi tenteranno di

ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete

l'antica liberale opera dei vostri maestri e quella futura dei vostri

discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate,

essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del

mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d'efficacia micidiale

una formula chimica. Opponete risolutamente la distruzione alla

distruzione!„

E i patrizii, spogliati d'autorità in nome dell'uguaglianza, considerati

come ombre d'un mondo scomparso per sempre, infedeli i più alla loro

stirpe e ignari o immemori delle arti di dominio professate dai loro

avi, anche chiedevano: “Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo

noi ingannare il tempo e noi stessi cercando di alimentare tra le

memorie appassite qualche gracile speranza, sotto le volte istoriate di

sanguigna mitologia, troppo ampie pel nostro diminuito respiro? O

dobbiamo noi riconoscere il gran dogma dell'Ottantanove, aprire i

portici dei nostri cortili all'aura popolare, coronar di lumi i nostri

balconi di travertino nelle feste dello Stato, diventar soci dei

banchieri ebrei, esercitar la nostra piccola parte di sovranità

riempiendo la scheda del voto coi nomi dei nostri mezzani, dei nostri

sarti, dei nostri cappellai, dei nostri calzolai, dei nostri usurai e

dei nostri avvocati?„

Qualcuno tra loro — mal disposto alle rinunzie pacifiche, ai tedii

eleganti e alle sterili ironie — rispondeva: “Disciplinate voi stessi

come i vostri cavalli da corsa, aspettando l'evento. Apprendete il

metodo per affermare e afforzare la vostra persona come avete appreso

quello per vincere nell'ippòdromo. Costringete con la vostra volontà

alla linea retta e allo scopo fermo tutte le vostre energie, e pur le

vostre passioni più tumultuose e i vostri vizii più torbidi. Siate

convinti che l'essenza della persona supera in valore tutti gli

attributi accessorii e che la sovranità interiore è il principal segno

dell'aristòcrate. Non credete se non nella forza temprata dalla lunga

disciplina. La forza è la prima legge della natura, indistruttibile,

inabolibile. La disciplina è la superior virtù dell'uomo libero. Il

mondo non può essere constituito se non su la forza, tanto nei secoli di

civiltà quanto nelle epoche di barbarie. Se fossero distrutte da un

altro diluvio deucalionico tutte le razze terrestri e sorgessero nuove

generazioni dalle pietre, come nell'antica favola, gli uomini si

batterebbero tra loro appena espressi dalla Terra generatrice, finchè

uno, il più valido, non riuscisse ad imperar su gli altri. Aspettate

dunque e preparate l'evento. Per fortuna lo Stato eretto su le basi del

suffragio popolare e dell'uguaglianza, cementato dalla paura, non è

soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria. Lo Stato non deve

essere se non un instituto perfettamente adatto a favorire la graduale

elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideal forma di esistenza.

Su l'uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi

andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della

forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per

domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo difficile, in

vero, ricondurre il gregge all'obedienza. Le plebi restano sempre

schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse

non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il

sentimento della libertà. Non vi lasciate ingannare dalle loro

vociferazioni e dalle loro contorsioni sconce; ma ricordatevi sempre che

l'anima della Folla è in balia del Pánico. Vi converrà dunque,

all'occasione, provvedere fruste sibilanti, assumere un aspetto

imperioso, ingegnar qualche allegro stratagemma. Il polítropo Ulisse,

quando trascorreva il campo per ridurre tutti nel fòro, se imbattevasi

in qualche plebeo vociferante lo castigava con lo scettro, _taci_,

garrendo, _taci, tu codardo, tu imbelle e nei consigli nullo_. Il nobile

demagogo Alcibiade, perito quant'altri mai nel governo della Gran

Bestia, così dava principio a una sua concione per l'impresa di Sicilia:

— _A me, più che ad altri, si aspetta, o Ateniesi, il comando; e del

comando io mi stimo degno._ — Ma nessuno ammaestramento, in verità, è

più profondo e più per voi opportuno di quello offertovi da Erodoto sul

principio del libro di Melpomene. Eccolo. — Gli Sciti, rimasti

ventott'anni lungi dalla patria per aver tenuto l'imperio dell'Asia

superiore, dopo sì lungo intervallo volendo ad essa ritornare,

incontrarono un non minor travaglio di quello che avevan durato nella

guerra medica. Un grande esercito ostile lor precludeva l'accesso. E

tanto avveniva perchè le donne scitiche, prive per lungo tempo dei loro

uomini, ai servi s'erano abbandonate. E dai servi e dalle donne era

sorta una generazione di giovani; i quali, consapevoli della propria

origine, s'eran messi contro a coloro che tornavan dalla Media e

primieramente, ad impedire il passo, avevano praticato uno scavo e dai

monti taurici prolungatolo fino alla Palude Meotide, che molto è vasta.

Seguitarono poi a respingere con valide opere di difesa il tentato

assalto degli Sciti; e come questi ultimi dopo varii conflitti vedevano

di non potere in alcun modo avanzar con le armi, un d'essi appunto così

prese a dire: O Sciti, a che mai stiamo qui travagliando? Nel combattere

coi nostri servi noi ci assottigliamo per le continue morti, e se noi li

uccidiamo non facciam altro che scemare il numero dei nostri futuri

soggetti. Onde io penso che ci convenga smettere e le aste e i dardi e

che ognuno di noi debba imbrandir soltanto lo scudiscio del suo cavallo

e in tal modo affrontar quella gente. Perchè sino ad ora avendoci veduto

procedere in armi, essi al certo credettero di essere nostri eguali e

figli di eguali; ma, come avranno veduto che in vece d'armi noi

maneggiamo lo scudiscio, súbito sentiranno d'esser nostri servi; e, ben

persuasi del loro stato, non sapranno più resisterci. Il qual discorso

avendo udito gli Sciti, eseguirono il consiglio. E gli avversarii,

fieramente percossi dal nuovo fatto, cessarono dal combattere e si

diedero alla fuga. Questo pertanto è il modo onde gli Sciti riebbero la

patria. — O dominatori senza dominio, meditatelo!„

Forse nella mia solitudine laboriosa — se bene io non temessi nè

l'infermità nè la demenza nè la morte possedendo questa tutelare fiamma

di orgoglio di pensiero e di fede — forse talvolta la mia malinconia

celava in sè un verace bisogno di comunioni con il fraterno spirito non

incontrato ancóra o con un'adunanza di spiriti predisposti ad

appassionarsi sinceramente di ciò che mi appassionava. Un tal bisogno

parevami si rivelasse nel mio abito mentale di fermare le teorie delle

idee e delle imagini in una concreta forma oratoria o lirica, quasi a

riguardo d'un imaginario uditore. Caldi getti d'eloquenza e di poesia

m'inondavano all'improvviso, cosicchè all'anima traboccante il silenzio

talvolta era grave.

Per confortare la mia solitudine, allora pensai di dare una figura

corporea a quel demònico in cui, secondo il documento del mio primo

maestro, io aveva fede come nell'infallibile segno che mi conduceva

all'integrazione della mia effigie morale. Io pensai di commettere a una

bocca bella e imperiosa e colorita dal mio medesimo sangue l'officio di

ripetermi: — O tu, sii quale devi essere.

Tra le imagini dei miei maggiori una m'è sopra tutte le altre carissima,

e sacra come una icona votiva. È il più nobile e il più vivido fiore di

mia stirpe, rappresentato dal pennello di un artefice divino. È il

ritratto di Alessandro Cantelmo conte di Volturara, dipinto dal Vinci

tra l'anno 1493 e il '94 a Milano dove Alessandro aveva preso stanza con

una sua compagnia di gente d'arme, attratto dall'inaudita magnificenza

di quello Sforza che voleva fare della città lombarda _una nuova Atene_.

Nessuna cosa al mondo ha per me un egual pregio, e nessun tesoro mai fu

custodito con più appassionata gelosia. Io non mi stanco di ringraziar

la Fortuna che ha voluto far risplendere su la mia vita una tanto

insigne imagine e concedermi la voluttà incomparabile di un tanto

segreto. “Se tu possiedi una cosa bella, ricòrdati che ogni sguardo

altrui usurpa il tuo possesso. Il godimento della contemplazione

parteggiato è menomato: e tu rifiùtalo. Qualcuno, per non confondere il

suo sguardo con quello dello sconosciuto, non entrò nel museo publico.

Ora, se tu veramente possiedi una cosa bella, chiudila con sette porte e

coprila con sette velarii.„ E un velario copre la figura magnetica; ma

il suo sogno è così profondo, la sua fiamma è così possente che talvolta

il tessuto palpita alla veemenza del respiro.

Io diedi dunque al demònico la forma di questo genio familiare; e lo

sentii nella solitudine vivere d'una vita assai più intensa della mia.

Non aveva io dinnanzi a me, per il prodigio durevole d'uno fra i più

grandi rivelatori del mondo, non aveva io dinnanzi a me uno spirito

eroico escito dal mio stesso ceppo e costituito da tutti quei caratteri

distintivi della prosapia i quali io così acutamente cercava di rivelare

in me medesimo e che in esso apparivano con una fierezza di rilievo

quasi spaventosa?

Eccolo ancóra dinnanzi a me, eguale sempre e pur sempre nuovo! Un tal

corpo non è la carcere dell'anima ma ne è il simulacro fedele. Tutte le

linee del volto quasi imberbe sono precise e ferme come in un bronzo

cesellato con insistenza; la pelle ricopre d'un pallor fosco i muscoli

asciutti, usi per certo a palesarsi con un tremito ferino nel desiderio

e nella collera; il naso diritto e rigido, il mento ossuto e stretto, le

labbra sinuose ma energicamente serrate esprimono la volontà temeraria;

e lo sguardo è come una bella spada, all'ombra d'una capellatura densa e

greve e quasi violetta come i grappoli d'uva che il sole affoca sul

tralcio più vivace. Egli sta in piedi, visibile dal ginocchio in su,

immoto; e pure l'imaginazione si rappresenta al primo attimo lo scatto

repentino delle gambe flessibili e forti come gli acciari delle

balestre, che scaglieranno pericolosamente quel busto elegante appena il

nemico si mostri. “CAVE ADSVM„: ben gli si addice l'antica insegna.

Vestito d'un'arme leggerissima, damaschinata certo da un artiere sommo,

egli ha le mani ignude: mani pallide e sensitive ma pur con un non so

che di tirannico e quasi di micidiale nel lor disegno netto: la sinistra

appoggiata su la gòrgone dell'elsa, la destra contro lo spigolo d'un

tavolo coperto di velluto cupo, del quale appare un lembo. Accanto alle

manopole e al morioncello, posano sul velluto una statuetta di Pallade e

una melagrana che porta sul gambo anche la sua foglia aguzza e il suo

fiore ardente. Dietro il capo allontanasi per entro al vano d'una

finestra una campagna spoglia terminata da una chiostra di colline su

cui si eleva un còno, solo come un pensiero superbo. E in basso, su un

cartiglio, leggesi questo distico:

FRONS VIRIDIS RAMO ANTIQVO ET FLOS IGNEVS VNO TEMPORE

[PRODIGIVM] FRVCTVS ET VBER INEST.

In qual luogo e per quale evenienza Alessandro erasi incontrato la prima

volta col maestro fiorentino che allora attingeva il massimo splendore

della sua virilità? Forse in un festino di Ludovico, pieno delle

meraviglie create dalle arti occulte del Mago? O piuttosto nel palazzo

di Cecilia Gallerani, dove gli uomini militari ragionavano di scienza

bellica, i musici cantavano, gli architetti e i pittori disegnavano, i

filosofi disputavano delle cose naturali, i poeti recitavano i loro e

gli altrui componimenti “alla presenza di questa eroina„, come narra il

Bandello. Quivi appunto mi piace imaginare il primo incontro, nel tempo

in cui la favorita del Moro già incominciava ad amar segretamente

Alessandro.

Quale fiamma d'intelligenza audace e di volontà dominatrice doveva

trasparire dalle sembianze del giovine perchè Leonardo ne fosse preso

fin da quel giorno! Forse Alessandro ragionò con lui in disparte “su i

modi di ruinare ogni rocca o altra fortezza se non fondata in sul sasso„

e si appassionò ai segreti formidabili di quell'affascinante creator di

madonne il qual superava in novità d'ingegni tutti i maestri e

compositori di strumenti bellici. Forse, nel corso del ragionamento,

Leonardo proferì qualcuna di quelle sue parole profonde su l'arte della

vita; e, scrutando gli occhi del giovine fattosi muto, riconobbe in lui

uno spirito deliberato a trarre dalla vita tutto ciò ch'ella poteva

dargli, un ambizioso disposto non già a seguir ciecamente la sua ventura

ma a conquistare il dominio con il soccorso di quella scienza che

moltiplica e converge allo scopo le forze dell'operatore. E colui che

alcuni anni dopo doveva divenire l'architetto militare di Cesare Borgia,

colui che invocava ed aspettava un principe magnanimo il quale gli

offerisse senza misura i mezzi per porre in atto i suoi innumerevoli

disegni, colui vide forse nel patrizio chiomato il futuro fondatore di

una dinastia regale e lo amò riponendo in lui le più superbe speranze.

Mi piace imaginare che si riferisca alla sera del primo incontro il

breve ricordo nei comentarii del Vinci (allora tutto intento agli studii

per la statua equestre di Francesco Sforza): “A dì penultimo d'Aprile

1492. Ginnetto grosso di Messer Alessandro Cantelmo: ha bel collo e

assai bella testa.„

Uscendo insieme dal palazzo di Cecilia si soffermarono entrambi su la

via sempre ragionando; e, come Leonardo scorse il ginnetto, gli si

appressò per osservarlo. Palpando il bel collo egli espresse con qualche

esclamazione spontanea il terribile travaglio che davano al suo spirito

incontentabile le continue ricerche intorno al monumento con cui il Moro

voleva glorificar la fortuna del padre conquistatore del ducato ed

espugnatore di Genova. La sua mano creatrice delineò nell'aria il

colosso con qualche largo gesto rendendolo visibile agli interni occhi

del giovine. Cadeva il giorno; l'ora del vespero primaverile fluttuava

su i pinnacoli della città gaudiosa; una compagnia di musici passava

cantando; e il cavallo per l'impazienza nitrì. Un sentimento eroico

dilatò allora l'anima di Alessandro agguagliandola al fantasma del gran

capitano. “Ah, partire per la mia conquista!„ egli pensava balzando in

sella. E poichè in realtà egli non partiva se non verso una qualche cura

della vita comune, disse d'improvviso in un impeto d'amarezza: “Pare a

voi, maestro Leonardo, che metta conto di vivere a un uomo nel mio

stato?„ E Leonardo che quelle inattese parole non meravigliarono: “Tutto

è che l'aquila pigli il primo volo.„ E forse il cavaliere imberbe che si

allontanava con la sua gente gli parve essere stato fatto re dalla

natura “come quello che nell'alveare nasce condottiero delle api„.

Il mattino seguente un servo condusse il ginnetto in dono allo statuario

insieme col saluto del suo signore.

Tale imagino il principio delle mutue liberalità. Il maestro compensava

il discepolo con la vera ricchezza, poichè “non si dimanda ricchezza

quello che si può perdere„. Come Socrate egli prediligeva i discepoli

ornati di rare eleganze e di belle capellature. Come Socrate, egli

eccelleva nell'arte di elevare l'anima umana all'estremo grado del suo

vigore. Alessandro fu certo per qualche tempo l'eletto in quella

_Academia Leonardi Vincii_ dove una nobile genitura spirituale

dischiudevasi a poco a poco sotto un insegnamento che traeva il suo

calore dalla verità centrale come da un sole non oscurabile. “Nessuna

cosa si può amare, nè odiare, se prima non si ha cognizion di quella.

L'amore di qualunque cosa è figliuolo di essa cognizione. L'amore è

tanto più fervente quanto la cognizione è più certa.„

Si trovano qua e là negli interrotti comentarii di Leonardo i segni

della curiosità appassionata con cui lo sperimentatore indefesso

vigilava l'anima preziosa del suo giovine amico. Egli non aveva segreti

per lui, volendo concorrere con tutti i suoi mezzi ad accrescerne le

potenze accumulate, a renderne più efficace l'azione futura su un vasto

campo. Egli notava per ricordarsene: “Parla col Volturara di questi tali

modi di trarre i dardi.„ E ancóra: “Mostra al Volturara modi di levare e

ponere ponti, modi di ardere e disfare quelli dell'inimico e come si

piantan bombarde e bastioni di dì e di notte.„ Oppure: “Messer

Alessandro mi vol dare il Valturio _De re militari_ e le Deche e

Lucrezio _Delle cose naturali_.„

Come i detti brevi e fieri del giovine lo colpivano, egli ne notava

alcuno. “Disse Messer Alessandro che convien prender la fortuna a man

salva dinanti, perchè retro è calva.„ E ancóra: “Sendo io in sul libro

del dividere li fiumi in molti rami e farli guadabili, disse ardito il

Volturara: Affè che Ciro di Cambise ben seppe fare il simile al fiume

Ginde per castigarlo, sol per avere quello toltogli uno cavallo bianco.„

Un giorno — imagino — erano entrambi convenuti nella casa magnifica di

Cecilia Gallerani; e Leonardo aveva rapito gli animi sonando quella nova

lira fabbricata di sua mano quasi tutta d'argento in forma d'un teschio

di cavallo. Nella pausa che seguì l'entusiasmo, la rinata Saffo si fece

recare un mirabile cofanetto ricco di smalti e di gemme inviatole dal

duca in dono; e mostrandolo chiedeva ai presenti quale oggetto tanto

prezioso potesse a lor giudizio meritare d'esservi riposto. Ciascuno

espresse un diverso parere. — E voi, Messer Alessandro? — domandò

Madonna Cecilia, con dolci occhi. Rispose l'audace: — Di quello che fra

i tesori di Dario fu trovato, del quale nulla fu visto che fosse più

ricco, uno antico Alessandro volle far la custodia alla Iliade di Omero.

Sùbito il Vinci segnò nei comentarii quella risposta; e v'aggiunse: “Ei

si vede chi si nutrica di midolle e nervi di lione.„

Un altro giorno erano entrambi convenuti nel giardino della medesima

ospite, e Alessandro, dopo aver disputato con qualcuno di quei “famosi

spiriti„, s'era tratto in disparte per seguire qualche pensiero nuovo

che il calor della disputa aveagli dischiuso nell'intelletto denso di

germi. Chiamandolo la bella contessa bergamina a più riprese, egli non

si voltò se non tardi perchè tardi udì il richiamo. A un grazioso

rimprovero, o forse a un motto pungente, rispose egli sorridendo: — Non

si volta chi a stella è fisso.

La sera, il Vinci segnò nei comentarii anche quella risposta; e

v'aggiunse la sua profezia: “Presto piglierà il primo volo, empiendo

l'universo di stupore, empiendo di sua fama tutte le scritture e gloria

eterna al loco dove nacque.„

Forse in quella sera medesima, considerando l'intensità e la

molteplicità di quella precoce giovinezza, il suo spirito inclinato alle

significazioni occulte degli emblemi e delle allegorie trovò il bel

simbolo della melagrana compendiosa che reca sul gambo la foglia aguzza

e il fiore ardente.

Ma a dì 9 di luglio dell'anno 1495, tre giorni dopo la battaglia di

Fornovo, egli segnava: “Morto il Volturara in campo, da par suo. Mai

cieco ferro al mondo troncò più grande speranza.„

Tal visse e morì il giovine eroe in cui parve sublimata la genuina virtù

della mia stirpe militante. Tale intieramente mi si rivelava nella

effigie vera che di lui tramandò al lontano erede un artefice

soprannominato Promèteo.

“O tu„ egli mi diceva impadronendosi della mia anima col suo magnetico

sguardo “sii quale devi essere.„

“Per te sarò„ io gli diceva “per te sarò qual debbo essere; poichè io ti

amo, o bellissimo fiore di mio sangue; poichè io voglio riporre tutto il

mio orgoglio nell'obbedire alla tua legge, o dominatore. Tu portavi in

te una forza bastevole a soggiogare la terra, ma il tuo destino regale

non doveva compiersi nel tempo in cui prima apparisti. Tu non fosti, in

quel tempo, se non l'annunciatore e il precursore di te medesimo,

dovendo riapparire su dal tuo ceppo longevo nella maturità dei secoli

futuri, alla soglia di un mondo non anche esplorato dai guerrieri ma già

promesso dai sapienti: riapparire come il messaggio l'interprete e il

padrone d'una vita nuova. Per ciò scomparisti d'improvviso, a

similitudine d'un semidio, presso un fiume gonfio di acque, tra il

fragore della battaglia e dell'uragano, stando il sole per attingere il

segno del Leone. La morte non troncò la grande speranza, sì bene la

sorte volle differirne il compimento meraviglioso. La tua virtù, che non

potè allora manifestarsi in una gesta trionfale al conspetto della

terra, dovrà necessariamente risorgere un giorno nella tua stirpe

superstite. E sia domani! Ed esca il tuo eguale dalla mia genitura! Io

invoco ed attendo e preparo il rinascimento della tua virtù con una fede

indefettibile, adorando la tua imagine vera, o dominatore pensoso, o tu

che mettesti per segno nei libri della Sapienza il filo della tua bella

spada ignuda!„

Così io gli diceva. E sotto il suo sguardo e sotto la sua ammonizione,

non soltanto mi si moltiplicavano le forze efficaci ma il mio cómpito mi

si determinava in linee definitive. — Tu, dunque, lavorerai ad

effettuare il tuo fato e quello della tua stirpe. Tu avrai dinnanzi, nel

tempo medesimo, il disegno premeditato della tua esistenza e la visione

di un'esistenza superiore alla tua. Tu vivrai nell'idea che ciascuna

vita, essendo la somma delle vite precedenti, è la condizione delle

future. Tu non crederai dunque di essere soltanto principio, motivo e

fine del tuo proprio fato, ma sentirai tutto il pregio e tutto il peso

dell'eredità che hai ricevuta dai tuoi maggiori e che dovrai trasmettere

al tuo discendente contrassegnata dalla tua più gagliarda impronta. La

concezione sovrana della tua dignità sorga su la certezza, in te ferma,

d'essere il tramite conservatore d'una energia molteplice che potrà

domani o tra un secolo o nel tempo indefinito affermarsi con una

manifestazione sublime. Ma tu spera che sia domani! Triplice è il tuo

cómpito, dunque, poichè tu hai il dono della poesia e ti studii

d'acquistare la scienza delle parole. Triplice è il tuo cómpito: —

condurre con diritto metodo il tuo essere alla perfetta integrità del

tipo latino; adunare la più pura essenza del tuo spirito e riprodurre la

più profonda visione del tuo universo in una sola e suprema opera

d'arte; preservare le ricchezze ideali della tua stirpe e le tue proprie

conquiste in un figliuolo che, sotto l'insegnamento paterno, le

riconosca e le coordini in sè per sentirsi degno d'aspirare

all'attuazione di possibilità sempre più elevate.

Le vergini delle rocce · 第 2 / 14 段