Imbruniva. L’angelo era disceso a salutar la sera con le sue dolci
campane.
Il bimbo, aggrappate le piccole mani alla veste di Rinotta, insisteva
nella sua domanda:
— Che cosa mi darai, se sarò buono?... Che cosa mi darai?...
Rinotta posava il lavoro.
— Ti darò.... — e levava gli occhi all’aria, — ti darò i tre rubini, i
tre piccoli rubini rossi che hanno le cicale fra gli occhi....
E il bimbo ripeteva guardando l’aria a sua volta, nel delizioso stupore:
— Rossi, rossi!... E poi? Che cosa mi darai ancora?
— Ti darò.... ti darò la bella freccia della cicala....
— Che cosa ne faremo?...
— Andremo a caccia!
— A caccia delle allodole, come Cesare?
— No, le allodole non si toccano.
— Perchè?
— Perchè cantano.
— Cantano!... — riprendeva il bimbo ripensando chissà quale bagliore
mattutino. — Zia, zia, perchè non mi canti un poco? Sì, sì, zia!...
Sì!...
Rinotta aveva ripreso il lavoro.
— Lasciami in pace ora; lasciami lavorare!
E, dopo una pausa:
— Senti, senti i pastori che ritornano?... Va, va ad incontrarli, va a
vedere le pecore belle!
Il bimbo saltò giù dalle ginocchia di lei, corse verso il portone che
era aperto.
— Non scendere nel fiume, sai, — riprese Rinotta. — Bada, c’è l’uomo
nero che ti mangia!
Ma il bimbo non le badava più, non udì forse le parole di lei, attratto
dalla voce dei due fanciulli che ritornavano e dal belo delle pecore e
degli agnelli.
Rinotta tacque, inchina sul suo lavoro.
Il Vecchio uscì dalle stalle e si fermò a guardarla:
— Ci vedi ancora a lavorare?
— Sì.
— Che fai?
— Finisco un gonnellino. — E indicando il lato dal quale il bimbo era
scomparso, riprese: — Quel monello li rompe tutti! È sempre fra le
siepi!
Il Vecchio si accostò di qualche passo, la guardò, fu sul punto di
parlare, ma si rivolse, avviandosi al portone.
Le rondini erano sotto le gronde; si udiva tuttavia qualche pigolìo dai
nidi.
Una voce si levò da una stanza, poi un ciangottìo di bimbi e il lamento
di un assiolo dalle roveri.
Maddalena e Lorenzo attraversaron la corte. Il Vecchio uscì per la via.
Rinotta fu sola, seduta presso il portico dei magazzini, incontro al
cielo dove il giorno moriva.
E la luce scendeva su le sue ginocchia, da sopra i tetti, con dolcezza
amorosa, ed ella raccoglieva come un’ospite che sia sul punto di
varcare la soglia e dalla soglia si rivolga ancora a mostrar la sua
faccia e a dir l’ultima parola soave.
Aveva vissuto quel giorno come fra terra e cielo, nel sogno, con tutta
l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
Il cielo era chiaro con le sue nuvole sparte; venato e delicato come il
polso di un fanciullo; brillava per allegrezza.
Era discesa al fiume di buon mattino e si era ferma, come tante volte,
su la riva a guardare, invasa dal beato torpore della vita vegetale e
delle cose placide, in una passività dolce e pigra, senza barlume di
pensiero.
Si era distesa fra le canneggiole e i viburni, di contro a un greto,
e sentiva sui piedi scalzi il carezzìo dell’acqua e su la faccia la
brezza del mare e le stille della rugiada. Seguiva l’aliare lievissimo
delle libellule vellutate, il guizzare delle idrometre, il trascorrere
dei pesci in cerca di preda. Vedeva tutto e nulla come in uno specchio
tersissimo, riposando l’anima nei sensi distesi a voluttuosa letizia.
Era come la terra beata, come il fiume presso la foce che un poco
ristagna, dimentico dell’aspre cime e ancora ignaro del tumultuoso
mare. Godeva senza sapere perchè, sperduta nella calma dolcezza
mattutina come tutte le cose.
Padron Antonio passò lontano, diguazzando nelle pozze co’ suoi grandi
piedi color bronzo e le gambe irsute. Aveva la mazzacchera. Tornava
dall’aver pescato i ranocchi nei maceri. Dileguò nell’azzurra levità
dell’aria fra l’acqua e i greti.
Poi una verletta, vaiata come la buccia del castagno, volò fra i rami
sopra il capo di lei, ad un nido. Una voce stornellò dal forteto.
Allora Rinotta incominciò a pensare. Il pensiero nacque tranquillo
dal silenzio dell’anima sua immobile, come la gallora nel rincollo del
fiume. Dilagò. Pensò il mare, le navi, le terre lontane, l’amore. Una
luminosa catena. E la voce cantava sempre. Il cuore cominciò a battere
un poco più forte, a rallegrarsi di un qualcosa che non aveva aspetto.
Guardò una fila di nubi color di rose poi le innumerevoli foglie delle
acacie, una riga di sole. Fu dapprima come un mareggiare e un fluttuar
di nebbie sottili e dalle nebbie ritornò la sua giovine pena. Dov’era?
Che faceva? Le aveva scritto una volta e non più. E così, com’è della
natura di ciascuno, tanto più si appassionava quanto più pareva le
sfuggisse ciò che non le era parso tesoro allorchè le si offriva ad
ogni ora, apertamente. Poi si figurò ciò che era nella sua bramosia e
tutta si perse, l’anima abbracciata da un semplice amore giocondo.
L’ora era trascorsa fin oltre il meriggio così, ed ella era ritornata
all’opera sua a malavoglia che non avrebbe voluto veder nessuno e nulla
udire che la togliesse dal suo chiuso a ricondurla alla vita com’era,
alla muta realtà presente.
E, a tarda sera, si era raccolta nella corte, coi bimbi, ad agucchiare
intorno a una vesticciuola pensando alle cose miti che le davano una
materna soavità.
Poi la luce fu per esulare. Il portone fu chiuso e più non si vide la
viottola erbita.
Bartìn, l’ultimo figlio di Carlotta, il bimbo che più le piaceva, era
rientrato con i due pastori. Passò Maddalena con l’utello e una lampada
spenta. Non si udirono che rare voci sommesse. La casa era assorta
come la sera alla quale approdavan le stelle. Abbandonò il lavoro
sul grembo; levò gli occhi ed il viso; guardò. E se fosse morto?...
Se fosse morto?... Allora si sentì affondare nel silenzio, si trovò
sola di fronte al suo dolore e alla vanità della vita, non ebbe più
ardimento, si smarrì come chi, dalla casa serrata, si affacci al livido
orrore del turbine: pianse.
Che poteva, più che piangere, la sua giovinezza incompiuta? Un’ombra
le passò da presso e non si fermò. Ella non la vide: vide il cielo
oscurato. Non si udiva più nulla, più nulla, più nulla!... Si passò
le mani su la faccia, nascose il volto fra le palme, singhiozzando,
ripiegandosi su sè stessa, sotto l’ombra e la notte impassibile.
Nessuno poteva risponderle, nessuno l’avrebbe racconsolata mai! E, come
avviene nelle nature forti, la raffica si ingrandì e la travolse.
Non un lume era acceso. Dov’erano andati? Perchè tanto silenzio su
tutta la casa?... Si alzò, mosse qualche passo, udì battere tre colpi
sul portone.
Sbigottì rivolgendosi e attese che qualcuno andasse ad aprire ma
nessuno comparve. Ancora fu bussato e più forte. Allora attraversò la
corte, senza fretta, a malincuore.
Quando fu presso il portone domandò:
— Chi è?
Non le risposero. Tirò il catenaccio rugginoso, aprì. Un’ombra si fece
innanzi senza dir parola.
Rinotta la guardò, col batticore:
— Che volete?...
L’ombra non rispose.
— Chi cercate? — disse più forte e si pose nel vano ad impedir
l’entrata.
Una voce sommessa rispose:
— Cerco te!...
Rinotta sbigottì, non battè ciglio, non intese. Passò un silenzio.
Erano fermi ad un passo l’una dall’altro.
E la voce riprese:
— Rinotta?...
Allora ella si sentì raggricciare e abbrividire come per la gioia e per
lo spavento e domandò:
— Chi sei?... È mai possibile?...
E lo spasimo non durò che un baleno che ella ebbe un grido:
— Giorgio?... Giorgio?... Sei tu?... Sei proprio tu, Giorgio?...
Per la prima volta nella sua vita, egli si sentì tutto quanto
illuminato. Non se l’aspettava!... Credeva tuttavia di trovarla come
un tempo, di dover guadagnare l’amore di lei con fiera costanza e si
vedeva trascinato in un impeto di tenerezza tale da morirne.
Gli era caduta fra le braccia e lo stringeva forte, senza baciarlo,
mormorandogli all’orecchio, fra i singhiozzi:
— Sei tornato!... Sei tornato!... Ho pianto tanto!... Ti ho aspettato
tanto, Giorgio!... Giorgio mio!....
Ed egli non seppe che dire, si lasciò trasportare come una cosa
dolcemente morta, pianse con lei.
Tutti sapevano del suo ritorno, vero?... Tutti lo sapevano ed ella
no!... Perchè non dirglielo!... Chi le aveva nascosta la cosa?... I
giornali non comparivano più, il Vecchio non parlava più!...
Entrarono. Egli vestiva ancora la divisa grigia. Lo vide al lume degli
astri; le parve bello come un Dio. E sospirava adagio, tremando nella
soavissima voce:
— Ho saputo tutto.... ho saputo tutto!... Oh perdonami, perdonami!...
Egli se l’attirò fra le braccia e le disse solamente:
— Ma se ti voglio tanto bene!...
Tacquero ancora, più a lungo.
Poi udirono un passo dietro le loro spalle, un passo misurato e
tranquillo. Si discostarono rivolgendosi.
Era il Vecchio. Non aveva il cappello, insolitamente; pareva ancora più
alto nella notte illune. Attesero la sua voce e la voce del vegliardo
si levò dal silenzio e disse:
— Benvenuto, figliuolo. Vieni, chè ti dia un bacio!...
Giorgio si accostò scoprendosi e chinò la faccia. Il Vecchio lo baciò
sulla fronte.
— Ed ora, — riprese, — ora che sei il primo fra noi, meriti tutto!...
Domani ti passerò le bisacce e tu reggerai la casata d’ora innanzi. Lo
vuoi?...
Giorgio scosse il capo a dir di sì, chè non poteva parlare.
Il Vecchio accarezzò Rinotta sui capelli, poi se ne andò senza
rivolgersi più, nella notte illune, come l’attendesse la morte.
Poteva morire ormai, nel cuor del suo Dio. La casa degli Antoni aveva
trovato il suo continuatore.
Le nonne.
“Per la soave e forte umiltà e per il
chiuso dolore di tante donne italiche.„
_Così come un’umile alba del duecento_:
“.... lo maitino è sonato,
Zorno me par che sia.„
_È il popolo che parla in un remoto canto freschissimo. Così: le
campane del mattino han suonato pei cieli appena chiari. Il giorno è
sorto. E, col dischiudersi delle prime finestre, abbiamo udito le voci
delle creature che ci sono vicine e lontane perchè trascorrono la vita
umilmente, chiuse su poco spazio._
“Sa’ tu qual donna è da gradire?
Quella che fila pensando del fuso,
Quella che fila iguali e senza groppi,
Quella che fila e non le cade il fuso....„
_Francesco da Barberino, quanta dolcezza nella vostra allegoria! E
ognuno di noi ha nella memoria, se non nella vita:_
“Quella che fila iguali e senza groppi„.
_Una bontà cristiana in un cuore di donna amata. Se un riposo c’è
concesso, è verso tale creatura che l’anima nostra si inchina; se si
cerca un rifugio, non vi è altra soglia più chiara al nostro sostare._
_Donna e madonna dicevano i miei vecchi e la loro anima adunava le
scarse parole gentili del dialetto disarmonico, per onorarla._
— _Voi siete padrona fra il focolare e la soglia, fra la madia ed il
telaio, fra l’arcolaio e l’arca!_
_E la donna entrava nella casa severa ed appendeva il ramo d’ulivo sul
letto, ed accendeva il fuoco fra gli alari, e distendeva le ordite dal
pettine al subbio, nel telaio di quercia._
_Con la sera, le lampade erano riaccese innanzi che l’uomo ritornasse,
la bianca tovaglia era su la tavola e le vivande sul fuoco._
_Una severità tranquilla, un reciproco rispetto, una misurata letizia
reggevano la vita dei congiunti e donna era parola sacra come la
creatura._
_Così l’uomo parlando della compagna eletta, diceva:_
— _La mia donna! — E non la menzionava diversamente nè la nominava in
presenza di estranei come non si nomina Iddio._
_La casa era un tempio._
_Ora troppe volte le piazze valgon più che le case e il raccolto
silenzio non ha dolcezza e il ramo di ulivo non è più a capo del letto
come le fronti soavi e gli occhi raggianti più non si sanno inchinare;
ma noi ricordiamo. Ciascuno ricorda di avere incontrato lungo il
proprio cammino, per aspro che fosse l’andare, un orto soleggiato, una
fontana chiara, una casa d’amore, un volto illuminato, e, nel segreto
dell’anima, l’immagine si è rifugiata, inespressa per anni ed anni, per
aggallare, trascorrendo qualche ora nostalgica. Non v’è uomo che non
abbia sentito talvolta, su la terra precipite, la bellezza di un simile
amore._
Venivano tutte tre di passo uguale, ravvolte nei loro scialli neri,
all’antica. Un po’ inchine, procedevano in silenzio per la via
deserta della chiesa, scarpicciando sull’acciottolato, e il loro passo
spaventava qualche passero saltabeccante fra gli scarsi rifiuti, nel
tardo sole. Era il maggio, un maggio bianco di tenui nebbie. E sopra
loro eran le mura dei giardini conventuali, sempre chiusi nel loro
segreto amore e qualche casa malinconica, appena albicante fra macchie
rogge e nerastre su per i muri scalcinati. Per tutta la strada non
c’era anima viva se non ombre e sbadigli di finestre vuote.
Ondavan le campane; il sole non si vedeva più. Lontano, in fondo a un
vicoletto, passò un fanciullo e si udì il suono della sua nunnola, poi
si udì cantare una donna da qualche cortile e s’udì anche il rotolìo di
un carro; ma tali suoni morirono come il fumo che sale e si fa di cielo
per disparire.
E le nonne andavan di passo uguale, a fianco a fianco, guardando la
terra. Due tenevan le mani aggroppate sotto lo scialle, la terza aveva
la corona. Non parlavano; Vespero le immutiva e le ricordanze. Erano
già presso la chiesa, al pesante coltrone che ne chiudeva l’entrata. Un
vecchio giaceva sulla soglia, immobile, la faccia levata all’alto e le
braccia abbandonate fra le ginocchia. Non si vedeva la sua infermità;
pareva fosse tutto perduto in Dio, anima e cuore, tanto era fermo il
suo volto nel silenzio dell’ora.
Come giunsero alla chiesa, furon rideste dalla voce lamentosa
dell’infermo:
— Fate la carità, creature di Dio!
E una d’esse si fermò ad esaudire la domanda, poi, a passo lieve, a
volta a volta, scomparvero nella chiesa e il coltrone si appesantì su
l’ombra.
Così tutte le sere, come il giorno mancava, entravano nella remota
chiesa della piccola città provinciale ed ivi restavano finchè non
fosse sopraggiunta la notte con le sue stelle. Allora si toglievano
dagli inginocchiatoi e, a passo lento, l’anima ad un solo pensiero,
parlucchiando appena, rifacevan la strada l’una a fianco dell’altra,
chiuse nei loro scialli neri, all’antica, le mani aggroppate sotto
lo scialle. Poi ad una piazzetta si soffermavano tutte tre inchine e
intorno c’era qualche raro passante; si scambiavano l’augurio consueto
con un leggero rammarichio nella voce:
— Buonasera Pasquina!
— Buonasera Concetta!
— Buonasera Fortunata!
— Buonasera!
E ognuna se ne tornava sola, lungo i muri, alla sua piccola casa. Così
fin che il giorno non risorgesse, fin che la sera non ritornasse con
la salutazione angelica. E tutti le sapevano, in città, e tutti le
chiamavan le nonne, per dolcezza.
Per dolcezza solamente, perchè la gioia di sentirsi rinascere nei figli
dei figli, di lasciar qualcosa della propria anima al tempo, non era
stata concessa che ad una fra loro, alla più vecchia, a Fortunata. E
il nome suo era sorto dalla sua fortuna. Quando il figliolo di lei ebbe
sposato e quando le nacque un nipote, nonna Pasquina e nonna Concetta,
che sempre le erano dintorno, le dicevano ad ogni sospiro:
— Come siete fortunata!
E Fortunata si chiamò. Nessuno la conobbe diversamente nè in casa nè
altrove; nè fra i poveri nè fra i ricchi.
Erano vecchie, ma vecchie di tanti anni che quasi più nessuno dei
loro coetanei sopravviveva; tutto il mondo della loro giovinezza era
scomparso da sotto il sole, o permaneva come in un’alba di accorante
mestizia, fra le ricordanze più remote, simili a un sogno vissuto
appena fra vespero e aurora, inenarrabile. Avevan veduto altri costumi,
sapevano altri governi e le persecuzioni e le morti e le battaglie
e l’ansito del batticore. Nonna Concetta ricordava le grandi feste
che s’eran fatte in città per il passaggio di Pio IX. Allora era
giovinetta! e piacente, co’ suoi grand’occhi chiari, pieni di carezzosa
mestizia, e i giovani le stavan d’intorno, per l’amore di lei che
era desiderato. Era un giorno sereno, con un gran sole e una letizia,
diffusa talmente per tutta l’aria, che pareva ne ridesser le case e
le torri e ogni opera umana ed ogni cosa del mondo. Ella gioiva come
la rondine ebbra di aurora e sentiva la sua giovinezza illuminata,
raggiare. Aveva un bel vestito a righe, color di rose, un’acconciatura
con certi boccoli morbidi e lucenti che pareva le baciassero il
viso sereno e una gran voglia di ridere e di piangere insieme per la
commozione che le serrava la gola. Stava a una finestra, sul Corso;
tutte le finestre erano gremite di donne, di fanciulli, di bimbi e il
Corso era una grande fiumana di gente.
I giovani passavano nella via e levavan la faccia a salutare. L’amore
passava con loro nella gran luce serena. Quali giornate senza fine!
Poi un lungo fremito attraversava la folla. Le voci s’incrociavano, si
fondevano crescendo; non eran più una ed una, ma il grido della folla
ebbra del suo gran core.
— Viene!... Viene!...
— Eccolo!... Eccolo!...
Molti piangevano e mostravano le lacrime loro senza alcuna vergogna.
Ella pure piangeva, ma un pianto di piena dolcezza che non le toglieva
il sorriso. Le piccole mani bianche le tremavano come il core. Che
avveniva mai? E il grido si espandeva e la folla si stipava sempre
più, spessa come le spiche nel campo, agitata da un soffio di ardore.
Si udivano squilli di trombe. Poi fu come uno schianto improvviso,
nulla più valse a trattenere il turbine delle genti. Erano apparse le
staffette in livrea e una grande berlina ondeggiava in fondo facendosi
strada a gran pena.
Allora il cuore parve fermarsi; la vita fu sospesa nell’attimo
prodigioso. La parola che stava in ogni anima raggiando, ma che non
era mai echeggiata a delirio, si liberò, fu gridata a voce di pianto, a
voce di gioia. Andò, ritornò, si elevò su da quel crogiuolo di ardore,
con l’impeto dei battimani, fra il ritornello degli evviva.
E l’uomo pallido, nella sua berlina, s’inchinava e benediceva commosso
dalla formidabile commozione del suo popolo, trascinato dall’enorme
violenza.
Allora ella sentì i singhiozzi serrarle la gola e non sorrise più.
Gettò tutti i suoi fiori, a fascio a fascio, e quando più non ne ebbe
sul davanzale agitò le piccole bianche mani. La sua voce fu fra le
infinite; ma ella sentiva, come tutti sentivano intorno a lei, che non
era un uomo che passava, nè un pontefice che si acclamava piangendo, ma
un’altra cosa più grande, per la quale era giusto soffrire e morire:
l’Italia! — L’Italia che si levava dalla sua secolare sofferenza,
purificata e intatta per ricominciar la via.
E anche quel giorno era tramontato, ma nel grigio cerchio degli anni
splendeva tuttavia come una gemma solitaria.
Poi qualcuno ch’ella adorava umilmente e tenacemente era morto a
Calatafimi, in battaglia, nelle giornate del prodigio ed ella aveva
impallidito come il fiore senza più sole e aveva veduto trascorrere
i giorni e gli anni, i mesi e le stagioni senza più nulla domandare,
ferma ad un vespero della sua giovinezza e ad una ricordanza di amore e
di pianto.
Nonna Pasquina aveva saputo più mondo; non era stata, come la compagna
sua, il fiore del brolo, la conchiusa malinconia che appena s’illumina
di una fuggevole luce. Sposata a un giovane fiero e combattivo,
costretto all’esilio in tempi sinistri, era fuggita con lui in
Inghilterra, donde era ritornata sola. E anche il destino di lei
si era risolto in amarezza. Solo nonna Fortunata era giunta ai suoi
novant’anni vedendo serenare i giorni innanzi a lei e compiersi la
sua speranza nel tempo. Comunque fosse, la diversità dei destini non
le aveva disgiunte. Come andavano insieme ai tempi belli della loro
primavera, così si trovavano al vespero, unite. Allora avevan compagno
il desiderio, ora il silenzio, per le stesse vie, negli stessi luoghi.
Ma il cuor loro era immutato e l’anima senza cruccio. Scendevano,
serene, alla porta che non si riapre mai più, declinando con la soavità
dell’ombra, nell’amore di Dio. E le genti le sapevano ormai come le
cose che sfuggono al tempo ed alla morte, nella loro raccolta umiltà;
come le cose sempre vedute, sempre uguali, che dànno al core una pace
improvvisa e la nostalgia delle memorie.
Quella sera nonna Fortunata era più gaia e gli occhi suoi rendevano
splendore. L’allegrezza sua si era comunicata alle compagne, perchè
palpitavano di uno stesso bene tutte tre.
Nonna Concetta leggeva una lunga lettera e, a quando a quando, si
soffermava e le altre con lei. Eran per via, verso la chiesa, come
ad ogni vespero. Cantavan le campane, e qualche donna, dagli angusti
cortili, cantava d’amore a salutar la sera. Nessuno c’era per la via,
come sempre, se non il povero, immobile presso il coltrone, all’oscura
soglia del tempio.
Nonna Concetta levò il volto di su la lettera e disse:
— Che santa creatura! Fate che ci ritorni, Signore!
E nonna Fortunata:
— Avete letto, eh?... Belle prodezze davvero! Va a cercar tutti gli
arrischi!
— Sempre uguale! — soggiunse nonna Pasquina.
Percorsero un altro tratto di via, in silenzio, e non si udì che il
loro scarpicciare sull’acciottolato. Poi nonna Pasquina si fermò e le
compagne si fermarono con lei e la guardarono.
— Com’è lontano! — disse Pasquina.
E Fortunata:
— Dove sarà mai questo Tripoli?
Nonna Concetta sospirò e soggiunse:
— Dicono sia di là dal mare!
Ripresero il cammino scuotendo il capo.
Fortunata ripiegò la lettera che nascose fra le vesti, sul seno. Poi
riudirono l’invocazione del povero:
— Fate la santa carità, creature di Dio!
E il coltrone si appesantì su l’ombra.
Quella sera pregarono più fervidamente, inchine su lo stesso
inginocchiatoio, innanzi a un altare propiziato da una lampada
scialba. Nè l’una si addiede dell’altra, nè scambiaron parole
sommesse come solevano a quando a quando, fra una prece e l’altra,
sì come un pensiero estraneo irrompeva subitamente a turbare il santo
raccoglimento.
Non seppero di cose umane se non quella che premeva loro sul cuore
giganteggiando ed oltre quella fu lo spazio e la gloria di Dio.
Nè le scarne ginocchia provarono stanchezza per la lunga ora della
sosta. La sera era morta ed esse erano ancora su la panca antica,
innanzi al solitario altare; erano nate tutte le stelle nella gran
notte e le nonne sognavano e pregavano senza mutar parola, sperdute
nella immensità divina. Senonchè quel che di più dolcemente umano
animava il loro mondo pallido di anime stanche, si univa all’immagine
di Dio e come nasce il canto per l’umida serenità del mattino, nasceva
la ricordanza dall’anima memore.
Ed esse si vedevano sole: Concetta e Pasquina, e già era trascorso il
tempo di sperare, chè ogni anno accresceva il carico grave e giovinezza
era lontana. Aspettavano di morire solamente. Una scialba inerzia era
sul mondo e sul cuore degli uomini; non v’era intorno che un fiacco
abbandono.
A quando a quando le campane suonavano a morto e la voce triste correva
di casa in casa e si faceva un nome. Un altro di quelli che erano stati
giovani con loro aveva compiuto il transito. E pareva morisse così
anche il ricordo di tutto il palpitare e del combattere e del vivere
d’ardore dei giorni purpurei dei trionfi.
Il mondo era sempre più squallido, impoverito come la terra abbandonata.
Si vedevan più di rado. Nonna Fortunata andava a cercarle a quando a
quando per condurle con sè o in chiesa o negli orti, ma esse pregavano
Iddio che le togliesse dal mondo. Erano vecchie, sgagliardite e nessuno
era intorno alla loro madia. Ma un giorno nonna Fortunata andò a loro
col viso acceso di gaiezza e come le vide, disse:
— Il fiore che non si vuole, nasce nell’orto!
Nonna Concetta e nonna Pasquina si rivolsero a lei. Fortunata soggiunse:
— Non sapete? Il mio Giovanni ha avuto un figlio! E pensare che non lo
desiderava!
— Sarà contento! — dissero a una voce Concetta e Pasquina.
— Ora sì!
Allora parve che nella solitudine di tanta vecchiaia nascesse
d’improvviso un’aurora; parve che dalla castità del cielo scendesse il
canto dell’allodola mattutina. La gioia di nonna Fortunata fu la gioia
delle compagne sue e incominciò da quel giorno una vita inattesa.
Il nuovo venuto s’ebbe in battesimo il nome di Donato, e s’ebbe fin da’
suoi primi giorni, l’amore delle tre nonne. Visse con loro più che con
sua madre e non conobbe mai il cruccio di un desiderio insoddisfatto.
L’arida vita delle nonne si inalbò per la vita di quel bimbo e
nell’unico lume si sentirono tutte tre sorelle. Erano sempre insieme,
sempre con lui: in chiesa, nei prati, nei piccoli cortili delle loro
case modeste.
Egli s’ebbe quel che avevan loro, distrusse ciò che gli piacque, senza
veder mai sul loro volto, se non un sorriso.
Così crebbe in amore, bello e forte, ed esse lo videro tramutare
adorando e quando più non poterono seguirlo, lo benedissero ugualmente
e il loro pensiero vigile non lo abbandonò mai nelle sue venture di
giovane ardito.
Anzi piacque loro la sua virilità gagliarda che non si umiliava ma si
imponeva per dominio; piacque loro quel poco di scapestrataggine che
lo faceva più giovine e più uomo e più ricco di ardore, e l’aspettavan
su la soglia al volgere della sera, quando giungeva a salutarle, perchè
allora, e allora solo, le piccole squallide case parea si accendessero
tutte quante. Rinascevano adorando. Così fino al giorno in cui, essendo
egli sotto l’armi, tanto aveva tempestato finchè non l’avevan fatto
partire per la guerra.
Quel giorno le tre nonne non avevano avuto querele.
Ricordavano altre partenze, altre ansie uguali.
Solo nonna Fortunata gli aveva detto:
— Bambino mio, non fare più di ciò che devi!
E nonna Pasquina, più sottovoce:
— Cerca d’esser tranquillo, figliolo! Non sprecare il tuo coraggio!
E nonna Concetta l’aveva tratto in disparte e aveva fatto cenno di
volergli parlare da sola, all’orecchio, e quand’egli fu chino innanzi
alla bocca di lei che tremava, ella, con un filo di voce, per non
piangere, disse:
— Quando ritornerai ti darò quella medaglia d’oro.... sai?... quella di
Calatafimi.... che non fu portata mai!...
Poi volse la faccia altrove e non rispose a ciò ch’egli disse. Troppo
ricordava un’altra partenza. Ma quando il treno fu in moto rimasero
ferme tutte tre sotto la tettoia ad agitar le mani fin che lo videro ed
egli andò con quella gran luce nel cuore.
*
Avevano ancora, nell’arca, i loro scialli di Ternò, a quattro doppi,
tutti frangiati e da tanto tempo non li portavano più perchè bastava
loro l’umiltà dello scialluccio nero nel quale si imbacuccavano a
nascondersi, quasi vergognose di farsi vedere tanto vecchie; ma quel
giorno ognuna, senza saper dell’altra, aveva voluto trarre dall’arca lo
scialle di Ternò, per farsi bella.
Nonna Pasquina mentre si adornava così, gettando talvolta una fuggevole
occhiata nel vecchio inutile specchio verdastro, si era sorpresa a
cantare una canzone dei tempi andati, semplice e grande; e cercava le
spille e dimenticava dove fossero, e tutto dimenticava nella fretta,
fermandosi a mezzo di un atto, senza saper più cosa fare. Si sperdeva,
si obliava dietro un sogno, dietro un ricordo illuminato dalla gran
gioia del presente. Aveva aperto le piccole finestre che davano
sull’angustissimo giardino della sua casetta.
Un giardino da bimbi dove anche poteva stare una vecchia col suo cuore
pieno di ricordanze.
Era maggio; c’era un sole tiepido che svegliava ogni vena; si udiva un
grande brusìo per la strada che passava al di là di un muro. Il sole
si era disteso sul pavimento, era salito sul postergale del letto fin
su le coltri, pareva giuocasse con tutti i suoi pulviscoli d’oro e la
stanza era un rifugio di luce.
Nonna Pasquina cantava. Che ore erano? Guardò la vecchia pendola,
ma si era ferma. La sera innanzi aveva dimenticato di caricarla. Era
sbalordita, tanto sbalordita che aveva sognato di avere diciotto anni e
aveva sognato tante altre cose che, a confessarle, una vecchia come lei
avrebbe dovuto arrossire. Epperò ne era turbata, a volte, allorchè la
visione le si ripresentava più chiara; scuoteva il capo sorridendo.
Ed ecco non sapeva più a che punto rifarsi per compire l’abbigliamento
suo e s’imbizziva finchè il ritornello della canzone tanto vecchia,
quanto la vita sua, non le tornasse alle labbra.
E cantava e s’obliava. Avevan bussato alla porta? Era forse
Fortunata?... Stava in orecchio, non udiva nulla; udiva il grande
brusìo della strada e il cuore le si stringeva tutto quanto e la gola
anche. Una volta si sorprese a ridere ma di un riso tanto strano che,
se non si fosse frenata a tempo, avrebbe finito col piangere. Poi
guardò nel giardino l’aiuola delle violacciocche e pensò di farne un
gran fascio. Bisognava spicciarsi, chè Fortunata sarebbe giunta da un
momento all’altro; e girava e anfanava, dispersa nella luce del mattino
e dell’anima sua.
Poi giunse Fortunata e ristette sulla soglia.
Anche Fortunata aveva lo scialle di Ternò e un vestito di raso a pieghe
a pieghe, che pareva abbrividisse dal freddo, e i guanti. Si fermò
sulla soglia. Era un poco pallida; domandò:
— Non siete pronta?
— Eccomi! Eccomi!
Ora nonna Pasquina si affrettava per davvero.
— Dov’è Concetta?
— Non è con voi? — domandò nonna Pasquina.
— Io non l’ho veduta!
— Neanche io.
— Forse la troveremo per via.
E Pasquina fu pronta. Prese i guanti, anche quelli erano vecchi e
piangevano per il lungo abbandono; gettò un’occhiata intorno, si avviò
che già nonna Fortunata l’aveva preceduta.
Quando fu per le scale esclamò:
— E le mie violacciocche?
— Quali violacciocche?
— Quelle che volevo portargli!
— Gliele darete dopo; ora non c’è tempo, andiamo.
E svoltaron pei vicoli per sfuggire la folla, per non vedere, per non
commuoversi troppo. Poi si vergognavano del loro abbigliamento; la
loro consueta umiltà ne era ferita. Nonna Fortunata, tra per vincer
l’emozione e per timore di avere esagerato nell’eleganza, si era
aggrottata in volto e non parlava. Nonna Pasquina era troppo sperduta
ne’ suoi pensieri per dir parola. Si tennero per le vie più deserte,
giunsero alla stazione quasi di soppiatto e quando si trovaron
d’improvviso fra la folla acclamante, fra il tempestar dell’urla e
delle musiche, in quell’arruffio di gente che pareva fuori di senno,
tanto era trascinata dall’orgasmo, non seppero più nè avanzare nè
fermarsi, si lasciaron trasportare nel rigurgito, senza opporre
resistenza nessuna.
Poi non seppero spiegarsi ciò che avvenne; si videro ferme in un angolo
della stazione, addossate ad un muro, le vesti sgualcite, sole, ma
contente, ma liete di una grande gioia come se la giovinezza loro fosse
ritornata e con lei i giorni della gloria.
Donato le trovò in quell’angolo; le sorprese come due estranee, ignare
di tutto; se le portò via nel turbine della gioia come in un trionfo
d’amore e le due candide vecchie lasciaron fare, il volto rorido di
lacrime. Poi corse un nome fra loro:
— E Concetta?
— Dov’è Concetta?
— Andiamo, andiamo, ci aspetterà.
La vettura divorò la via, passò fra le acclamazioni frenetiche, svoltò
per le strade del silenzio. La porta era socchiusa.
Donato si precipitò su per le scale gridando:
— Concetta?... Nonna Concetta mia?...
Ma nessuno rispose. Ristette all’uscio del ripiano.
— Non c’è! — disse rivolto a nonna Fortunata.
Entra, — rispose la vecchia.
Come l’uscio fu aperto non la videro.
— È uscita! — dissero.
— Ti cercherà!
Ma Donato si fermò di repente innanzi a una poltrona, rivolta alla
finestra del cortile, e disse sottovoce, sbiancando:
— Nonna Concetta!
Le compagne si accostarono. Ella era seduta là, più bianca de’ suoi
lini, contro il poco sole che illuminava un muro del cortile. Aveva
su le ginocchia uno scialle, una veste antica color di rose, un po’ di
fiori secchi, un astuccio. E le mani scarne tremavano e così la pallida
bocca. Non era più lume in quel viso se non negli occhi mesti. I tre la
guardarono senza parlare.
Ella non guardò che Donato e brancicava e voleva dire. Per la squallida
stanza era una pallida luce e non si udiva rumore.
Poi il giovine le cadde di peso ai ginocchi, stette prono innanzi a
lei. Allora l’angoscia della lenta agonia si accrebbe, non per la morte
che era attesa e benedetta, ma per il costretto silenzio.
Pareva che la gran pietra fosse calata per sempre ed ella dovesse
partire così nella sua malinconia, senza poter dire la santa parola; ma
Iddio le fu misericorde. Ed ecco che essi la videro levarsi; ecco che
riudiron l’eco della voce dispenta:
— Prendi.... bambino.... tienila per mio ricordo! È la medaglia di
Calatafimi.... che non fu mai portata.... non te ne separare.... che è
santa!
E la pallida faccia malinconica si illuminò di una gran luce; più non
parlò: vide e gioì nella sua morte, vide e gioì per l’ombra del suo
lontano amore che riviveva in quell’ora, nell’anima sua moritura e
nella giovinezza d’Italia.
La vela nera.
“_Per l’ignota e tenace masnada che
mantenne viva, negli anni più oscuri, la
tradizione italica fra gli imbestialiti
montoni delle opposte sponde._„
_Pochi sanno delle navi e degli uomini tenaci che vanno per
l’Adriatico. I piccoli porti, fra le lunghe palizzate, sono pressochè
ignoti, si aprono nel silenzio delle terre estreme dove non passa la
nostra fiumana._
_Una gente antica vi si perpetua. Il nome di Venezia e il cuore della
città grande vi sopravvivono. È una forza invincibile di razza di cui
l’Italia si illumina. Là i fanciulli battono le vie degli avi, sul
mare, approdano alle stesse terre su le opposte sponde e scacciati vi
ritornano e combattuti non cedono._
_Ogni porto ha un paese, una chiesa e una tradizione._
_I paesi son tutti di casipole dai colori vivaci, distese sui due lati
del canale e si adornano di ampi camini ed hanno una piccola porta
dischiusa all’ospite ed al viandante. Iddio vi dimora._
_Chi entra trova volti sereni e cuori grandi. Quello che dà la madia è
per i figli e per l’ospite. E tutto ciò che l’anima ha di sereno vi si
irradia. Case di uomini miti coi fratelli loro che vanno per il mondo
nella volontà del Signore. Il mare insegna due cose ai navigatori: il
silenzio e la bontà._
_La chiesa è povera, ha la modestia del luogo; una sola arcata, un solo
altare. Poco basta all’amore di Dio._
_Tre campane che s’odono dal mare, da molto lontano sul mare; una
soglia erbita; un coltrone roggio che ha il colore delle vele, che
par fatto da una vela vecchia e chiude il vano della porta e spenge
gli scarsi rumori e la luce troppo viva. Un raccoglimento discreto è
fra le mura scialbe in cui si serrano in fila gli ex-voto. Giungono le
donne sole a pregare in silenzio e i fanciulli che reclinano la testa
scoperta. E chi parte non fa rumore e chi entra si inchina. Su l’altare
non brillano che due ceri; due soli ceri color del miele._
_La tradizione è sacra come la famiglia e la nave e l’amore dei figli
ed il pane. È il cuor della razza. Nessuno dimentica. Le parole dei
padri e degli avi son parole di Vangelo; i loro costumi fanno legge;
il loro ardimento è il segno verso il quale tendono e si avviano i
giovani._
_Chi abbandona il mare è abbandonato a sua volta, esce dalla famiglia
marinara, va ramingo fra gente diversa; chi non segue i segni delle
stelle, che conducono all’opposta sponda, non è riconosciuto di buona
tempra; chi non affronta ogni tempesta è vile._
_Leggi invariabili e secolari. Furono forse prima che Venezia fosse e
le sopravvivono. Le tempeste non tramutano le grandi correnti del mare.
La storia sottostà alla forza delle genti. Le maggiori virtù, come le
aristocrazie, salgono dal cuore dei popoli saldi e taciturni._
_E questa stirpe chiusa fra gli estuari, distesa e sperduta lungo le
coste piatte, là dove la nostra curiosità non giunge, coltiva da secoli
una virtù di eroismo; forma un’aristocrazia del mare._
_L’Italia le deve il sopravvivere del suo nome e della sua lingua e
della sua forza di civiltà per molte terre nelle quali il suo nome
la sua lingua e la sua civiltà sarebbero dimenticate da anni. Sono le
singole virtù delle varie stirpi unite a un sol ceppo che fanno grandi
le nazioni._
Come il vento parve forzasse da poppa, Paròn Zorzi gridò:
— Issa! Issa!
Titta-Nane e Bepi s’attaccarono alle corde della vela maestra, che si
levò contro il cielo.
Annottava. C’era per l’aria, sotto la prima stella, un colore di vene
e di ametiste, un color vago, trasfuso di gamma in gamma e come una
cintura d’acciaio brunito fasciava l’estremo limite del cielo.
Aperta che fu la gran vela nera, la tartana scivolò al suo viaggio per
il mare taciturno.
Governava al timone Paròn Zorzi. La terra si perdeva co’ suoi lumi
scialbi.
Eran sette a bordo: il mozzo, il _murrachin_ e i quattro figli di Paròn
Zorzi. Nascevan le prime costellazioni.
Quando apparve la stella incatenata, il vecchio levò il capo a misurare
con sicura certezza la via da seguire e fatto ch’ebbe il calcolo e
tracciata l’ideal scìa dal cielo al confine del mare piegò la prora a
levante ad un nuovo segno di stelle, poi chiamò:
— Fortunato?
Alla voce uscì dalla stiva un giovane in capelli, diritto come
l’antenna maestra. Domandò:
— Che volete?
— Sta al timone tu, ch’io vado a preparar la cena.
— C’è Zuane al _focone_.
Il vecchio non rispose, guardava il cielo.
— Tienti alla stella rossa, là, sul levante e non sbandare!
Fortunato si levò presso il timone e rispose:
— Andate, babbo.
Il mare era come uno specchio di eternità ai piccoli occhi degli uomini.
Paròn Zorzi si avviò, la fronte levata alle stelle; poi come fu presso
il boccaporto sostò un attimo e disparve.
Allora Gugùll, che s’era accosciato sulla prora fra i cordami, presso
il ceppo dell’ancora, guizzò dal suo rifugio, presto e leggero,
attraversò la coperta, fu a fianco di Fortunato.
Chiese:
— Che t’ha detto Paròn Zorzi?
— Niente! — rispose Fortunato.
— Ma dove andiamo?
— Alla malora!
Gugùll, il mozzo, finse di non aver inteso. Riprese:
— Staremo molti giorni in mare?
— Il tempo di farti rinsavire.
N’ebbe a giusta misura. Come s’addiede che Fortunato non avrebbe
soddisfatto in alcun modo la curiosità che lo cuoceva si avviò
lentamente presso la murata guardando qualche scialbo bagliore sul
mare tranquillo. Ma come fu al boccaporto e stava per discendere sotto
coperta, in quel che poneva il piede sul primo grado della ripida
scaletta, gli apparve innanzi Toni, il _murrachin_. Era questi un
fanciullo di dodici anni, un’aquiletta rapace, astuta e di tranquilla
apparenza, che nascondeva, sotto il più chiaro volto di giovinezza,
un’anima fierissima.
Poi che si scontrarono, Gugùll domandò:
— Dove vai?
Toni si strinse nelle spalle e non rispose.
— Non è pronta la cena?
Toni rispose con una smorfia ambigua.
— È giù Paròn Zorzi?
— Sì.
— Parlano?
— Sì.
— Che dicono?
— Va a sentire.
— Sai dove si vada?
— Mah!
— Tu non sai nulla? Non hai udito nulla?
Allora Toni sorrise e disse:
— Paròn Zorzi insegna che ciò che s’ode a bordo dev’essere per noi come
un uccello che entra per una finestra ed esce per l’altra!
Gugùll ebbe un atto d’impazienza.
— Bè! E tu chiudi le finestre e dimmi quello che sai.
— Che può sapere un povero _murrachin_? Fra me e Pomi non c’è
differenza! Solo Pomi può dormire più di me perchè è un cane!
Trascorse una pausa. Toni guardò giù per la scaletta, poi spense la
voce e disse:
— Andiamo a prua?
— Andiamo!
Scalzi com’erano attraversarono la coperta in tutto silenzio. Fortunato
non li guardò.
Come furono fra i cordami della prua Toni s’allungò e, puntati i
cubiti sul bordo della nave, abbandonò la faccia fra le palme, fisso su
l’infinita oscurità.
— Bè? — fece Gugùll.
Il vento forzava. Si udiva cantar l’acqua sotto la prora.
E Toni disse:
— Paròn Zorzi naviga a vendetta!
— Eh?...
— Ha detto a Titta-Nane: Figliuolo, questa volta non si ritorna se non
col morto!
— Andiamo laggiù?
— Pare!
— E se ci prendono?
— Chi?
— I turchi!
— Senti. Paròn Zorzi ha saputo dal figlio suo che è a Taranto, ha
saputo che c’è stata battaglia. I turchi le han prese.
— Da chi?
— Da noi.
— Bene!
— E ora Paròn Zorzi vuol fare il resto!
— E che può fare?
— Non so. Ha giurato di lasciarci l’anima o di portarsi via il suo
morto!
— E gli altri?
— Chi?... I figliuoli?
— Hanno giurato con lui. Si erano chiusi sotto coperta. Io era nel
_trenta_ e li ho uditi.
Ritornò il silenzio. Distesi l’un presso l’altro, il giovinetto e il
fanciullo guardavano l’ombra.
Gugùll ascoltava il vento che vola o dorme nel cuore dei nicchi, e ne
sentiva la carezza fra i capelli gremiti, tutti crespi e azzollati in
una bella scompostezza. La sua faccia bruna era immobile come gli occhi
suoi larghi sul vuoto e come l’anima sua.
— Di’, sai che cosa ha scritto Momi? — chiese Gugùll a un tratto.
— No, — rispose Toni.
— Non sai dove abbiamo combattuto?
— Verso l’Epiro.
Si vedevan le stelle tremare in vene di lucore come in un alternato
giuoco di balzi, su l’onde.
— È giusto, — riprese Gugùll. — E bisognerebbe andare cento miglia
dentro terra a punire quella razza cane.
— Anche mio padre è morto laggiù! — disse Toni.
— Tuo padre?
— La mamma mi ha dato questo.... guarda! Ed io ho fatto la croce sulla
porta di casa, nel nome di Cristo!
Si udì lo schiocco di un coltello a serramanico.
— E che vuoi fare?
Toni alzò una spalla e ripose il coltello fra il petto e la maglia.
Poi strinse le mascelle e s’infoschì, tutto aggrottato nel suo
corruccio.
Inclinata da banda, per l’impeto sempre più forte del vento, la tartana
procedeva come una freccia al suo punto e la gran vela nera cricchiava
fra l’albero e i cordami.
*
Andarono senza approdare, tenendosi al largo, dove il mare sconfina
ogni intorno. E il vento non tramontò, anzi li sospinse, uguale e
costante, alla costa remota dove l’un dei loro riposava da tempo nella
sua veste di stamigna.
Paròn Zorzi e i suoi quattro figlioli guidarono la tartana a turno,
ma più tenne il governo il vecchio, ch’era di tempra salda e sapeva
il mare come la sua mano nocchieruta. Il tempo era in chiarore, sempre
sereno fra i due vesperi.
Ora un giorno Paròn Zorzi stava appoggiato alla barra del timone,
chiuso nella sua maglia, a capo scoperto, e suo figlio Dore gli giaceva
ai piedi.
La nave filava piana fra le meduse lionate, galleggianti intorno. E
Dore, ch’era il più giovane fra i quattro fratelli, appoggiato alla
murata pareva dormicchiasse o sognasse co’ grand’occhi turchini, or
socchiusi, ora aperti contro il cielo. Tacevano.
Il vecchio seguiva un suo tumulto interiore; il giovane, la eco di
un’albata, a gioconda serenità, sotto una tacita casa, fra le stelle
smorte.
Ora avvenne che le due anime si dipartissero da opposti pensieri per
ricongiungersi, nel silenzio, ad un punto, e quando Paròn Zorzi parlò,
Dore già lo ascoltava.
— Se il vento non falla, stanotte arriveremo, — disse il vecchio. —
Tenetevi pronti.
Si appoggiò alla barra, rettificò la rotta.
— Scenderemo in un punto deserto della spiaggia, presso il paese.
Gugùll e Toni rimarranno a guardia della tartana. Sono anime perdute,
staranno all’erta. Noi andremo a prendere il nostro morto. È sepolto
sotto un muro, a tre chilometri dalla spiaggia. Ti senti core di venir
con noi?
Dore rispose:
— Sì, babbo!
— Bene. Ricorda che a scappare si volta le spalle, ma a ritornare si
mostra la faccia. Hai la tua doppietta?
— Sì. È nel _trenta_, fra la legna.
— Bè, la prenderai. Non bisogna andar come agnelli. Una volta, quando
i nostri nonni comandavano era un affare diverso, ora comandan loro e
non vorrebbero vederci vivi. E noi si ritorna! Anche se tu ne ammazzi
mille e duemila, i germani ripasseranno tutti gli anni, alla stessa
stagione, per le stesse vie del cielo. È destino! Ci vorrebbero morti
e incendiate le nostre tartane, ma hanno bisogno di noi e parlano
la lingua nostra. Poi, mettili in una nave e andranno a picco. Chi
governa? Chi sa le parole delle stelle e la via delle correnti? Noi
abbiamo dietro noi l’angelo d’oro su la città grande, e nel cuor
nostro il Signore e la nostra via l’abbiam battuta in centomila in
tutti i tempi. Non navighi una lega che tu non passi sopra ai nostri
morti che son nel fondo. E dove sono i tuoi morti è il tuo diritto! Se
appicchi il fuoco a una vela ne voleranno mille sul mare; se affondi
una tartana, ne vedrai navigare diecimila. L’angelo caduto risorgerà
sulla sua cima in mezzo al cuore del mare. È destino. Dice: — Perchè
ritorni se ti fan guerra?... — Perchè è sempre stato così e basta!
Io ho lasciato laggiù il mio figlio grande, che era di quelli che
comandano, un uomo che aveva dieci cuori per la sua sola vita; che, se
lo guardavi, gli occhi ti si atterravano.... l’ho lasciato laggiù, e
ritorno! Ebbene, ora se mi dicessero che sarà la volta mia e la tua e
quella de’ tuoi fratelli, ritornerei ugualmente!
Parlava guardando innanzi a sè come a uno spirito invisibile, eretto
e grande nella piana marina e il suo volto, ch’era di bronzo, corso
da solchi profondi, fino agli occhi e alla fronte, fino alla bocca
sottile, fino al collo ignudo, il suo volto era fermo sul tumulto
interiore come una maschera impassibile scolpita a fierezza. Faccia
glabra di navigatore, indurita in ogni più grande travaglio, coronata
tuttavia dai capelli bianchi, intorno all’alta fronte. La vecchiaia
l’aveva ornata come di un fregio di serenità. Più era bella quanto
più appariva segnata dal tempo, chè nulla in lei si afflosciva e la
querula miseria degli anni non iscalzava l’anima sua. Dore sentì il
commovimento del vecchio e levò quei suoi grand’occhi di Iddio sereno
e il volto tutto bello ed effuso di luce ad ascoltare. La parola era
prossima, egli la sentiva salire dal silenzio come la bolla affiora
l’acqua immobile e la stella il suo cielo.
— Vedi, — riprese Paròn Zorzi, — l’ultima volta avevam finito. Si
ritornava senza guardar nè a destra nè a sinistra, diritti e soli per
la nostra via.
“Ci gridavan vituperi dalle porte e dalle strade e noi zitti; ci
minacciavan di morte, insultavan la nostra terra e la gente nostra e
noi pazienti, senza ridere e senza parlare come chi s’è fatto tutto
quanto di marmo.
“Eravamo soliti a ciò; era la buona accoglienza di quei cani. Ma
quella volta si andò oltre la misura. Uno ce n’era, che l’anima sua
sia dannata in eterno, un vigliacco rinnegato che aveva un nome dei
nostri e parlava come noi. E per farsi bello e mostrare la devozione
sua a coloro che lo soffrivano, ci seguiva da presso ghignando e
bestemmiando. Ma si era detto e si era fermato il patto di non udire.
Però quella volta fu troppo. Angelo veniva ultimo fra noi. Camminava
guardando la terra. A un tratto, ecco che il rinnegato gli si accosta,
e dietro a lui c’erano i compari. Gli si accosta e gli dà un urtone
tale che Angelo ci piomba addosso, sotto la spinta. I compari ridevano
a burla. Allora Angelo si volge, ed apre il suo coltello. Ê un momento.
Guarda, s’inchina, piomba addosso al rinnegato e l’ammazza. Gli altri
si sbandano urlando, ma ritornano duplicati. S’ode gridare: “Morte!
Morte!...„ E ci si fan sopra armati d’ogni arme. Angelo li affronta da
solo. Lo vedo menar giù colpi su colpi. Non si difende, tempesta. E non
lo toccano. Hanno paura di lui. È un miracolo. Titta-Nanni mi grida:
— _Vardè, pare, el leon de San Marco!_ — Alzo gli occhi. È là.... sul
muro, sopra la sua testa. Mi pare sia la salvezza, ma in quel punto
un turco gli si accosta di fianco e gli spara. Lo vedo levarsi con la
faccia insanguinata e morire.„
Trascorse un silenzio d’angoscia in cui il respiro del vecchio si udì
più forte.
— Da quell’ora — riprese — ho sempre qua dentro le parole del Signore:
— Avanti che il gallo canti due volte, tu mi rinnegherai tre volte. — E
lo rinnegammo tre volte, per salvarci. Iddio ci perdoni!
Detto questo, si rivolse con la faccia contro il mare, e si mise a
piangere.
*
E la tartana dalla vela nera portò con sè il cuore di tutti i
navigatori dell’estuario; il desiderio di un’antica razza tenace che
venera la memoria della grandezza passata come una sacra sindone.
Poichè non v’è uomo di mare, fra le foci del Po e le foci del
Tagliamento, il quale non ricordi.
Come la terra fu in vista, Paròn Zorzi chiamò i figliuoli suoi sopra
coperta e disse loro:
— Figliuoli, preparatevi; ora dobbiamo esser forti. E se dobbiamo
morire moriremo, ma a bordo non si ritorna a mani vuote.
E la cosa piacque ai giovani adusti. Poi chiamò il mozzo e il
_murrachin_ e disse loro:
— Voi starete a guardia della tartana fin che non torneremo.
Ora la terra si avvicinava sempre più, nera ed uniforme. Era la notte.
Appena si intravvedevano i dorsi delle montagne altissime. Avevano
doppiato Corfù, navigavano lungo l’aspra costa che si svolge tra Parga
e Prevesa. Erano più presso a quest’ultima. E non appariva alcun lume
nè dal mare nè dalla terra; solo, lontanissimamente, forse sul dorso
di una montagna, un’esigua fiamma appariva e dispariva come se fosse
in via verso i sentieri altissimi. Il mare era quieto. Dalla prossima
città non giungeva nè luce nè suono. Gli uomini vegliavano protesi dai
bordi sull’ombra. Il _murrachin_ s’era inerpicato fra le corde fino
alla cima dell’albero maestro e di lassù scrutava lo spazio.
— _Che vidistu?_ — gli gridò Paròn Zorzi.
— Niente! — rispose il fanciullo.
S’udiva già il rompersi del mare alla spiaggia. E i quattro fratelli
cercavano un bagliore per l’oscurità, perchè non era possibile che in
tutta Prevesa non fosse una sola luce.
— _Ciò, i la ga spianada!... No ghe resta niente!_ — mormorò Titta-Nane.
Gli altri non fiatarono. Ora la tartana piegava obliquamente verso un
punto della riva.
La notte era senza nubi, ma oscura; propizia a quel discendere furtivo.
Paròn Zorzi non ebbe incertezze su la scelta dell’approdo; conosceva
le coste dell’Epiro come le bocche del Lido. Le scolte furono sciolte,
le vele si allentarono e l’àncora fu gettata. La tartana si arrestò
ondulando. Allora gli uomini discesero sotto coperta, ne ritornarono
armati e, ad uno ad uno, si calarono giù dal bordo, nel mare. Dovevano
attraversare un breve tratto con l’acqua alla cintola. Tennero il
fucile alto sul capo e procedettero finchè si persero nell’oscurità.
Quando furon dileguati Toni discese dall’albero della maestra. Gugùll
era ritto sulla prora e non gli pose mente. Allora il fanciullo scivolò
presso il bordo e scomparve a sua volta.
E i navigatori camminarono per le note vie e tutto era deserto. Mute
le rare case, vuoti i sentieri impervi. La strada era lunga. Dovevano
superare un colle, discendere dall’altra banda per evitare la città.
Andarono l’un dietro l’altro, incurvi, con piedi d’ombra nella gran
notte. I loro occhi si affissavano immobili a scrutar la tenebra.
A un tratto un cane uggiolò, abbaiò furiosamente dalla strada percorsa.
Si fermarono perplessi, rivolgendosi. Udirono come se qualcuno si
rimovesse dietro loro e già stavano per spianare i fucili quando tutto
tacque. Solo si udì un bussa di piedi nudi sulla nuda terra, il ritmo
di una corsa affannosa.
Titta-Nane si acquattò dietro un cespuglio e attese; ma anche quel
suono dileguò e non si udì più nulla su la terra misteriosa.
Proseguirono. Paròn Zorzi volle esser primo. Gli fu obbedito. Andarono
per l’aspro colle come salissero verso gli astri, nel profondo. E
quando furono sulla cima, si fermarono. Sotto di loro era la città
e il porto, ma ancora non videro un chiarore. Tutto era affondato
nell’ombra più densa, sotto la faccia della notte. Che nascondeva mai
quell’oscurità? L’agguato o la rovina? Poco importava. Essi dovevano
giungere al luogo prefisso.
Paròn Zorzi fissò gli occhi all’alto e lesse fra le stelle l’ora della
notte, poi si mise giù per sentieri dell’altra china. Due volte ancora
si fermarono, chè parve loro di riudire il busso dei piedi nudi su la
nuda terra; ma come stavano all’ascolto, ecco, tutto taceva. Avevan le
vanghe ad armacollo e il capo scoperto e su le spalle il fucile. Il
colle fu superato, si trovavan ora innanzi una lunga teoria di case,
l’una presso l’altra, tutte uguali, mute ed oscure. Chi dormiva o
moriva dietro le piccole porte, sotto le terrazze anguste? Sembravano
una fila di pecore, ferme nel cuor della notte, spaurite.
Passaron oltre. Conveniva affrettarsi. Prima che fosse l’alba dovevan
riprendere il largo, col loro carico. Videro un minareto lontano;
incontrarono una torma di cani selvatici.
Procedevano affiancati, il fucile proteso, pronti ad ogni sorpresa:
ma il sonno delle creature pareva uguale e profondo come la notte. Poi
Zuane affrettò il passo e Paròn Zorzi lo superò.
Percorsero l’ultimo tratto correndo. Quando giunsero sotto un alto muro
rossigno, diverso da ogni altra costruzione intorno perchè elevato dai
nonni dei loro nonni in quel luogo, nel nome di Venezia, Paròn Zorzi si
fermò e disse:
— È qui!
C’era una piccola croce segnata sul muro, sotto il leone di San Marco.
Paròn Zorzi prese la vanga e dette il primo colpo, gli altri lo
seguirono. La terra si accumulava, era già un mucchio e il mucchio
cresceva. Sotto la vanga non si udiva suono se non quello della terra
secca. E non ebbero requie, senza più sostare, incanendosi tutti
cinque all’opera furtiva finchè Paròn Zorzi sospirò forte e si levò sul
torso. Avevan trovato. Da quel punto l’opera procedette più regolata.
In breve la cassa fu libera dal terriccio e fu issata sull’orlo della
fossa. Allora, senza prender riposo, Paròn Zorzi, Titta-Nane, Zuane,
Fortunato la levaron pei quattro lati e se la posero sulle spalle. Dore
andò innanzi. E il corteo taciturno riprese la via del ritorno. Andaron
giganteschi nell’ombra e oscuri, come quattro eroi recanti il simulacro
di un Dio contro il mistero.
Dore vegliava senza fiato, balzando innanzi di forza, ma gli altri
procedevano a passo uguale, impassibili. Era discesa nell’anima loro la
religiosità della morte, e ne ingigantivano. Nessuna cosa poteva essere
più grande e nessuna più bella. Tutto il mondo e tutti gli uomini
scomparivano agli occhi loro e il pericolo anche e la scimmiesca paura.
Era nel loro cuore la divina grandezza della morte e il senso
dell’infinito. Potevan camminare fra le stelle, eterni, come era eterna
l’ombra che li incupiva transumanandoli. Non disser parola; anche il
loro respiro non si udì, come il passo su la terra. Si avviavano al
cammino dell’eternità. E le vie furon deserte. Ripresero il sentiero
del colle com’eran giunti, inosservati. E salirono alla cima e
discesero per l’altra china. Già si annunziava l’alba, ma appena, per
la prima stella.
Ora avevan di poco superata l’ultima casa quando udirono dietro di loro
una voce, ma il loro cuore non ne tremò. Si udì anche un fracasso di
rame stroncate e un urlo. Si fermarono. Dore ritornò sui suoi passi,
avanzando col fucile spianato. Gli altri attesero senza sgravar le
spalle dal loro peso, fermi ed impassibili. Fu un silenzio. Dore
si fermò presso una macchia. Non si udiva più che il bombito del
mare vicino e la tartana era là, su le acque. Ma in quella che Dore
ritornava e stavan per riprender la via, si udì una voce fievole, come
un grido d’angoscia straziante:
— _Zorzi?... Zorzi?_...
Allora il vecchio sbiancò; disse abbrividendo:
— _El murrachin!... Fioi, xe la so vose!_....
I figli non risposero, ma senza comando, per un solo pensiero, deposero
il sacro fardello.
Titta-Nane si lanciò innanzi; lo seguirono tutti. E in una sosta
riudirono la chiamata fievole:
_ — Zorzi?... Zorzi?_...
— _Dove ti se, Toni?_
— _So qua!... Veni che moro!_
Rifecero di corsa un tratto di via e quando furon sul luogo videro
un uomo disteso di traverso sul sentiero e, presso a lui, Toni che
rantolava.
_ — No ti geri in tartana?_
— _No.... Zorzi! Son vegnù anca mi! Volevo vendicar mio pare!..._
Non chiesero più. Ora capivan le rapide peste nella notte, dietro il
loro cammino.
Il fanciullo li aveva salvati dall’agguato per compiere la sua
vendetta. E andaron con due carichi alla loro tartana, e nessuno li
vide e li fermò.
Ma quando furon tese le vele, quando l’alba che sbianca innamorando
d’amore, dolce di tutta freschezza, fu su la soglia del levante; quando
la scìa si riaprì sul mare illuminato, ecco che apparver le navi, le
navi d’Italia, nell’alba!
Allora il cuore dei raminghi tremò. Un gran brivido li scosse, un gran
singulto.
Ritti di un balzo su la prora, tutti cinque su l’alta prora, si
protesero urlando, acclamando, folli di gioia e l’anima loro era di
sole.
Ma ancora udirono una voce; ancora un’invocazione giunse loro nel
supremo orgoglio che li ingrandiva:
_ — Feme veder.... compagni.... feme veder!..._
Era il morituro che implorava.
Discesero, lo tolser fra le braccia, lo levaron alto nella novella
luce contro la superba visione e un guizzo illuminò quegli occhi di
moribondo, un grido eruppe dal suo petto finchè il capo non si reclinò
nella morte.
Trasvolavan sul mare le grandi navi d’Italia.
L’agguato.
“Al generale Izzèt Pascià guerriero di
molte parole.„
_Isola fiera e bella fra le rupi e la montagna del fuoco; isola dalle
cento fontane, dalle mille leggende, sacra ai titani, agli iddii, ai
castelli di Saturno, agli armenti del sole, ai popoli favolosi; isola
amata come s’ama l’amore negli occhi della giovinezza, chiara più che
l’alba, che hai nel tuo favellare e nei canti primevi una bellezza
austera; isola madre, per la leggenda che di te corre nel mondo, per
il male che ti accascia e per il bene che hai dato e che dai nel fior
delle tue genti, che tu sia benedetta!_
_Dolcezza d’Italia, come le tre Iddie tesserono di te una veste di
fiori al padre Giove; e come nelle tue viscere giace avvinghiato e
sussulta il mostruoso gigante, l’anima tua si assempra in ogni mito
soave e in ogni orrore._
_Così l’amore ti inalbi, Sicilia, come il mio cuore ti canta per
l’eroica anima tua._
Levata la scure con ambe le mani s’inarcò a colpire più forte, giù per
il solco tracciato, lo stipite della palma. Ebbe un gemito e un soffio;
il torso si irrigidì ne’ suoi muscoli guizzanti, le braccia si tesero,
le salde mani strinsero il manico della scure ancipite e il colpo
piombò ben assestato.
Volgeva la luce al suo finire. Nello spiazzo vuoto fra le case dirute
e i giardini calpesti, Ninu Agghianu era solo. Si udivano da lungi le
voci dei compagni alle trincee, e, a quando a quando, un colpo secco e
un urlo e uno squillo di trombe.
In quel punto l’oasi era sinistramente cupa. La luce radente pareva
chiudesse il varco ogni intorno con lo addensarsi delle ombre. I
giardini più prossimi si fondevano in una muraglia di agguati, non
appariva varco se non fra le braccia delle palme, fra i tronchi
scapitozzati contro il cielo.
Tre case senza porta, con ampie brecce nei muri, mostravano i loro
_patii_ deserti e nei _patii_ cumuli di rovine.
Un cane disperso ululò da un chiuso, remotamente e all’ululo del primo
altri risposero di distanza in distanza: da tutte le orme della morte
fra le palme e le norie.
Ninu Agghianu volse intorno la faccia aggrottata. Si udivano fruscii e
squassi e colpi sordi all’intorno; si udiva come se qualcuno, andando,
si intanasse e incespicasse incurvo fra le spine dei cacti e le radici
degli ulivi. La faccia del nemico era oscura ed obliqua, dagli occhi
incavernati sotto l’osso frontale.
Egli la vedeva come le altre volte, nel numero dei giorni suoi
consacrati alla guerra. E vegliava ascoltando, fermo al suo còmpito,
senza pensare nè alla morte nè alla salvezza, come colui che vuole,
oltre ogni fine, adempiere il dovere destinato.
E potevano confondersi, sul morire del giorno, i fruscii dell’insidia
con gli altri fruscii che scorrevano per la selva africana
all’avvicinarsi dell’ombra periodicamente eterna. Gli innumerevoli
voli, lo scivolare di un cane acquattato per la sua paura, un alito
d’aria fra i palmizi, un subito cricchiare dalle case vuote traevano
in inganno. Il volo di un’upupa, tanto vicina che più non lo è l’ombra
al corpo, coglieva di sorpresa e di sobbalzo e per quanto il tonfo del
cuore fosse misurato all’impero della fredda volontà, avveniva che a
volte si turbasse d’improvviso, per il tempo di un brivido.
Comunque fosse, Ninu Agghianu non si affrettava; non misurava l’opera
sua col sole menomante, per ritornarsene innanzi che le stelle avessero
cinta la radura. Fra due corde tese sul terreno veniva accumulando i
ciocchi e si udiva il tonfo reiterato della scure e il gemito della sua
fatica.
Passò un piccolo soldato dal volto glabro, dalla giovine faccia adusta.
Si soffermò per la viottola, una mano stretta alla bandoliera del
fucile, guardò.
— _A unni vai?_ — gli chiese Ninu Agghianu.
— _’A vaju a viju chi dicino a Tripoli!_
— _S’av ’a risittari lu tempu, si voli Diu!_
— _Accussi spiramu!_
Poi l’uno proseguì per la sua istrada e l’altro s’inarcò a scagliar la
scure sul legno.
L’ombra restringeva il suo cerchio; la radura pareva farsi più angusta
di minuto in minuto e il cielo soave era come la rama, che apre i suoi
bocci all’alito della notte.
Si udì il rotolìo di un carro e un canto troncato dallo schianto
improvviso di due colpi secchi. Ninu Agghianu si levò sul torso.
Passò un secondo. Altri due colpi e altri scoppiaron più vicini.
— _Avi ’a chioviri!_ — mormorò. — _Suli d’ottuviru nun fallisci!_
Poi brandì il fucile e su quello si curvò rimpicciolendo come se
tutta la sua vita si trasfondesse nell’arme protesa. Gli occhi suoi
corsero intorno rapidi, si aguzzarono contro l’impenetrabilità delle
masse vegetali, scrutarono ogni ombra, ebbero scintillii e bagliori.
Rannicchiato dietro un tronco di palma girò torno torno quasi carponi
e la faccia sua era impassibile, senza pallore, ferma e dura come
sbalzata nel basalto.
Ma appena s’era incurvo che intravvide una piccola vampata violastra e
udì un colpo sordo. Un sibilo traversò l’aria.
Ninu Agghianu non rispose; il pericolo lo faceva tranquillo. L’ombra
ch’era sempre più scura e lo stipite della palma lo protessero ed egli
s’era acquattato sì basso, vicino alle legna, da confondersi con la
massa amorfa.
Gli stava di fronte l’impenetrabile. Per quanto gli occhi suoi
cercassero e si ficcassero per entro ogni ombra, nulla distinguevano:
nè una forma, nè un moto, nè un segno infallibile. E non voleva
sprecare il colpo. Un colpo sbagliato gli era più acre di una ferita.
Gli Agghianu avevano saputo sempre dove colpire con la certezza della
morte. Le loro armi non parlavano a vuoto, non eran come la bocca della
femmina e del meschino.
Attendeva, immobile come il tronco dietro il quale si riparava. Eran
nate due stelle, le prime sopra l’ultimo gorgo solare. Un cane scivolò
dietro il muro della casa più prossima, si fermò un istante a fiutar
l’aria, fuggì arroncigliato. Si udì il suo mugolìo più lungi, poi un
silenzio improvviso, grande e tragico come la faccia della notte.
Il soldato non si fece illudere dalla sosta: conosceva le insidie,
sapeva che fosse attendere per ore, lentissimamente eterne, un passo
umano, una voce, il cigolìo di un carro. Un altro colpo scoppiò più
vicino, poi qualche rama si mosse. Non era nè il vento nè un volo che
avesse prodotto quel moto.
Come un brivido era corso per gli alti rami di una gaggia, sul limite
di un giardino, verso la Dara.
Il segno era preso; la mira, se non precisa, aveva il punto su cui
fissarsi. Ora fra il rifugio di Ninu Agghianu e la gaggia del giardino
calpesto correva un tratto di terreno non del tutto libero. A sinistra
era una casa sventrata con intorno cumuli di rottami e grandi arche
nuziali aperte e capovolte; poco più innanzi un sentiero, poi una
trincea abbandonata e il folto.
Sul principio del folto, presso un muricciuolo coronato da fichi
d’india, era la gaggia dietro la quale l’invisibile nemico si era
rimosso.
Ninu Agghianu non fiatò; la preda sarebbe venuta di per sè stessa ad
offrirsi.
Un altro colpo schiantò il silenzio crepuscolare. La palla mugolò a due
palmi dal capo dell’uomo ricurvo. Poteva darsi che l’arabo lo avesse
scorto anche nel suo covo? A chi mirava? Era forse per accertarsi che
nessuno più poteva rispondere?
Ma a tal punto si udì un fruscio di rami smossi, e prima ancora che
Ninu Agghianu avesse puntata l’arme, un uomo saltò giù dal muricciuolo
e scomparve nella trincea. Perduto! L’ira gli contorse la faccia.
Fu per lanciarsi all’inseguimento e già si era levato dal covo quando
udì cantare. Udì cantare una nenia dolce del paese suo: la leggenda di
Santo Stanislao. Era Santu che ritornava da Tripoli. Il cuore gli dette
un gran tremo. Che sarebbe accaduto ora? Si udiva la voce chiara come
l’acqua lustrale e fresca di passione giovanile. Pareva cantasse le
strade dei paesi in quel di Girgenti e i cammini dei pecorai e il tocco
dei campani e le squille delle pievi fra campi e rovine verso i monti e
le valli, dalle frescure alle solfatare d’inferno.
_Partiu lu Santu e a Tunisi arrivau_
_E di Gesù la tonica pigghiau...._
Sempre più si avvicinava. Al volger della viottola, nella radura,
mancavan pochi passi forse. Apparso l’uomo e troncata una vita, era
cosa di un baleno, per il nemico. Ma ciò non doveva essere. La faccia
del giovine si era indurita nel segno di una volontà grande e tragica.
Conveniva giuocare d’astuzia e di coraggio. Tutto per tutto, vita per
vita!
Continuava la voce malinconica:
_E a Innaro malato si curcau_
_e a Fivraru all’autra vita passau,_
_E la littra a la matri arrivau,_
_Allura dissi: “Mi’ figghiu muriu!„_
Si udì lo scatto di un caricatore; l’arabo si apprestava all’opera.
Allora Agghianu balzò dal suo rifugio, si gettò a terra supino, si
levò per ripiombare al suolo come se la morte lo cogliesse balenando,
ad intervalli fulminei. L’ombra di un capo bendato apparve oltre il
riparo, scrutò, riscomparve. Tutto ciò avveniva in una angosciosa
rapidità. I veli del crepuscolo s’eran fatti sì tenui, sotto l’impero
notturno, che più non erano se non un soffio luminoso, confinato nei
lontanissimi cieli. Rise vespero d’oro su l’invisibile deserto, dietro
Sidi Mesri. Apparve un primo incerto pallore di stelle. E si udiva il
mare, il gran respiro senza tregua, dietro i cacti e le palme e le
rovine fumanti. Fu una sosta. Santu non cantava più. Si era taciuto
di repente come se la morte l’avesse colto alla gola o egli stesso si
fosse proteso in ascolto. I tre uomini stavano senza fiato, raccolti
ciascuno nell’ombra sua. Poi Ninu Agghianu volse gli occhi e vide il
compagno avanzare in silenzio; l’intravvide nel raro lucore come un
moto appena percettibile, come una forma indefinita. Tacea nel suo
ricordo forse, immemore, nell’intimo tepore di un sogno; inerme, per
l’abbandono di tutta l’anima sua a una deriva nostalgica verso l’isola
di oltremare.
Con l’urlo di Ninu Agghianu partì un colpo dalla trincea.
— _Scansati Santu!_
E Santu ristette stordito, senza comprendere da dove fosse giunto il
colpo, nè la ragione del grido.
Se il figlio dei deserti avesse avuto buona mira, Santu era perduto.
Allora fu che Ninu Agghianu si levò dalla terra rossigna, percorse
correndo il tratto che lo separava dalla trincea e, giuntovi, balzò
nell’angusta fossa.
Si trovarono di fronte, chiusi nell’ambito breve e sul loro spirito
turbinava la morte.
L’arabo era gigantesco, nocchieruto, bestialmente torvo.
Di fronte a quella mole, Ninu Agghianu pareva un fanciullo. Come l’uno
saltò nella fossa, l’altro non fuggì ma si rivolse.
Dieci passi li separavano, lo spazio di un balzo e il figlio della
solfatara s’inarcò a piombare sul colosso ma questi spianò lentamente
il fucile, mirò alla distanza minima, fece esplodere l’arme.
Ninu Agghianu traballò, un’onda di sangue gli coperse la faccia, lo
accecò, ma l’anima sua era in quel punto più grande della morte. Nè
l’orrendo ceffo ebbe tempo a riprender la mira, appena aveva levato
l’arme che sul suo capo turbinò una clava manovrata a ruina e il colpo
gli piombò fra capo e collo violentissimo. Fu stordito. Il fucile di
Agghianu si schiantò ma l’arabo era caduto di fianco, appoggiato alla
parete franosa della fossa. Il giovine vide il sopravvento. Gettò
l’arme monca, afferrò il fucile del nemico e cominciò allora la lotta
titanica a viso a viso, a fiato a fiato, fra la morte e la morte,
orrendamente. Tutto ciò avveniva nel tempo del baleno. La lotta fu
breve. La forza contrastava alla forza, l’ansito all’ansito. Ora l’uno
or l’altro cedeva un passo, non più; si guatavano arrossati dal loro
sangue, ambedue: ebbri e folli della stessa furia, ambedue. L’uno più
non aveva l’elmetto, l’altro aveva perduto la _taghìa_ e la sudicia
benda. Nè il gigante si attendeva dal piccolo nemico la prodigiosa
forza che gli contrastava la vittoria e più s’incaniva nell’impeto
quanto più misurava quell’esigua persona di adolescente. Quale Dio era
nella notte dietro l’infedele?... Ogni grido era spento. Nè l’uno nè
l’altro aveva voce, stavano entrambi su l’orlo della loro fossa.
E anche l’arme del nero si stroncò: cricchiò, si contorse nella morsa
umana. Furono di fronte per l’ultimo brivido: muti e spaventosi.
Le destre mani si riarmarono delle lame ancipiti, poi si curvaron
d’istinto per colpire e non esser tocchi.
Due volte tentaron l’assalto estremo, poi Ninu Agghianu si sentì urtato
sotto la spalla. Un furioso dolore lo tolse di senno. Traballò e il
gigante gli era sopra, lo premeva ansimando, mugghiando.
Vide la sua fine: chiuse gli occhi, cedette a grado a grado, ma d’un
subito l’anima sua si riaccese. Nel momento supremo quando già si
sentiva finire, la faccia contro la tenebra e la volontà e la forza
nemica sopra di lui come un peso intollerabile, quando si credeva
dannato contro la rossa terra, sopraffatto come l’agnella dal lupo, nel
momento supremo s’addiede che le sue carni e l’ossa sua trattenevano
nella ferita la lama del colosso e questi arrancava a strapparla dalla
stretta orribile, inutilmente. Intuì allora ciò che poteva tuttavia e
si affloscì, scivolò come se la morte l’avesse dispento, piombò disteso
sul fondo. L’arabo gli si chinò sopra, lo tentò col piede, premette.
Ninu Agghianu ebbe la forza di resistere. In quel punto si udì la voce
di Santu e un’altra voce più lontana. Fu un guizzo per la tenebra.
Interveniva un fato diverso. L’arabo balzò innanzi, si rivolse, si
acquattò nella trincea, ascoltando. Si udì l’urlo angosciato:
— Ninu Agghianu?... _Cumpari_ Agghianu?
Ma ancor prima che alcuno sopravvenisse, ancor prima che la bestia
nera si fosse levata a fuggire, il morituro si alzò prodigiosamente,
raccolse l’estrema energia, fu sul nemico, lo cinse, lo strinse,
l’avvinghiò, l’attorse, ed una e due e dieci volte con la furia e
l’urlo roco di chi risorge, di chi sopraffà la morte nell’orrore della
morte lo trafisse.
Il colosso ebbe un rantolo, stravolse gli occhi, si dibattè, strapiombò
riverso.
E la chiamata ruppe ancora il silenzio della notte:
— Ninu Agghianu?... _Cumpari_ Agghianu?
Allora il giovine più non badò al suo dolor mortale e i sopraggiunti
videro un capo sconvolto sorgere di repente dalla fossa arrossata ed
udirono una voce cupa:
— _Ccà sugnu!... Cc’è cosa?_
Ma altro non videro e altro non udirono, chè il piccolo soldato grigio
era ripiombato per sempre nella profonda trincea.