Ma il suo ultimo gesto verso una cosa bella vivente amata e

Gabriele d'Annunzio

_I ROMANZI DEL GIGLIO_

Le Vergini delle Rocce

_Io farò una finzione, che significherà

cose grandi._

LEONARDO DA VINCI.

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1896

=Settimo Migliaio.=

PROPRIETÀ LETTERARIA

_Riservati tutti i diritti._

Tip. Fratelli Treves.

PROLOGO.

_.... una cosa naturale vista in un

grande specchio._

LEONARDO DA VINCI.

Io vidi con questi occhi mortali in breve tempo schiudersi e splendere e

poi sfiorire e l'una dopo l'altra perire tre anime senza pari: le più

belle e le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse

nell'estrema discendenza d'una razza imperiosa.

Su i luoghi dove la loro desolazione, la loro grazia e il loro orgoglio

passavano ogni giorno, io colsi pensieri lucidi e terribili che le

antichissime rovine delle città illustri non mi avevano mai dato. Per

scoprire il mistero delle loro ascendenze remote, esplorai la profondità

dei vasti specchi familiari dove talvolta esse non ravvisarono le loro

proprie imagini soffuse d'un pallore simile a quello che annunzia il

dissolvimento dopo la morte; ed a lungo scrutai le vecchie cose consunte

su cui le loro mani fredde o febrili si posarono col medesimo gesto,

forse, che avevano usato altre mani già fatte polvere da gran tempo.

Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni o sono esse le creature

del mio desiderio e della mia perplessità?

Tali io le conobbi nel tedio dei giorni comuni ed esse sono le creature

del mio desiderio e della mia perplessità.

Quel brano della trama di mia vita, che fu da loro medesime operato

inconsapevolmente, ha per me tal pregio inestimabile ch'io voglio

impregnarlo del più acuto aroma conservatore per impedire che il tempo

in me lo impallidisca o lo distrugga.

Per ciò oggi io tento l'arte.

Ah, qual sortilegio dunque potrebbe dare la coerenza delle materie

tangibili e durevoli a quel tessuto spirtale che le tre prigioniere

ordirono nel tedio dei giorni aridamente e quindi a poco a poco

riempirono con le imagini delle cose più nobili e più desolanti in cui

la passione umana siasi mai rimirata senza speranza?

Dissimili alle tre sorelle antiche perchè non figlie ma vittime della

Necessità, tuttavia nel comporre la più ricca zona della mia vita esse

parvero anche preparare il destino di colui che doveva venire. Insieme

si affaticavano, quasi mai accompagnandosi con un canto ma men di rado

versando lacrime visibili in cui erano sublimate le essenze delle loro

anime inesauste e chiuse.

Perchè fin dalla prima ora io le conobbi sovrastate da una cupa

minaccia, colpite da un divieto tirannico, scoraggiate e anelanti e

prossimamente periture, — tutte le loro attitudini e i loro gesti e le

loro più vaghe parole mi sembrarono gravi e significare ciò che esse

medesime ignoravano nella loro profonda inconsapevolezza.

Piegandosi e rompendosi sotto il peso della loro maturità come in

autunno gli alberi troppo carichi di frutti troppo grandi, esse non

sapevano misurare tutto il loro male nè confessarlo. Le loro labbra

gonfie d'angoscia non mi rivelarono se non una piccola parte dei loro

segreti. Ma io seppi comprendere le cose ineffabili che diceva il sangue

eloquente nelle vene delle loro belle mani ignude.

_E il ricettacolo delle virtù sarà

pieno di sogni e vane speranze._

LEONARDO DA VINCI.

L'ora che precedette il mio arrivo nell'antico giardino gentilizio dove

esse mi aspettavano — quando la imagino — m'appare illuminata da un lume

d'insolita poesia.

Per colui che sa di quali fecondazioni lente o subitanee, di quali

inaspettate trasfigurazioni sia capace un'anima intensa comunicante con

altre anime nelle vicissitudini dell'incertissima vita; per colui che,

riponendo tutta la dignità dell'essere nell'esercitare o nel patire una

forza morale, si avvicina al suo pari con l'ansia segreta di dominare o

d'esser dominato; per ogni uomo curioso del mistero interiore, ambizioso

di potere spirituale o bisognoso di schiavitù, nessuna ora ha l'incanto

di quella in cui egli si muove con una vaga antiveggenza verso l'Ignoto

e l'Infinito viventi, verso un oscuro mondo vivente ch'egli conquisterà

o dal quale sarà assorbito.

Io era per penetrare in un giardino chiuso.

Le tre principesse nubili aspettavano quivi l'amico non veduto da lungo

tempo, il quasi coetaneo a cui erano legate da qualche ricordo di

puerizia e di adolescenza, l'unico erede di un nome non meno antico e

non meno insigne del loro. Aspettavano così un loro eguale, un reduce

dalle città magnifiche apportatore d'un soffio di quella grande vita a

cui esse avevano rinunziato.

E ciascuna forse nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo.

Veemente m'appare l'ansietà di quell'aspettazione, quando io penso alla

nuda e cupa solitudine della casa in cui esse fino a quel giorno avevano

languito, con le belle mani colme di tutti i beni della giovinezza, nel

conspetto dei simulacri di non so qual vita e qual pompa regali che la

follia materna creava per popolarne la vacuità degli specchi troppo

vasti. Dalle infinite lontananze di quei dominii pallidi come stagni

crepuscolari dove l'anima della madre forsennata si sommergeva

delirando, non aveva ciascuna veduto apparire la forma giovenile e

ardente dello Sposo che doveva toglierla all'oscura consunzione e

sollevarla d'improvviso in un turbine di allegrezze?

Così ciascuna, nel suo chiuso giardino, aspettava con inquietudine colui

che doveva conoscerla per deluderla e per vederla perire senza

possederla.

“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„

Non mai forse — io penso — i loro belli occhi velati si fecero intenti

come in quell'ora: occhi velati di malinconia e di tedio, ove la troppo

lunga consuetudine delle apparenze sempre eguali aveva abolito la

mobilità dell'indagine; occhi velati di mutua pietà, ove le forme degli

esseri familiari si riflettevano senza mistero e senza mutamento, fisse

nelle linee e nel colore della vita inerte.

E d'improvviso ciascuna vide in ciascuna una creatura nuova, cinta di

armi.

Io non so quale evento sia più triste di queste rivelazioni fulminee che

fa ai cuori teneri il desiderio della felicità. Respiravano le virtuose

sorelle nel medesimo cerchio di dolore, premute dal medesimo destino; e,

nelle sere gravi d'ambascia, a volta a volta l'una reclinava la fronte

su l'omero o sul petto dell'altra, mentre l'ombra agguagliava la

diversità dei volti e confondeva le tre anime in una sola. Ma, come il

passeggiere annunziato era per porre il piede su la loro soglia deserta

e già appariva alla loro attesa col gesto di colui che elegge e che

promette, esse risollevarono il capo con un fremito e disciolsero le

dita avvinte e scambiarono uno sguardo ch'ebbe la violenza d'una

illuminazione repentina. E, mentre saliva dalla profondità delle loro

anime turbate un sentimento ignoto ch'era privo della dolcezza primiera,

esse conobbero alfine in quello sguardo tutta la loro grazia declinante,

e qual fosse il contrasto delle loro sembianze illuminate dal medesimo

sangue, e quanta notte si raccogliesse nel volume d'una capellatura

addensata come un castigo su una nuca troppo pallida, e le meravigliose

persuasioni espresse dalla curva di una bocca in silenzio, e

l'incantesimo tessuto come una rete dall'ingenua frequenza d'un atto

inimitabile, ed ogni altro potere.

E un oscuro istinto di lotta le sbigottiva.

Tali io imagino quelle che m'aspettavano nell'ora lucente.

Il primo fiato della primavera appena tiepido, che aveva toccato i

culmini aridi delle rocce, blandiva le tempie delle vergini inquiete.

Sul grande claustro fiorito di giunchiglie e di violette, le fontane

ripetevano il comento melodioso che da secoli le acque fanno ai pensieri

di voluttà e di saggezza espressi nei distici leonini delle dedicazioni.

Su taluni alberi, su taluni arbusti le foglie tenui brillavano come

inviluppate d'una gomma o d'una cera diafana. Alle cose antichissime e

immobili nel tempo, che soltanto potevano consumarsi, comunicavano una

indefinita mollezza le cose che potevano rinnovellare.

“Ah, chi sarà di noi l'eletta?„

Divenute rivali in segreto dinnanzi all'offerta ingannevole della vita

apparente le tre sorelle componevano la loro attitudine secondo il ritmo

interiore della lor bellezza nativa già dal tempo minacciata, che forse

soltanto in quel giorno esse avevano compreso nel suo senso verace, come

l'infermo ode il suono insolito del sangue riempire l'orecchio premuto

su l'origliere e comprende per la prima volta la musica portentosa che

regge la sua sostanza peritura.

Ma forse quel ritmo in loro non aveva parole.

Sembra, tuttavia, che in me oggi sorgano distinte le parole di quel

ritmo secondando le pure linee delle imagini ideali.

“Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire„ dice Massimilla

silenziosamente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani

insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco, “Io non ho il

potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva e nessuna

cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tutta quanta, divenire il

possesso perfetto e perpetuo di un dominatore.

Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire. Mi divora un desiderio

inestinguibile di donarmi tutta quanta, di appartenere ad un essere più

alto e più forte, di dissolvermi nella sua volontà, di ardere come un

olocausto nel fuoco della sua anima immensa. Invidio le cose tenui che

si perdono, inghiottite da un gorgo o trascinate da un turbine; e guardo

sovente e a lungo le gocce che cadono nel gran bacino svegliandovi

appena un sorriso leggero.

Quando un profumo m'involge e vanisce, quando un suono mi tocca e si

dilegua, talvolta io mi sento impallidire e quasi venir meno,

sembrandomi che l'aroma e l'accordo della mia vita tendano a quella

medesima evanescenza. Pure talvolta la mia piccola anima è stretta

dentro di me come un nodo. Chi la scioglie e l'assorbe?

Ahi me, forse io non saprei consolare la sua tristezza; ma il mio volto

ansioso e muto si volgerebbe sempre verso di lui spiando le speranze

rinascenti nel suo segreto cuore. Forse non saprei spargere sul suo

silenzio le sillabe rare, semi dell'anima, che in un attimo generano un

sogno smisurato; ma nessuna fede al mondo vincerebbe d'ardore la mia

fede nell'ascoltare pur quelle cose che debbono rimanere inaccessibili

al mio intelletto.

Io sono colei che ascolta, ammira e tace.

Fin dalla nascita la mia fronte porta tra i sopraccigli il segno

dell'attenzione.

Dalle statue assise e intente ho appreso l'immobilità di un'attitudine

armoniosa.

Posso tenere a lungo gli occhi aperti e fissi verso l'alto perchè le mie

palpebre sono lievi.

Nella forma delle mie labbra è la figura viva e visibile della parola

_Amen_.„

“Io soffro„ dice Anatolia “d'una virtù che dentro di me si consuma

inutilmente. La mia forza è l'ultimo sostegno d'una rovina solitaria,

mentre potrebbe guidar sicura dalle scaturigini alla foce un fiume colmo

di tutte le abondanze della vita.

Il mio cuore è infaticabile. Tutti i dolori della terra non

riescirebbero a stancare il suo palpito; la più fiera violenza della

gioia non l'infrangerebbe, come non l'estenua questa lunga e lentissima

pena. Un'immensa moltitudine di creature avide potrebbe abbeverarsi

nella sua tenerezza senza esaurirla.

Ah perchè dunque il destino mi costringe a quest'officio così angusto, a

questa pena così lenta? Perchè mi vieta l'alleanza sublime a cui il mio

cuore anela?

Io potrei assumere un'anima virile alla zona eccelsa, là dove il valore

dell'atto e lo splendore del sogno convergono in un medesimo apice; io

potrei estrarre dalla profondità della sua inconscienza le energie

occulte, ignorate come i metalli nelle vene della pietra bruta.

Il più dubitoso degli uomini ritroverebbe al mio fianco la sicurezza;

colui che smarrì la luce rivedrebbe in fondo al suo cammino il segnale

fermo; colui che fu percosso e mutilato ritornerebbe sano ed integro. Le

mie mani sanno avvolgere la benda intorno alle piaghe e strapparla di su

le palpebre oppresse. Quando io le tendo, il più puro sangue del mio

cuore affluisce all'estremità delle mie dita magneticamente.

Io posseggo i due doni supremi che amplificano l'esistenza e la

prolungano oltre l'illusione della morte. — Non ho paura di soffrire e

sento su i miei pensieri e su i miei atti l'impronta dell'eternità.

Per ciò mi agita questo desiderio di creare, di divenir per l'amore

colei che propaga e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai

Cieli. La mia sostanza potrebbe nutrire un germe sovrumano.

In sogno, io vegliai tutta una notte misteriosamente sul sonno di un

fanciullo. Mentre il suo corpo dormiva con un respiro profondo, io

reggeva nelle mie palme la sua anima tangibile come una sfera di

cristallo; e il mio petto si gonfiava di divinazioni meravigliose.„

Dice Violante: “Io sono umiliata. Sentendo su la mia fronte pesare la

massa dei miei capelli, ho creduto di portare una corona; e i miei

pensieri sotto quel peso regale erano purpurei.

La memoria della mia infanzia è tutta accesa d'una visione di stragi e

d'incendii. I miei occhi puri videro correre il sangue; le mie narici

delicate sentirono l'odore dei cadaveri insepolti. Una regina giovine e

ardente, che aveva perduto il trono, mi sollevò nelle sue braccia prima

di partire per un esilio senza ritorno. Da tempo io ho dunque su la mia

anima lo splendore dei destini grandiosi e tristi.

In sogno, ho vissuto mille vite magnifiche, passando per tutte le

dominazioni sicura come chi ricalca un sentiere già cognito. Negli

aspetti delle cose più diverse ho saputo scoprire segrete analogie con

gli aspetti della mia forma, e per un'arte nascosta indicarle alla

meraviglia degli uomini; e assoggettare le ombre e le luci, come le

vesti e i gioielli, a comporre l'ornamento impreveduto e divino della

mia caducità.

I poeti vedevano in me la creatura speciosa, nelle cui linee visibili

era incluso il più alto mistero della Vita, il mistero della Bellezza

rivelata in carne mortale dopo intervalli secolari, a traverso

l'imperfezione di discendenze innumerevoli. E pensavano: — Ben è questa

la compiuta effigie dell'Idea che i popoli terrestri intuirono

confusamente fin dalle origini e gli artefici invocarono senza tregua

nei poemi, nelle sinfonie, nelle tele e nelle argille. Tutto in lei

esprime, tutto in lei è segno. Le sue linee parlano un linguaggio che

renderebbe simile a un dio colui che ne comprendesse la verità eterna; e

i suoi minimi moti producono nei confini del suo corpo una musica

infinita come quella dei cieli notturni.

Ma eccomi umiliata, priva dei miei regni! La fiamma del mio sangue

impallidisce e si estingue. Scomparirò, men venturosa delle statue che

testimoniavano la gioia della vita su le fronti delle città scomparse.

Mi dissolverò ignorata per sempre, mentre esse dureranno custodite nelle

tenebre umide con le radici dei fiori e un giorno dissepolte sembreranno

auguste come i doni della Terra all'anima estatica dei poeti genuflessi.

Ho sognato omai tutti i sogni, e i capelli mi pesano più di cento

corone. Stupefatta dai profumi, amo rimanere a lungo presso le fontane

che raccontano di continuo la medesima favola. A traverso le ciocche

dense che mi coprono gli orecchi, odo come in lontananza scorrere

indefinitamente il tempo nella monotonia delle acque.„

Così parlano in me le tre principesse mentre le evoco aspettanti

nell'ora irrevocabile. Forse così, credendo che un messaggere della Vita

s'affacciasse ai cancelli del chiuso giardino, ciascuna riconosceva la

sua virtù, emanava la sua seduzione, ravvivava la sua speranza,

esagitava il sogno ch'era per congelarsi. — Ora illuminata da una grande

e solenne poesia, lucentissima ora in cui emergevano e splendevano

dall'interno cielo dell'anima tutte le possibilità!

I.

_Non si può avere maggior signoria

che quella di sè medesimo._

LEONARDO DA VINCI.

_E se tu sarai solo, tu sarai tutto

tuo._

LO STESSO.

Domati i necessarii tumulti della prima giovinezza, battute le bramosie

troppo veementi e discordi, posto un argine all'irrompere confuso e

innumerevole delle sensazioni, nel momentaneo silenzio della mia

coscienza io aveva investigato se per avventura la vita potesse divenire

un esercizio diverso da quello consueto delle facoltà accomodative nel

variar continuo dei casi; ciò è: se la mia volontà potesse per via di

elezioni e di esclusioni trarre una sua nuova e decorosa opera dagli

elementi che la vita aveva in me medesimo accumulati.

Mi assicurai, dopo qualche esame, che la mia coscienza era giunta

all'arduo grado in cui è possibile comprendere questo troppo semplice

assioma: — Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del

pensiero di pochi uomini superiori, i quali lo hanno creato e quindi

ampliato e ornato nel corso del tempo e andranno sempre più ampliandolo

e ornandolo nel futuro. Il mondo, quale oggi appare, è un dono magnifico

largito dai pochi ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che

pensano e sentono a coloro che debbono lavorare. — E riconobbi quindi la

più alta delle mie ambizioni nel desiderio di portare un qualche

ornamento, di aggiungere un qualche valor nuovo a questo umano mondo che

in eterno s'accresce di bellezza e di dolore.

Messomi al conspetto della mia propria anima, io ripensai quel sogno che

più volte occorse a Socrate prendendo ciascuna volta una diversa figura

ma persuadendolo sempre al medesimo officio: — O Socrate, componi e

coltiva musica. — Allora appresi che l'officio dell'uomo nobile sia ben

quello di trovare studiosamente nel corso della sua vita una serie di

musiche le quali, pur essendo varie, sieno rette da un sol motivo

dominante ed abbiano l'impronta d'un solo stile. Onde mi parve che da

quell'Antico — eccellentissimo nell'arte di elevare l'anima umana

all'estremo grado del suo vigore — potesse anche oggi discendere un

grande ed efficace insegnamento.

Scrutinando sè medesimo e i suoi prossimi, colui aveva scoperto i pregi

inestimabili che conferisce alla vita una disciplina assidua e intenta

sempre in uno scopo certo. La sua somma saggezza mi sembra risplendere

in questo: ch'egli non collocò il suo Ideale fuori della sua pratica

quotidiana, fuori delle realità necessarie, ma ne formò il centro vivo

della sua sostanza e ne dedusse le proprie leggi e secondo quelle si

svolse ritmicamente negli anni, esercitando con tranquilla fierezza i

diritti che quelle gli consentivano, separando — egli cittadino d'Atene,

e sotto la tirannide dei Trenta e sotto la tirannide plebea — separando

per deliberato proposito la sua esistenza morale da quella della Città.

Egli volle e seppe conservarsi a sè medesimo fino alla morte. “Io non

obbedisco se non all'Iddio„ voleva significare “Io non obbedisco se non

alle leggi di quello stile a cui, per attuare un mio concetto di ordine

e di bellezza, ho assoggettato la mia natura libera.„

Egli con mano ferma, artefice assai più raro di Apelle e di Protogene,

riuscì a descrivere per una linea continua l'imagine integra di sè

medesimo. E la sublime letizia nell'ultima sera non gli veniva dalla

speranza di quell'altra vita ch'egli aveva rappresentata nel discorso,

ma sì bene dalla visione di quella sua propria imagine che s'integrava

con la morte.

Ah perchè non rivive oggi in qualche terra latina il Maestro che sapeva

con un'arte così profonda e così nascosta risvegliare ed eccitare tutte

le energie dell'intelletto e dell'animo in quanti gli s'accostavano per

ascoltarlo?

Una strana malinconia mi occupava, nell'adolescenza, alla lettura dei

Dialoghi, quando volevo raffigurarmi quel cerchio di discepoli avidi e

inquieti intorno a lui. Ammiravo i più belli, ornati di più nitide

eleganze, su i quali i suoi occhi rotondi e sporgenti — quei suoi occhi

_nuovi_, in cui era una vista _propria a lui solo_ — si posavano più

spesso. Si prolungavano nella mia imaginazione le avventure dei

forestieri venutigli di lontano come quel trace Antistene che faceva

quaranta stadii al giorno per udirlo e come quell'Euclide che — avendo

gli Ateniesi fatto divieto d'entrare in Atene ai cittadini di Megara e

decretato per i trasgressori l'ultima pena — si vestiva di abiti

muliebri, e così vestito e velato esciva dalla sua città in sul vespro,

compiva un lungo cammino per trovarsi presente ai colloquii del Saggio,

quindi all'alba riprendeva la sua via sotto la stessa larva pieno il

petto di un entusiasmo inestinguibile. E mi commoveva la sorte di quel

giovinetto elèo Fedone bellissimo che, fatto prigioniero di guerra nella

sua patria e venduto a un tenitor di postriboli, dal luogo di vergogna

erasene fuggito a Socrate, e aveva ottenuto per opera di lui il riscatto

e partecipato alle feste del puro pensiero.

Pareva a me veramente che quel gioviale maestro vincesse di generosità

il Nazareno. Forse l'Ebreo, se i suoi nemici non l'avessero ucciso nel

fiore degli anni, avrebbe scosso alfine il peso delle sue tristezze e

ritrovato un sapor nuovo nei frutti maturi della sua Galilea e indicato

al suo stuolo un altro Bene. Il Greco aveva sempre amata la vita, e

l'amava, ed insegnava ad amarla. Profeta e divinatore quasi infallibile,

egli accoglieva tutte le anime in cui il suo sguardo profondo scoprisse

una forza, ed in ciascuna sviluppava ed esaltava quella forza nativa;

cosicchè tutte, investite dalla sua fiamma, si rivelavano nella lor

diversità possenti. Il suo più alto pregio era in quell'effetto di cui

l'accusavano i nemici: che dalla sua scuola — dove convenivano l'onesto

Critone e Platone uranio e il delirante Apollodoro e quel gentil Teeteto

simile a un rivo d'olio fluente senza strepito — escissero il molle

cirenaico Aristippo e Critia, il più violento dei Trenta Tiranni, e

l'altro tiranno Caricle, e il meraviglioso violator di leggi Alcibiade

che non conobbe limiti alla sua licenza meditata. “Il cuor mi balza

assai più che ai coribanti, quando io odo i discorsi di costui„ diceva

il figliuolo di Clinia, leggiadra fiera coronata di edera e di violette,

tessendo il più fulgido elogio con cui siasi mai deificato in terra un

uomo, alla fine di un convito che dalla bocca del Sileno aveva raccolto

la grande iniziazione di Diotima.

Or quali energie avrebbe stimolate in me un tal maestro? Quali musiche

mi avrebbe condotto a trovare?

Primieramente mi avrebbe cattivato l'animo per quella eletta facoltà

ch'egli possedeva di sentire anche il fascino della bellezza caduca e di

distinguere con una qualche misura i piaceri comuni e di riconoscere il

pregio che l'idea della morte conferisce alla grazia delle cose terrene.

Puro ed austero quant'altri mai nell'atto dello speculare, egli

possedeva tuttavia sensi così squisiti che potevan essere quasi direi

gli artefici eleganti delle sue sensazioni.

Non v'era nei banchetti — secondo Alcibiade ottimo giudice — alcuno che

sapesse goderne com'egli sapeva. Sul principio del Simposio di Senofonte

egli contempla con gli altri in lungo silenzio la perfetta bellezza di

Autolico, quasi riconoscendo una presenza sovrumana. Con sottil gusto

discorre, in séguito, dei profumi e della danza e del bere non senza

ornare il discorso d'imagini vivide, come un saggio e come un poeta.

Gareggiando quivi di venustà con Critobulo per gioco, esce in queste

parole carnali: “Poichè ho le labbra tumide non credi tu che io abbia

anche il bacio più molle del tuo?„ Al Siracusano, che dà quivi

spettacoli con una sua auleda e con una danzatrice mirifica e con un

fanciullo ceteratore, consiglia di non più costringere quei tre giovini

corpi a sforzi crudi e a prodigi perigliosi i quali non dànno piacere,

ma di lasciare che la lor puerile freschezza secondando il suono del

flauto prenda le attitudini proprie delle Grazie, delle Ore e delle

Ninfe nelle insigni pitture. Così al disordine che stupisce egli oppone

l'ordine che diletta, rivelandosi anche una volta cultore di musica e

maestro di stile.

Ma il suo ultimo gesto verso una cosa bella vivente amata e frale fu ben

quel che più a dentro mi commosse nel tempo lontano e ancor mi commuove;

perocché la mia anima talvolta ami allentare la sua tensione nelle

malinconie voluttuose e nelle appassionate perplessità che può produrre

in una vita ornata di nobili eleganze il sentimento del continuo

trasmutare, del continuo trapassare, del continuo perire.

Nel dialogo dell'ultima sera non tanto mi conturba quel punto in cui

Critone per incarico di chi deve propinar la cicuta interrompe il

discorso del morituro ammonendolo di non riscaldarsi se vuol che il

veleno abbia rapida efficacia e l'impavido ne sorride e va innanzi

nell'indagine; né tanto mi è dolce quella musicale similitudine dei

cigni indovini e del lor canoro giubilo; né tanto mi stupiscono i

momenti estremi in cui l'uomo compie con brevi atti e con brevi detti la

sua perfezione sì lucidamente e, come quell'artefice il quale abbia dato

alla sua opera l'ultimo tocco, contento riguarda alfine la sua propria

imagine — miracolo di stile — che rimarrà immortale in terra; quanto mi

rapisce l'impreveduta pausa che segue i dubbii opposti da Cebete e da

Simmia alla certezza manifestata dal maestro eloquente.

Profonda pausa fu quella, in cui tutte le anime a un tratto cieche si

profondarono come in un abisso, spentosi a un tratto il raggio di foco

appuntato verso il Mistero da colui che stava per entrarvi.

Indovinò il maestro la tristezza di quell'oscurazione subitanea ne' suoi

fedeli; e le ali della sua idea per poco si ripiegarono. La realità gli

si ripresentò nei sensi e lo ritenne anche per poco nel campo del finito

e del percettibile. Egli sentì il tempo scorrere, la vita fluire. Forse

i suoi orecchi raccolsero qualche romore della città magnifica, le sue

nari aspirarono forse il profumo della nuova estate sopravveniente, come

i suoi occhi si posarono sul bel Fedone chiomato.

Poiché era seduto sul letto e accanto a lui sopra uno sgabello basso era

Fedone, pose egli la mano sul capo del discepolo e gli accarezzò e gli

premette i capelli sul collo, avendo già consuetudine di scherzare così

con le dita in quella ricca selva giovenile. Non parlava ancora, tanto

la sua commozione doveva essere intensa e rigata di delizia. Per mezzo

di quella cosa bella vivente e caduca egli comunicava anche una volta

con la vita terrena in cui aveva compiuto la sua perfezione, in cui

aveva effettuato il suo ideale di virtù; e sentiva forse che nulla eravi

oltre, che la sua esistenza finita bastava a sè stessa, che il

prolungamento nell'eterno non era se non una parvenza — simile all'alone

di un astro — prodotta dallo splendore straordinario della sua umanità.

Non mai la capellatura del giovinetto d'Elide aveva avuto per lui un

pregio tanto sublime. Egli ne godeva per l'ultima volta, dovendo morire;

e anche sapeva che al dimane in segno di lutto sarebbe stata recisa.

Disse alfine — e i suoi discepoli non gli avevano mai conosciuto nella

voce un tal suono — disse: “Domani, o Fedone, tu te le taglierai queste

belle chiome.„ E il chiomato: “Sembra, o Socrate.„

Questo sentimento — che súbito assunsi ed esaltai in me medesimo

leggendo per la prima volta l'episodio nel dialogo platonico — mi

divenne in séguito per via di analogie tanto complesso, e tanto l'ebbi

familiare, ch'io ne feci il tema aperto o dissimulato delle musiche alle

quali volli attendere.

Così l'Antico m'insegnò la commemorazione della morte in un modo

consentaneo alla mia natura, affinchè io trovassi un pregio più raro e

un significato più grave nelle cose a me prossime. E m'insegnò a

ricercare e discoprire nella mia natura le virtù sincere come i sinceri

difetti per disporre le une e gli altri secondo un disegno premeditato,

per dare a questi con pazienti cure un'apparenza decorosa, per sollevar

quelle verso la perfezione somma. E m'insegnò ad escludere tutto ciò che

fosse difforme alla mia idea regolatrice, tutto ciò che potesse alterare

le linee della mia imagine, rallentare o interrompere lo sviluppo

ritmico del mio pensiero. E m'insegnò a riconoscere con sicuro intuito

quelle anime su cui esercitare il beneficio e il predominio o da cui

ottenere una qualche straordinaria rivelazione. E anche mi comunicò in

fine la sua fede nel demònico; il quale non era se non la potenza

misteriosamente significativa dello Stile non violabile da alcuno e

neppur da lui medesimo nella sua persona mai.

Pieno di tale ammaestramento e solitario, io mi posi all'opera con la

speranza di riuscire a determinar per un contorno preciso e forte quella

effigie di me alla cui attualità avevan concorso tante cause remote,

operanti da tempo immemorabile a traverso un'infinita serie di

generazioni. La virtù di stirpe, quella che nella patria di Socrate

nomavasi _eugenéia_, mi si rivelava più gagliardamente come più fiero

diveniva il rigore della mia disciplina; e mi cresceva l'orgoglio

insieme con la contentezza, poiché pensavo che troppe altre anime sotto

la prova di quel fuoco avrebbero rivelato o prima o poi la loro essenza

volgare. Ma talvolta dalle radici stesse della mia sostanza — là dove

dorme l'anima indistruttibile degli avi — sorgevano all'improvviso getti

di energia così veementi e diritti ch'io pur mi rattristavo riconoscendo

la loro inutilità in un'epoca in cui la vita publica non è se non uno

spettacolo miserabile di bassezza e di disonore. “Certo, è meraviglioso„

mi diceva il demònico “che queste antiche forze barbare si sieno

conservate in te con tanta freschezza. Esse sono ancor belle, se bene

importune. In un altro tempo ti varrebbero a riprendere quell'officio

che si conviene ai tuoi pari; ciò è l'officio di colui che indica una

mèta certa e guida i seguaci a quella. Poiché un tal giorno sembra

lontano, tu cerca per ora, condensandole, di trasformarle in viva

poesia.„

Assai lontano, in verità, appariva il giorno; poichè l'arroganza delle

plebi non era tanto grande quanto la viltà di coloro che la tolleravano

o la secondavano. Vivendo in Roma, io era testimonio delle più

ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano

disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso d'una foresta infame, i

malfattori si adunavano entro la cerchia fatale della città divina dove

pareva non potesse novellamente levarsi tra gli smisurati fantasmi

d'imperio se non una qualche magnifica dominazione armata d'un pensiero

più fulgido di tutte le memorie. Come un rigurgito di cloache l'onda

delle basse cupidige invadeva le piazze e i trivii, sempre più putrida e

più gonfia, senza che mai l'attraversasse la fiamma di un'ambizione

perversa ma titanica, senza che mai vi scoppiasse almeno il lampo d'un

bel delitto. La cupola solitaria nella sua lontananza transtiberina,

abitata da un'anima senile ma ferma nella consapevolezza de' suoi scopi,

era pur sempre il massimo segno, contrapposta a un'altra dimora

inutilmente eccelsa dove un re di stirpe guerriera dava esempio mirabile

di pazienza adempiendo l'officio umile e stucchevole assegnatogli per

decreto fatto dalla plebe.

Una sera di settembre, su quell'acropoli quirina custodita dai Tindaridi

gemelli, mentre una folla compatta commemorava con urli bestiali una

conquista di cui non conosceva l'immensità spaventosa (Roma era

terribile come un cratere, sotto una muta conflagrazione di nubi), io

pensai: “Qual sogno potrebbero esaltare nel gran cuore d'un Re questi

incendii del cielo latino! Tale che sotto il suo peso i cavalli

giganteschi di Prassitele si piegherebbero come festuche.... Ah chi

saprà mai abbracciare e fecondare la Madre col suo pensiero

oltrapossente? A lei sola — al suo grembo di sasso che fu nei secoli

l'origliere della Morte — a lei sola è dato generar tanta vita che se ne

impregni il mondo un'altra volta.„

E io vedevo, nella mia imaginazione, dietro le vetrate fiammeggianti del

balcone regale, una fronte pallida e contratta su cui, come su quella

del Còrso, era inciso il segno d'un destino sovrumano.

Ma che valeva quel torbido bollore di passioni servili, considerato a

traverso il silenzio da cui Roma è circonfusa per nove giri come da un

fiume tartareo? Mi consolava d'ogni disgusto lo spettacolo sublime

dell'Agro seminato delle più grandi cose morte, onde non sorge mai altro

che fili d'erba, germi di febbre e formidabili pensieri. “Si agita

dentro le mura urbane una gente nuova? Fra poco il vento mi porterà un

po' di cenere. La mia sterilità è fatta di ceneri sovrapposte, preziose

o vili. E non è anche escito dalla montagna il ferro per l'aratro che

dovrà solcarmi.„ Tanto mi significava il sepolcro delle nazioni.

Tuttavia, se lo spettacolo di quel deserto vorace è un sinistro

ammonimento per un popolo vano, esso è per il solitario l'inspiratore

delle più sfrenate ebrezze che possano trascinare un'anima. Fuma dalle

fenditure di quel suolo un vapor febrile che opera sul sangue di certi

uomini come un filtro, producendo una specie di demenza eroica dissimile

ad ogni altra.

D'una tal demenza si sentivano invasi, io penso, i giovinetti delle

bande garibaldine quando entravano nell'Agro. Essi d'un tratto si

trasfiguravano, a un fuoco che li ardeva come sarmenti. E in taluno

quella febbre magnificava l'intimo sogno così ch'egli cessava di far

parte d'una torma compatta e unanime, per assumere una sua persona

propria, un aspetto di combattente singolare, sacro a una gesta che gli

pareva novissima. Bello e nobile di stirpe come un vergine eroe del

tempo d'Ajace, taluno cadendo parve rinnovare in sè il tipo delle

antiche idealità guerriere ma accresciuto d'un ardore senza esempio, che

non gli veniva se non dal premere quel suolo.

Gli invidiai l'evento favorevole, che a me mancava. Più volte, dopo una

meditazione esaltante, divorato da un furioso bisogno di prove, lanciai

il mio cavallo contro una troppo alta maceria e, superando il pericolo

inutile, sentii che sempre e dovunque avrei saputo morire.

Ricordo, come uno dei periodi più intensi nella mia vita, un autunno

trascorso in quotidiana comunione col deserto laziale.

Su quel teatro, ove dinnanzi agli occhi della mia mente si svolgeva un

dramma di stirpi, passavano le vicende dei nuvoli rappresentate da

grandi ombre mutabili comentando le mie finzioni interiori. Talvolta il

silenzio si faceva così cupo e l'odore della morte su dalle gramigne

putride mi ventava in viso così soffocante che io per istinto aderivo

più forte al mio cavallo, quasi volendo riconoscermi vitale dalla sua

vitalità impetuosa. Si lanciava allungandosi come un felino la bella

bestia possente e pareva comunicarmi la fiamma inestinguibile che ardeva

nel suo sangue puro. Allora, per qualche minuto, m'occupava l'ebrezza.

Sviluppando l'impeto della corsa e del pensiero in una linea parallela

alle gigantesche vertebre degli acquedotti, verso l'orizzonte ingombro,

io sentivo nascere e dilatarsi in me un fervore indescrivibile, misto di

orgasmo fisico, di orgoglio intellettuale, di speranze confuse; e

secondava e moltiplicava le mie energie la presenza di quelle opere

d'uomini, di quei superstiti testimonii umani su la totale morte, di

quei terribili archi rossastri che cavalcano da secoli in una catena

invitta contro la minaccia del cielo.

Solo, senza consanguinei prossimi, senz'alcun legame comune,

indipendente da ogni potestà familiare, padrone assoluto di me e del mio

bene, io aveva allora profondissimo in quella solitudine — come in

nessun altro tempo e in nessun altro luogo — il sentimento della mia

progressiva e volontaria individuazione verso un ideal tipo latino. Io

sentiva accrescersi e determinarsi il mio essere nei suoi caratteri

proprii, nelle sue particolarità distinte, di giorno in giorno, sotto

l'assiduo sforzo del meditare, dell'affermare e dell'escludere.

L'aspetto della campagna, così preciso e sobrio nella sua membratura e

nel suo colore, m'era di continuo esempio e di continuo stimolo, avendo

pel mio intelletto l'efficacia di un insegnamento sentenziale. Ciascuno

sviluppo di linee, in fatti, s'inscriveva sul cielo col significato

sommario di una sentenza incisiva e con l'impronta costante di un unico

stile.

Ma la virtù mirabile d'un tale insegnamento era in questo: che, mentre

mi portava a conseguire nella mia vita interiore l'esattezza di un

disegno studiato, non inaridiva le fonti spontanee della commozione e

del sogno, anzi le eccitava a un'attività più alta. D'improvviso un solo

pensiero mi diveniva così intenso e così ardente che m'appassionava sino

al delirio, come una speciosa forma creata da un prestigio; e tutto il

mio mondo n'era sparso d'ombre e di luci nuove. Un getto di poesia

erompeva dall'intimo empiendomi l'anima di musica e di freschezza

ineffabili; e i desiderii e le speranze s'alzavano con un felice ardire.

— Così talvolta su l'Agro il tramonto d'autunno versava la lava

impalpabile delle sue eruzioni: lunghe correnti sulfuree solcavano il

piano ineguale; le bassure s'empivano di tenebra, simili a voragini

allora aperte; gli acquedotti s'incendiavano dalle basi ai fastigi;

tutta la landa pareva tornata alle sue origini vulcaniche nell'alba dei

tempi. — Così talvolta su dall'erba molle disfavillante al mattino le

allodole si partivano subitamente cantando con un'ascensione

vertiginosa, come spiriti di gioia in alto in alto rapiti nel più puro

azzurro, invisibili ad occhi umani, e su la mia anima attonita la cupola

del cielo echeggiava tutta quanta della loro ebrezza canora.

Quella solitudine poteva dunque dare, più d'ogni altra, il grado di

follia e il grado di lucidità necessarii a un asceta ambizioso: a un

asceta il quale, rinnovellando il senso originario della parola austera,

volesse come gli antichi agonisti prepararsi con rigida disciplina alle

lotte e alle dominazioni terrene.

“Quale ardua colonna, quale igneo deserto, qual cima inaccessa, qual

caverna senza fondo, quale stagno febrifero, qual più ermo più nudo e

più tragico luogo può vincer questo nella virtù di accendere la

scintilla sacra della follia in colui che si creda destinato a incidere

su nuove tavole nuove leggi per l'anima religiosa dei popoli?„ io

pensava, mentre i presentimenti delle forme increate sorgevano in me

favorite da quel silenzio medesimo in cui si adunavano tante forme

estinte di nostra umanità. “Qui tutto è morto, ma tutto può rivivere

all'improvviso in uno spirito che abbia una dismisura e un calore

bastevoli a compiere il prodigio. Come imaginare la grandezza e la

terribilità d'una tal resurrezione? Colui il quale potesse contenerla

nella sua coscienza parrebbe a sè medesimo e agli altri invasato da una

forza misteriosa e incalcolabile, assai maggiore di quella che assaliva

la Pitia antica. Per la sua bocca non parlerebbe il furor d'un dio

presente nel tripode, ma sì bene il genio stesso delle stirpi custode

funereo d'innumerevoli destini già compiuti. Il suo oracolo non sarebbe

uno spiraglio dischiuso verso un mondo soprasensibile ma l'ammonimento

di tutte le saggezze umane mescolato al soffio della Terra, di questa

prima vaticinatrice secondo il verbo di Eschilo. E un'altra volta le

moltitudini si chinerebbero d'avanti all'apparenza divina della sua

follia, non come in Delfo per sollecitare le oscure sentenze del dio

obliquo, ma per ricevere il lucido responso della vita anteriore, quel

responso che non diede il Nazareno. Troppo era ignaro costui e troppo

era petroso il deserto ch'egli scelse per trovarvi la sua rivelazione,

laggiù sotto le montagne della Giudea, alla riva occidentale del Mar

Morto: luogo di rupi e d'abissi, privo d'ogni vestigio, cieco d'ogni

pensiero. Non temeva gli sciacalli famelici il giovine solitario ma

temeva i pensieri. La sua mano scarna sapeva mansuefare le bestie

selvagge; ma qualche pensiero, se ardente e dominatore come quelli che

errano nel deserto laziale, lo avrebbe divorato. Quando l'angelo malo lo

spinse alla vetta della montagna e gli additò le contrade fertili

sottoposte e gli indicò la direzione dei varii regni del mondo e le

correnti profonde e vorticose del desiderio umano, egli chiuse le

palpebre: non volle vedere, non volle sapere. Ma il Rivelatore deve

estendere oltre ogni limite l'orizzonte della sua coscienza abbracciando

e i giorni e gli anni e i secoli e i millennii perchè la sua verità,

emanante dalla somma della vita vissuta dagli uomini fino all'ora

presente, sembri un foco in cui possano raccogliersi armonizzarsi e

moltiplicarsi le energie ascensionali del più gran numero di generazioni

per proseguire più dirittamente e più concordemente verso idealità

sempre più pure.„

Anche m'accompagnava talvolta il fantasma di colui che un giorno

credette di aver creato il nuovo Re di Roma. “Mancò„ pensavo “mancò

anche a questo sovrammirabile suscitatore di volontà eroiche e allegro

vendemmiatore di sangue giovenile un esercizio ascetico sul sepolcro

delle nazioni. S'egli avesse potuto per poco torcere il suo spirito

dalle cose che l'incalzavano e inclinarlo verso le cose immobili,

avrebbe forse scoperta un'idea più grande della sua persona mortale e

l'avrebbe eletta regolatrice della sua gesta; e il suo latin sogno

d'imperio si sarebbe addensato e fatto grave e tenace così che la forza

degli eventi ed egli medesimo non avrebbero potuto dissiparlo e

distruggerlo per sempre come fecero. Ma la sua idea, troppo legata alla

sua vita cotidiana, troppo umana, doveva morire con lui. Egli non potè

conoscere il segreto per cui l'uomo prolunga nel tempo l'efficacia

dell'atto. Veementi quant'altri mai erano gli impulsi che partivano

dall'uomo, ma breve e malcerto era il loro propagarsi perchè essi

avevano origine in un centro di potenze spontanee non sottoposte a

nessun concetto superiormente formato da un ordine severo di

meditazioni. La sua opera non fu quindi superiore a lui stesso e non

durò se non quanto può durare una strage. I vecchi oracoli regolarono il

suo destino. Il responso pronunciato dalla Pitia intorno alle sorti di

Corinto potè, dopo millennii, valere anche per lui: — _Un'aquila ha

concepito posando sopra una rupe; e partorirà un fierissimo leone,

cupido di carne umana, e che opererà molta strage._ — Egli non fece se

non obbedire a questo fato, come il tirannello Cipselo. E il Re di Roma

si dileguò come un filo di fumo, vanissimamente.„

Di tal colore erano i pensieri che mi suscitava l'aspetto di un luogo il

qual fu — secondo il verbo di Dante — dalla stessa natura disposto

all'universale imperio: _ad universaliter principandum._ E, mentre mi

tornavano alla memoria gli argomenti danteschi a dimostrare il buon

diritto della dominazione romana, occupava la cima del mio intelletto

quella sentenza che nella sua forma esatta e rigida i popoli latini, se

volenterosi di rinascere, dovrebbero adottare a norma dei loro istituti

di vita: — MAXIME NOBILI, MAXIME PRÆESSE CONVENIT; al massime nobile si

conviene massime essere preposto.

E io pensava, accompagnato dal grande e tirannico spirito: “O venerando

padre di nostro eloquio, tu avevi fede nella necessità delle gerarchie e

delle differenze tra gli uomini; tu credevi alla superiorità della virtù

trasferita per ragione ereditaria nel sangue; fermamente credevi a una

virtù di stirpe la qual potesse per gradi, d'elezione in elezione,

elevar l'uomo al più alto splendore di sua bellezza morale. Esponendo la

genealogia di Enea, tu vedesti nel “concorso del sangue„ una certa

predestinazion divina. Ora, per qual misterioso concorso di sangui, da

qual vasta esperienza di culture, in qual propizio accordo di

circostanze sorgerà il nuovo Re di Roma? _Natura ordinatus ad

imperandum_, dalla natura ordinato a imperare, ma dissimile ad ogni

altro monarca, egli non verrà a riconfermare o a rialzare i valori che

da troppo tempo i popoli — sotto l'influsso delle varie dottrine —

soglion dare alle cose della vita; ma sì bene verrà ad abolirli o ad

invertirli. Conoscendo tutte le significazioni dei casi che compongono

la storia degli uomini e avendo penetrata l'essenza di tutte le volontà

sovrane che determinarono i maggiori moti, egli sarà capace di construir

compiutamente e di gittar verso l'avvenire quell'ideal ponte su cui

alfine le stirpi privilegiate potranno valicar l'abisso che oggi sembra

dividerle dal dominio ambito.„

E questa imagine di re, tra tutte le imagini espresse dal suolo sacro ed

entrate nella mia anima, mi era talvolta così visibile che quasi

parevami una forma creata; e ardentemente io la contemplavo, mentre sul

mio intelletto balenavano d'indescrivibile bellezza idee repentine e

s'oscuravano per non risplendere forse mai più.

Così la campagna di Roma col suo severo insegnamento mi confortava a

conseguire la mia piena virilità, ad affermare la mia sovranità

interiore, a disegnare con man ferma quella “linea circonferenziale di

che si genera la bellezza umana„ secondo il verbo di Leonardo. E io mi

chiedeva, alla fine di ciascun giorno: “Di quali pensieri si è

accresciuto il mio tesoro? Quali nuove energie si sono sviluppate dalla

mia sostanza? Quali nuove possibilità ho intraveduto?„ E volevo che

ciascun giorno portasse l'impronta del mio stile, si distinguesse per un

segno d'arte vigorosa, per un qualche fiero emblema di vittoria,

porgendomi la familiarità di Tucidide l'esempio di que' suoi strateghi

che costantemente fanno una bella e precisa concione, combattono poi con

tutte le forze ed in ultimo elevano sul campo un trofeo.

— _Cui bono?_ — ripeteva intanto da lungi e da presso uno stuolo

crepuscolare con voci non dissimili a quelle degli eunuchi. — Quale è il

senso, quale è il pregio della vita? Perchè vivere? Perchè affaticarsi?

Tutti gli sforzi sono inutili, tutto è vanità e dolore. Noi dobbiamo

uccidere le nostre passioni l'una dopo l'altra e intendere ad estirpar

dalle radici la speranza e il desiderio che sono la causa della vita. La

rinuncia, la piena inconscienza, il dissolvimento di tutti i sogni,

l'annientamento assoluto: — ecco la liberazione finale!

Era una misera gente affetta di lebbra quella che iterava il lagno

stucchevole. Gli antichi Persiani, come narra il freschissimo Erodoto,

arrecavano a falli commessi _contro il Sole_ la turpe infermità. E

quella gente servile aveva, in fatti, offeso il Sole.

Una parte di essa, sperando di mondarsi, si immergeva in grandi lavacri

di pietà e vi si mollificava e distemperava con molta compunzione. Ma lo

spettacolo non era men disgustoso.

Volgevo gli occhi e tendevo gli orecchi altrove; e una superba

allegrezza mi agitava allora i precordii, poiché i miei occhi non velati

di lacrime vedevano tutte le linee e tutti i colori, poiché i miei

orecchi sani e vigili udivano tutti i suoni e tutti i ritmi, poiché il

mio spirito poteva senza limiti gioire delle apparenze fugaci e sapeva

coltivare in sè ben altre melancolie e trovare il più amabile pregio

della vita appunto nella rapidità delle sue metamorfosi e nella densità

dei suoi misteri. “O molteplice Bellezza del Mondo„ io pregava allora

“non a te soltanto sale la mia lode; non a te soltanto, ma anche ai miei

maggiori, ma anche a quelli che seppero gioire di te nei secoli remoti e

mi trasmisero il loro fervido e ricco sangue. Lodati sieno ora e sempre

per le belle ferite che apersero, per i belli incendii che suscitarono,

per le belle tazze che votarono, per le belle vesti che vestirono, per i

bei palafreni che blandirono, per le belle femmine che godettero, per

tutte le loro stragi, le loro ebrezze, le loro magnificenze e le loro

lussurie sieno lodati; perchè così mi formarono essi questi sensi in cui

tu puoi vastamente e profondamente specchiarti, o Bellezza del Mondo,

come in cinque vasti e profondi mari!„

Le vergini delle rocce · 第 1 / 14 段