L’alba era prossima. Dovevano imbarcarsi a mezzogiorno: forse partire
per non ritornare mai più. Giorgio degli Antoni levava a quando a
quando la pallida faccia: i compagni suoi dormivano del loro sonno
più bello. Da quando avevano suonato il silenzio, fino a quell’ora
antelucana, egli non aveva saputo riposo nè sosta, preso nel vortice
del suo sinistro divisamento. Si vedeva alla soglia dalla quale non si
retrocede, avvicinandosi l’ora del suo più grande destino.
Tutto si dipartiva da lui, anche ciò ch’egli avrebbe voluto più da
presso per la necessità del conforto. Sentiva la soavità di una voce
vicina e la rifiutava, intravvedeva la bellezza di una memoria e la
discacciava. Doveva essere solo come un dèmone e la giovinezza di
lui insorgeva tuttavia per il suo ultimo sereno. Era presso a quella
solitudine che supera il vuoto della morte; discendeva ai tetri ipogei
che solo conoscono coloro che tutto rifiutano.
Nè la postuma riconoscenza dei compagni valse a illuminargli la strada.
Forse nessuno, fra i tanti, avrebbe avuto animo a superare lo stesso
valico perchè il berciare della moltitudine non vale il gesto del
solitario e la moltitudine acefala è vile. Ed egli sentiva la volontà
del gregge sbandato gravargli le spalle e si sentiva spinto innanzi
da tutti quelli che si ritraevano, da coloro che non avrebbero saputo
mai, nella loro bruttura, il compiuto distacco dal mondo per seguire il
vortice di un’idea ribelle. Qualcuno era andato innanzi a lui ed egli
ne vedeva le orme e ne sentiva il dolore perchè tutto si vince fuorchè
il dolore.
Il tempo scorreva oltre la volontà dell’uomo e la sua meschina misura.
Già si udiva per le vie sottostanti il primo rotolar dei carri e
i campani delle capre che si avviavano verso la città dell’amore e
qualcuno passava cantando per malinconia.
Napoli si apriva nella sua gloria eterna e nella sua pena
disconosciuta. Si udiva il grido cadenzato e sospiroso di coloro che
scendevano dagli orti.
Giorgio degli Antoni si levò sul suo letto. Tutti dormivano in pace,
l’un presso l’altro, il volto invermigliato dal sonno.
Egli vide ciò che sarebbe accaduto, percorse le ultime ore che lo
separavano dal compimento. Fra il turbinare dell’essere suo, la scena
si compose e si scompose, si precisò, apparì e disparì dal silenzio,
nel silenzio, animata di orrore. Vide i gesti ed i volti; udì le parole
e le urla; seppe la tempesta causata dalla sua violenza, e più, nel suo
chiuso, per la volontà inasprita, s’ingrandì ogni aspetto quanto più ne
soffriva.
Varcato il confine nulla più era possibile in eterno.
Non un ritorno, adunque; ma solo la forza di sopportare; solo la sua
forza di fronte a tutta l’umanità.
E coloro che l’avevano preceduto non avevan lasciata parola per lui ma
il lungo, l’interminabile seguito delle loro orme su la landa, verso
un vespero sanguigno. Erano discesi oltre il vespero, nelle terre del
sogno e dell’incubo; erano scomparsi per sempre là dov’egli doveva
scomparire, nel grembo della morte senza parola e senza speranza e
senza pace nessuna.
Riudì di repente le voci degli uomini e ritornò nella vita.
Balzò a terra che gli altri gridavano intorno, ridesti. La realtà lo
riprendeva di schianto, sbiancò. L’ora era giunta. Qualcuno prese
a motteggiarlo, invano. Rispose a monosillabi a un graduato che lo
interrogò. Poi come tutti furon presti, li lasciò allontanare e rimase
solo nella corsia. Il cuore di lui pareva il maglio dei metalli che
strapiomba nell’impeto uguale. Gli tremavan le mani nell’approntar
l’arme ed era terreo. Compiva ciò fra un dilagar vasto di canzoni e di
risate. Quando fece per uscire dalla corsìa si scontrò nello stesso che
gli aveva rivolto la parola poco prima.
— Che facevi qui?
— Nulla.
— Presto, raggiungi gli altri, chè c’è il rancio e poi si parte.
Si gettò giù per le scale, ma al primo ripiano si fermò guatando
intorno. Gli era parso che l’altro lo guardasse ancora. Non c’era
più. Riprese a discender le scale grado per grado e il suo passo
or s’appesantiva nella sosta, or scivolava leggero a seconda delle
raffiche che si scatenavano su lo spirito di lui.
Una vita attendeva il proprio destino, ignara, nel tepore di un autunno
pieno di promesse e di canti; uno, segnato dalla cieca rabbia di chi
sbava e s’impantana e rinnega sè ed il suo sangue, doveva morire.
Morire per l’idolo fallico delle piazze dalle mille bocche voraci.
Giorgio degli Antoni era, in quel punto, la parola che s’incarna,
l’odio agitato per mille continue brutture che trova il suo valico e si
scatena.
Scivolò per gli anditi deserti che si aprivano in fondo alle scale:
evitò il cortile con tutti i suoi canti, col tumultuare di un’ardita
giovinezza la quale gli diveniva sempre più insoffribile; aveva bisogno
di esser solo, di andarsene in compagnia del proprio delitto, senza
veder nessuno, senza che nessuno lo ascoltasse o gli parlasse, chè non
voleva udire altra voce o diverso tumulto da quello fondo e livido che
aveva preso a dibattere tutta l’anima sua come un oceano.
Giunse ad una porta chiusa; l’aprì appena, con mano tremante, poi si
ritrasse chè gli parve udire un passo dietro le sue spalle. Stette in
ascolto. Fioriron due voci. Si persero lontane.
Ora egli sapeva che l’uomo designato doveva trovarsi nella caserma
perchè era fra coloro che partivano e sapeva che i condottieri si
adunavano in un piccolo cortile oltre quello nel quale si raccoglievano
i soldati. La porta che stava per dischiudere si apriva su questo
cortile.
Attese come chi si agguata ed occhieggia a coglier sua preda, poi,
con mano cauta socchiuse l’uscio e guardò per lo spiraglio. L’uomo
non era là. Si ricompose. Doveva attendere o andare braccando fin che
non l’avesse colto? Attendere no, chè potevano sorprenderlo. E se era
fra i compagni? S’egli non avesse avuto campo a colpirlo? Uscì sul
cortile, l’attraversò, fu per un androne nel quale ogni suo passo
ridestò un tonfo ingrandito dalla vôlta. Un terrore inesplicabile
lo tenne; ristette, si nascose nel vano di una porta, si acquattò,
pronto a sparare su chiunque giungesse. L’anima sua convulsiva cercava
una liberazione. E così stava, contratto, allorchè udì qualcuno
avvicinarsi. Era giunto al limite ultimo, su l’abisso; solo doveva
sporgersi e lanciarsi verso l’invisibile fondo.
Ma non era il designato, era un giovine, quasi un fanciullo, entrato da
poco al reggimento, tale da non ridestar odio in alcuno. Neppure da un
anno aveva rivestito il grado di sottotenente; era conosciuto ed amato
per la sua giovinezza radiosa e per la bontà sua. Si chiamava Furio
Valerio. Partiva con gli altri per il suo ardore.
Ma il nemico doveva uscir dal covo e la sorte lo aveva spinto al bivio
dal quale non si retrocede: o uccidere o esser colto in agguato. La
risoluzione nacque fulminea. Attese poco ancora, tanto da non fallire
il colpo, poi s’inginocchiò appoggiando la canna del fucile allo
stipite della porta: chinò le spalle, la faccia: prese la mira. Ma in
quel ch’egli era per premere sul grilletto, qualcosa intervenne che non
gli consentì l’azione.
Dietro il giovine era apparsa d’improvviso una donna, una vecchia donna
vestita di nero, umilmente, il viso nascosto da un velo; e questa
creatura aveva chiamato forte l’adolescente che si era rivolto di
scatto alla voce più cara di quant’altre ci sieno vicine su la terra:
alla voce di sua madre. E si erano abbracciati.
— Non sei venuto a salutarmi?
Il giovine non rispondeva; teneva il chiaro volto inchino su la spalla
di lei.
— Perchè non sei venuto?
— Perchè.... non avresti voluto....
— Oh!... non lo dire!... Non lo dire!...
E gli stringeva il capo fra le mani e lo guardava negli occhi.
— Non lo dire!... Non lo dire!... — ma la voce di lei si affiochiva nel
pianto.
— Anche le tue sorelle ti volevan vedere!... Ti salutano. Va.... va,
creatura mia!... Via e Iddio ti benedica!...
L’adolescente era scosso dai singulti e l’altra ripeteva dolce, a pena,
accarezzandolo sempre, nella sua bontà sconfinata:
— Iddio ti benedica, figliuolo!... Iddio ti benedica!...
Allora Giorgio degli Antoni si levò dal suo covo, uscì dal suo covo
come chi si ridesti sbalordito da un orribile incubo e camminò adagio
da prima, poi più forte, più forte, fin che corse, corse lontano dove
nessuno l’avesse veduto, dove nessuno mai avesse potuto sorprenderlo. E
la dolce voce insisteva in lui:
— Iddio ti benedica!... Iddio ti benedica!...
E quando fu solo gettò il fucile lontano, si lasciò cadere in un angolo
e, rattrappito in sè stesso, si sciolse in un gran pianto, così, come
quando era fanciullo e non sapeva che il sole e il suo piccolo cuore
che soffriva.