“Ai martiri crocifissi e alla sconcia
viltà dei gazzettieri d’oltr’Alpe e d’oltre
mare.„
_V’è nell’oasi, oltre Suk-el-Gema, un pozzo: il pozzo della morte._
_Ifa el Targiani condusse la centuria dei prigionieri verso quel luogo,
il giorno di Sciara-Sciat, ed empì dei loro corpi l’arca profonda.
Erano bersaglieri. Colti asserragliati in una casa dell’oasi, furono
chiusi in un cerchio umano e dovettero arrendersi. Attraversarono la
strada di Tagiura, attraversarono l’ampio piazzale di Suk-el-Gema fra
le case sventrate e la palazzina del Comando, volsero a destra per un
sentiero angusto fra i muriccioli e i fichi d’India. Si arrestarono a
una casa. Ivi era un pozzo e una spianata. Ifa el Targiani, la bestia,
dette per primo il segno e la carneficina incominciò. Erano cento
e cinque i nostri, e centocinque ne caddero fra il pozzo e la casa
sinistra._
_Il condottiero, man mano che qualcuno moriva, tracciava su la terra,
con una sua verghetta, una linea, ridendo del computo infame._
_E l’arca fu ben presto ricolma che l’olocausto non era compiuto.
Allora si aperser le fosse, l’una vicino all’altra, nel campo contiguo,
e come l’opera fu compiuta e ritornò il silenzio, solo rimase, su la
terra rossa, il computo infame di Ifa el Targiani._
_Le linee si distendevano parallele per buon tratto; tante, quanti
erano i sepolti. E così le trovammo il giorno di Tagiura._
_Poco prima di giungere al pozzo, vedemmo su l’uscio di una tana
deserta, sei occhi umani._
_Tutti seppero allora, come io seppi, i tre abbacinati dall’orbite
vuote e sanguinose; i tre corpi ignudi, lividi di battiture, ritti
e brancicanti presso la tana acquattata fra l’urlìo degli irsuti
sciacalli._
_Tutti seppero questo perchè non uno parlò. Poi fummo all’arca del
pozzo e più lungi si udivano gli scoppi delle mine, il crepitar dei
fucili._
_L’ora trascorse fra la muta pietà accigliata. Nè si udì una
maledizione, nè una minaccia quando apparvero i dissepolti nell’orrendo
sfacelo. I soldati che videro si rinsaldarono nel loro ardimento._
_Più tardi, un arabo fu sorpreso oltre le trincee di Henni. Era
acquattato entro una cisterna e brandiva il fucile._
_Vistosi perduto si gettò innanzi a braccia levate. Chiese pietà.
Ebbe salva la vita. Due soldati se lo posero in mezzo e si avviarono a
condurlo al prossimo accampamento. Eran due giovani dell’Alpe di Luni,
semplici, senza doppiezza. Supponevano la bontà frutto di ogni sole e
dolce cortesia l’esser grati._
_E non usaron durezza. Si dissero: — È un uomo ed ha un cuore come noi!_
_Più tardi l’un d’essi era morto colpito alle spalle dall’arabo
prigioniero e l’altro rantolava moribondo._
_E questa è l’anima della gente a cui la democrazia vorrebbe elargire
una patria, un sentimento, una giustizia che non ha mai saputo e non
sa. E questa è la nostra razza feroce, che gli ipocriti del mondo han
voluto bestemmiare._
— Eccoli!... Eccoli!...
Il grido passò sommesso, di bocca in bocca, fra i superstiti
schiacciati alla terra, nei loro ripari. Erano presso i loro morti,
sublimemente impietriti nell’ordine della battaglia.
— Eccoli!... Eccoli!...
Sbucavano tutt’intorno, sorgevano balzando, guizzando, strisciando come
se la terra li partorisse in un subito prodigio.
Alle spalle, ai fianchi, di fronte, da ogni siepe, da ogni viottola, da
dietro le basse case, dalle norie con le loro braccia spettrali, dagli
intrichi dei cacti e degli ulivi, dalle cavernose cisterne, ovunque
fosse un riparo, in rivoli esigui o in fiotti improvvisi sopravvenivano
tempestando.
Si chiudeva su gli sperduti un cerchio di urla e di fuoco.
Era un immenso rimuoversi di figure ammantate, una caotica miseria
riversata a morte e a bottino, un muggire d’insaziata bramosia
fanatizzante.
C’era, nell’aria accesa su quel coro formidabile, c’era nel sole
africano l’immensa ombra di un Dio. L’eredità di Javet pesava su
l’orda dei pastori del deserto. Innanzi alla loro fame e alla loro
morte regnava tale volontà divina. Nè un cuore era diverso dall’altro
sotto tale afflato possente, nè la vita dalla vita, nè il pensiero dal
pensiero.
Essi vedevano i cieli: la loro barbarie ne era delirante, la loro
asprezza rindurita. Ciascuno sapeva di superare un tetro destino,
combattendo, e ciascuno urlava sopra possa come per farsi intendere
dall’Invisibile che sovrastava.
Erano duemila e più, un’orda incomposta e irruenta. E i superstiti
non vedevano facce umane, ma stravolti ceffi e occhi di belva. E
attendevano. Poco più oltre un altro gruppo esiguo sparava tuttavia.
Ancora bastavano i radi colpi degli sparsi eroi a tenere in rispetto
l’ondeggiante massa. Ma l’epica lotta dei piccoli soldati grigi si
accostava al suo termine. Troppo incalzava l’infuriare nemico. La
voce della vittoria sconfinava balenando, sì che sempre aumentava la
moltitudine orrenda.
S’era sperato invano in un possibile aiuto. Due staffette spedite
al Comando non erano tornate. L’oasi era tutta un agguato. Morti i
condottieri, l’uno dopo l’altro, senza indietreggiare, divinamente
impassibili nel nome d’Italia, l’esiguo avanzo non si arrendeva
tuttavia.
Proni nel campo del loro olocausto, non sentivano ormai se non
l’orgoglio della loro razza che li faceva prodi, irraggiando il pallore
delle giovani fronti.
Erano muti, contratti nello spasimo. Se la loro volontà avesse potuto
armarsi di acciaio, non era turbine che l’avesse doma.
Si conoscevano per nome; si sapevano come l’acqua e la terra; s’eran
conti: erano quindici. Ma Giacomo Banti, l’uomo dell’Alpe, già
rantolava bocconi.
Frattanto i guidati dal Dio guerriero si stringevano sempre più da
presso.
Venivan di Tagiura, di Tarhuna, di Gariana, erano i cacciatori di
gazzelle, i cammellieri, i guidatori di carovane, gli scarni pastori
delle steppe, tutto il popolo nomade cantato dai poeti d’Israele.
Una bieca massa guidata da una fede guerriera. Gli schiavi neri,
i giganti del Sudan venivano innanzi come una muda di cani, accesi
dal loro sguattìo, in una serra continua. Cadevano, si rinnovavano.
Gittavan l’anima come la veste lacera raccolta su la loro magrezza. Si
vedevano piombar di traverso, inarcarsi di un subito in un urlo atroce,
le braccia arrancanti a vuoto, e morire.
Ma che era mai un negro cane? La masnada turchesca, al riparo, li
sospingeva a staffile ed essi andavano ebeti di sgomento. Frotta su
frotta, muda su muda, sguinzagliati, affamati, orrendi. Giungevano
al punto colpito fra Sciara-Sciat e Sciara-Zauiet, fra il mare e
una cubba. Facevano forza d’impeto incuneandosi ovunque, cadendo
e risorgendo, duri nella cotenna come il cinghiale; senza dolore.
Stipati, apparivano e scomparivano in un balenio continuo; si
acquattavano come la iena, con occhi lustrenti; davano un balzo,
ricomparivano. E più dietro era la fosca genia dei deserti: l’arabo
bestia.
Per mille facce stravolte, strette nel fasciame delle luride bende,
null’altro appariva se non il riverbero di mill’anime fosche come le
coltella.
Qualcuno, per le sgangherate mascelle strideva; qualche altro, fra
la moltitudine briaca, correva a furore deliberato a morire per la
sfrenata sua libidine; altri s’incitava in Allah; altri spasimava di
furia e d’ardore.
— “Combattete gli infedeli finchè non ne abbiate fatto carnaio....„
“Coloro che morranno per la fede non morranno....„
Essi non sapevano che la loro fame e tali parole, incruditi
nell’obliqua barbarie, simili allo sciacallo irsuto, vili e tremendi.
Ma i pochi superstiti erano come l’ancudine che percossa e straziata e
maledetta rimane salda e piana senza commovimento che appaia.
Altri tre erano caduti. Giacomo Banti rantolava in disparte nella sua
smisurata sofferenza. Poi qualcuno, che aveva il color della morte si
volse a mormorare:
— Non ho più cartucce!
Non gli risposero.
I colpi si facevano sempre più radi, mentre moltiplicava ovunque la
furia degli assalti.
La rovina era prossima. Ciascuno la sentiva giganteggiare e guardava il
compagno negli occhi comunicandogli il brivido disceso in lui come dal
mondo del mistero. A volta a volta abbassavano il fucile. Soli Blesimme
e Giannettasio sparavan tuttavia dal loro solco sanguigno.
Un velo tenue di fumo passava sui volti intenti. L’ora era prossima.
Di lontano giunse un urlo acutissimo; una voce tragica acclamò:
— Italia!... Italia!...
Si spense. Fu un baleno. Non si udì più nulla. Qualcuno era morto
nel grido sublime, gittando l’anima eroica incontro al destino della
Patria.
Non permase se non lo sguattìo dell’orda incomposta.
A un tratto Blesimme bestemmiò afferrando il fucile per la canna, e
Giannettasio, cupo in volto, si rivolse a dire:
— _Mo’ ce semo!...._
Si strinsero più da presso, si guardarono in fondo alle pupille
dilatate; cercaron, fra loro, quell’uno che avesse una volontà da
imporre.
Giannettasio li raccolse intorno a sè. Erano dodici. Tutti risposero al
cenno del più forte.
Ma il loro improvviso rimuoversi attirò una tempesta di colpi. Altri
due giacquero bocconi, poi un altro. Non furon che nove. La ressa
divenne furiosa; si chiuse su di loro come la morsa e la tomba.
Gli assalitori erano a dieci passi forse; erano a faccia a faccia.
In quel punto Blesimme si scagliò contro la moltitudine obliqua; si
aprì un varco, cadde, risorse, avanzò. La morte lo scansava. Nulla di
vulnerabile era nella sua piccola persona salcigna.
Si vide l’arme sua turbinare per buon tratto finchè, angosciato da
cento ferite, non schiantò in un urlo, rendendo l’anima purpurea.
Allora i morituri si levarono.
In quel ch’essi apparvero, schierati di fronte, l’orda sostò.
La fierezza degli inermi valse il prodigio. Stavano essi senza gesto,
senza voce, senza un guizzo sul volto impietrito.
Ebbero, in quell’attimo, dal loro ceppo millenne la forza che
attraversa i secoli. L’anima loro fermò i lupi, li tenne a dominio.
Morire è, a volte, dominare. La rossa ferocia, sopraffacendo gli ultimi
superstiti, segnava la sua schiavitù, non vinceva. La forza di tutta
una stirpe fu nella faccia degli ultimi vivi e i bruti ne sentirono la
divina grandezza.
*
Camminaron diritti. Giannettasio andava innanzi. Colpito non fiatò,
urtato, calpestato, non emise un suono dalle labbra sigillate su la
sua fierezza. Solo ad un punto, poichè un nero cialtrone gli si parò
dinanzi e lo colpì sulle guance, si protese e gli sputò su la faccia.
Camminaron diritti, gli occhi fissi al loro cammino, ma non videro
il paese che attraversarono. Tutto era estraneo intorno e ignoto,
in un unico mistero: gli uomini, gli alberi le case, la morte! Tutto
era fuso e confuso nell’ombra immensa che stava per inghiottirli. Si
sentivano esuli dalla vita, distaccati da ogni cosa fittizia, prossimi
all’eternità.
Erano ignudi, tutti ignudi, dalle spalle alle calcagna e lividi di
battiture. Cento mani avide s’erano azzuffate a strappar loro di dosso
le armi, i panni mentre eran tratti verso il folto dell’oasi.
Ora il sole volgeva al suo mancare. Incontrarono altri gruppi d’armati;
e donne e fanciulle, ma non un volto pietoso. Una vecchia dalla voce
stridente come l’arpione arrugginito, floscia ed orrenda, si trascinò
innanzi a percuoterli di una sua mazza ferrata. I fanciulli gettaron
loro sotto i piedi foglie spinose di fichidindia.
Giulio Volpi era fatto guercio, e per l’occhio abbacinato sanguinava;
Vincenzo Asciani aveva trapassata una spalla da parte a parte; Lorenzo
Ippoliti mostrava, dalle labbra socchiuse, i denti frantumati e le
gengive rossigne. E non fiatavano. Ciascuno guatò il suo dolore
con occhi fermi, con anima pura e tenace. Nè la folle paura potè
sommuoverli. Fra la viltà della lurida accozzaglia mussulmana compirono
così il duro transito.
Ed ecco che giunsero ad una casa presso una radura e a fianco della
casa sorgeva un recinto. L’orda si soffermò sul luogo. Gli anziani si
fecero innanzi e si raccolsero a disputare.
Il consiglio fu breve. Poi che la decisione fu presa, vennero sospinti
ad uno ad uno in un andito e dall’andito in un cortile sul quale si
aprivano tenebrose stanze.
Gli armati fecero ressa dietro loro e l’opera parve volgesse al suo
fine, ma non finì, chè in quel ch’essi attendevano, legati e avvinti
mani e piedi per solide ritorte, ecco che si udì un grand’urlo e
un rintronar rapido di scoppi, e il rumor di una corsa anelante. Di
repente il cortile si sgombrò e le vicinanze furon deserte.
Gli otto martiri erano soli.
Fatto che fu il silenzio, interrotto da un cupo rimbombo lontano,
Giannettasio levò il capo che aveva tenuto inchino fino allora, e
gli occhi suoi d’aquila guizzarono d’un bagliore selvaggio. Egli era
stretto ad un palo, nel mezzo del “patio„, presso la bocca di una
cisterna. Levò il capo e la faccia grifagna, angusta e forte, fra gli
irsuti capelli e le mascelle quadrate e fra zigomo e zigomo. I denti
suoi stridettero, un respiro grande gli sollevò il petto e le costole
rade sotto la pelle livida. I compagni lo guardavano. Girò intorno la
faccia, aggrottata, nella suprema angustia, come chi fiuta l’agguato,
e gli occhi, di sotto l’osso frontale, incupiti d’ombra e di ardore
e di fosca furia, frugarono ovunque. Non si udiva che il rombo della
battaglia lontana.
Allora il corpo di lui si contrasse, si divincolò, si distese, si
ripiegò scattando. Il giuoco dei muscoli tentò e ritentò invano le
solide ritorte; nè gli strappi, nè le tensioni violente ottennero
risultato. L’arabo cane aveva ben saputa l’arte dei nodi.
Più forzava e più si macerava le carni ignude; ma non era egli
di natura sgomenta e la sua pervicacia si rinsaldava nella furia.
Disperare è morire. Così come più si incanì dibattendosi, s’addiede
ad un punto che il nodo che gli serrava le braccia, gli era salito su
per il petto fin presso il collo. Allora di repente abbattè il capo
su la corda, l’addentò, la forzò, la scrollò squassando, contratto
nello spasimo sovrumano. Il collo s’inturgidì, la faccia s’invermigliò
fino agli occhi, tutta di fiamma, di sangue e di furore, in un aspetto
terribile, disumanata.
Apparve stravolta, irriconoscibile, come quella della follia e
dell’agonia.
La vita vi ruggiva spasimando e affannando in tutta l’impetuosa sua
violenza.
Poi, di un subito quella faccia si levò con stretto fra i solidi denti
l’un capo della corda e non è più chiarore nel volto del meriggio di
quello che non ne passasse in quegli occhi.
I compagni tremavano nell’attesa. Ecco le braccia eran libere, ecco
era libero il torso, ecco il breve grido di spasimo rinforzava, si
spegneva, riprendeva; ecco ecco i legami cedevano, si scioglievano, si
afflosciano abbandonati. L’uomo balzò libero nel “patio„ e fece per
lanciarsi all’uscita; ma allora udì egli l’urlo straziante dei sette
compagni avvinti:
— Giannettasio!... Giannettasio!...
Udì e ne tremò per tutto il corpo.
— Giannettasio!... Giannettasio!...
E l’anima sua non gli concesse la viltà della fuga. Si gettò sul più
prossimo, e già, dato mano ai nodi, due ne aveva disciolti, quando
riudì la moltitudine vicina, sempre più vicina d’attimo in attimo,
nella rapidità della morte.
— Giannettasio!...
— _Zittete per Cristo!_
— Vengono!...
— _Mo’ ci accidono!..._
— Giannettasio! Giannettasio!...
Balzò presso la porta, si acquattò, strisciò, vide. Allora stravolto
e smarrito si volse intorno senza più capire, schiavo del suo sangue.
Nulla più udì se non la cupa voce del suo sangue e, superato di un
balzo un muro, scomparve.
Lo seguì una gran voce di pianto.
Poi i tormentatori tornarono all’opera loro e l’uomo fuggiva ed udiva,
fuggiva ed udiva, rabbrividendo, l’urlo orribile degli straziati. Ad
un tratto sostò. Il figlio di Roma sentì la sua buona razza e quando
i bianchi morituri erano per finire, un uomo ignudo apparve su l’alto
del muro di cinta, contro il cielo. Brandiva un fucile. E la vigliacca
ciurmaglia, una volta ancora, tremò per uno solo che aveva il cuore di
una razza titanica.
Tremò e sette ne cadder supini innanzi che l’apparso, trapassato più
volte, non ripiombasse nell’ombra dalla quale era sorto.
Ora questo ho narrato, che è la verità, perchè qualcuno ricordi.
Pietro Aresu.
“Sacra al candido cuore degli Europei
i quali, per avere attraversata la terra
nostra, ci giudicarono benevolmente come i
piccoli giullari del mondo.„
_Non si era udita che la voce degli ultimogeniti._
_Si era lavorato negli anni a rompere ogni confine. Una volgare
gazzarra aveva riempito le scialbe giornate. Tutto non era che
interesse: anche la patria._
_Ogni più alta vita, per non esser compresa, soffriva la beffa dei
meschini. Si voleva un’unica misura, un solo livello, una sola
volgarità. Il guadagno regnava oltre ogni opera. Le idealità o
vivevano nel silenzio dei cuori, o si erano imbastardite, o erano
irriconoscibili fra i pantani. La spiritualità di cui si era animato il
primo moto operaio era caduta nella bassezza plebea. Ogni aristocrazia
era muta. Le passioni tramutate in vizi. Gli istinti della moltitudine
imperavano._
_Il nuovo brivido solare attraversò quest’ombra._
_Nacque il prodigio. Ogni fatto sconfinò da’ suoi termini, assunse
un significato d’eccezione, s’illuminò di giovine luce, fu pervaso
di ardore, non bastò all’ansia comune. Era la resurrezione. La gente
umiliata levava la fronte e il cuore e l’anima; i taciturni trovarono
una voce; le virtù assopite si rivelarono d’impeto; la vita ebbe una
ragione più alta; la bellezza delle cose e degli uomini rivisse nelle
moltitudini._
_E in questo prodigio, i_ dimenticati, _coloro che non erano stati
intesi nella loro vecchiaia, che avevan sentito deridere la loro età,
i loro ideali, i loro sacrifici respirarono; i superstiti delle cento
battaglie, che avevan vissuto nel pensiero e nell’azione dei nostri
due uomini maggiori: Mazzini e Garibaldi, si sentirono ringiovanire. La
morta gora era superata!_
_Così il fato gettò un ponte di luce fra le due età lontane. Il vespero
sorrise alla subita aurora._
Tutto chiuso nella sua fiera amarezza, da anni ed anni non aveva
partecipato alle cose del mondo, esule volontario da una vita che era
caduta in troppa miseria perchè potesse intenderla o tollerarla.
E come la sua voce sarebbe stata vana, e gli atti suoi sarebbero
stati derisi dalla bruta incoscienza e dal cinismo, e dalla scettica
bestialità di una gente senz’anima e senza grandezza, aveva scelto
la solitudine che non s’adombra e si avvicina alla morte nel suo
tranquillo silenzio.
Come una vetta aspra ed una torre per deserti si era isolato nell’anima
sua sola, chiuso in sè a guisa del monte nell’ombra notturna e della
terra nel mistero.
Era sorto da natura come l’albero ricco e la fonte che nulla vuole
pur di traboccare in letizia. Il cielo si era rispecchiato in lui
e la virtù del sole. Aveva amato per donarsi, aveva sofferto per la
grandezza di un sogno. Era tuttavia di coloro che non sanno misurare
la loro azione all’utile immediato; nè calcolano, nel tempo, personali
vantaggi, ma sentono la vita come una gloria d’amore e di sacrificio.
E gli anni e le nuove coscienze lo avevano fatto solitario.
Viveva nella sua casa antica come il falconello su la rupe e non sapeva
che l’avvicendarsi dei giorni e il trascorrere delle stagioni.
Si era fatto come le cose impassibili sotto il sole che non si smuovono
nei tempi se non per morire. Ma in quel suo silenzio la passione sua si
affinava, sempre giovine oltre gli anni suoi ch’eran molti, sempre viva
oltre l’apparente morte di ogni sua attività mentale. Si adora Iddio
come si adora la patria, e l’uno e l’altra sentono la grandezza delle
anime che li elessero. Nascono e si formano di amore. Sono la morte e
la vita e l’oltre. La compagine del gregge sperduto.
Conviene saper morire per il proprio sogno. Questa sola cosa è bella e
profittevole sotto il sole.
Ed egli amava e moriva. Amava e moriva come un cenobita austero, chiuso
e sepolto nella propria visione.
Si era appartato per non maledire. Lo chiamavano Pietro l’eremita,
ma senza scherno. Certe figure, certi uomini s’impongono oltre ogni
scetticismo per una loro forza morale che s’avverte a distanza, che è
come il raggio e lo splendore.
Di lui tacevano. Nessuno osava dirne cosa che non fosse a rispetto. La
malignità si ammantava di fronte al nome suo ed ogni miseria illividiva
impossente. Era stato diritto come l’antenna, sempre, e nulla poteva
adombrarlo: nè l’alito della moltitudine, nè la mala arte dei roditori.
E i roditori sentivano in Pietro Aresu un nemico imponderabile: troppo
più grande di loro e troppo lontano.
La gente amava il silenzio di quell’uomo e non avrebbe tollerato che
altri lo turbasse. L’inconscia necessità della fede, negli anni in
cui ogni fede dispariva, saliva a lui, senza parola. Tutti gli uomini
col loro effimero nome, anche quelli che pareva non sapessero altro
nel mondo se non la mensa ed il letto, sentivano ch’egli era più in
alto, fra loro. Questo avveniva tacitamente. È legge che la quercia
giganteggi fra gli alberi. Pietro Aresu aveva in sè e nel suo sdegno
alcunchè di santo e di gigantesco. E la sua grandezza non umiliava.
*
Declinava il sole sull’orto. Quattro alberi, dietro un rosso muro, ne
avevan d’oro le foglie. E il sereno era profondo.
Il vecchio Aresu guardava la terra lavorata, appoggiato alla sua vanga.
Suonava vespro. Scarse nubi crocee venavano il cielo; l’accendevano di
ardore e di languore. Lontanamente, fra gli alberi forti, spuntava la
rossa guglia di un campanile e su quello e su gli alberi e sui muri
e su tutta la campagna discendeva l’ardore ed il languore delle nubi
altissime.
Una voce chiamò:
— Pietro Aresu?
Il gran vecchio si volse ed il suo volto apparve nella luce rossigna,
inquadrato fra la barba bianca ed i capelli candidi. Corrugò le ciglia
a guardare. Assunta Rosa giungeva per il mezzo dell’orto a gran passi.
L’attese senza far parola. E quella ansava arrancando:
— Pietro Aresu non mi senti?
— Che vuoi?
— Mastro Giachi ti cerca. Si è fermato sulla porta.
Pietro Aresu riprese la vanga.
— Ebbene? — domandò Assunta Rosa. — Non rispondi?
— Che vuoi?
— Mastro Giachi....
— Non ricordi ciò che devi fare?
— Mi ha scongiurato perchè dice....
— Nulla!...
— Non lo vuoi vedere?
— No!
Assunta Rosa torse il grembiule fra le rosse mani, arrossì per la
rabbia repressa, ma non si dette per vinta.
— Si fora la montagna ma non te!
Il vecchio vangava e pareva non udisse.
La faccia di lui era china sulla terra e così il gran torso muscoloso.
— Nessuno ti parlerà mai, allora?
La vanga picchiava sodo, ritmicamente, e il colpo risuonava secco nel
primo silenzio dell’ombra.
— Ma sai ciò che deve dirti?... — riprese la donna ostinata.
— No!
— Voleva parlarti di....
— Basta!
E questa volta anche Assunta Rosa tacque. Guardò Pietro Aresu in
tralice. Riprese il sentiero fra le aiuole.
— Per me, potresti morir di silenzio! — brontolò.
Due volte ancora si volse e ristette in forse se ritentare la prova, ma
ambo le volte scrollò il capo, sfiduciata.
Scomparve fra le macchie, vicino alla casa, e tutto fu quieto.
Pietro Aresu continuava l’opera sua ritmica, in pace.
Il sole radente discendeva dietro due grandi roveri e un muro di
cinta. Lo aveva in faccia, come uno specchio. E il tramonto distendeva
nell’aria il suo velo di ametista. C’era, alle soglie del cielo, una
soavità accorante.
Il vecchio non levò il volto. Voleva compiere l’opera che si era
prefissa, curvo sul suo solco, oltre il morir del sole.
E taceva, grande e nero contro l’irradiato cielo, in un campo di
bagliore spoglio di rami e di mura, allorchè udì nell’orto di Giovanni
Arbìa un sussurrare improvviso, poi una voce si levò chiara e chiamò:
— Pietro Aresu?
Si appoggiò sulla vanga e volse la faccia verso il muro di cinta.
Chiese:
— Chi sei?
— Sono mastro Giachi e debbo dirti che Valerio è ritornato!
— Chi?
— Valerio tuo!
Pietro Aresu ebbe un sussulto violento ma non parlò.
— Che debbo dirgli? — riprese mastro Giachi.
— Digli che viva in pace.
— Non vuoi vederlo?
Passò un silenzio e il vecchio rispose:
— No!
— E tuo nipote?
Pietro Aresu levò gli occhi oltre il muro di cinta quasi che le parole
di mastro Giachi avessero dovuto materiarsi d’improvviso nella forma
del giovinetto. Chiese:
— Dov’è?
Si udì un mormorio e qualche parola monca, poi si vide il termine di
una scala a piuoli appoggiata al muro di cinta.
In quel punto il sole rotondo si spegneva nell’aria, più presso il suo
termine estremo.
Il vecchio non mutò aspetto nè luogo. Era diritto su la terra nera,
appoggiato alla sua vanga.
E qualcosa si agitò nell’aria. Si udì un fruscìo di rami smossi, come
un frullo di voli da un albero; poi, nella zona pallida del cielo,
apparve, oltre il muro di cinta, un capo ricciuto e un volto, chiaro
di due grandi occhi commossi. Era una faccia pallida e fiera di
giovinetto. Tutto il torso apparve e il sole era già su la terra.
Si guardarono senza profferire parola, gli occhi negli occhi.
Nè si udì suono che turbasse quel silenzio.
Poi Pietro Aresu si avvicinò di qualche passo:
— Quando sei arrivato?
— Ieri sera, nonno!
— E dove stai?
— In casa di mastro Giachi.
— Domani verrai da me?
— Verrò!
Assunta Rosa, che era ricomparsa nell’orto, si stringeva le mani e
aveva il volto raggiante.
Il vecchio chinò il capo. Riprese:
— Di’ a tuo padre che la mia casa è tua! Addio!
— Grazie, nonno!
E come il giovinetto scomparve, Pietro Aresu ritornò alla sua fatica.
Si aprivano le strade degli astri.
*
Lo accolse su la soglia. Gli tese le grandi mani nerborute. Gli disse:
— Ti aspettavo!
Poi lo condusse per la casa, e per l’orto; gli mostrò ogni cosa sua,
tranquillamente, parlando piano.
Assunta Rosa li seguiva passo passo senza fiatare.
— È una casa vecchia, ti adatterai!
E l’Assunta:
— Siamo poveri!
— Abbiamo quanto ci basta! — ribattè il vecchio e riprese: — Ma tu cosa
conti di fare?
— Compirò i miei studi in Italia.
— E tuo padre?
— Riparte domani.
Pietro Aresu chinò la fronte aggrottata e non aggiunse parola.
Compirono ben presto il giro della casa antica; passarono dalle
soffitte al pianterreno fino alla stanza che avevano destinata al nuovo
ospite. Era una cameretta luminosa che si apriva sul brolo. Un tavolo,
un canterale, un letto e una sedia ne compivano l’arredamento. C’era
una austerità monastica e una grande freschezza, proveniente forse
dalle bianche pareti, dalla luce bionda, da un’anima ignota e presente.
Non era nata là dentro qualche gaiezza improvvisa? Non v’era trascorsa
una di quelle giovinezze irruente che lasciano una eco interminata nel
mondo?
Sul tavolo, in un vaso verde, deliziosamente goffo, erano strette in
un gran mazzo pomposo tutte le violacciocche del giardino e odoravan
soave.
Giovannello le guardò e sorrise ed anche Assunta Rosa, che non gli
distaccava mai gli occhi dal viso, sorrise e disse: ed eran le sue
prime parole:
— Mi scuserai.... sono brutte!
La sua voce era così umile e dolce, tanto buona e sommessa che
Giovannello non seppe rispondere.
Altri fiori erano sul canterale e, in un angolo, innanzi a un’immagine
stinta, ardeva un lumicino tanto esile e pallido che pareva cercasse
tutta l’ombra della stanza per non morire.
Quando gli occhi di Giovannello si volsero a quella parte, Assunta Rosa
gli si accostò e piano piano, a voce tremante, che temeva non l’udisse
il fratello, chiese a pena:
— Ci credi alla Madonna?
Il giovine non volle offendere quella trepida fede, quella timidezza
d’amore e rispose:
— Sì!
Allora si sentì stringere forte una mano.
Se ne andarono in silenzio. Si sentivano già vicini come se gli anni
della lontananza non fossero stati mai e il loro cuore colmasse in un
attimo tutta la vastità del tempo; ma un turbamento era fra loro, un
disagio continuo e inespresso che li faceva chinar gli occhi a quando a
quando e troncava a mezzo certe parole che avrebbero voluto andar oltre
ed oltre.
— Rimani a pranzo con noi?
— Il babbo parte domani!
Gli occhi di Assunta Rosa passarono rapidi dal pallido volto del
giovine a quello del vecchio, ma la cosa che avrebbe voluto dire le si
spense in gola.
— Quando verrai?
— Domani sera.
— Sta bene.
E nient’altro? si diceva Assunta Rosa; ma era tanto difficile adunque
aprir le braccia ad una creatura?
Tacevano in imbarazzo. Erano sul limite dell’orto. Giovannello si
guardava intorno; aveva gli occhi smarriti; era pallido un poco.
Assunta Rosa sentiva che si sarebbe inginocchiata innanzi a lui.
Ma l’altro?... l’altro?... E lo guardava e avrebbe voluto mettergli
nell’anima quella sua commozione perchè si destasse, perchè parlasse a
un tratto tutte le parole represse in vent’anni.
Pietro Aresu non mutava volto. Era chiuso in sè, serrato nella sua
solitudine sdegnosa.
Nell’equilibrio del suo giudicare tutto era valutato con freddezza. Era
vano cedere a una subita commozione per rinnovare inutilmente uno stato
penoso e intollerabile.
Se Valerio era mutato da quello di un tempo, nulla gli vietava
la soglia varcata. Chiamarlo per ritrovarsi all’antico contrasto
amarissimo era voler inacerbire un inutile dolore. E la ragione gli
stava innanzi impassibile, in quel punto periglioso.
Giovannello disse:
— Allora, nonno.... se tu non vuoi.... vado....
Pietro Aresu levò gli occhi in volto al nipote e chiese con voce dolce
e ferma:
— Che cosa non voglio?
Il giovine taceva.
— Parla, figliuolo! Ciò che si è detto vale la nostra fede e il nostro
coraggio; ciò che si nasconde è sempre vile!
Giovannello levò la fronte serena e disse:
— Mi sarebbe piaciuto che oggi ci fossimo stati tutti, qui!
— Ha ragione! — sussurrò Assunta Rosa.
— Che ti ha detto tuo padre?
— Nulla!
— Sei tu solo che desideri questo?
— E tu, no?
— Rispondimi chiaro: sei tu solo?
— Sì, sono io solo!
— Tuo padre non ti ha parlato?
— No!
Pietro Aresu chinò gli occhi. Disse:
— Nulla è mutato!... Va!... È giusto che tu stia con lui prima ch’egli
parta! Ci vedremo domani!
Assunta Rosa si portò il grembiale agli occhi, ma non fiatò. Nulla
era mutato! Sarebber morti così come due estranei, l’uno lontano
dall’altro, come se non fossero stati dello stesso sangue, sorti da un
solo ceppo, nella stessa casa! E non capiva che volesse dir ragione, di
fronte all’amore. Quanto avrebbero vissuto ancora lei e Pietro Aresu?
Pochi anni forse. E quando c’è la morte alla soglia dell’anima e Iddio
ci aspetta per giudicarci è bene gettar via tutte le cose gravose e
dimenticare anche le offese più gravi! Dopo non si rimedia più!
Giovannello si avviò muto verso l’uscita. Lo seguirono fin sulla porta.
Assunta Rosa dischiuse l’uscio e si ritrasse, ma quando il giovine fu
sulla soglia disse per un’estrema speranza ch’ella sapeva vana:
— Avevo preparato il desinare per quattro....
— Saremmo stati tre! — disse Pietro Aresu.
— Sì! — rispose Assunta Rosa e chinò la faccia.
C’era intorno la tensione del pianto. Evitavano di guardarsi. Solo il
vecchio sentiva l’intiero dominio di sè stesso. Tese le mani al nipote.
— Allora vai!... Domani ti si aspetta!
— Non mancare! — soggiunse Assunta Rosa.
Giovannello non abbandonava la soglia, pareva non sapesse distaccarsi
di là; che ancora volesse dire qualcosa.
— E se il babbo mi domanda....
— Parla!
— Se mi domanda che cos’hai detto?...
— Devi rispondergli che il nonno, se invecchia, non muta cuore! Egli ti
intenderà.
— E.... se volesse ritornare?
— A mio figlio la sua casa è aperta!
Allora si udì un riso strano, un breve ingannevole riso, fondo,
represso, duro, in brevi schianti sempre più rapidi e la faccia di
Assunta Rosa impallidiva.
Pietro Aresu disse ancora:
— Ma non ritornerà!... Addio, Giovanni!
— Addio, nonno!
E la porta si richiuse lentamente, dolcemente sul giovine che si
allontanava.
*
Valerio Aresu ripartì per le terre d’oltre mare senza aver riveduto suo
padre.
L’antico dissidio che li aveva divisi e li aveva condotti a tale
estremo d’ira da rendere impossibile ogni convivenza, non era ancor
morto. Poteva risorgere al minimo accenno e porli di fronte come un
tempo, senza nessuna pace.
Era, in loro, l’anima di due età vicine e lontane, non compatibili nè
conciliabili. Meglio valeva lasciare nel sonno l’antico dolore. Chi dà
alle proprie convinzioni tutta la propria passione non sa tollerare.
Tollera chi non ama; concede chi non sa morire. Pietro Aresu vedeva
questo. Il suo giudizio non poteva scardinarsi per una sentimentalità
improvvisa. Egli portava con fierezza il proprio destino sul declinare
degli anni e sapeva che il suo gran sogno era morto. Una gente meschina
agitava fosche passioni per il mondo e le turbe ubbriache urlavano.
Trascorreva una furia cieca. Il ventre era Dio. Ad ogni altare si
appostava lo scherno dei distruttori. Nulla più era bello e grande,
nulla si imponeva, convinceva e innalzava l’anima impetuosa a una
insolita virtù di amore.
Odiare, vivere, bestemmiare era la divisa dell’idolo fallico, ebbro
della sua bruta potenza. Decaduto ogni valor morale, la gran bestia non
vedeva che la sua mangiatoia. Per difender la vita la si impantanava.
Tutto era tratto al giudizio dei retori, alle scuole di una scienza
cieca, alla gazzarra dei trionfatori. Ogni mediocrità si paludava in
manti imperatorî; ogni imparaticcio era speso per buona sapienza; ogni
miseria gabellata per virtù fondamentale. La critica imperava e con lei
la gioia del demolire. Le demenze più sciocche si scatenavano a furia e
tutto era sepolto sotto le scorie dei roditori.
Ora chi scendeva, esule, da un’età dolce di amore e di gloria, non
poteva piegarsi alla realtà quotidiana. Le anime grandi non tramutano
e non s’adattano. Di fronte a tale verità egli aveva scelto per la
seconda volta la sua solitudine. E portava il suo dolore di padre come
l’altro grande dolore inespresso, lo portava in silenzio aspettando la
morte. Non aveva rimproveri per Valerio: lo giudicava travolto dalla
corrente. Solo, nonostante gli anni trascorsi, sentiva l’amaro della
cieca irriverenza di lui, della sua vana protervia, del suo giudizio
meschino e reciso. Tutta l’anima di Pietro Aresu si era ribellata
violentemente allora, e ne fremeva tuttavia.
Così nulla mutò. I due monti lontani vegliarono la notte, muti e
dissimili nel cuor dell’ombra dove sono le invisibili strade degli
astri.
*
Entrava per la quinta volta sulla punta dei piedi, adagio adagio. Era
il mattino fiorito.
— Giovannello?
E si fermava a mezzo la stanza trattenendo il fiato. Il giovine dormiva
profondamente, il capo affondato sui guanciali bianchi, soffuso di un
lieve rossore, la bocca chiusa. Lo guardava con le mani giunte, con gli
occhi umidi. Com’era giovine!
I capelli ricci gli adombravano la fronte bianca. Era forte e bello! E
una pietà, un amore inesprimibile tenevano il cuore di lei sospeso in
ardore. Le salivano alle labbra parole sorte da chissà dove, ch’ella
non aveva dette mai, che non aveva mai ascoltato. Parole soavi come
quelle di una preghiera, accorate un poco, fresche ed intatte.
Si fece un po’ più innanzi e si sporse un poco verso il letto e chiamò
appena:
— Giovannello?
Ma il giovine dormiva del più bel sonno profondo.
Allora Assunta Rosa si accostò alla finestra e l’aprì. Entrò il sole e
la voce di Pietro Aresu che era nell’orto.
— Si è levato? — domandò il vecchio.
— Ssst!... — fece Assunta Rosa.
— Destalo che è tardi!
Assunta Rosa si rivolse e ristette, la mano nel palmo della mano,
sorridendo.
Giovannello aveva appoggiato un gomito al guanciale e si passava una
mano su gli occhi, abbagliato dalla troppa luce.
— Che ore sono? — domandò.
— Sono le nove, — rispose Assunta Rosa.
— Le nove?
— Sì!
— Non dovevi chiamarmi alle sette?
— Sono venuta cinque volte e dormivi sempre!
— Perchè non m’hai destato?
— Io ti ho destato ma continuavi a dormire!
— Presto presto, zia, che è tardi!
E saltò il letto e passò da un canto all’altro della stanza tempestando.
Assunta Rosa gli apprestava i panni, gli versava l’acqua nel catino
affaccendandosi in gaiezza.
— Dov’è il nonno?
— Nell’orto.
— Di che umore è?
— Di ottimo umore. Già, tu fai miracoli.
— Io?
— Sì, tu.
— Via via, zietta!... Dammi l’asciugamano.
— Eccolo.
E si asciugava forte, arrubinando il volto.
Poi cantava ed ella evitava di guardarlo per non interromperlo. Ma
tutto finiva tanto presto! In un battibaleno era pronto.
— Addio, zia!
— Addio.
— Guarda che tornerò con molta fame!
— Bravo, bravo!
— Tieni pronto per mezzo giorno preciso!
— Sarà pronto.
E spariva come una folata di vento: traversava la casa; era nell’orto;
non c’era più!
Benedetto! Ella si attardava nella stanza di lui a guardare i libri, le
carte, le fotografie, ma senza curiosità investigatrice, solo per la
gioia di sentirsi un poco più vicina a quella giovinezza irruenta. Ed
era, nel suo vecchio cuore, un senso religioso e una tenerezza materna.
Rideva, era contenta, le tornava alla memoria la sua giovinezza remota,
simile a un mare attraversato una volta sola nel corso di un’alba e
l’isola fiorita era lontana. E pensava che il Signore avesse voluto
premiarla della sua lunga vigilia e tesseva tesseva un’incantevole
trama per l’arca del sogno. Ma era contenta! Così, tutto, intorno a
lei, pareva più disposto a godere.
Quel monello era entrato per tramutare ogni cosa. Aveva detto:
— Voglio che tutto sia sole!
E tutto era diventato sole, miracolosamente. Le piccole cose e le
grandi, tutto quanto il mondo delle cose e delle anime.
La vita si era moltiplicata e Pietro Aresu lo sentiva. Sul suo volto
grave era ritornato il sorriso. Già, il nipote pareva il ritratto del
nonno! Lo stesso capo folto di capelli ricciuti, la stessa fronte
severa e serena, gli stessi occhi vivacissimi. Un miracolo. C’era,
nel salotto, un vecchio dagherrotipo che Pietro Aresu si era fatto a
diciotto anni ed era tanta la somiglianza che Assunta Rosa, a volte, si
fermava perplessa per domandarsi:
— E se gli somigliasse anche....
E quando le nasceva tale dubbio si eclissava nella chiesa più prossima
per un giorno intiero.
In casa la cercavano invano.
— Dov’è Assunta Rosa?
— Dov’è la zia?
Rispondeva in sua vece la domestica:
— È uscita questa mattina. Ha dato gli ordini per tutta la giornata!
— E quando ritornerà?
— Dov’è?
La domestica non sapeva che rispondere.
Ritornava tutta avvolta nel suo scialle nero, verso sera.
Giovannello l’udiva primo. Conosceva il passo di lei e le balzava
incontro gridando:
— Eccola, eccola la scioperata! Ah zia! Cominceremo a pensar male di
voi!
— Sta zitto, sciocco!
— Dove sei stata?
— Dove mi accomoda, — e rideva sotto lo scialle.
— Dimmi dove sei stata!
Allora la vecchia lo prendeva per mano, lo traeva in disparte, parlava
sommessa:
— Sono stata in chiesa a pregare per te!... Sssst!... Non dir nulla!...
Bambino.... promettimi che non farai pazzie!... Assomigli troppo a tuo
nonno!
Giovannello rideva.
— Me lo prometti?
— Ma sì!... che pazzie vuoi ch’io faccia?
— Eh! lo so io!
E si avviava senza aggiunger parola, tutta curva nel suo scialle nero.
Dopo ne parlavano, Giovannello e il nonno, ne parlavano sorridendo
bonari, in fondo all’orto.
E passavano i giorni e i mesi così.
Passavano.
Pietro Aresu li vedeva scendere uguali come i grani dell’arena nella
clessidra. E nulla era mutato nell’animo di lui come nella vita sua. La
solitudine non era stata interrotta. Solo a quando a quando un pensiero
luminoso gli si accendeva innanzi d’improvviso e gli occhi suoi ne
erano abbagliati. Ma lo scacciava. Non conveniva desiderare cosa che
non dipendesse dalla propria volontà. Egli amava Giovannello, ma voleva
saperlo libero di sè e del suo cuore. Così doveva vivere, scegliere e
amare secondo il giudizio suo. Solo ciò che si elegge spontaneamente
può accendere una luce. Ma per certe parole, per certi scatti, per
certi silenzi improvvisi egli aveva intravveduto nell’anima del nipote.
Anima fresca e innamorata di ogni cosa bella. E pensava a volte che la
giovinezza fosse per congiungersi alla vecchiaia per uno stesso ponte
ideale. Forse stava per risorgere il tempo di un ardore novello. Ma
Pietro Aresu suggellava in sè la trepida speranza e viveva la sua vita
uguale e taciturna nel declinare degli anni.
*
Assunta Rosa ascoltava in silenzio, seduta nell’angolo di un divano,
tutto il viso smarrito.
Giovannello parlava e parlava da un’ora. Si era acceso come la brace,
le parole di lui passavan via fulminee e vibranti, erano il fuoco e
l’ardore. Non l’aveva mai veduto così.
Che diceva? Ella capiva e non capiva. Parlava di paesi, di mari e
di diritti e di cose fantastiche ch’ella non sapeva, che non voleva
sapere. E scivolavan via nomi di uomini leggendari e caotici arruffii
di potenze, di navi, di eserciti, di battaglie. Forse la guerra? Le
si gelava il cuore. Ma chi faceva la guerra e dove? E si tendeva ad
ascoltare sempre più smarrita e sempre più si sentiva disperdere in
quel fiume tempestoso e inverosimile.
Pietro Aresu era seduto di traverso in una sedia e stava a capo basso,
un braccio appoggiato su la tavola.
Non parlava, non mostrava il volto; solo scrollava la testa di tanto in
tanto come per dire:
— Sì, hai ragione!... Sì, hai ragione!...
Ma il suo volto era oscuro, contratto, impenetrabile. Lasciava parlare
Giovannello senza interromperlo, lo ascoltava come sognasse. Che
dicevano mai?
E Assunta Rosa avrebbe voluto chiedere la semplice risoluzione di tutto
quel dire, ma non si attentava.
La sua era una povera voce umile, di creatura ignorante, che avrebbe
stonato in quell’ora.
Il discorso finì. Giovannello se ne andò distratto, senza salutare. Il
vecchio era troppo oscuro e non avrebbe risposto alle domande di lei.
Rimase sola, si guardò attorno, sentì d’improvviso la grande cappa del
silenzio. E un timore indefinito spuntò in lei come una mala nebbia.
Un giorno discese nell’orto per interrogare Pietro Aresu, ma ritornò in
casa senza essere riuscita a chiedergli nulla. Perchè non le parlava,
Giovannello? Ma se le avesse detto:
— Zia.... c’è questo e questo.... io andrò.... io farò.... — Sapeva
bene ch’ella avrebbe risposto sempre:
— Sì.
Una sera il vecchio le disse:
— Assunta, il tuo Dio mi ha ascoltato e morirò contento!
La cosa era tanto insolita ch’ella sbalordì. Pietro Aresu non si
confidava mai. Che poteva avergli aperta l’anima a quel sorriso? E
attendeva da Dio una soluzione.
Ed ecco che un giorno Giovannello la chiamò, tutto festevole:
— Zia? Zia?
Accorse ansante. Vide sulla tavola un involto di stoffe dai colori
vivaci.
— Bisogna che tu lavori, zia! Subito subito! Prendi gli occhiali,
l’anello, l’ago....
Ubbidì senza chiedere più.
— Ed ora.... questa è la materia prima! Bianco, rosso e verde! Bisogna
cucire tante coccarde! Bisogna farne mille! Prendi le forbici.... così!
— Che ne vuoi fare?
— Lo saprai!
Si mise all’opera e le sue mani erano più rapide del baleno, quantunque
tremassero.
— Di’ un po’, bambino?
— Di’, zia.
— Che c’è di nuovo?...
Giovannello la guardò e le scoccò un gran bacio sulle guance.
Assunta Rosa tacque e lavorò più in fretta.
E chiese ancora:
— Ci sarà questa guerra?
— Non la guerra, zia, non la guerra! La risurrezione!
La vecchia scrollò il capo e ne capì meno di prima.
Sopraggiunse Pietro Aresu, si fermò a guardare un poco e ripartì senza
avere aperto bocca.
La mattina dopo, Assunta Rosa lo udì cantarellare piano piano, nella
sua stanza. La cosa non avveniva da quarant’anni forse, e forse da più
tempo ancora.
Ella era giovinetta e Pietro Aresu aveva allora i capelli folti e
ricciuti come Giovannello. C’erano i tedeschi. Si facevano i nomi di
Garibaldi e di Mazzini. Si cospirava, si moriva! Perchè Pietro Aresu
cantasse come in quel tempo doveva essere avvenuto un prodigio.
E il prodigio era avvenuto. C’era per l’aria come una subita
effervescenza, un lievito di entusiasmo, una gioia e una forza
inattese. Si udivano grida insolite e il nome d’Italia!
Da quanto tempo non era morto, il bel nome, sulla bocca dei figli
immemori? All’odio era subentrato l’amore; alla disgregazione la
compagine; all’incertezza bieca, una luminosa coscienza.
Ci si sentiva uniti! Uno squillo di fanfare chiamava tutto il popolo a
raccolta e tutto il popolo era legione. La buona razza non si smentiva.
Decisa l’azione, il cuore della patria accompagnava i figli suoi che
andavano oltre mare. E in tale vincolo era la forza oltre ogni morte.
Un giorno tutto il paese si tramutò in festa, si vestì di bandiere, si
empì di suoni e di grida. Partivano.
Pietro Aresu era uscito fin dal mattino, col viso simile a quello di
un Dio. Aveva abbandonato l’orto, la vanga e il silenzio dopo più di
vent’anni; era ritornato giovine; aveva parlato, aveva riso, si era
vestito de’ suoi panni più belli.
Tutte le finestre della casa erano aperte: vi sventolavano tre
bandiere, e i davanzali erano ricolmi di fiori.
Anche Assunta Rosa aveva indossato la sua veste di raso, un po’ goffa,
ma antica, antica come il suo cuore! E rideva come gli altri. Era la
primavera.
La casa fu presa d’assalto da un’onda di giovinezza. Erano fanciulle,
tutte sconosciute per lei, tutte belle agli occhi suoi. Irruppero
ridendo in una folata magnifica. Ella non ne conosceva nessuna, ma rise
a tutte, strinse la mano a tutte.
— È questa la casa di Giovanni Aresu?
— Sì! Sì! Avanti!... Avanti!...
Ogni finestra fu un grappolo umano, una gaiezza ciarliera, impetuosa,
solare!
E Assunta Rosa rideva stringendosi le mani, perduta nella sua grande
veste di raso marrone; e correva da un canto all’altro senza capir
nulla, essendo contenta di non capir nulla.
Si udiva un brusìo ininterrotto, un incrociarsi di richiami, di urla,
un andare e venire, un correre, un tempestare di ardore. Nessuno badava
a lei. Non le era stato serbato neppur l’angolo di una finestruccia
per vedere, ma non le importava. Le importava di udire i discorsi e
prestava orecchio qua e là, ma erano tutte frasi monche, sconnesse,
incomprensibili.
Passò Giovannello e tutte le fanciulle si sporsero a salutarlo
gridando; passò Pietro Aresu e fu un grand’urlo.
Ella si sentì la faccia rigata di lacrime e si stringeva le mani
respirando forte e sorridendo a nessuno perchè nessuno si occupava di
lei.
Poi si udì come un bombito e una grande commozione la ghermì alla gola.
— Eccoli, eccoli, eccoli!
Scoppiò l’inno delle fanfare. Una fiumana tempestosa si riversava nella
via. Vide le giovanette levarsi in piedi, gettare i fiori, sporgersi
tutte quante in una passione che le travolgeva in delirio. E si sporse
anche lei, si confuse nel grappolo, vide i soldati travolti nell’impeto
della grande fiumana.
Poi gli occhi le si velarono troppo e si ritirò in un angolo.
Solo a notte ritornò Pietro Aresu e quando la vide le disse ridendo:
— Vecchia.... si rinasce!
Poi tornò Giovannello e parlò col nonno, a lungo, come l’altra volta.
E quando furono intorno alla tavola, Giovannello era pensoso e non
mangiava. Aveva gli occhi fissi in un punto e ardevano.
Ad un tratto disse:
— Nonno, parto anch’io!
Pietro Aresu levò la faccia a guardarlo e sbiancò senza rispondere.
*
Ella scriveva malamente, sotto la dettatura del fratello:
_A Giovanni Aresu_
_11.º reggimento bersaglieri...._
— Hai fatto il pacco? — le chiese Pietro Aresu.
— Sì.
— Vi hai messo tutto quanto ti ho detto?
— Tutto!
— La mantellina?
— Sì!
— Allora spedisci subito!
— Chissà quando arriverà! — disse Assunta Rosa.
Pietro Aresu uscì senza risponderle.
Ella finì di scrivere l’indirizzo con la sua grande calligrafia
stentata, incollò il cartiglio sul pacco e si avviò alla posta, da
sola.
Non passava giorno ch’ella non andasse alla posta. Era sempre lei che
spediva qualcosa o domandava con la sua voce timida:
— C’è nulla per Pietro Aresu?
— Nulla!
Ritornava, curva sotto il suo scialle nero. Poi leggeva i giornali,
anzi li compitava lentamente, con infinita pazienza. E la sua vita si
passava fra tale occupazione e la chiesa.
Pietro Aresu non stava più nell’orto. Ora usciva la mattina e ritornava
appena per le ore dei pasti. La casa era abbandonata.
Giovannello aveva scritto una volta sola, era sempre entusiasta.
Parlava della guerra come di un poema. Tutto era bello e grande.
“.... Il colonnello Fara è l’anima nostra„ — scriveva. — “Non morremo!„
Ora ella ricordava quel nome dolce e lo aggiungeva alle sue preghiere.
A Pietro Aresu parlava poco. Solo, quando giungevano notizie gravi,
andava a lui col giornale.
— Hai letto?
— Sì!
— E Giovannello?
— Speriamo in Dio!
E Assunta Rosa si meravigliava ch’egli parlasse di Dio mentre non
ne aveva parlato mai. Però, per quanto si facesse forza, vedeva che
Pietro Aresu era agitato. Mangiava appena, brontolava fra sè, usciva
e rientrava venti volte al giorno quando i giornali annunziavano uno
scontro. Poi giungeva un telegramma. Era un grande allarme, un gran
battito di cuore, un arresto del respiro. Non si pensava a firmar la
ricevuta; le mani si adoperavano a strappare l’involucro, tremavano
inette e il foglio era lacerato, ma gli occhi correvano rapidi alle
parole.
Subentrava un gran sollievo, una pace profonda.
Ed anche quei giorni di pena passavano come tutte le cose al mondo.
Ora doveva giungere Valerio. Era già in viaggio. Aveva scritto prima
d’imbarcarsi, ma Pietro Aresu non aveva fatto parola della lettera.
Forse giungeva per Giovannello.
E la vecchia moltiplicava i ceri innanzi alle immagini raccomandando a
Dio: Giovannello, i compagni suoi e l’Africa tutta.
In chiesa si trovavano in molte e parlavano sommesso, fra le buie
arcate. Ognuna aveva un figlio, un nipote, un fratello alla guerra;
ognuna leggeva l’ultima lettera ricevuta dal campo. E ascoltavano come
se la parola di uno solo fosse per tutte. Poi qualcuna si appartò,
vestì il bruno, pregò più a lungo. Le altre ne rispettavano il silenzio
e si attardavano con lei. Erano come vecchie sorelle.
Ormai Iddio disponeva. Fosse fatta la volontà del Signore. A volte
piangevano per una lettera eroica, per una morte eroica, sperdute fra i
neri intercolunnii di un tempio taciturno.
E seguirono giorni di maggiore ansia.
Sopraggiunse una notizia laconica ed oscura. C’era stata battaglia e
molti morti. Quanti? Quali? Non c’erano nomi; non si sapeva nulla.
Pareva che i bersaglieri si fossero votati a un grande, tragico
olocausto.
Per due giorni Pietro Aresu e Assunta Rosa non sedettero a tavola.
Fu un’austera vigilia. Alla sera del secondo giorno, come stavano per
salire alle loro stanze, udirono il tinnire del campanello.
Pietro Aresu fu alla porta di un balzo. Era un telegramma. Lo aprì.
Assunta Rosa gli stava vicino.
— Che dice?
— Nulla!
— Sta bene?
— No.
— No?...
Pietro Aresu richiuse la porta e si avviò lentamente trascinando i
passi.
Assunta Rosa lo seguì fino alla stanza a terreno. Quando furono di
fronte, soli, gli chiese:
— Che ha?
— È morto!
E non fu che un silenzio.
*
Il giorno dopo giunse Valerio.
Fu Assunta Rosa che gli aprì. Quando se lo trovò di fronte,
all’improvviso, non seppe trattenersi dal mandare un grido, ma quegli
la scostò brutalmente ed entrò.
Era torvo e disfatto. Domandò:
— Dov’è il babbo?
— È nell’orto, — rispose Assunta Rosa.
Valerio si avviò verso l’orto.
Assunta Rosa gli tenne dietro. Sentiva un gran freddo per l’ossa.
Pietro Aresu era ritto vicino al pozzo: pareva sognasse. Quando levò
la pallida faccia severa e vide suo figlio gli mosse incontro. Furono
vicini. Allora il sopraggiunto levò gli occhi torvi e cominciò a
parlare, a parlare, prima a bassa voce, lentamente, interrottamente,
poi una gran furia passò per l’anima sua bieca: si scatenò, imperversò
nemica, si perdette nell’ira scomposta, nella folle ignominia, nel
vituperio.
Pietro Aresu non battè palpebra. Ascoltò bianco e impassibile. Guardò
il figlio negli occhi, sempre, e quando tutta la feccia di quell’anima
miserrima fu riversata a ruina, quando più nulla rimase di forza,
di energia, di nobiltà a quell’uomo senza nome, Pietro Aresu non
approfittò del suo dominio e tacque ancora. Ormai nulla più poteva
scuoterlo. Egli aveva raggiunto il suo segno. Era come l’astro e il
cristallo e la conchiusa eternità.
Rimase solo, non si mosse; sentiva intorno una luce fonda e senza
tramonto, una parola bella e senza confine, una giovinezza senza
mutamento.
Il mondo si chiuse nel sonno. Egli non dormì. Il suo pensiero doveva
essere grande come le scie astrali perchè non s’avvide del tempo.
L’alba lo sorprese. E con l’alba giunse un nuovo squillo di fanfare.
Altri ed altri partivano col cuore d’Italia. Tutta la giovinezza si
scagliava alla conquista: di un grido. Nulla moriva, nulla scompariva
in quell’ora suprema di eternità. Allora sentì il suo cuore scandere il
ritmo della nuova epopea, dell’antica epopea che aveva vissuto; sentì
che ogni compimento era raggiunto.
E nella fede della patria nata e rinata, si chiuse nel silenzio del
giovine scomparso e attese in serenità l’ora della morte.
In morte di un eroe.
“Per i profeti che negavano la nostra
virtù militare.„
_Chiamaron dall’alto la morte — si elessero l’austero silenzio._
_Giovanilmente puri varcaron di un balzo l’istinto — senza pallore,
sereni._
_E come i Navarchi la ciurma — come i Condottieri la masnada._
_Fermato un voto di fede — scacciata la pietà turbatrice — si
allontanaron dal mondo._
_Dietro restava la turba — restava la dolce famiglia — il volto del
segreto amore._
_E fu la notte — purissima — col suo pensiero gigantesco._
_La morte si ammantò di silenzio — austera come una Iddia eretta sul
cassero — pura come l’anima della giovinezza — innanzi ai Navarchi._
_Gli occhi l’affissaron tranquilli — poi che su l’abisso dell’anima
— non passò che il rombo di una volontà glaciale — il saettare di un
candido cigno fra fosche lame di rupi — ai confini della terra._
_Disse il Navarca: — Forse non ritorneremo. Pensate a chi resta chè è
l’ora!_
_E sui volti schierati brillò la tua luce — coraggio — semplice e nuda
come l’antenna e la prora — come la corazza d’acciaio._
_Poi l’uno scrisse: — Non piangetemi! — E l’altro: — Avrò la mia fossa
nel mare! — E qualcuno alla madre: — Non ti lascio che il mio buon
nome. Questa notte vado a morir per la Patria!_
_E schietti e digiuni entraron nei chiusi navigli consacrati al gorgo._
_Andarono — calmi nell’esiguo spazio come nel cuor di una tenebra —
ciascuno al suo còmpito estremo. — E la tomba rombante fu per ciascuno
un altare. — Solo sul ponte, il navarca — gli altri nel chiuso,
solleciti all’ubbidire — fino nel cuore del fuoco — nell’ambito delle
macchine._
_Morire due volte era nulla agli aspri pionieri — morire, rimorire —
pur di condurre la prora incontro alla pavida Armata — pur di gettare
la pietra delle fondamenta — la base incrollabile — elevata al di là
del transito._
_Andarono. — Dalle rive infernali s’avventò l’impeto di migliaia —
ma la morte era a bordo con loro — ospite fra i suoi bravi. — Era
seduta sul cassero l’Iddia de l’ardimento e derideva alle sponde, agli
urli dello scompiglio, ai mille boati, alle fiamme, al tramugghiar
dei cannoni, all’epica ruina precipite. — Andarono, ritornarono. — E
scritta è la leggenda millenne._
_Ma se qualcuno — talvolta — se qualcuno domanderà — qual’anima avevano
i morituri — dite che una sola era l’anima — e la speranza levata su
loro nella tremenda notte — una sola e perenne: l’Italia!_
“Perciocchè tu non permetterai che il tuo
Santo provi la corruzione della fossa.„
_Salmo_ XVI, vers. 10.
La nave procedette a lumi spenti; senza forzare, tacendo il mare
abbonacciato e oscuro come uno spazio fra gli astri e una solitudine
immensurata.
Non s’udì che il palpitar sordo delle macchine, chiuse coi loro fuochi
rossi nel cuor della nave, nel fondo cuore congegnato a forza.
Un uomo scivolò sul ponte; salì un sussurro come se una porta s’aprisse
e si richiudesse su l’oscurità, e ancora fu il silenzio.
Il giovine, diritto su la plancia, aguzzò ogni sua forza di intesa e
di attesa, scrutò la notte uguale nell’estrema figurazione possibile
al senso e all’intelletto che procede di cerchio in cerchio per quanto
salga e dilaghi.
Tanto era spessa l’ombra che il naviglio nemico poteva apparir di
sorpresa e trascorrere non lungi, inavvertito. Epperò ad un minimo
moto, a un guizzo quasi impercettibile, a una misteriosa vibrazione
dell’aria, gli uomini, muti alla loro guardia, trasalivano, protesa la
faccia nel buio.
Ma la notte s’impietriva nel suo segno enigmatico e tutto era scomparso
fra le stelle e il gorgo.
Da una cabina, nell’alto, si udiva un intermesso crepitìo, misurato a
un ritmo preciso pel quale aveva ugual valore il suono e la paura. Era
una misura del silenzio costretto a esprimere, fra la catena dei suoni,
il pensiero degli uomini. Qualcuno comunicava di lassù con altre navi
lontane, con le città del continente, per un sempre nuovo prodigio.
Le voci degli uomini traversavano i cieli con l’impeto della folgore,
chiuse nel mistero di un’onda come in una divina forma invisibile,
prese nel seno della rapidità, guizzanti sotto gli astri fra l’ignoto e
la volontà dell’uomo.
La nera nave, circondata tutto intorno da miglia e miglia di mare,
divisa, dalle città delle turbe, da lunghe catene di monti e da foreste
e da abissi, parlava con coloro che vegliavamo per lei e con lei;
la sua voce giungeva ai grandi palazzi dagli attoniti occhi scialbi,
aperti incontro alla notte e qualcuno, sotto una lampada elettrica, la
fronte fra le palme, ascoltava.
Poi si udì il palpito delle macchine farsi più fioco, rallentare. Un
bianco baleno rettilineo attraversò la tenebra, la divise e la squarciò
fulmineamente, si appuntò ad un’ombra fuggente, l’avvolse tutta quanta
nel suo cuore, la disvelò. La nave, colta nel campo del riflettore
allentò la rotta, attese. Si udirono voci ingrandite dal megafono e la
luce si spense, e ciascuno proseguì per la sua via.
Così trascorse la notte. Su l’alba apparve la lunga teoria dei
trasporti. Il mare fu corso da un tumulto e il nome dell’Italia si levò
per la prima volta a impero di contro a coloro che l’avevano umiliato e
deriso e vituperato negli anni degli anni.
Il giovane aveva vegliato tutta quanta la notte quantunque fosse caduto
il suo turno ed egli avesse potuto riposare.
Era giunta la volta attesa ed egli ne era ebbro come di un convegno
passionatamente sperato negli anni e invocato con l’ardore e la candida
fede dell’anima che s’apre al glorioso amore del mondo per gli occhi
e la voce e il palpito di una creatura bella. Ne fremeva e ne avrebbe
cantato perchè il suo cuore si chetasse e il suo sangue avesse un ritmo
all’impeto fondo e l’anima una sua scia luminosa.
Tale era lo spirito dei marinari d’Italia in quell’alba di battaglia.
L’antichissima terra, insuperata nella gloria, nel dolore e nella
tenacia di ferro, mandava il fior delle sue stirpi sul mare; tutti i
suoi giovani figli più forti, consacrati al Dio della grandezza di lei,
esuli ad una primavera sacra.
L’alba saliva da una violacea foschia addentata ai confini dell’oriente
come da una cintura caduta dai fianchi della notte nella sua fuga
e il cielo opalescente si volgeva alla grazia novella in un giovine
incantamento d’amore.
Tutto era puro e forte come una risurrezione.
Ora più erano eterni gli istanti che separavano il giovine dall’azione,
anzichè i lunghi anni della sua cieca attesa quando nulla gli appariva
nel poi che non fosse sconforto.
Mutò qualche rara parola con un compagno; attese l’ordine perentorio
al quale avrebbe ubbidito senza alcun moto interno che non fosse
di assoluto acconsentimento, come ogni umana forza acconsentiva, in
quell’alba, all’azione gioiosamente desiderata.
Era l’esuberanza latina, stanca della grigia vita senza bellezza,
senza entusiasmo, senza Dio che si scagliava innanzi a rifarsi una
strada e un destino, a cercare un ardore altissimo, una bellezza
nuova per la necessità di non morire soffocata entro i confini di una
miseriola arcigna e sospettosa; era una formidabile volontà di vita non
sospettata dai retori, disconosciuta dai fiacchi, dagli scettici, dagli
ironici e da tutto il mal seme degli uomini degeneri che si trascinano
da giorno a giorno pigramente, in una sbadigliata monotonia di parole e
di sorrisi.
E sul mare e nell’alba, il canto del montanaro del vecchio Piemonte e
quello del pastore delle Madonnie, si levavano per lo stesso sentimento
verso l’ignota terra apparsa dal gorgo della notte col primo palpitar
della luce fra cielo e mare.
L’uomo forte ed austero dell’Alpe e il fantasioso pastore dell’isola
favoleggiata vibravan per lo stesso amore, ritti su la prora del nero
naviglio, intenti all’apparire della fulva terra. E quale altro popolo
scendeva cantando alla battaglia? Quale altra anima poteva essere tanto
serena all’appressarsi di un dubbio destino? Dalle terre di Gallura
alla marina di Metaponto, dai monti di Catanzaro alla pianura del Po e
alle alte valli dell’Alpi era disceso il vario fiore della giovinezza
italica a offrirsi e si era raccolto intorno alle stioccanti bandiere
con a capo l’eromper degli inni che accendono il sangue. Dietro le
poche migliaia era il numero enorme. Egli sentiva questo, nella trepida
attesa, e la sua superba malinconia ne era irradiata dileguando ogni
trascorsa amarezza. Non per altro aveva abbandonato, negli anni, i
compagni ignari i quali si imbastardivano in bagordi di femine, paghi
della loro scialba vita vanamente vissuta; e tutto aveva sacrificato
alla sua virtù fattiva per la necessità di essere qualcuno.
Era nato di famiglia patrizia, solo erede di una fortuna considerevole,
signore di ogni sua volontà e di ogni piacer suo. Tutto ch’egli
avesse desiderato poteva: godere in libertà, perdersi fra gli ignavi,
dimenticare il mondo e i suoi dolori: non essere. Tanti e tanti non
erano, larve meschine di genti degeneri che giustificavan l’odio del
popolo; vanità pietose rannicchiate fra i ferrivecchi dell’araldica
come in una fortezza sublime; pallidi fantasmi da fiaba e non più. Egli
non aveva proceduto per la loro via, offeso da una altezzosità sgarbata
e da una miseria morale troppo grandi; nè più gli era piaciuto il gesto
di qualcuno che usciva ad uccellare con il volto coperto da una sua
maschera giacobina; il suo gran cuore d’uomo era stato ferito dalla
meschinità dei primi e dalla viltà dei secondi e si era chiuso nella
malinconia di chi si sente esule fra i suoi e non vede strada che li
avvicini nè ora che li tramuti nel mondo.
E aveva abbandonato tutto. Che ne avrebbe fatto altrimenti della sua
passionata giovinezza?
Come vivere e come morire in una grigia uniformità di giorni deserti,
pure ascoltando le voci innumerevoli della vita?
Or col crescere della luce, la lunga teoria dei trasporti si
delineava più chiara contro il cielo purpureo. I navigli da guerra
fiancheggiavano il corteo precedendolo e chiudendolo. Procedettero
lentissimamente fin che non furono immobili. Allora il giovine severo
si sentì chiamare.
*
Il bel cipresso fra gli uomini stava per incontrarsi col proprio
destino. Si rivolse, salì una scaletta, si trovò di fronte al
condottiero della nave. L’ascoltò rigidamente. E quando si volse a
ritornare gli occhi suoi erano lucenti.
I compagni lo videro discendere nella lancia, raccogliere i suoi
uomini, impartir ordini, disporre, agire con fredda e precisa rapidità.
Una energia improvvisa nasceva in lui, una virtù di comando e d’azione
non sospettata. Abilmente lo avevano prescelto e lo mandavano innanzi.
Il suo viso si era trasfigurato. Su la consueta impassibilità severa
passava un ardore novello. Le sue native virtù di dominio, trovando
il giusto campo nel quale esplicarsi, si incuneavano ad un punto
rinsaldando intorno a sè gli uomini come a farne una cosa sola e
avveniva il prodigio di cento anime perdute in un’anima sola, di cento
volontà riassunte spontaneamente ed entusiasticamente in una.
Gli umili navigatori, i bei marinari forti e taciturni l’avevan
conosciuto d’istinto accettandolo a capo senza dubitanze. Anche se il
grado non lo avesse loro imposto si sarebbero stretti intorno a lui per
seguirlo, per essere dove egli era, per compiere il prodigio ch’egli
avesse pensato e voluto. Tutto era possibile con uomini di tal fatta,
nè v’era furia, nè numero, nè violenza che avesse potuto interporsi
perchè la volontà e la fede e la convinzione di balzar oltre ogni
opposta energia compie i miracoli che stupiscono. Essi invero avrebbero
mosso lo stupore degli uomini lontani. Lo scarso manipolo valeva più di
centomila, più che eserciti schierati.
Egli sentiva la sua giovinezza salire tant’oltre, vivere di tant’ala e
di così grande ardore da invaderne il mattino e sentiva che il fascino
del suo cuore era intorno a lui più che una parola detta, più che un
comando od un gesto.
Certe virtù si sentono, non s’esplicano altrimenti, hanno un oscuro e
magnifico potere emotivo, sono un brivido da cuore a cuore, un patto
senza parole dinanzi alla morte.
Or ecco che la sua nobiltà si creava in lui, di lui ed egli era in
realtà oltre le pallide larve del passato, il primo fra i suoi. E
questo volevano gli umili, coloro che lo seguivano come un maggiore
fratello al quale si affida tutto che di più grande si abbia: la vita.
Questo volevano i fabbri dei cantieri, usi alle affocate fucine e ai
mazzapicchi e alle ancudini squadrate e sonore come le anime loro;
i mastri d’ascia, nocchieruti come i vecchi pini divelti a formar
la chiglia delle navi; i calafati, i velai, i pescatori dal cuore di
bronzo. Ed eran di Liguria e d’Oristano, di Versilia e dell’Abbruzzo;
figliuoli di maremma e di laguna, nati sul mare e per il mare come la
procellaria.
Andaron sereni. Erano i primi che discendevano su la terra da
conquistare al dominio dell’Italia, i primi che mutavano corso a un
destino, che incominciavano un’ora storica.
Li guardò. I bei volti giovani gli sorrisero serenamente devoti. E la
lancia si avvicinava alla spiaggia sempre deserta, in apparenza. Altre
lancie venivano dopo trainando grandi zattere.
Giunsero. Egli discese primo, i compagni gli furono al fianco. Senza
attendere il batter di un ciglio li ordinò e si spinse innanzi verso le
dune. Nessun ostacolo si frappose. La distanza fu superata in breve. Ed
egli sempre era primo, sempre il suo piede segnava l’orma sua innanzi
alle altre. A lui doveva toccare il primo urto e la prima insidia
come a quello che la fortuna aveva posto più in alto, come a colui che
giustifica il suo grado con la forza dell’animo e l’energia conduttrice
ed il saldo coraggio.
Dispose gli uomini suoi a difesa, distesi su le dune contro il punto
da cui sarebbe giunto il nemico ed attese diritto, disdegnando ogni
riparo, offrendosi alla morte con l’impassibile calma di chi ha vinto
in sè le forze dell’istinto.
Le lance giungevano e ripartivano. Già si era messo mano ai pontili e
la spiaggia era animata da un lavoro rapido e preciso. Altri reparti
sbarcavan più lontani, si distendevano fra le dune, ma ancora la difesa
sarebbe stata uno sforzo titanico di pochi se il nemico fosse apparso.
E appena erano presso la spiaggia le zattere dense di armati che il
giovine, diritto e solo su la duna più avanzata, come era diritto e
solo il suo nome fra l’ignavia degli ottimati, vide e misurò il primo
impeto.
Da un palmeto lontano, nel quale aveva già scorto un denso rimuoversi
d’ombre, sbucavano i beduini e si lanciavano innanzi addensandosi
come un nugolo. Il giovine si volse a guardare la spiaggia e le dune
laterali. Erano pochi ancora e forse, agitandosi il mare sotto un vento
repentino, i rinforzi non sarebbero giunti a tempo. Ma che importava?
Bastava il manipolo esiguo a fronteggiare la rabida furia. Egli non
si rimosse, non si inchinò. Pareva avesse superato cento volte simili
ore di spasimo. Attese. Mormorò qualche parola agli uomini suoi. Li
predispose all’ultima resistenza.
E d’un subito incominciò la battaglia.
Ora non ho palesato il nome di lui. Egli ne sarebbe impallidito come
impallidisce ogni grandezza imprigionata nel fiacco cuore dei più. Sia
come l’anima migliore fra la moltitudine, o rimanga nel regno de’ miei
fantasmi. Io avrò dette vanità. Ma la sua memoria avrà il nome di una
stirpe e di tutta una famiglia umana; ma la sua leggenda correrà il
mare e i cantieri, narrata dai nipoti del suo manipolo; si rinnoverà
come il vento, come la vela e il remo e come il cuore d’Italia.
Il tempo non fu più misurato se non sul procedere del barbaro nembo.
Era una fiumana che avanzava contro una scarsa diga di uomini; ma
ciascuno si era votato al Dio della morte ed era incrollabile.
L’impeto fallì; il numero si infranse; la sicurezza dei barbari
vacillò. Non erano dunque i figli di ogni viltà coloro che eran discesi
alla spiaggia?... I favoleggiati italiani, miserevole gramigna di campi
riarsi?
E le bande dei bruti, lanciati alla preda, giungevano correndo, si
scomponevano, si riformavano, incitandosi alla ferocia con lo strepito
dell’urla.
Ma una corona di dune era insuperabile; ma dietro quella e su quella
era la virtù garibaldina della gente del mare. E un uomo solo appariva
ai sopraggiunti, oltre il ciglio di una duna, diritto; un uomo, il
primo, l’invulnerabile.
Ognuno gli diresse il suo colpo, egli non crollò. Si aggirava sul
fronte della sua difesa; pareva avesse l’inconsistenza di un’ombra. A
quando a quando si soffermava a rivolger la faccia. E dietro di lui era
una barriera di fuoco. Erano caduti a diecine su la barriera vietata
da quel solo. E la sua fine era inevitabile s’egli si chiamava uomo, se
era schiavo della rossa vita del sangue.
Ma il suo prodigio doveva valer la vittoria. Egli, di sè, aveva
ingigantita la sua gente, egli si era moltiplicato in ciascuno, aveva
tenuto sul suo solo destino, per un attimo, l’enorme destino di tutto
un popolo. Se ripiegava, innanzi che altri giungesse, era il disastro;
se cedeva un palmo, se il suo coraggio l’abbandonava, tutto era
perduto, per sempre. Doveva morire ma innanzi a tutti, solo e diritto
su tutti gli altri, con nella fronte pallida, fra gli occhi fermi, la
smisurata volontà di un popolo. E il còmpito titanico gli piacque, la
sua superba malinconia ne fu profondamente irraggiata ed egli si sentì
sacro nella sua morte che gli era bella come un altare.
Non si rivolse al passato, andò verso il suo certo termine come chi si
è liberato da ogni legame umano e ha colto il supremo rapporto fra il
suo essere transitorio e l’eterno: fu uno, compiutamente, dall’abisso
dell’anima all’aspetto esteriore. E la sua gente l’idolatrò.
Poi quando sentì, alle spalle, l’italico grido dell’attacco e vide
procedere in corsa le turbe discese dalle navi e si sentì soccorrere,
non volle perdere il primato. Ebbe un grido ed i suoi pochi balzarono
in piedi vicino a lui e corsero all’attacco. Ma in quel punto il
giovine si inarcò, disciogliendosi il suo legame umano.
Cadde, volse la faccia contro l’Italia lontana e il bianco orrore lo
tenne. Era giunto. Su la sua traccia trascorse l’impetuosa vittoria. Fu
tutto.
La spoglia di lui ritornò sola ed esangue fra i tristi compagni. Ora,
sarà giorno in cui riposerà fra suo padre e sua madre, nei mausolei
fastosi, fra i roggi cipressi e riposerà come ogni uomo nei campi della
moltitudine; ma l’anima sua sarà sempre divinamente levata innanzi
al destino della Patria, come una volontà malinconicamente superba
che prima si elesse la morte per la grandezza di una stirpe anzichè
tralignare.
L’insidia.
“A tutti gli umanissimi cuori di Europa
che ci armarono pirati, che ci vestiron di
ferocia, che fecer sentimentale scempio
di noi e ci augurarono la disfatta; agli
ipocriti di ogni terra e di ogni razza per
l’amor che ci unisce.„
_La storia, quando segna i suoi periodi classici, non vede che le razze
e il loro destino e raro è che raccolga un umile nome e lo incida oltre
il confine mortale, nelle sue rupi._
_L’ombra da cui sorse, per un attimo, l’uomo gagliardo, ritorna uguale
con la morte di lui; quello ch’egli fece scompare nella gesta comune._
_Ma chi visse l’ora storica, chi ricorda i singoli volti degli uomini
non può astrarre nè dimenticare._
_Il frutto val bene il suo ceppo._
_Così su la trama dei giorni, sul contessersi degli avvenimenti fra le
grida e i tragici silenzi, fra i rulli dei tamburi, sorgenti dall’ombra
antelucana, i chiari squilli ripercossi da campo a campo, il grido
delle scolte, il vociferio dei ridesti, il canto dei nostalgici, il
riso dei sereni, l’impeto delle battaglie, il giolito delle avanzate,
il trepestar dei cavalli, l’avventurarsi delle masse enormi, il rombo
degli scoppi, i cortei della morte, tra tutto questo e più ancora nella
vita dal ritmo sempre diverso e sempre possente, grandeggiano certe
figure di umili che nessuno sapeva e che nessuno saprà forse mai._
_Ma l’uomo che passa fra i compagni suoi ammirati, l’uomo ignaro
che agisce e muore per una sua luce infinita, trova una eco, nel
suo popolo, è, come il cuore dei cuori, il mutamente eletto fra i
diecimila._
_E il nome suo, emigra storpiato, trasformato, nei canti delle montagne
e delle marine; trascorre per gli anni, batte alla soglia dei secoli,
perde il suo suono preciso, significa l’eroe, l’entusiasmo, la patria e
la sua gloria, il paese e la sua grandezza, è l’ingenua potenza d’amore
e la forza di ascesa di un popolo._
_Così il solco profondo aduna maggiore sementa e per l’emula volontà di
ogni franca giovinezza si formano gli eroi._
_È per l’ignota forza di pochi ignoti che si formano le compagini
formidabili._
Si spegnevano i fuochi dei bivacco. La notte scendeva sul deserto.
Diecimila uomini cercavano il sonno fra le tende e le sabbie, distesi
sotto le stelle, con accanto il fucile. Si udivano appena voci sommesse
e il trepestar dei muli e dei cavalli raccolti in cerchio intorno a
una palma, o a un palo, o a un carro nero. Era una notte africana,
tersissima, senza fiato di nebbie, sì che gli astri parevano più grandi
e più vicini e più profonda l’oscurità interposta.
E, sotto l’immensità, diecimila giovinezze tacevano nell’immemore sonno.
Qualche rado lume brillava tuttavia, qualche bagliore di fuochi
semispenti; ma dalle tende, ma dalle basse baracche non si udiva che
il pispiglio di qualche parola sussurrata nel sonno o il respiro uguale
del riposo dopo il travagliato giorno.
Fra le scarse palme, su le dune più alte, in tutta la vastità del campo
trincerato era trascorsa la pace. Solo, su le trincee ciclopiche,
passavano e ripassavano le ombre delle sentinelle. Un cerchio di
uomini vigili era intorno intorno. Si muovevano essi su le sabbie,
inavvertiti, contro la volta notturna.
Qualche stella che brillava più basso, fin su l’ombra di una duna,
poteva trarli in inganno e irrigidirli nell’attesa e così il tinnire
dei reticolati percossi dall’incauto che v’incappava; ma il primo
dubbio era tosto risolto dalla persistenza dello scintillio rossigno
ed il secondo anche, chè un subito mugolio indicava il trascorrere di
un cane affamato. Le ore si trascinavano a stento quasi che il sonno le
cogliesse per via e il loro andare fosse interrotto da pause.
La città della guerra giaceva nel suo vigile riposo avendo intorno
l’avida brama e l’urlo della barbarie. Ma pure qualcuno non s’era
inchino tuttavia su lo sparto o su la sabbia a cercarsi il consueto
giaciglio e, alla poca luce di un cero, o di una lanterna, curvo su di
una cassa vuota o su due zaini sovrapposti, scriveva ai lontani, al di
là del mare.
Altre ombre si aggiravano intorno alle tende del Comando e ad un
fonducco, nel quale giacevano promiscuamente i prigionieri. Un
giovinetto berbero, appoggiato allo stipite della porta, guardava la
notte, impassibile come se non fosse in prigionia, ma sull’entrata
della sua tenda al limitare delle Hammade.
Era in quel suo giovine volto come una volontà assidua che ne
impietriva il segno, sì che nè sorriso, nè dolore, nè altro sentimento
aggallava dall’anima a tale specchio muto ed arcigno. Aveva l’occhio
freddo ed acuto dello sparviero e di indoma fierezza. Immobile da
lung’ora parea attendesse dal cuor della notte un suo misterioso
messaggio, attraverso allo spazio taciturno. Due soldati l’osservavano
in disparte, e quegli che doveva guardare la preda umana gli passava
dinnanzi nel suo breve giro squadrandolo come chi poco si fida poi che
poco intende.
Poi qualcuno sopravvenne correndo. I tre soldati di guardia al fonducco
si volsero contemporaneamente dalla parte da cui giungeva il busso dei
piedi. Una voce chiamò:
— Cartesi?... Amendoli?...
— Presente! — risposero due voci forti.
— Venite subito!... Vi si vuole al Comando.
— Pronti.
Colui che rimase di guardia riprese l’assiduo giro: gli altri seguirono
il sopraggiunto. Come furono a una grande tenda illuminata ristettero
per ripartire poco dopo, essendosi spontaneamente offerti a un arduo
còmpito notturno. S’incamminarono per la notte senza parlare.
Attraversarono l’accampamento fra il sonno comune, fra il ritmo della
pace infinita. Da una baracca udirono una voce sommessa, una voce
trasfigurata dal sonno, invocare un nome; da una tenda, più oltre,
qualcuno rideva di un suo riso breve ed improvviso, interrotto da
strane pause in cui nulla si udiva; e la causa di tale gioia sognata
era segreta come ogni altra vita notturna. I muli dormivano in cerchio;
diritti i più, il muso atterrato e le froge pendule.
Al loro passare qualcuno volse lentamente la testa e sogguardò puntando
le acute orecchie. Furono al fonducco. Il giovine berbero era fermo
tuttavia nell’atto dell’ignota attesa. Non li guardò, nè si mosse, nè
battè gli occhi fermi.
Il soldato di guardia chiese loro:
— Dove andate?
— A Tripoli.
— A quest’ora?
— Sì.
Proseguirono calmi, col loro passo uguale, salendo e discendendo le
dune, lungo la pista carovaniera. Le profonde carreggiate su la sabbia
segnavan la via sicura.
Non potevano smarrirsi. Anche il fonducco si allontanò e non si udì
che il gran palpito notturno intessuto di suoni erranti, di soffii
improvvisi, di brividi d’ombra, di una vita che è simile al guizzare
degli astri nell’altro cammino. Su tale trama si levavano prossime e
remote le strida degli sciacalli.
Andarono senza cambiar parola, il fucile su la spalla; e il cuore aveva
il ritmo del passo sicuro.
Nè s’eran desti con la sera, nè avevan rinfrancata la forza loro nel
sonno. Fin dall’aurora eran stati nel sole, nel vento, a fianco dei
compagni, alla dura fatica, tenaci come il picchio sul saldo tronco,
allegri come l’allodola che canta e si veste d’aurora. I loro vent’anni
erano come una forza infinita che sempre soprastà ad ogni cura e sempre
è pronta oltre il sonno e il riposo. E fra il popolo aspro e torpido
delle terre africane, fra le genti imbestialite che s’inebetiscono nel
niente e rientrano, vive, nel cerchio delle cose morte, essi passavano
come una freschezza di pioggia improvvisa, come un lavacro di purezza e
un tumultuar di acque vive su la millenne aridità.
Risposero al richiamo delle ultime sentinelle, scavalcarono i
reticolati e le fosse di lupo, furon soli e la città della guerra
svaniva nella tenebra.
Non brillò intorno alcun altro chiarore che non fosse quello degli
astri. Appena avevano lasciato Ain-Zara che questa parve profondasse in
una lontananza incommensurabile. La notte ed il deserto mutavan valore
ad ogni distanza, ad ogni sensazione.
Come le prime dune furon dietro le loro spalle la solitudine divenne
compiuta. Dovevan percorrere sei chilometri prima di giungere alle
trincee di Bu-Meliana, dove sapevano del loro arrivo, eppure era come
se partissero per il cammino mortale delle Hammade o degli Edeien.
La loro vita dipendeva da un destino più che fallace. Ogni passo
poteva condurli all’agguato; ogni ombra poteva essere l’ombra mortale.
Andavano per un fantastico paese ignoto su cui ogni cosa viva non potea
più che trascorrere. Ma l’anima loro vegliava per gli occhi intenti
che già avevano penetrata la tenebra. Or pareva che una luce siderale,
immobile e fredda, diffusa come l’alito, scaturisse intorno dalla terra
spettrale. E sempre più dilagava senza muover ombre, trasfigurando le
cose che in lei sorgevano con profili di sogno.
Era come una fosforescenza di luna sonnolenta, presso a morir fra
le nebbie occidue. Gli aspetti diventavan fuggevoli, impalpabili,
giuoco di un inganno diverso ad ogni attimo, inafferrabili in un segno
preciso.
I due giovani proseguivano calmi, or salendo verso la sommità delle
dune come per una via senza compimento che non fosse il punto suo
estremo pel cielo; or discendendo nell’interposto solco come in un
sepolcro nel cuor della terra. Apparivano, disparivano, senza muover
l’eco di un suono, diritti al loro segno. Solo a volte, là dove la
furia del _ghibli_ aveva maggiormente sconvolta la mobile terra, i loro
passi risuonavano su la roccia con tonfi cupi, alternati da pause.
Non si apriva sotto i loro piedi una cavernosa immensità che dava il
rimbombo? L’identico pensiero attraversò il chiuso dell’anima loro
senza appalesarsi e con questo altri molti: precisi ed informi, vividi
e scialbi, di ricordanza e di desiderio.
Giunsero ad uno stagno. D’improvviso su la terra nera apparve una
tenuissima fosforescenza animata da più vive luci. Eran le stelle
rispecchiate dall’acqua immota. Scansarono una massa oscura, il
cadavere di un cammello, riverso sul pendio di una duna. Il collo ed
il muso eran contratti in tale arco di spasimo che pareva dovesser
schiantare; le quattro gambe intelite non toccavan la terra. Da presso
gli giaceva un mucchio di cenci, un basto capovolto, una stuoia e una
rete di sparto; poco più oltre era una piccola trincea scavata a furia,
con le mani, dal nemico in fuga, e una cosa informe: forse un morto.
Non vi posero mente. Ricordavan la giornata della vittoria, la lunga
attesa sotto la pioggia, sdraiati nel fango fra il rombare e il frullar
dei proiettili, poi i balzi in avanti, l’impeto irresistibile, la fuga
delle orde incomposte. Declinava il giorno, si accendevano i fuochi.
Gli accampamenti abbandonati ardevano in scoppi improvvisi; si levavano
alte, nella calma del vespero, le fiamme e le colonne di fumo.
Ad un tratto Cartesi disse:
— Dov’è la carreggiata?
Amendoli guardò intorno senza rispondere. Si fermarono. Lo stagno
s’incupiva sotto le dune e aveva perso di chiarore come si erano
avvicinati. Pareva una nera lastra cosparsa di fuochi verdastri, un
vuoto buiore intersecato da guizzi. Si udì un fruscìo e un tonfo.
L’immobile specchio si agitò tremando, le stelle vi si deformarono.
D’istinto i due giovani puntarono il fucile contro l’ombra ma altro non
si udì. Le concentriche anella diradarono, morendo alle rive, lo stagno
ritornò alla sua spettrale apparenza.
— Per dove si va? — domandò Amendoli.
Cartesi si volse intorno. Erano fra un angusto giro di dune in un
àmbito ancor più fosco.
— Vedi i fili del telefono?
— No.
L’ansia non fece tremare l’anima loro.
— Eppure siamo passati per di qua. Non ricordi quest’acqua?
— Sì.
— Ebbene, andiamo diritto!
Ripresero il cammino. Ancora non avevano salite le opposte dune che un
nuovo tonfo si udì alle loro spalle e questa volta più forte.
— Sta attento, — disse Cartesi.
Amendoli aveva il fucile alla spalla. Domandò con voce inalterata:
— Che sarà?
Nulla si vedeva rimuovere intorno. Attesero scrutando l’ombra e quando
parve loro che ogni maggiore sosta fosse vana ripreser la via.
Cartesi disse:
— Se sono gli spiriti, tanto meglio! Quelli non hanno lo schioppo!
— Sarà qualche bestia, — disse Amendoli. Poi qualcosa gli balzò
innanzi, con occhi di fuoco e dileguò mugolando.
— Hai veduto?
— Sì, un cane!
— Era uno sciacallo.
— Ciò che vuoi, ma non sparare!
Le carreggiate non ricomparivano, nè i pali, nè i fili del telefono.
Quando furono sull’alto di una duna si fermarono.
— Sai orizzontarti? — domandò Cartesi.
— Quando andavo giù pei tratturi con le greggi, verso Foggia, a
svernare, conoscevo le stelle della mia strada. Qui le stelle non mi
dicono nulla.
— Non importa. Ci sbrigheremo ugualmente.
Passò un silenzio.
— Le trincee sono laggiù!
— Dove?
— Là!... Hai veduto?
— Sì.
Una luce debolissima punteggiava la tenebra più presso la terra, in
fondo in fondo.
— È un lume dei nostri. Andiamo.
Appena avevan mosso tre passi che tutto scomparve. Ora le dune
erano più frequenti ed essi faticavano nel cammino. La mobile arena
appesantiva il passo, pareva vincolasse ognor più i piedi e li
inceppasse a trattenerli nel suo molle seno. Quello scendere e salire
disorientava i raminghi. Vagarono di duna in duna, il volto aggrottato,
gli occhi lucenti. Di repente Cartesi si fermò e disse:
— Ricorda che, nel peggior dei casi, non debbono prenderci vivi!
Camminavano da tre ore.
— Dovremmo essere arrivati, — disse Amendoli.
— Arriveremo.
— Bè. Sarà ciò che Iddio padre ha deciso.
E ristettero. Sentivano una grande volontà di riposo. Amendoli si
abbandonò prono sul pendio di una duna.
— Guarda di non addormentarti!
— No.
— Levati.
Innanzi a loro apparivano, abbandonate scompostamente, alcune cose
oscure e indefinibili alle quali non avevan posto mente a tutta prima,
intesi com’erano a cercar le pediche dello smarrito cammino; ora, nella
sosta, le guardavano.
Erano cadaveri insepolti, i caduti di quattro giorni innanzi
abbandonati dal nemico, nella fuga. Si vedeva l’avviluppo dei cenciosi
barracani e il gesto supremo dell’agonia. Uno si era irrigidito in
quel che puntava il capo e i piedi nell’urlo spasmodico e giaceva,
le braccia larghe, il viso orribilmente losco; un secondo sembrava
schiacciato e crocifisso alla terra e la sua faccia affondava nella
sabbia; un terzo era ruzzolato di fianco, le mani contratte sul cuore,
la bocca torta.
Non in un volto era la pace o un segno di divina grandezza. Intorno
intorno, cosparsi per un vastissimo raggio, giacevano bossoli di
cartucce, schegge di granate, avanzi di cuoi e di panni e di armi
infrante.
Era in tutto ciò una tragica solennità.
I raminghi ripreser la strada. Ora sentivano la necessità dell’andare,
per qualunque via, in qualunque punto pur di giungere a una
risoluzione. Più temevano l’aggravarsi della solitudine anzichè la
lotta e la morte. Più dell’uomo e della sua furia era grave il deserto
senza vie nel suo immenso silenzio.
Ancora tentarono dirigersi ma la morta terra non consentiva loro la
diritta via; li ingannava in un giuoco assiduo di cento cammini. Più
andavano e meno sapevan di giungere. Era una disperante lotta con
l’imponderabile: con l’ombra e la terra, con ciò che non si misura e
non si conquista, di cui, nelle ore più tragiche della nostra vita, si
sente l’infinito impassibile potere. A certe incrociate non resta che
affidarsi alla sorte. L’uomo e l’orgoglio dell’uomo rientrano nel mare
delle cose mute ed impossenti, sono riassorbiti dal silenzio che ci
attornia e ci sovrasta e verso il quale precipita ed annega ogni vita
ad adeguarsi nell’uguale profondità.
Su le sabbie non apparivano pediche di uomini o di cavalli. Forse le
orme loro eran prime e uniche in quella zona desertica e non avrebbero
avuto compagne. Si susseguivano appaiate e profonde in una fila senza
fine. Da cinque ore erano in via.
Amendoli disse:
— Riposiamo qui. All’alba si vedrà la strada.
— Bisogna giungere prima dell’alba! — rispose Cartesi e sentiva di
dir cose vane. E quando il lucore dell’alba vinse la notte e coronò il
levante della sua fresca tenuità, essi camminavano ancora, ma la loro
vigoria era per cadere. Fu allora che Cartesi mormorò:
— Sono stanco!
Si guardarono in faccia. Ogni potenza ha un confine. La lotta
col deserto è tremenda perchè è di una piccola volontà contro
l’impassibile. Li tormentava la sete. La stanchezza oscurava ogni loro
pensamento, li teneva in una torbida veglia piena di fantasmi. Erano
ormai come una sola persona, come un’anima e due vite. Si guardarono in
faccia. L’uno lesse negli occhi dell’altro la parola della disperazione
ma tale parola non fu detta, brillò nel raggio degli occhi solamente.
Reclini, la mano ferma alla bandoliera del fucile, continuaron la
strada.
Poi l’un d’essi gridò:
— Guarda laggiù, guarda!
— Dove?
— Là.... là.... non vedi?
— Son dei nostri!
— Sì, sì!... Siamo salvi!...
Amendoli lanciò la parola d’intesa:
— Italia!... Italia!...
Tacquero.
— Dove sono?
— Non li vedo più!
— Andiamo ad incontrarli.
— Aspetta, — disse Cartesi e attanagliò il braccio del compagno.
— Che c’è?
— Aspetta.
Avevan veduto in verità la veste grigia di due bersaglieri e l’elmetto
piumato; non si erano ingannati; la luce novella non consentiva
l’illusione.
I sopraggiunti erano scomparsi. Li avevano scorti ad una distanza non
grande e non era possibile non avessero udita la chiamata; non avevano
risposto. Dove andavano?
Un arruffio di pensieri contrari attraversò la loro mente torbida
tuttavia; ma d’improvviso i compagni riapparvero ad un trar d’arco,
sopra una duna. Balzarono su come decisi ad un inseguimento, si
fermaron di scatto.
— Che fanno? — domandò Amendoli. — Non ci hanno riconosciuti? Non ci
vedono?
Cartesi tacque ed il viso di lui s’infoschì. Vide i sopraggiunti
parlare fra loro, poi levar le braccia e rivolgersi intorno col gesto
di chi spia e teme un agguato.
— Che fanno? Chi aspettano?
Cartesi non rispose, si chinava lentamente stringendo il fucile. Disse
a voce spenta:
— Non ti muovere!
— Perchè?
— Sta zitto!
Si udì un urlo roco, e un altr’urlo più lontano. Apparve una fumata.
I dispersi avvertirono un fruscio alle loro spalle mentre gli
inesplicabili compagni non si muovevano più dall’alta duna.
Anche Amendoli aveva spenta la voce e l’orgasmo improvviso. Ancora non
si spiegava la ragione di tale sosta. Ma avvenne allora ciò che non si
sarebbe atteso giammai. Vide, trasognando, i due bersaglieri prender la
mira contro di loro e sparare e precipitar giù dalla duna, di schianto.
Cartesi aveva preveduto tutto, e in quel che pareva impietrire
nell’attesa, aveva risolta l’azione; anche gli era apparso un segno
che, riaccesa tutta la sua vigoria, lo aveva fatto conscio di una
possibilità inattesa. Gridò ad Amendoli:
— Non sparare!
E si gettò giù per la sottostante fossa a gran corsa. Gridò ancora:
— Presto! Presto!
Ma Amendoli gli era ai fianchi. Seguirono l’avvallamento, pratici del
favore dei luoghi e riudirono il trepestìo alle loro spalle. Un urlìo
si levò nell’alba.
Tentavano accerchiarli.
— Ci hanno presi!
— No, — ruggì Cartesi. — No!
Soggiunse:
— Appena li vedi, spara!... Mira giusto, per il tuo Dio!
Amendoli non intese. La corsa diveniva sempre più rapida.
Percorsero un laberinto di fosse e il passar delle palle si
moltiplicava. Non cercarono evitarle, non si arrestarono un attimo.
Più non pensavano alla vita loro. Morire per morire! Che importava
vivere?... Che cos’era la morte in quel punto se non un balzo
improvviso nel sonno da quella divina possanza?
Ora il trepestìo era più lontano e le voci più fioche nell’aria. Si udì
sul vento un grand’urlo diverso.
— Hai sentito?... Hai sentito?... — gridò Amendoli fattosi pallidissimo.
— Sì!... Sono i nostri!
— Attaccano!
Cartesi sostò, si morse una mano a sangue:
— Sacramento!... Ci sono sfuggiti!... — bestemmiò.
Poi ebbe un guizzo, avvinghiò alle spalle il compagno, lo trascinò con
sè contro la terra, in agguato.
— Sono là!... Sono là!....
Amendoli appena ebbe tempo di volgere gli occhi, che il compagno suo,
puntato lo schioppo, aveva disteso al suolo i misteriosi apparsi. Gridò
inorridendo:
— Che hai fatto mai?... Che hai fatto?...
Cartesi non rispose.
I due bersaglieri giacevano bocconi rantolando. Allora Amendoli si
lanciò a corsa e già era presso ai caduti quando l’un d’essi, levatosi
sul torso, lo prese di mira.
Cartesi parò il colpo gridando:
— Hai veduto, imbecille?
Poi si chinò sui vinti, li disarmò, tolse loro le vesti rubate per
l’ignobile insidia, e rideva e aveva gli occhi troppo lucidi per il suo
grande riso.
Ritto, fra il tempestar della morte, non sentì più che il canto del suo
cuore forte.
Trascorrevano su le prossime dune, i bersaglieri lanciati all’assalto.
Il Rosso.
“A tutti i soldati d’Italia che amarono e
morirono.„
_Chi vi saprà mai, uomini dal cuore robusto?. Eravate nei silenzi dei
vostri monti come le roveri e gli abeti, sperduti fra il pino e la
nube, o per la campagna senza strade, o nell’officina, nella città che
uguaglia, nella grigia monotona fiumana._
_A voi stessi ignoti come ad altrui. Rapsodi di una leggenda perenne;
creature di fede fra la morte di ogni Iddio; saldi alle vostre radici;
cuore della terra vostra._
_Uomini dal cuore robusto, chi vi guardò in faccia nell’ora scialba
della vita, chi vi scontrò per la via, sul monte, fra i campi,
nell’officina; chi visse con voi nella stessa nave non seppe la vostra
bellezza interiore. E i prodigatori di miseria non vi seppero nè coloro
che cercavano in ogni inferiorità plebea i gradi al loro dominio._
_Fermi oltre ogni moto effimero, taciturni fra il cicalare inverecondo,
soli nell’impeto della moltitudine, serbavate intatta in voi l’anima
della stirpe come un frutto sui rami più forti e più in cima, come un
lago di cielo azzurrino fra torbide nubi, come una solida ancudine ed
una falce fienaia._
_Uomini dal cuore robusto e vi siete ridesti nella terra sinistra,
fra i palmeti, dietro le trincee, presso i giovani sepolcri, sotto le
tende, agli avamposti._
_Un’anima istessa vi ha irradiato, figli di un’unica madre, più che
congiunti._
_Sempre sono nella tenebra le forze maggiori o migliori._
Passò uno squillo ed un silenzio.
La radura di Sidi Mesri fu d’un subito deserta.
Come il Rosso si ridestò e si vide solo, raccolse l’elmetto, si
levò stordito cercando orientarsi e si diresse verso una baracca che
occhieggiava lontana fra le trincee e il fogliame.
Nessun uomo più attraversava il campo; erano tutti ai loro ripari.
Qualcosa doveva accadere nel deserto benchè non si udisse il rombo
dei cannoni. Forse i nemici si avvicinavano, forse si preparava una
sortita. Come tale pensiero gli attraversò la mente, si affrettò ancor
più. Non voleva essere l’ultimo; non voleva che il padron suo andasse
solo al fuoco. Erano stati vicini e di notte e di giorno quando il
pericolo era più forte, quando la vita si misurava ad ogni respiro e
poteva spengersi senza parola, di schianto. Così doveva essere fino
alla fine.
Ansava affondando nelle sabbie e cercava aguzzar gli occhi nella gran
luce per sorprendere ciò che avveniva. Ma ancora non distingueva cosa
che gli rivelasse la ragione dell’improvviso silenzio.
Quando giunse alle baracche udì il primo rombo lontano. Passò un
boato che gli spersi echi dell’immensità si rimbalzarono; che rotolò
rovinando come una massa precipite. L’aria ne fu accesa. Il cuore
ebbe un sobbalzo. I soldati alle trincee erano intenti alle anguste
feritoie. Parlavano sommessi. Si udiva a quando a quando qualche riso
represso.
Il Rosso si guardò attorno. Non seppe che fare, cercò qualcuno che
gli dicesse ciò che accadeva. Un secondo boato squarciò l’immobilità
meridiana, poi un terzo, un quarto, e il deserto fu corso da una
colossale ruina.
Si udirono i primi colpi di fucile, lontani. Passò in quel punto un
plotone, a corsa. Il Rosso lo seguì e non ebbe tempo a chieder ciò che
voleva sapere, che, presso l’uscita, sul deserto, vide appostata la sua
compagnia. Non cercò più. Ora poteva accadere il finimondo, egli era
presso all’uomo per il quale l’anima sua di giullare aveva trovato una
gran luce.
*
Come i compagni lo videro si animarono in una subita gaiezza. Egli si
acquattò con gli altri e non fece motto.
Il viso di lui era tranquillo e l’ansito della corsa si spegneva. I
suoi piccoli occhi, sotto le grandi ciglia inarcate, avevano una beata
luce di contento. Ma ancora non era al punto ch’egli manteneva sempre
ogniqualvolta uscisse per il deserto co’ suoi. Si spostò a piccoli
balzi, raggiunse le prime file presso il suo capitano. Questi non lo
vide o non gli pose mente.
Conversava sommesso con altri del suo rango e scrutava la fulva
distesa. Il Rosso lo guardò a lungo quasi ad accertarsi ch’egli fosse
ben vivo, poi non pensò ad altro, nè dove sarebbero andati nè a ciò
che stava per accadere. Se il capitano era innanzi, tutto poteva farsi.
La voce di lui, il suo viso e l’anima sua trascinavan le genti. Uno si
dimenticava di essere e dimenticava l’egoismo suo. Il coraggio nasceva
da quell’uomo solo, che sapeva parlare ed agire e sapeva le cose dei
libri e non temeva la morte. Gli uomini semplici si affidavano in lui,
non avevano che il suo nome e la sua volontà. Egli li faceva più grandi
e lo sentivano. Il bisogno di adorazione che è nell’anima popolare,
la necessità di credere, di consacrarsi, di morire per la bellezza di
un amore e di un entusiasmo, trovavano campo a fiorire per quell’uomo
dalla figura maschia. I suoi silenzi erano interpretati a grandezza, le
sue parole erano ricordate.
Un giorno ch’egli s’era fermo, al ritorno da una battaglia, per lasciar
passare un morto e, fatte presentar le armi, aveva detto poco, non
più di ciò che dice un singulto in fondo alla gola, tutti, impietriti
nell’atto solenne dell’estremo onore a chi aveva compiuto il transito,
tutti avevano pianto.
Egli aveva un modo di dire, quando l’anima gli parlava, un modo tale di
significare il suo pensiero umano che era come se egli entrasse dentro
ciascuno e si portasse il core con lui, nella sua luce. Per questo
poteva chiedere agli uomini ogni ardimento ed ogni devozione, perchè
era adorato, perchè era colui che, se comanda, ha con sè la sua forza
e la sua luce e la convinzione di chi lo segue. Viveva sempre in mezzo
alla gente sua, ma questa lo sentiva vicino e lontano, sentiva che
sarebbe stato il primo a morire e che nessuno mai avrebbe potuto essere
ciò ch’egli era. C’era in lui qualcosa che dilagava oltre la misura
comune, oltre il comune concepimento: un nulla, un tutto, l’ombra di
un’anima gagliarda che è ad un tempo nella vita ed oltre la vita e
si proietta nel mistero. Per la sua gente egli sapeva tante cose che
nessuno aveva sapute mai, tante cose che sono la fermezza di chi deve
agire e morire.
Era l’uomo che sa reggere e condurre e disciplinare il destino di cento
vite e in sè le accentra sicuro, fermo al suo punto oltre la tenebra e
con sè le conduce alla vittoria e alla morte.
Egli aveva tratto sempre la volontà eroica, l’entusiasmo vibrante,
l’amore delle purissime idee dall’amorfa massa degli uomini la quale
ha un’anima bambina e molto non sa e tutto attende. Per questo era un
eletto.
Il Rosso non si spiegava tutto ciò come non se lo spiegavano i compagni
suoi; egli non si era mai chiesto un perchè nella vita, aveva sempre
seguito il suo impulso e il suo destino e nulla più; solo sentiva di
esser diverso da quello di un tempo, di avere acquistato qualcosa che
lo faceva migliore, e non sapeva che, e si era dato tutto quanto a
colui ch’egli teneva come un suo Iddio su la terra.
La sua buffa figura di uomo sbilenco, dalla faccia nella quale si era
annidato durevolmente il riso, il riso che dissonna ed abbrevia le dure
giornate, si raccoglieva ora nell’attenzione. Seguiva con gli occhi il
gesto e il rimuoversi del capitano, innanzi a lui.
I compagni lo guardavano motteggiandolo, non rispondeva. Avrebbero
potuto parlare per l’eternità senza che egli rifiatasse. Gli piaceva
di portar la gaiezza con sè, ma l’anima sua era altrove in quell’ora.
Serena sì, e indifferente agli avvenimenti, ma tesa verso il signor
suo, vigile intorno a lui come l’aria e l’ombra e la luce che irradia;
distesa a’ suoi piedi, lanciata innanzi per lo spazio verso il nemico
e la morte. Ma come ogni suo atto era ridevole, come la sua faccia
non poteva esprimere sentimento che non si deformasse a gaiezza, sì
come era egli il giullare, l’eterno giullare dalla costretta smorfia
per quella sua maschera di cui non si poteva disfare, i compagni
continuavano a motteggiarlo e nessuno sapeva ciò che era in lui, ciò
che si rimuoveva nel suo profondo, nella sua ingenuità nativa, nella
sua bontà grande.
Gli usciva di sotto l’elmetto, ricco di iscrizioni, una tega di capelli
rossi e gli scendeva per la fronte fin su le ciglia troppo arcuate come
in uno stupore un po’ sciocco per le cose circostanti. E la sua stretta
faccia dal lungo naso, aveva la bocca tonda, troppo tonda e piccina,
compiuta in un cerchio ingrossato dalle labbra unite. E su le labbra
eran tre peli grifagni, ed altri peli su le mascelle, ed altri presso
la fronte. Gli occhi eran piccoli, rotondi, troppo vicini al naso,
di un color di fumo, eternamente umidi, mobilissimi e seri ma di una
comica serietà e si muovevan guizzando ai boati delle cannonate che
rotolavano, come per iscoscese montagne, giù per l’aria serena.
Poi si udì un rombo altissimo, dal mare, e un ululo di vaporiera
lanciata a precipizio passò sul loro capo. Si vide il deserto lontano
eruttar nell’aria una colonna di fumo e di terrame e di fiamme.
— O Rosso, Rosso!... Ê passata una cincia!...
— Acchiappala Rosso, acchiappala!
— O Rosso!... Rosso!... Rosso!...
E le risa sommesse si propagavano da gruppo a gruppo.
Egli non udiva e non prestava mente alle voci che si incrociavano.
Quando il suo capitano si volse e fece un cenno egli era in piedi
vicino a lui. Non fu scambiata parola. Uscirono di corsa fra i
reticolati; superaron le prime dune; scomparvero.
*
Nell’impeto della battaglia, quando più nulla si vede se non la
barriera da infrangere, il punto da superare, nessuno più aveva badato
a lui; l’avevano dimenticato come si erano dimenticati; ma ora che
stavano per rivarcare le trincee lo cercarono inutilmente nel loro
numero e inutilmente si interrogarono. Il Rosso non c’era più. Fra
gli scomparsi eran due che lasciavan più vuoto: il capitano e la sua
ordinanza.
Del capitano sapevano di averlo veduto, nel momento più critico
dell’assalto, lanciarsi innanzi con la rivoltella spianata e
scomparire; ma del Rosso non sapevano nulla, non ricordavano nulla,
nessuno l’aveva veduto se non quando uscivano dalle trincee per
tentare l’aggiramento del nemico. Dov’era?... Era forse morto come il
signor suo? O disperso? Nonostante l’estrema stanchezza, gli uomini si
raccolsero in crocchio e avevano il volto oscuro e parlavan sommessi
come quando il dolore non consente espansione nessuna. Era scomparso
un uomo e l’ombra di un uomo; una volontà grande ed una devozione più
grande ancora.
Volgeva la sera; si consigliavano. Perchè non sarebbero usciti? Forse
vivevan tuttavia, forse eran l’uno accanto all’altro, nella gran
distesa, dispersi. Perchè non andare alla ricerca? A venti uomini
risoluti tutto era possibile e meglio era non ritornare anzichè
starsene con un rimorso nell’anima. Risolsero di partire ma non fu loro
concesso chè sopravveniva la notte.
Un piemontese gagliardo e testardo preferì gli arresti alla
rassegnazione. Che importava agli altri della loro sorte se essi soli
avevan deciso? Ma non partirono. Fermi presso le trincee, guardarono
il deserto per le feritoie, e la luce moriva e l’aria era rossa come il
sangue e la brage.
Una scomposta nuvolaglia si addensava intorno all’astro che discendeva
nei cieli ignoti sotto alla terra.
Nessuno parlava più e ciascuno sentiva per la prima volta in cuor suo
la vastità della morte, l’immenso valico che resta fra chi trapassa e
chi attende al di qua della riva e figge inutilmente gli occhi suoi
vani nel poi. Dov’era la voce, il gesto, il comando, il fascino, la
grandezza del loro Condottiero? Chi aveva potuto annientare tanta
energia e tanta parte di ogni loro virtù, in un baleno? Era egli
morto?...
Qualcuno sognò di vederlo ancora; qualche altro lo pensò diritto nella
notte dell’interlunio, solo e padrone nel cuor del deserto e dietro lui
era l’ombra ridevole, l’ombra tragica e sbilenca del Rosso.
La leggenda sorgeva dal gregge taciturno.
E giunse la notte e pochi preser sonno fra le palme e le norie, nei
loro giacigli di sparto.
*
Ora v’era stato un punto nella battaglia, un punto di incertezza in cui
conveniva risolvere un dubbio per decidere l’azione più valida e far
volgere le sorti propizie.
Un fonducco nel quale si eran riparati gli arabi a tutta prima, battuto
poi dalle artiglierie, era apparso deserto con le sue enormi brecce sui
muri pencolanti; ma conveniva esserne certi per tentare l’avvolgimento
dell’ala nemica avendo sicure le spalle.
Tale necessità aveva spinto il capitano, nell’attimo decisivo
dell’attacco, a chiamare a sè tre uomini prodi e a dirigersi con loro
verso il fonducco. Il Rosso non era stato del numero per elezione, ma
non appena aveva veduto allontanarsi il Condottiero coi tre compagni,
si era aggiunto a loro senza nulla domandare, solo per la necessità di
essere dov’era l’uomo della sua vita.
Ed erano andati guardinghi, scivolando fra le sabbie dietro Colui che
li guidava sicuro, al punto della loro sosta.
Avevano percorso quattrocento metri di strada, apparendo appena sul
dorso di qualche duna, sol per l’attimo dell’orientamento e ripiombando
distesi nell’interposto solco. L’aria era lacerata dalla terribile
gragnuola dei _mauser_. I dorsi delle dune si coronavano di fiocchi di
sabbia là dove battevano le palle.
Giunti in vicinanza del fonducco, che sorgeva fra tisiche palme,
avevan veduto sull’uscita, presso ad un pozzo, un gruppo di cadaveri
ammassati, e, poco più lungi, un cavallo bardato era avvinto tuttavia
ad una palma, per la capezza. Era quella la cavalcatura di un morto o
indicava la presenza di qualche superstite? Ristettero un attimo nel
nascondiglio, poi ne balzaron fuori tutti cinque e si diressero a corsa
verso l’entrata del fonducco.
Entrò primo il Capo, con la rivoltella spianata, poi il Rosso, curvo su
la sua baionetta e gli altri.
Il vasto cortile era deserto. Lungo i muri di cinta eran cumuli di
macerie sotto le enormi brecce, poi un tritume di cose immonde e
indefinibili e un barracano presso una pozza di sangue. Nulla più. Sul
fondo, contro all’entrata, si aprivano i foschi rifugi, difesi da neri
usciuoli, quali aperti e quali serrati. Senza indugio gli esploratori
si diressero a quella volta. Furon nel primo rifugio, nel secondo, nel
terzo; tutto era deserto, senza traccia di passaggio recente; ma quando
entrarono nell’ultimo, una violenta detonazione li accolse. Uno dei
loro piombò di traverso.
Acquattato in un angolo, un nero del Sudan stava per riprender la mira
ma non gli valse il tempo che, a sua volta, stramazzò stecchito.
Ora si volgevano per togliersi dal fetore di quel canile e rifar la
strada compiuta quando udirono un rapido ciabattare nel cortile.
Il capitano impallidì; gli altri gli si strinsero intorno. Videro un
attimo lo stiparsi dei ceffi cani su l’entrata del fonducco, poi la
porta fu solidamente barricata.
Da quel punto cominciò l’impari lotta. Sui muri grommosi e su la porta
eran praticate esigue feritoie, ciascuno si inginocchiò presso la
prescelta e lentamente, senza dir parola, lasciò partire il colpo a
mira aggiustata. E le ore trascorsero, discesero verso la livida sera.
S’infiammò l’aria del morire del sole che essi non eran più se non tre
alle difese: il capitano, il Rosso e Giuagnu; gli altri eran morti.
Poi anche Giuagnu cadde, gridando un nome di donna, e chiuse gli occhi
per sempre sotto il raggio sanguigno che penetrava a sghimbescio dalla
sua feritoia.
Discese la notte e non furon che due: il capitano e l’ombra sua fedele,
l’ombra ridevole dello sgorbio umano che credeva nel suo Dio.
I nemici si eran diradati, eran corsi altrove per un subito richiamo,
s’eran sbandati ciabattando e urlando fra le dune. Forse si apriva,
come per le stelle, una via deserta ed immensa fra la morte, una strada
segnata da un bagliore nell’immensità, verso le trincee lontane.
Il Rosso si levò, non gli restavano che dieci cartucce, era ferito
ad un braccio. Si levò dalla sua feritoia che tutto era silenzioso e
profondato nella notte illune. Giacevan di traverso, per la stanza, i
compagni suoi, senza più voce; il simulacro dell’uomo poi che l’anima
era esulata.
Il Capitano non fiatava, non si muoveva. Aveva il capo appoggiato
al muro, guardava lontano nell’ombra remota, oltre l’ombra, nel suo
mondo di impero. Che cosa pensava? A chi parlava? Che vedeva mai
nell’invisibile? E il respiro di lui era lieve come il volo della
falena e gli occhi eran fissi, sbarrati, grandi come la notte e il
cerchio della notte fra terra e terra. Il Rosso attese, ricaricò il
fucile per produrre un suono che distogliesse l’ultimo compagno suo dal
profondo silenzio, ma quello non si mosse.
Allora si inchinò a guardare per la feritoia e non vide che le stelle.
Che c’era adunque oltre quei bagliori, nella vastità? Che scrutava mai
in tanta tensione?
Sentiva un mistero troppo grande gravargli su l’anima; gli parve che
il Signor suo più non fosse presente e si allontanasse col pensiero
taciturno per le grandi vie che gli ignari non sanno.
Andava verso l’ombra, oltre l’ombra; forse penetrava in quel gran
chiuso che solo valica la morte. E un senso religioso lo tenne diritto
e muto innanzi a quel silenzio. L’ora trascorreva.
Poi qualcosa si rimosse e il Rosso chiamò con voce di sonno, appena
appena viva, chiamò:
— Signor Capitano?
Non rispose. Chiamò ancora ma l’altro era intento al cammino terribile
degli astri là dove l’anima annega.
Allora tese una mano, glie l’appoggiò su la spalla, ma lieve che non
gli paresse irriverente l’atto, e si chinò a parlargli, ma adagio che
non si dovesse volgere turbato.
Non si volse, non mosse quegli occhi suoi troppo larghi e la bocca era
chiusa.
— Signor Capitano.... sono partiti.... la strada è sgombra.... gli
altri son morti.... signor Capitano.... non si può ritornare?
Ma in quel che si levava disilluso, l’altro si chinò un poco da banda
ed egli lo vide scivolar giù e cader contratto e così giacere senza più
moto.
Allora si sentì scosso dalla cima dei capelli alle calcagna, si sentì
smorire in un gran gelo.
Anche il Signor suo era con gli altri, nel mondo degli altri distesi
intorno, oltre la notte e lo spazio ed il mondo visibile.
Ed il suo volto grottesco, per la prima volta, seppe la smorfia del
pianto e pianse!
Poi spalancò la porta barricata e, chino sotto l’umano fardello,
scomparve nel deserto.
Ed era l’alba quando il grido passò su le trincee:
— Il Rosso, il Rosso, il Rosso!...
Dopo una notte di somma stanchezza e d’incubo, la festosità giovanile,
che sempre dimentica e risorge, si scagliava incontro all’idolo suo che
ritornava solo, vivo e salvo dal tetro deserto.
— Il Rosso! Il Rosso!..
— Viene e ci porta qualcosa!...
— Ci porta l’arabo cane!...
— Ci porta l’oro del Re pastore!...
La sua figura sbilenca si delineava sempre più vicina e proseguiva
ferma, rigida, muta sotto il suo fardello.
— Che cos’ha su le spalle?
— O Rosso che cosa ci regali?...
Poi una voce gridò:
— Silenzio!...
Ed un’altra, più sommessa:
— È un morto!
— Un morto?...
Tutti sbiancarono e s’adunarono.
Ed ecco che il tragico giullare ritornava dal deserto ed aveva il suo
Dio su le sue magre spalle. Lo videro avanzare, e non videro la sua
faccia.
Entrò a passo fermo e non videro la sua faccia ma quella dell’altro,
rivolta al cielo.
Nessuno più fiatò di fronte alla divina santità di quel ritorno.
Un’ora dopo, i piccoli soldati grigi, stretti in quadrato, presentavano
le armi a un morto e ad un moribondo.
Commiato.
Dionisio narra come gli Aborigeni, allorchè erano cresciuti in gran
numero, usassero inviar fuori dalle loro terre la _gioventù sacra_.
“I padri usavano veramente, che quando fosse accaduto, o che la turba
e la moltitudine in tale modo fosse nelle città cresciuta, che quindi
ciascuno non avesse abbastanza potuto nutrirsi; ovvero che la terra
fosse divenuta per la gravezza del cielo più sterile, o che altro caso,
o buono, o cattivo avesse loro imposto la necessità di sminuire la
moltitudine da casa, dedicando tutti quelli che nascevano in quell’anno
ad uno degli Dei, li mandavano a ordine d’armi fuori della propria
terra.
“.... E quelli partendosi, certi di essere per non avere più terra
paterna, se non se ne acquistassero dell’altra ove fossero ricevuti,
avevano in luogo della propria patria tutto ciò che si acquistavano
con l’armi, o che loro per grazia era conceduto, essendo fermamente
persuasi che quel Dio, cui si dedicavano, sopra le umane forze aiutasse
coloro che la nuova Colonia formavano.„
Così, nella notte dei tempi favolosi, usavano i primi popoli della
nostra terra.
L’Iddio degli avi remotissimi ha vegliato la novella Primavera. Le
millenarie virtù son riapparse. I favolosi Aborigeni del Lazio hanno
lasciato, passando, la loro sementa. Nelle tradizioni dei nostri popoli
è una luce del loro albore. Mutate le lingue, i costumi, le religioni
non è mutata l’anima. Il pastore che cerca i presagi nelle stelle;
l’agricoltore che accende i roghi al nuovo sole; il navarca che va solo
nella selva dei pini, quasi ascoltasse un Dio, a trascegliere l’albero
della sua nave, compiono, inconsci, il rito più che millenne delle
stirpi primève.
L’anima dei popoli non varia: tenace e pervicace, vive nel suo
crepuscolo e solo appare, attraverso alle età, nei grandi fatti
storici; si appalesa attraverso agli enormi sfaceli e dal buio delle
età silenziose. Non traligna. È come la rovere, da cui la dolce favola
la disse nata.
Dall’arruffio dei popoli autoctoni che si fondono, si combattono,
immigrano ed emigrano da regione a regione; dal caotico sovrapporsi
delle turbe, erranti alle soglie della preistoria, si sprigiona
talvolta una voce. Ascoltiamola. È il segno della tradizione; è la
radice madre dell’albero antichissimo. Un bagliore ci illumina. La
nostra ansiosa ricerca trova un varco per il roveto. La corrente
sotterranea si appalesa per una fonte improvvisa; possiamo risalire
dalla valle alla montagna; una unità ininterrotta ci appare raggiando.
Il popolo più perseguitato e più sconvolto è forse il più intatto fra
quanti ne sono per il mondo; è quello che oggi ancora ricorda le sue
origini attraverso il suo carattere agricolo-pastorale.
Gli Umbri, i Siculi, i Tirreni, gli Etruschi, i Liguri, i Latini, i
Messapi, i Piceni, gli Eneti, tutta l’immensa fiumana di genti che
appare e scompare fra la leggenda ed il mito, fra il noto e l’ignoto,
attraverso civiltà prodigiose e primitivi costumi, ci ha lasciata
un’eredità vetusta. Di lei si sono venute formando le nostre stirpi,
quelle che Roma unificò nel suo nome e che si avvincono ora per legami
più saldi.
I Numi indigeni non sono morti mai. La decadenza non ha segnato che un
sonno. Ma i costumi e i caratteri solenni, per le remotissime origini,
non si riconoscono a occhiate fra le moltitudini turbinose, conviene
ricercarli pei silenzii. Le nubi velano le montagne immutabili. Dio mi
dia lena a salire per le cime là dove io voglio cogliere l’anima delle
stirpi italiche.
L’iddia Matuta, sacra al mattino ed al mare, della quale i Latini
salvarono il tempio, quando dettero alle fiamme la città di Satrico,
ancóra si è levata sorridendo innanzi all’impeto del nostro Destino.
E benvenuta sia l’Iddia del mattino e del mare nel nome di tutti i
nostri morti che la videro negli occhi arrovesciandosi; benvenuta sia
per il nostro cuor rinnovato.
La terra ostile ne ha saputo il fremito. Dalle _sebke_ dei confini
alla profonda baia di Tubruk il suo grido è passato. La razza derisa
si è rinnovata nel suo nome. Il sogno del Grande di Gibilrossa trova
ora la sua alba lontana. Alba radiosa sopra le croci disperse fra le
palme e le sabbie. Gli uomini del mare tenner le terre contese finchè
non sopravvenisse la fiumana giovanile, i mille e i mille discesi dalle
montagne, dalle alte valli, dai pianori; adunatisi pei borghi, le ville
e le città; usciti dalle officine, dalle miniere, dalle aie, dal solco
diritto, dalle scuole, dagli impieghi, dai palagi. Tutta la giovinezza
migliore dalla Lombardia alla Sicilia, dal Piemonte alle Puglie,
dal Veneto alla Sardegna si adunò. E le caserme e i treni e le città
maggiori rigurgitarono di armati.
E là dove apparvero, là dove squillaron le fanfare gridò l’anima ebbra
della moltitudine latina.
Si videro disertori, emigrati, genti sperdute rivalicare il confine pur
di trovarsi nei luoghi della guerra; i volontari si moltiplicarono,
i vecchi si fecero innanzi, il popolo, tutto il popolo sentì l’ora
storica; la comprese, la volle.
Le antiche violenze non ebbero campo; ogni reazione fu impossente:
non si cozzava contro la volontà di un uomo, di un Governo, di un Re
ma contro la formidabile volontà di un popolo. Nulla c’era e nulla si
udiva oltre l’orgoglio di razza che ci toglieva dalla nostra vergogna.
Troppo avevamo sofferto e sopportato, troppo si erano incurve le nostre
spalle alle umiliazioni dei barbari e dei civili; il nome “_italiano_„
suonava troppo basso; l’ingiustizia era palese; si sentiva la forza
di vendicarla e la si vendicò. E allora l’invida Europa divenne una
pallida soavissima vergine, tutta immughettita nella sua castimonia,
querula di ogni male, rispettosa di ogni diritto inesistente, redimita
di pace e di ulivo. Non mai la storia l’aveva veduta tale, ma la
prodigiosa metamorfosi si operò perchè la piccoletta umile Italia più
non ubbidiva al guinzaglio, e, rotte le casalinghe consuetudini, era
uscita dalla soglia erbita per il mondo. E uscendo, per la prima volta
in sua vita, non aveva badato agli interessi altrui ma al proprio
interesse e aveva levata la voce e la volontà e la spada. Il mirabile
languido amore internazionale che aveva accompagnata la celebrazione
del nostro cinquantenario si convertì in odio improvviso, in livore
accanito e fu detta di noi ogni più turpe ignominia. Era bene ed era
tempo! Un valore reale, nella bilancia dei popoli, non lo si accoglie
mai con benigna ospitanza. Le ingiurie, le calunnie, le invettive erano
il battesimo della nostra entrata nel novero delle Nazioni che possono
avere una volontà ed una forza per imporla. Il popolo d’Italia aveva
ricostruito nel silenzio il suo Tempio, era giunto ai fastigi, voleva
coronarli di gloria.
Ogni settimana ebbe il suo episodio; ogni episodio i suoi atti di
eroismo. I Condottieri caddero a diecine, impassibili, diritti contro
l’infuriare nemico come se ciascuno portasse su la sua fiera fronte
la fierezza di tutta l’Italia. Dalle masse sorsero i semplici umili
eroi, le divine abnegazioni, le prove magnifiche. La nostra è stata una
volontà multanime, un impeto di milioni.
A Venezia una moltitudine di fanciulli salutò, con l’inno del poeta
eroe, il risorgere del bel campanile e la folla, assiepata intorno,
ascoltò, nel silenzio che precede l’impeto irrefrenabile della
commozione; a Siracusa, a Taranto, a Napoli, a Roma il canto fu
ripetuto a clamor di popolo per le strade e per le piazze. Non si
compì cosa che non si illuminasse del riverbero della novella fede
robusta. Tripoli non fu per la turba una regione nè una città barbara
conquistata all’Italia, fu il nome casuale che significò un risveglio.
Si fosse pure trattato dì uno scoglio su l’abisso doveva conquistarsi,
doveva essere nostro a costo di qualsiasi sacrificio per una di quelle
imprescindibili necessità ideali a cui i popoli, a volte, si votano
d’improvviso per la bellezza della vita. Era il necessario altare della
nostra fede, era la reazione a tutte le buie pedestri dottrine che ci
avevano oppresso.
E i soldati, usciti dal popolo, per questa luce solamente si votarono
alla morte.