La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, viene
per solito con un mazzolino di fiori alla cintura; l'amante poi li mette
in cornice, li conserva nel cofano delle reliquie, per poterle dire più
tardi, esumandoli:
«Fu la prima volta... ti ricordi?»
E quest'odor di appassito è, nell'amore, un profumo che spesso prolunga
le agonìe.
La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, di
solito viene in vettura chiusa, fingendo d'esser assai turbata, d'aver
avuta una immensa paura, cosa in fondo esageratissima, perchè le donne
al giorno d'oggi sono quanto mai esperte, ed i mariti han quasi perduto
il vizio preistorico di uccidere per gelosia. Fatto, sta che l'adulterio
s'è talmente radicato nella vita moderna da non parer cosa ormai
straordinaria nè difficile, e que' famosi Otelli della vecchia maniera
sono andati a rifugiarsi nel repertorio dei teatri popolari, dove
talvolta fan ridere o fremere ancora. I nostri, oggi, lo sanno qualche
volta, ma non sorprendono quasi mai.
Un po' di paura è tuttavia necessaria. Non si fa tutto questo per amarsi
tremando? Il pericolo non è forse un delicato piacere?
La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, porta
l'abito che le avete ammirato, il cappello che vi piace di più: ha
paura, si sente male, ha fretta, deve andar via. Gira, si siede
irrequieta su tutte le poltrone; tocca ogni cosa, guarda i quadri, la
mobilia, le fotografie, se ve ne sono, poi vi dice: «Dio!... Chissà
quante sono venute qui!»
Naturalmente le assicurate ch'ella è la prima, però in modo da lasciarle
credere che ve ne furon altre, molte altre, assai più che non sia
vero... Allora le date un bacio su la bocca, traverso il velo; d'inverno
la veletta è umida; quell'umidore vi piace, sa di fresco e di buon
profumo.
È il primo bacio su la bocca nella casa del peccato, il primo sapore
della colpa, dopo quel bacio casto e compunto che le fu dato quando mise
il piede oltre la soglia, in segno di rispettosa ospitalità. Bisogna
conoscere le gradazioni. E sùbito ella se ne schermisce; tutto le sembra
nuovo e pericoloso; quel bacio la fa timida, quantunque molti altri ve
n'abbia già dati, nelle sale ove l'incontraste, ne' corridoi, tra due
porte, fra due siepi, ai balli od in campagna, al mare o dovunque potè.
Ma quel giorno ha paura, sta male, ha fretta, deve andar via. Intanto vi
osserva: le pare strano di vedervi lì, nella casa vostra o non vostra,
diverso dagli altri giorni, svestito di quelle apparenze che imponeva la
mondanità; vi osserva con occhi attenti, senza dirvi nulla, e quello è
spesso il momento in cui si decide la simpatia o la diffidenza d'una
donna, la quale, sino a quel punto, non ebbe di voi che una semplice
curiosità. Non bisogna allora essere nè troppo timidi nè troppo audaci.
Credo che in quell'istante i sensi della donna si fascino quasi d'una
vigile inerzia, urtati da quel tanto di comune o di fittizio che non
manca mai ne' primi convegni d'amore. Poichè, nonostante l'esperienza,
ci si trova sempre un po' comici l'uno di fronte all'altra, ed il
pensiero di tutti quelli che hanno fatto e faranno la stessa cosa, in un
appartamentino press'a poco simile, ed alla medesima ora, con le stesse
precauzioni, con le stesse parole, riesce a smorzare d'improvviso la
trepida impazienza che ci ha condotti fino a quel punto. È, talvolta,
una cosa futilissima che salva, che piace, che dà un'improvvisa
freschezza, ed in ogni modo bisogna saper vincere quel torpore, ma
dolcemente, con persuasione.
Se può, ella vi dice allora una piccola sgarberia, con gioia, ridendo.
Ma è lo stato dell'animo suo che lo richiede; un poco forse la vergogna,
un poco il timore di piacervi meno che non vorrebbe.
Intanto, con l'ansia più distratta e più naturale del mondo, s'è
lasciata prendere il manicotto e l'ombrellino, il boa od il mantello, i
guanti, la borsetta, la veletta, ed affinchè voi possiate levarle
quest'ultima difesa del suo onore senza strapparle i capelli, (oh, gli
uomini, quanto sono maldestri!...) si va togliendo ad uno ad uno gli
spilloni dal cappello. Poi siede in un angolo, ed ha una immensa
vergogna subitanea, come se fosse in camicia.
Allora l'amante consumato e scaltro le s'inginocchia ai piedi per dirle
con voce commossa una frase dolce, persuadente, quasi lasciva... per
slacciarle una scarpina senza che se n'avveda o insinuar le dita fra gli
uncini della camicetta, che vela, senza nasconderla, una soave nudità...
Poi, quando per forza se ne deve accorgere, ecco vi dice: «Ma... che
fate?» oppure: «Che fai?» secondo i casi.
E se, tra gli uncini ed i pizzi v'impacciate un poco, allora esclama
sorridendo: «Oh! come non sai far nulla!» E li sgancia da sè. Ad un
certo punto finge di veder il pericolo e si alza bruscamente. Cammina,
apre un libro, vi domanda una sigaretta, carezza un fiore, si dà una
pettinata, o, se c'è il fuoco, va davanti al camino e si riscalda le
mani. Voi la prendete allora per le spalle, con un po' di veemenza,
costringendola a lasciarsi baciare... Ella ride, rovescia il capo
all'indietro ed offre la bocca. C'è uno specchio, là di fronte, ove si
guarda. Ci si guarda entrambi; ella dice: «Dio, come sono rossa!...».
Fate, o cauti amanti, che le specchiere nella vostra casa d'amore siano
benevole, poichè la donna in quel momento ha bisogno di sentirsi bella.
Poi, fra le mille carezze, fra le insidie lente, si parla di cose
lontane; si dice:
«Pensa, amore mio, quando ci siamo conosciuti la prima sera... ed io ti
facevo già la corte, con gli occhi, da molti mesi... avresti mai pensato
che un giorno ci troveremmo qui, soli, nelle braccia l'una dell'altro...
del tutto soli... come ora?...» Ed ella risponderà:
«Oh, Dio buono... che pazzie che mi fai fare! Dimmi... non è forse
vero?... non è questa una pazzia?»
«Forse... ma così dolce!»
«No... sta fermo...»
«Làsciami fare. Voglio baciarti su la gola... solamente su la gola...
Oh, come hai la pelle bianca!»
La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, viene
per lo più perchè s'annoia della sua vita giornaliera, e l'adulterio la
tenta; o per curiosità momentanea della vostra persona, o perchè potrete
giovarle in qualcosa, o perchè i sensi le fanno sperare da voi gioie che
non conosce ancora. Qualche volta viene per la buona ragione che le
avete fatta la corte, qualche volta per poterlo raccontare ad un'amica,
o perchè lo dicano ad un vostro predecessore, o perchè da voi non venga
un'altra in sua vece: per capriccio insomma, per calcolo, per istinto,
per gelosia, per frivolezza, e talora, infine, benchè assai di rado,
perchè vi ama.
Pure v'è una donna che a nessuna di queste assomiglia, che nessuno di
tali sentimenti a voi conduce: ed è la donna che torna dopo avervi
amato, quando fra voi passarono la lontananza e l'oblìo; la donna che
torna per ricominciare l'amore.
Queste cose pensavo confusamente, aspettando Edoarda in un
appartamentino situato nei quartieri eccentrici di Roma, durante un
pomeriggio del mese d'Aprile.
Le finestre erano aperte, un'aria tepida e profumata gonfiava le tende,
muovendo riverberi su gli specchi e suscitando qua e là un crepitìo
sommesso dai vecchi mobili gonfi di sole. Vedevo le sfere d'una pendola
di bronzo camminar lente sul quadrante acceso; il sole, picchiando sul
terso metallo, tutta la inquadrava d'un'aureola multicolore.
Mi sentivo un poco stordito; nell'allucinazione del mio sogno vedevo
passare continuamente sorrisi e fisionomie di donne che avevo altre
volte aspettate in una camera come quella, contando i minuti lenti e
sobbalzando ad improvvisi rumori.
Poi due grandi occhi m'apparvero, da tutti gli altri dissimili che nella
vita guardai, limpidi e pure incomprensibili, che avevano l'irrealità
delle cose lontane, e, leggeri come farfalle, mutando luogo, da
tutt'intorno mi guardavano, venivano fin vicino alla mia bocca,
socchiudendo le oscure palpebre, per lasciarsi baciare. E colei che mi
seguiva invisibile, dovunque andassi, quella ch'era nell'aria del mio
respiro e nel pane di cui mi nutrivo, quella ch'era chiusa nel mio cuore
come in un sepolcro suggellato, si venne a distendere in silenzio sul
vasto letto ricoperto, e disfece i suoi capelli color dell'oro e del
bronzo, mi guardò e mi sorrise, chiamandomi con la sua voce d'una volta,
la sua voce piena d'incanto, che suonava da una distanza irrevocabile.
Poi vicino mi passò la bionda immagine di una piccola creatura dal capo
ricciuto, con le innocenti labbra color de' bòccioli, ma gli occhi già
profondi e consapevoli... Evelyn si chiamava la bimba: io sapevo il suo
nome, non ella il mio.
Allora, per cacciare que' fantasmi, sorsi in piedi, feci nervosamente il
giro della camera, m'affacciai alla finestra, guardando fuori.
Di là dalla strada, dietro un muro alto di pochi metri, v'era un piccolo
giardino, tutto in fiore. Una bimba vestita di rosso, con i capelli
annodati in un gran ciuffo su la fronte, si dondolava sopra un'altalena
che pendeva da un grosso ramo ritorto. C'era per terra, vicino a lei, un
piccolo annaffiatoio rovesciato, e v'era una bambola con le vesti
all'aria, buttata sul margine del sentiero, che impigliava tra i fili
d'erba i suoi capelli di stoppa. Più in là, nel mezzo d'una corte,
briaco di sole di forza e di fatica, un fabbro scamiciato accanto alla
sua fucina picchiava e cantava con ira, levando il maglio formidabile
sopra il metallo rovente. E il cielo pieno di luminosità, curvo come la
volta di una basilica, si appoggiava con nuvole d'oro sui vertici delle
colline lontanissime.
D'un tratto, in fondo alla strada, su l'angolo del crocicchio, intesi
una vettura fermarsi, e, sporgendomi dal davanzale, ne vidi scendere una
signora, che guardatasi d'attorno sospettosa, pagò in fretta il
vetturino ed imboccò la strada, a viso basso, rasente il muro. Camminava
tenendosi la gonna raccolta contro un fianco, l'ombrellino serrato sotto
il braccio; portava un abito color di primavera, fra l'azzurro ed il
verde oltremarino, con una frangia di pizzi sul petto, un cappello a
fiori. Aveva una grossa catena d'oro girata intorno al collo, pendente a
collana, per reggere un piccolo ventaglio ed un grosso mazzo di
ciondoli, che in guisa d'una frivola bubboliera mandavan chiarori e
tintinni al ritmo frettoloso del passo. Anche le fibbie delle sue
scarpine luccicavano fuor dalla balza della gonna chiara.
Quando fu sotto la finestra da cui guardavo, si fermò impauritamente,
come per riconoscere la porta...
E la bimba si dondolava su l'altalena, ridendo con la bambola dei
capelli di stoppa; e il fabbro, nel pieno sole, con iraconda forza
picchiava, picchiava.