Rinotta aveva disciolti i suoi capelli neri al sole e, ferma nel vano
della piccola finestra adorna da un geranio rosso, si volgeva a quando
a quando ad una piccola spera, chiusa in una cornicetta di stagno e
appesa allo stipite, all’altezza del viso. Il pettine s’impigliava fra
i capelli aggrovigliati ed ella con una mano ne levava una gran ciocca
sopra la tempia.
Aveva le braccia nude, le sue belle braccia piene, di ragazza sana,
e il volto sereno. I suoi occhi lucevan di sole, avevano un’anima di
primavera.
E cantava sommessa, interrompendosi allora che era più aspro
l’aggroviglio da superare.
Cantava:
Di là dal mare c’è un camin che fuma,...
È il cuore del mio amor che si consuma!
Nella corte c’era Lorenzo che governava la cavalla fra un gran battere
e trepestare e fra grida improvvise.
Passò Maddalena che tornava dall’orto con l’erbe per la cucina, poi un
contadino e Teresa. Questa levò gli occhi alla finestra di Rinotta e
li rivolse altrove. Dal giorno in cui Giorgio era partito, accompagnato
dal Vecchio, ella non aveva più detto parola e passava per la casa come
un’estranea. Anche gli altri si erano fatti muti e l’ora dei pasti
trascorreva fra un gran silenzio interrotto solamente dal ciangottìo
dei bimbi.
Il Vecchio e Rinotta vivevano fra i loro come gente d’altra lingua e
d’altri costumi, senza che nessuno mai li accostasse; ma ciò non li
turbava, nè la vita loro si era, per questo, oscurata.
Vivevano come per l’innanzi, come erano stati sempre soli per l’innanzi
e il loro sonno non era meno tranquillo.
Il tempo volgeva su la vecchia casa le sue ore uguali e il giro delle
stagioni.
Trascorreva un dolce novembre, tepido come una primavera e s’anco le
giornate scemavan sempre più e il sole s’addormentava a mezzo il cielo,
il rovaio non era giunto tuttavia e le finestre si aprivano di buon
mattino all’aria appena appena fresca.
Rinotta cantava, il cuore un po’ turbato e l’anima pensosa. Il nonno
era uscito all’alba all’alba. Ora andava ogni giorno alla città e
qualche volta vi si tratteneva a lungo. Ritornava con un grande fascio
di giornali e leggeva anche sul bagherino, tanto che per due volte
aveva rovesciato in un fosso per aver dimenticato le redini.
Ogni giorno Rinotta andava ad incontrarlo oltre la lunga viottola e
percorreva anche un buon tratto di strada maestra, fino alla chiesa.
Poi lo aspettava sul sagrato. Giungeva, si salutavano.
— Che notizie ci sono? — domandava Rinotta.
— Buone, — rispondeva il Vecchio.
— Ha scritto?
— No!
Ed erano più di quaranta giorni che la domanda si ripeteva e il lontano
non aveva scritto ancora.
— Che dicono i giornali?
Il Vecchio glieli passava:
— Leggi. Leggi forte!
E mentre la cavalla andava al passo, travagando e nitrendo a chiamare
il suo redo, Rinotta leggeva delle lontane terre conquistate all’Italia
e delle vittorie delle nostre genti. A volte fermavano la cavalla,
quando c’era il racconto di una grande battaglia e dimenticavano il
desinare.
A volte Rinotta chiedeva:
— Avrà combattuto anche Giorgio? Che farà laggiù?
E il Vecchio si stringeva fra le spalle.
Ambidue, senza confessarselo, attendevano ansiosamente che Giorgio
scrivesse.
Ma molto maggiore era l’ansia di Rinotta. Ella si accorgeva di pensare
troppo spesso e troppo intensamente al lontano, si accorgeva di non
essere più tranquilla come una volta e di non poter tutto dimenticare
in sè stessa come la giovine pianta nel sole.
Perchè?... E di questo perchè era tutta turbata e pensosa e, benchè
non sapesse e volesse rispondersi, le tornavano alla memoria tante e
tante cose che aveva dimenticate e che certo non l’avevan commossa così
quando erano accadute.
Un tempo dormiva dalla sera al mattino sì profondamente che le accadeva
di ridestarsi nella stessa positura in cui aveva preso sonno. Ora non
più.
Poteva darsi che ciò dipendesse dalle notti troppo lunghe; ma anche
da qualche altra cosa: dal suo turbamento. Un turbamento che l’aveva
fatta piangere talvolta: cosa che non le era accaduta mai. E se Giorgio
moriva? Le tornava in mente la sera in cui l’aveva strappato dalla
furia del Vecchio e l’aveva condotto nella buia corte per dirgli la
parola amara, e le pareva che egli non le avrebbe saputo perdonare mai
la dura accusa e che, se fosse morto, ella sola avrebbe dovuto portare
l’immensa pena di quella morte. E quando le sorgeva innanzi un tal
pensiero, ecco che il suo sonno esulava ed ella udiva la pendola su le
scale batter le ore una dopo l’altra fin che non fosse l’alba.
E nelle ore più fonde della notte le accadeva che, per non poter più
sopportare il peso delle coltri e quello della sua pena, si levava
e s’inginocchiava sul pavimento, innanzi ad un piccolo crocifisso,
indugiandosi a pregare fin che il freddo glielo consentisse. Allora
ritornava fra le coltri ad attendere l’alba, senza sonno.
E poi le riapparivano certe giornate serene di cui s’illuminava tutto
il ricordo; giornate di pace, lontane come il motivo di una canzone
appassionata, udita in un dormiveglia, come una cosa vissuta appena
senza che l’anima ignara pensasse a fissarne il contorno nella memoria.
Una volta che s’era addormentata sotto un salice su la riva del fiume
e che Giorgio l’aveva risvegliata al suono di una sua nunnola. Egli era
ancora fanciullo. Andava scalzo e aveva le gambe nude fino al ginocchio
e la testa scoperta. Ricordava di avere aperto gli occhi e di averlo
veduto d’improvviso nella luce, contro il cielo, e più di questo non
ricordava; ma a quella apparizione si era aggiunta nel tempo una malia
d’incantamento tanto vaga, che la dolcezza pareva scendesse a lei non
dalla vita ma da una paradisiaca tenuità.
E un’altra volta ancora ch’egli veniva sotto la stella del crepuscolo,
solo, e la terra languiva nella frescura della sera trascorrendo il
luglio. Ella era seduta al margine di un campo di trifoglio tutto
fiorito, fra un silenzioso aliare di farfalle. La volta stellare era
color delle viole con qualche venatura rosa e una dolcezza di amaranto
sul gorgo chiuso contro la morte del sole. Non pensava, godeva la
frescura, ascoltava i campani delle greggi che ritornavano dai pascoli
marini, e il fiorire di un angelus nel cuor della sera.
E Giorgio, era giovinetto allora, veniva su per la viottola erbita con
passo leggero e gli brillava sul capo la stella del pastore. Egli le
disse qualcosa che non ricordava, poi si fermò a sorridere.
Nulla più; ma l’amore getta un seme e scompare e dopo tanti anni
ritorna!
Ma ancora ella non sapeva di essere innamorata; credeva che la pena di
lei sorgesse da un po’ di rimorso, dall’aver aggiunta la sua volontà
a quella del Vecchio, dall’aver colpito il giovine con una parola che
non si perdona. E quando le sorgeva tale ultimo dubbio era colta da uno
smarrimento di tutto l’essere. E se Giorgio non le avesse parlato mai
più? Se non le avesse saputo perdonare l’insulto atroce? Così nasceva
il suo amore e per tale contrasto dalla fanciulla ignara sorgeva la
donna che soffre.
Il solicello era già fra le rame dispoglie. I biolchi ed i pastori
erano usciti dietro le mandre e le greggi con le loro lunghe aste e i
vincigli. La corte era deserta. Uscirono Lauretta e Lucio, i due bimbi
di Carlotta; si fermarono al sole, sotto i porticati dei magazzini, in
un angolo. Li udì parlucchiare, poi non li udì più.
Discese. Il Vecchio le aveva detto, la sera innanzi, che sarebbe
ritornato più presto quel giorno ed ella pensò di andare all’incontro
e di giungere oltre la chiesa, fino ai tre canali. Uscì dal portone su
la viottola; non vide nessuno nè in casa nè fuori. Camminò piano piano
lungo le prode dei fossi, e le siepi non avevano più se non qualche
rada foglia e qualche boccilano. Si vedevano i campi senza più confine,
fino alle lande. Delle belle canape stellari neppure il ricordo. Erano
nati i nuovi grani: un piccolo, rado verde fra le terre nere.
Giunse alla chiesa, l’oltrepassò. Camminava guardando le prode e gli
ultimi fiori delle margherite. Un piccolo prato contro una vecchia
villa abbandonata era tutto fiorito dai gigli del freddo.
Poi udì il trotto di un cavallo e levò il capo. Era il Vecchio. Si
fermò ad attenderlo. Lo vide gestire ma non intese che volesse. Quando
le fu vicino si accorse che aveva gli occhi radiosi.
— Che diresti, se avessi una bella cosa per te?
Ella arrossì dalla gioia ma ancora non azzardò sperare.
— Che cosa?
— Indovina!
— Non saprei....
— Non ti dice nulla il cuore?
Ella sorrise, si avvicinò al bagherino, chiese con un fil di voce:
— Ha scritto?...
— Dopo tutto, — fece il Vecchio, — è un buon ragazzo!
E le porse la lettera che aveva aperta innanzi. Rinotta gettò
un’occhiata su la soprascritta e disse, e gli occhi le si inumidivano:
— Ma.... è proprio per me?!..
— Sì.... è per te. Leggi, leggi.
Poi frustò la cavalla e non mutarono altra parola.