VIII.

Ancora il fanciullo implorò con la sua voce dispenta:

— Lasciami qui. Viene il buio.... non arriverò alle trincee!...

Salvati!...

Ma Ombra non rispondeva. Una tremenda furia di vento scendeva

dall’oscura vastità traendo seco nembi di sabbie che saettavan

nell’ultimo crepuscolo, simili a impenetrabili nubi rigonfie levate

dalla terra alle sommità dell’aria. La notte era prossima. Là dove

l’astro era disceso, sui cieli della stella d’oro, saliva, fra

l’abbaglio ininterrotto dei baleni, una cupola nera e densa e grave

come il piombo; saliva compatta, lasciando un deciso confine fra sè e

il sereno, senza interposte nubi. E dal cielo alla terra era un diffuso

orrore.

Ombra si fermò. Depose il ferito allo scarso riparo di una duna; gli si

pose contro, dal lato in cui il vento più faceva impeto; si accosciò;

tacque.

Furio Valerio chiuse gli occhi come a sopire la viva sofferenza ed era

esangue, di un bianco pallor mortale.

Non dissero verbo. Sentivano la furia degli elementi rompere

l’enigmatico silenzio come se nessun’altra voce potesse essere fra

cielo e terra là dove l’uomo non giunge, nessuna voce diversa da quella

della morte. Superati gli effimeri confini, usciti dalla lieve trama

delle apparenze e degli inganni e dei falsi valori era dunque quello

l’aspetto di Dio?... La parola dell’immensità eterna e della sconfinata

morte?... Tutto non era più di una festuca, più di una gola che trilla

nell’attimo, fra gli astri, e da sola si ode e si duole e muore, sempre

da sola fra l’impassibile.

Ombra, l’uomo ridesto, levò l’arsa faccia contro i cieli remoti, fissò

gli occhi sul brivido dei baleni, sentì un gran freddo, sentì come se

una volontà inespressa ma presente e diffusa per ogni aspetto ignoto,

l’opprimesse senza tregua sotto il suo segno deciso.

Il fanciullo taceva, raccolto sotto la mantella di cui gli aveva

coperte le spalle e non apriva gli occhi se non per guardare il

compagno in una adorata tenerezza. La notte era giunta. Era giunta con

la rapidità del fulmine, chiusa come il sepolcro.

Ombra si levò. Gli parve che il vento lo avrebbe guidato come guida la

rondine sul mare, quando emigra; come conduceva le gru che passavan su

la sua casa, nelle notti più fonde e più tempestose del novembre. Tanto

valeva cadere in quel luogo o più innanzi. Ciò deve l’uomo: camminare

anche se gli appaia vana la meta, anche se il suo sangue l’abbandoni

e la vita, a mezzo la strada; ciò deve, sotto il mistero, per levar la

fronte pallida e grande alla luce degli astri.

E come disse:

— Andiamo!

Il fanciullo levò un poco il capo e rispose:

— Lasciami qui!... Lasciami morire qui!...

Trascorreva il mugghio delle raffiche violentissime e il cielo si

accendeva rivelando una spettrale profondità senza fine.

— Andiamo! — riprese Ombra e si chinò.

L’altro non disse parola, tese le braccia alle braccia che gli si

tendevano, si sollevò ripiegandosi sul saldo torace dei compagno.

Furon per via, sotto il turbine.

Poi Furio disse:

— Sanguini....

Ombra rispose:

— No!

E nessuno lo vide sotto il suo carico se non l’occhio dei baleni,

nessuno seppe il suo martirio se non il cuore suo, grande come la bontà

che tutto perdona sapendo, e ricinge l’orrore di una fresca ghirlanda.

Andava e andava, reprimendo in sè la voce del suo spasimo, cercando

una forza sovrumana, costringendosi al martirio il quale per macerare

il corpo nella grandezza del volere, dona all’anima, più libera, due

grandi ali al suo volo.

Non si domandò se era quella la strada, non cercò tracce per dirigersi.

A quando a quando la notte si squarciava in una fulminea rivelazione

sotto le vampe verdigne e allora appariva la terra, la dolorosa terra

del suo cammino. Ma quanto si appesantiva il passo ad ogni nuova duna!

Ogni duna doventava un Calvario ma non vinceva la volontà di lui.

Giorgio degli Antoni non seppe il gelo della disperazione; l’anima

della sua razza fu in lui come il ferro nell’antenna della nave e

le chiavarde nelle torri centenni e lo resse; l’anima non per anco

rivelata nel bestemmiare della vita trascorsa fra le tane delle talpe

e le aridità dei retori, ma viva solamente e solamente intiera nell’ora

del suo amore e del suo martirio.

Si era detto di morire e sarebbe morto nè gli sembrava grave lasciar

la vita se pure, dal fondo di una incommensurabile distanza, gli

sorridevano gli occhi dolci ed ardenti di una giovinetta, in una

promessa attesa da troppo tempo perchè non dovesse turbarlo. Ma si era

detto di morire, aveva fermato in sè il suo patto.

E scendeva e saliva fra il balenare sempre più frequente, investito

dalle raffiche; la gola, gli occhi e le narici riarse dalle sabbie.

La tempesta rinvigoriva col crescer della notte. Ora si udiva un cupo e

continuo bubbolìo, un rombo e un rimbombo e lo schianto delle folgori.

I baleni spesseggiavano. Dalla terra al cielo, la lotta, pur dianzi

accesa fra gli uomini, si rinnovava nell’impeto titanico dei venti

contrari. E nessuna rivelazione era innanzi al cuore dell’uomo e nulla

scendeva dall’abisso ai sensi della creatura che non fosse affanno ed

angoscia e rovina.

Camminare, lottare, morire. Ed oltre la morte quale altra lotta

coglieva la nostra sostanza a erigerla al lume di un astro, a una

coscienza nuova? Dove era la fine del gurgite? Dove mai la tenebra

senza raggio e senza moto e senza il palpitare di un Dio?

Due uomini andavano per il deserto: anzi un uomo ed un fanciullo, una

sola volontà sorta di pianta millenne pel fior di una stirpe tenace

e su questa s’aggravava ogni angoscia ed ogni sofferenza, invano.

Fin che il cuore reggeva, fin che le forze non fosser venute meno

di schianto, Ombra avrebbe proseguito, si sarebbe trascinato innanzi

senza rivolgersi, senza misurar la via. Ogni pietà pel suo soffrire

era morta; tanto aveva martellato il suo volere in sè, da renderlo

insensibile.

Ancora si fermò. Riprendeva lena solo allora che si sentiva prossimo a

procombere, solo allora quando il suo passo si attardava ed egli cedeva

sotto il peso intollerabilmente grave. Come le altre volte depose il

ferito al riparo di una duna e gli si accosciò a lato senza parlare.

Avrebbe voluto che Furio Valerio non avvertisse se non la presenza

dell’amico, come una certa salvezza, come una vigile forza incrollabile

e nulla più. Il suo nome non importava, la sua parola era vana. Si

chiamava Ombra.

Tacquero. Anche Furio Valerio non ebbe parola. Lo vedeva ad ogni

lampeggiare con gli occhi chiusi e la bocca serrata e, se accostava

l’orecchio, sentiva il suo respiro interrotto. Gli posava la rude mano

callosa, su la fronte: era fredda.

La bufera era sui loro capi, fra il tempestare di un vento gelido. Ora

abbrividivano.

Incominciò un dirotto imperversare di pioggia.

Allora il fanciullo si riscosse, si levò un poco sul torso, tese una

mano, disse a pena, e Ombra sentì il tremito della mano diaccia, disse:

— Addio!

Fu un silenzio. Ombra sapeva portarlo ma non sapeva le parole che

consolano. Lo strinse forte, lo coprì; gli si chinò più sopra per

ripararlo dal diluvio. Ma Furio Valerio non lo vedeva più; parlava ai

fantasmi del suo farnetico.

— Non ho nulla.... Eravamo soli.... lontani!... No.... non ho nulla....

guarda.... guardami, mamma!...

Ombra ascoltava.

— Bisognava vincere!... Bisognava vincere ad ogni costo!... Perchè non

mi perdoni, mamma?... Mamma.... perchè non mi baci?...

Allora l’uomo che non sapeva parole di dolcezza, si chinò sul fanciullo

e lo baciò su la faccia. Poi lo risollevò con rinnovata forza, se lo

prese su le quadrate spalle e riprese la strada fra il bagliore e il

rovinìo della bufera.

Dopo, la memoria di lui si offuscò. La tenebra notturna invase l’essere

suo. Ancora si vide in cammino, ma la fatica troppo grande fece del suo

corpo una cosa inconscia.

Erano ormai estranei e lontani. E l’alba li trovò esangui, presso una

cubba: l’uno disteso su le sabbie, l’altro accosciato da presso.

Poi l’inaudita pena ebbe il suo termine.

Più tardi, nella corsìa dell’ospedale, quando riaprì gli occhi e

riebbe coscienza, a coloro che gli eran dintorno, non chiese che una

sola cosa e quando seppe che Furio Valerio viveva e che non sarebbe

morto, una gran pace discese in lui e null’altro udì di ciò che gli

dissero. Ma dal fondo rasserenato del suo cielo, ancora gli apparve una

dolente creatura abbrunata, una vecchia mamma, sola fra le sue tristi

figliuole, e udì la voce più grande e più bella di quant’altre sieno

nel mondo, l’udì in tutto l’essere suo dilagare, ingrandirsi nella

soave benedizione che già l’aveva ridesto:

— Iddio ti benedica, figliuolo!...

Poi gli parve che una dolce mano gli chiudesse gli occhi, gli assopisse

la sofferenza e discese nell’ombra della sua pace.

Fu quando ritornò verso la vita con le sue forze gagliarde ch’egli

pensò di poter scrivere a Rinotta. Aveva poche cose da dirle ma chiare,

precise e tali ch’ella avrebbe capito anche oltre le parole di lui. E

una sera si pose all’opera faticosa, imbastì a gran pena la lettera.

Non parlò, alla lontana, dell’avventura di lui, ma le disse che forse

avrebbe meritato da lei una parola meno cattiva di quella ch’egli aveva

sempre in mente e le disse che sperava rivederla, un giorno, e che

le voleva bene anche più di prima. Poi, dopo i saluti, aggiunse una

postilla nella quale pregava il Vecchio di perdonarlo perchè credeva di

non aver disonorato la casata, e firmò.

Da quel giorno fu più contento. Ma non mutò contegno.

Furio Valerio aveva raccontato l’atto di abnegazione del soldato

taciturno e l’avventura si era diffusa, era corsa pei giornali

ampliandosi, aveva celebrato il nome di Giorgio degli Antoni in tutta

Italia. Non passava giorno che qualcuno non giungesse fino a lui per

udire dalla sua voce il racconto dell’impresa. Ombra non ricordava più

nulla nè sapeva spiegarsi la ragione di tanto tumulto per ciò che aveva

compiuto. Solo una volta si commosse quando gli giunse la lettera della

madre di Furio Valerio e dentro c’eran dei fiori. Si appartò perchè non

voleva che altri vedesse il suo pianto. Forse solo la dolce creatura

lontana sapeva dire con tanta semplicità le cose soavi ch’egli non

aveva udite mai e per quelle cose sarebbe andato incontro a tutte le

pene, con tranquillità. Pose la lettera nel suo vecchio portafoglio. Fu

la sola che serbò.

Poi, un giorno, fra i soldati che presentavan le armi, un Condottiero

gli fu vicino e gli parlò con voce commossa nel nome della Patria e lo

baciò su la fronte.

Il suo dovere di uomo era compiuto.

Le novelle della guerra · 第 12 / 18 题