Si levò. L’ora era prossima. Un brusio sordo, come d’api nel folto
di un tiglio in fiore, fu nell’ora antelucana. I lembi delle tende si
sollevarono e ne uscirono i compagni suoi. Si mossero carretti e muli,
si udì il cupo strepito delle artiglierie trascinate per l’oasi e il
rombo di un carro automobile. Ma le genti appena fiatavano, scambiando
a voce dispenta i comandi e gli ordini, tra il silenzio e la fiera
compostezza che precedono le grandi azioni. In breve tutto si ordinò
nella voluta misura.
Ombra era presso Furio Valerio, allineato nei ranghi, muto. Il
giovinetto conversava tutto gaio come andasse ad incontrare il suo
sole. L’anima era in lui come la luce su l’acqua e la rugiada su l’erba
novella. Pareva desse splendore e maraviglia. Passò un ordine sommesso
ed ogni breve parola morì. Nasceva l’alba e i soldati si mossero verso
l’ignota battaglia, fra due volontà oscure: quella del Condottiero e
quella del Destino.
Trascorsero innumerevoli i giovani dalla pelle bronzea, dagli occhi
chiari e ciascuno parve un poco simile al compagno come se la sorte
e la fede comune li pareggiasse. Guardavano innanzi, faticando fra le
sabbie, tutti grigi come vestiti del loro umile eroismo e passavano e
dileguavano oltre il varco fra le trincee.
Camminarono a lungo. Le ore passaron come il fiato, inavvertite e il
sole fu alto senza che ne avessero misurato il corso.
Camminavano sul fondo di un mare, sopra un aperto sepolcro e tutto era
uguale intorno, in una fulva aridità.
Di repente sostarono e si gettaron supini, imbracciando il fucile. Via
per l’impietrito mare, di dorso in dorso, in un abbacinante splendore
si distendeva il sole fino ai confini chiusi da una foschia albicante e
non era forma d’albero o di casa, nulla se non la faccia del deserto,
accesa di squallore e di luce. Ma, sul fondo, qualcosa appariva e
dispariva nella immobilità senza memoria e senza respiro, come un
guizzare di ombre esigue, visibili nello spazio dell’attimo e tosto
inghiottite nelle interposte fosse fra dorso e dorso. Si attendeva. I
soldati mutavan rade parole:
— Li vedi?
— Sì.
— Quanti saranno?
— Forse mille.
Il punteggio dell’ombre si distendeva per cento dune, scarseggiando, in
discontinua catena.
— Perchè non spariamo?
— Sono troppo lontani!
— Guarda.... piegano a destra!
— Vengono!
E si vedevano i volti, obliqui al calcio del fucile, rocchio alla mira.
Qualcuno s’adunava innanzi un monticello di sabbia, un’esigua trincea a
difendersi dai colpi radenti; qualche altro si irrigidiva, contratto su
l’arme, impassibilmente.
Furio Valerio, inginocchiato innanzi ai suoi, scrutava l’orizzonte. Gli
era dietro Giorgio degli Antoni, levato come lui contro il nemico, per
l’intiero torso.
— Signor tenente, si ripari!
— Non mi seccare!
Ed Ombra insisteva:
— Guardi.... qui si vede meglio!
Un rombo passò per la conca del mattino; fu fra cielo e terra, enorme.
Si udì rimbalzare contro rupi invisibili in successivi scoppi per
la squarciata profondità e, quel che pesava su l’anima degli uomini,
enigmatico silenzio, fu travolto e dissolto dal formidabile ululato!
Seguì come un polverìo di colpi fittissimi, su la sinistra, verso
Gargarèsc. Ora le masse lontane apparivano più distinte, si vedevano
muoversi con maggiore rapidità. L’orgasmo dell’azione accendeva
gli uomini, fermi nell’ordine voluto, ma nessuno aveva più che un
guizzo, una contrazione, una rapida parola. Fischiaron le prime palle,
miaularon alte. La _mehalla_ nemica si avvicinava felinamente, balzando
ed acquattandosi. Si vedevan più lungi, torme di cavalieri percorrere
il deserto in vari sensi. E le bianche vesti inconsutili si empivan di
vento materiando nell’aria la figurazione della furia.
Ora, di fronte all’impetuoso avvicinarsi dell’orda selvaggia, Furio
Valerio non mutava posa nè volto. Levato di tutto il torso sui soldati
distesi al suolo, scrutava l’avvicinarsi del nemico e se l’anima sua
ebbe un sussulto non apparve sul volto che mantenne la sua dolce e
ferma chiarezza.
Giorgio degli Antoni, immobile dietro il giovinetto, non fiatava. Le
sue mani stringevano il fucile, tremando un poco per la repressa pena.
I sordi miaulii si accrescevano quanto più si avanzava la discontinua
catena del nemico.
I soldati reprimevan l’impeto, nella grandezza dell’ubbidire. Poi un
siciliano dagli irsuti capelli e dal viso gagliardo si levò e ricadde
rovescio. Fu trascinato fuor dalla linea del fuoco. Giorgio degli
Antoni sbiancò.
— Signor tenente, si farà ammazzare!
E la sua voce implorava come parlasse a un fratello d’amore; ma l’altro
non udiva.
Così stettero fra l’irrompere della morte fin che la _mehalla_, fatta
più ardita, non si lanciò urlando fino alle prossime dune. Allora
incominciò l’aspra battaglia.
Sorpreso dall’inattesa resistenza, il nemico sostò, ondeggiò su le
dune, scomparve nei cammini celati. Vi fu un istante di tregua in cui
non si udì che il boato delle artiglierie.
Poi l’orda selvaggia ricomparve più vicina, aumentò in ardire
abbandonando dietro di sè i morti. Una donna, cinta da armille
lucenti, spaventosa nel suo orrido ceffo incanito, dai grigi cernecchi
ondeggianti su le tempie vuote fino alla bocca cavernosa, si agitava
urlando, correndo, come invasata dal demone della follia e allo
strido di lei rispondeva il gregge furibondo con un urlo spasmodico,
gutturale, rinnovato a balzi come su l’impeto del cuore.
Furio Valerio accennò ai più prossimi la megera, qualcuno mormorò
sorridendo:
— La bella Paradisa!
E pareva non fossero in campo, contro la morte, ma per le vie consuete
del mondo, senza pensiero.
Poi come l’onda dei barbari pareva forzasse a furore ed altri ne
sopravvenivano, passò un comando conciso, una voce che rimbalzò da
plotone a plotone balenando. Si udì il crocchiare delle baionette
innastate e passò nel sole un fulgido guizzar di lame. Finalmente! Era
l’attimo atteso, l’attimo della bella violenza che ognuno si augurava,
inasprito dalla costretta immobilità.
L’orda avanzava sempre più, imbaldanzita da ciò che giudicava pauroso
silenzio e già si udivano i ghigni e i cachinni e le schernevoli risa
interposte al consueto latrare:
— _Barra taliani!_... _Barra!_...
E qualcuno danzava goffamente trepestando e balzando, il fucile levato
sul capo.
Ma la beota certezza, nutrita dalla fede turca, nella sua continua
miserevole viltà, cozzava contro la troppo spregiata razza che non
aveva manti imperatori per il suo vestire, nè iperboli per il suo
coraggio.
La barriera umana si levò di scatto, si allineò d’istinto, attese il
cenno supremo, a testa bassa, ferma come il timone e l’antenna. Due
cadder sul fianco prima di muover passo, nel baleno della sosta e,
immobili nel loro sangue, urlarono il nome benedetto fra i mille. Poi
si levò il comando, i condottieri si lanciarono innanzi, la rivoltella
tesa nel pugno e si udì una invocazione di potenza:
— Savoia!...
La parola, moltiplicata da cento impeti, si convertì in un grido
enorme che saettò come un gran brivido per l’aria, via, con la massa
precipite:
— Savoia!... Savoia!...
E da ogni singolo ardore sorse un’anima smisurata. La falange avanzava
rapidissimamente sotto il fuoco del nembo barbarico d’un subito
immutito; saliva le dune, superava ogni valico, trabalzando, sospinta
via da un prodigioso ardire e il grido terrifico la precedeva come la
raffica innanzi la nube olivigna.
Furio Valerio era primo tra tutti. Agile come l’antilope, superava la
sua gente. Ombra gli era alle terga. Cozzaron primi contro l’oscuro
baluardo poi fu la mischia e la rotta dei fedeli d’Asrael.
Or come i soldati sostarono al comando e si rivolser d’intorno e si
ricercaron con gli occhi, due uomini mancavano al muto appello: Furio
Valerio e Giorgio degli Antoni.
Ogni ricerca fallì. La sera, alle trincee, li dettero come sperduti fra
il silenzio del cielo e del deserto.