Era partito con il proposito fermo di finirla, di sacrificar sè
stesso alle idee che professava. Ciò era necessario, chè non avrebbe
conosciuta mai più la serenità se non avesse saputo cancellare, con
un gesto qualsiasi, la parola che Rinotta gli aveva lanciata, nella
corte, la sera innanzi la dipartita. Votarsi al concetto borghese
della guerra, no; partire con sentimento di italiano per cooperare
alla grandezza della patria, neppure: troppo odio era accumulato in
fondo all’anima sua e tanto l’aveva immiserito e pervertito ch’egli
non vedeva al mondo se non due classi: quella dei poveri e quella dei
ricchi e non ne sentiva che l’assiduo antagonismo.
Oltre tale concetto tutto era tenebra e negazione, tutto annegava in
una vuotezza assoluta.
Inoltre l’aver dovuto ubbidire al Vecchio e la promessa che aveva fatto
ai compagni di non andarsene, a qualsiasi costo, lo rinfocolavan nel
suo acerbo tumulto.
E doveva apparire diverso agli occhi di Rinotta, e questa doveva avere,
per tutta la vita, il rimorso dell’atroce accusa. Forse l’avrebbe
maledetto, ma che importava? Dopo il fatto, sarebbe caduta di per
sè stessa la taccia che distrugge l’uomo e lo fa men di una pallida
femmina. Perchè egli era pronto a sacrificar sè stesso, a gettarsi per
un cammino dal quale non si può ritornare mai più.
Stretto e costretto nella foschia di tali pensieri era partito coi
nuovi compagni per le città della moltitudine. E nulla gli era stato
presente se non ciò che rimane all’uomo quando la miglior parte di sè
ha esulato: l’ironia. E se talvolta per l’ebbrezza delle folle, per
l’ardore improvviso che attraversava l’Italia da un punto all’altro, si
sentiva trascinare nel gorgo, cercava in sè ogni possibilità avversa,
tanto da contrapporsi, da non cedere da non essere vinto. Anche tale
costrizione lo inaspriva sempre più. Passava fra la gaiezza dei nuovi
compagni senza esserne partecipe; il volto di lui non era mai sereno ma
ombrato perennemente dall’odio.
Non sentiva alcuna fratellanza, non provava simpatia per nessuno.
Guardava i superiori suoi come carnefici, come i primi e peggiori
rappresentanti del regime capitalistico. Essendo scomparsa dalla
sua angusta concezione morale, ogni idea di patria e di grandezza,
avversava le istituzioni militari come quelle che perpetuavano uno
stato di barbarie e si opponevano più fieramente all’attuazione de’
suoi ideali. Sempre si era esaltato dell’esaltazion di coloro che
pongono sè stessi oltre ogni umana possibilità nel più fondo cuore
del più cieco egoismo. E per aver accarezzata la propria vita sotto
ogni forma ed averla posta sì in alto, al lume dell’intelletto, da
deificarla, per essersi creduto sacro ed inviolabile e non aver pensato
mai di dover nulla a qualcosa di più grande del suo io, tanto si era
ammutolito nell’amor di sè stesso da compiangersi e da veder sè come
uno sciagurato che una violenza nemica, senza alcuna ragione, voleva
spingere alla morte. L’anima sua imbelle scambiava per illuminata
coscienza tale decadimento e velava d’odio e d’ingiustizia la propria
paura.
Era terribilmente combattuto; si avviava a quel punto in cui la
disperazione trasmuta un’anima e l’innalza alla più pura bellezza o la
scaglia verso le vie del delitto. Egli doveva uscire da tale stato di
angosciante incertezza, doveva risolversi e agire in qualsiasi modo, ma
agire.
E sempre che s’appartasse o chiudesse gli occhi nel suo silenzio, gli
appariva Rinotta, la bella giovinetta fiera ch’egli amava come s’ama
l’amore a vent’anni, e gli pareva di non esser più di un meschino di
fronte a lei e di non poterla rivedere (se pur ciò poteva essere mai)
se non dopo una prova tale che dovesse spengere ogni dubbio.
D’altra parte gli appariva il ghigno dei compagni e udiva le loro
parole e i giuramenti solenni. Così sempre più s’infoschiva in sè
stesso rimanendo estraneo alla vita circostante.
Attendeva di giorno in giorno l’ispirazione che lo illuminasse, il
movente che lo conducesse di balzo al punto risolutivo. E se gli altri
cantavano egli più si turbava nel suo buio e tutto gli era insoffribile
e nemico.
Trascorsero alcuni giorni così, fin che un ordine repentino giunse ed
essi dovevano partire la sera stessa per Napoli. Come un automa, preso
fra l’impeto e la gaiezza dei compagni, raccolse le sue poche cose, si
pose in assetto di guerra, entrò nei ranghi allo squillar delle trombe.
Si udiva per le vie il tumulto del popolo che attendeva. Qualcuno parlò
ma egli non intese parola, guardava intorno con occhi foschi essendo
pallido come la morte.
Poi si mosse con gli altri, uscì fra l’impeto delle fanfare e l’urlo
delle genti assiepate. Procedette fra una fiumana di popolo, sotto
un continuo gettito di fiori. Vide una giovinetta che stava per
accostarglisi e che si ritrasse, sbigottita dalla sua faccia sinistra.
Non raccolse un fiore; non guardò in volto la gente, non volle doni
nè rispose a chi gli parlò. E l’isolamento al quale si condannava
poneva il colmo alla sua fosca tristezza perchè il sorriso ironico che
gli increspò l’angolo delle labbra procedeva direttamente dalla sua
desolata, immensurabile tristezza.
Pensava che tutti l’odiassero e tutti dovessero leggergli nell’anima e
sapere ogni cosa della vita di lui fino alla parola di Rinotta; vedeva
ch’egli non poteva raccogliere nulla dal suo passato che gli fosse
come un ardore e uno splendore, ma soltanto odio e null’altro che odio.
Ed il suo cuore era misero; e si isolava nella landa di cenere per la
quale l’avevan condotto e l’avevano fatto disperdere, sotto un cielo
senza aurora.
Avrebbe pianto ed ucciso perchè la sua giovinezza deserta si doleva
come la terra senza il sorriso delle acque, e avrebbe voluto rinascere
e non poteva.
Così, attorto e sconvolto, procedeva nel suo muto dolore quando, ad
un’incrociata, qualcuno gli si accostò e gli infisse fra le cigne una
piccola bandiera. Tutti i compagni suoi se ne erano adorni, egli no.
Non volle fregiarsi del simbolo che dispregiava. Lo strappò dal petto,
lo spezzò bestemmiando. Allora un capitano che gli era da presso gli si
avvicinò e gli disse, forte:
— Vergognati, rinnegato!...
Egli non rispose ma gli occhi suoi ebbero un losco bagliore. E fermò in
sè il suo patto.