VI

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, viene

per solito con un mazzolino di fiori alla cintura; l'amante poi li mette

in cornice, li conserva nel cofano delle reliquie, per poterle dire più

tardi, esumandoli:

«Fu la prima volta... ti ricordi?»

E quest'odor di appassito è, nell'amore, un profumo che spesso prolunga

le agonìe.

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, di

solito viene in vettura chiusa, fingendo d'esser assai turbata, d'aver

avuta una immensa paura, cosa in fondo esageratissima, perchè le donne

al giorno d'oggi sono quanto mai esperte, ed i mariti han quasi perduto

il vizio preistorico di uccidere per gelosia. Fatto, sta che l'adulterio

s'è talmente radicato nella vita moderna da non parer cosa ormai

straordinaria nè difficile, e que' famosi Otelli della vecchia maniera

sono andati a rifugiarsi nel repertorio dei teatri popolari, dove

talvolta fan ridere o fremere ancora. I nostri, oggi, lo sanno qualche

volta, ma non sorprendono quasi mai.

Un po' di paura è tuttavia necessaria. Non si fa tutto questo per amarsi

tremando? Il pericolo non è forse un delicato piacere?

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, porta

l'abito che le avete ammirato, il cappello che vi piace di più: ha

paura, si sente male, ha fretta, deve andar via. Gira, si siede

irrequieta su tutte le poltrone; tocca ogni cosa, guarda i quadri, la

mobilia, le fotografie, se ve ne sono, poi vi dice: «Dio!... Chissà

quante sono venute qui!»

Naturalmente le assicurate ch'ella è la prima, però in modo da lasciarle

credere che ve ne furon altre, molte altre, assai più che non sia

vero... Allora le date un bacio su la bocca, traverso il velo; d'inverno

la veletta è umida; quell'umidore vi piace, sa di fresco e di buon

profumo.

È il primo bacio su la bocca nella casa del peccato, il primo sapore

della colpa, dopo quel bacio casto e compunto che le fu dato quando mise

il piede oltre la soglia, in segno di rispettosa ospitalità. Bisogna

conoscere le gradazioni. E sùbito ella se ne schermisce; tutto le sembra

nuovo e pericoloso; quel bacio la fa timida, quantunque molti altri ve

n'abbia già dati, nelle sale ove l'incontraste, ne' corridoi, tra due

porte, fra due siepi, ai balli od in campagna, al mare o dovunque potè.

Ma quel giorno ha paura, sta male, ha fretta, deve andar via. Intanto vi

osserva: le pare strano di vedervi lì, nella casa vostra o non vostra,

diverso dagli altri giorni, svestito di quelle apparenze che imponeva la

mondanità; vi osserva con occhi attenti, senza dirvi nulla, e quello è

spesso il momento in cui si decide la simpatia o la diffidenza d'una

donna, la quale, sino a quel punto, non ebbe di voi che una semplice

curiosità. Non bisogna allora essere nè troppo timidi nè troppo audaci.

Credo che in quell'istante i sensi della donna si fascino quasi d'una

vigile inerzia, urtati da quel tanto di comune o di fittizio che non

manca mai ne' primi convegni d'amore. Poichè, nonostante l'esperienza,

ci si trova sempre un po' comici l'uno di fronte all'altra, ed il

pensiero di tutti quelli che hanno fatto e faranno la stessa cosa, in un

appartamentino press'a poco simile, ed alla medesima ora, con le stesse

precauzioni, con le stesse parole, riesce a smorzare d'improvviso la

trepida impazienza che ci ha condotti fino a quel punto. È, talvolta,

una cosa futilissima che salva, che piace, che dà un'improvvisa

freschezza, ed in ogni modo bisogna saper vincere quel torpore, ma

dolcemente, con persuasione.

Se può, ella vi dice allora una piccola sgarberia, con gioia, ridendo.

Ma è lo stato dell'animo suo che lo richiede; un poco forse la vergogna,

un poco il timore di piacervi meno che non vorrebbe.

Intanto, con l'ansia più distratta e più naturale del mondo, s'è

lasciata prendere il manicotto e l'ombrellino, il boa od il mantello, i

guanti, la borsetta, la veletta, ed affinchè voi possiate levarle

quest'ultima difesa del suo onore senza strapparle i capelli, (oh, gli

uomini, quanto sono maldestri!...) si va togliendo ad uno ad uno gli

spilloni dal cappello. Poi siede in un angolo, ed ha una immensa

vergogna subitanea, come se fosse in camicia.

Allora l'amante consumato e scaltro le s'inginocchia ai piedi per dirle

con voce commossa una frase dolce, persuadente, quasi lasciva... per

slacciarle una scarpina senza che se n'avveda o insinuar le dita fra gli

uncini della camicetta, che vela, senza nasconderla, una soave nudità...

Poi, quando per forza se ne deve accorgere, ecco vi dice: «Ma... che

fate?» oppure: «Che fai?» secondo i casi.

E se, tra gli uncini ed i pizzi v'impacciate un poco, allora esclama

sorridendo: «Oh! come non sai far nulla!» E li sgancia da sè. Ad un

certo punto finge di veder il pericolo e si alza bruscamente. Cammina,

apre un libro, vi domanda una sigaretta, carezza un fiore, si dà una

pettinata, o, se c'è il fuoco, va davanti al camino e si riscalda le

mani. Voi la prendete allora per le spalle, con un po' di veemenza,

costringendola a lasciarsi baciare... Ella ride, rovescia il capo

all'indietro ed offre la bocca. C'è uno specchio, là di fronte, ove si

guarda. Ci si guarda entrambi; ella dice: «Dio, come sono rossa!...».

Fate, o cauti amanti, che le specchiere nella vostra casa d'amore siano

benevole, poichè la donna in quel momento ha bisogno di sentirsi bella.

Poi, fra le mille carezze, fra le insidie lente, si parla di cose

lontane; si dice:

«Pensa, amore mio, quando ci siamo conosciuti la prima sera... ed io ti

facevo già la corte, con gli occhi, da molti mesi... avresti mai pensato

che un giorno ci troveremmo qui, soli, nelle braccia l'una dell'altro...

del tutto soli... come ora?...» Ed ella risponderà:

«Oh, Dio buono... che pazzie che mi fai fare! Dimmi... non è forse

vero?... non è questa una pazzia?»

«Forse... ma così dolce!»

«No... sta fermo...»

«Làsciami fare. Voglio baciarti su la gola... solamente su la gola...

Oh, come hai la pelle bianca!»

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, viene

per lo più perchè s'annoia della sua vita giornaliera, e l'adulterio la

tenta; o per curiosità momentanea della vostra persona, o perchè potrete

giovarle in qualcosa, o perchè i sensi le fanno sperare da voi gioie che

non conosce ancora. Qualche volta viene per la buona ragione che le

avete fatta la corte, qualche volta per poterlo raccontare ad un'amica,

o perchè lo dicano ad un vostro predecessore, o perchè da voi non venga

un'altra in sua vece: per capriccio insomma, per calcolo, per istinto,

per gelosia, per frivolezza, e talora, infine, benchè assai di rado,

perchè vi ama.

Pure v'è una donna che a nessuna di queste assomiglia, che nessuno di

tali sentimenti a voi conduce: ed è la donna che torna dopo avervi

amato, quando fra voi passarono la lontananza e l'oblìo; la donna che

torna per ricominciare l'amore.

Queste cose pensavo confusamente, aspettando Edoarda in un

appartamentino situato nei quartieri eccentrici di Roma, durante un

pomeriggio del mese d'Aprile.

Le finestre erano aperte, un'aria tepida e profumata gonfiava le tende,

muovendo riverberi su gli specchi e suscitando qua e là un crepitìo

sommesso dai vecchi mobili gonfi di sole. Vedevo le sfere d'una pendola

di bronzo camminar lente sul quadrante acceso; il sole, picchiando sul

terso metallo, tutta la inquadrava d'un'aureola multicolore.

Mi sentivo un poco stordito; nell'allucinazione del mio sogno vedevo

passare continuamente sorrisi e fisionomie di donne che avevo altre

volte aspettate in una camera come quella, contando i minuti lenti e

sobbalzando ad improvvisi rumori.

Poi due grandi occhi m'apparvero, da tutti gli altri dissimili che nella

vita guardai, limpidi e pure incomprensibili, che avevano l'irrealità

delle cose lontane, e, leggeri come farfalle, mutando luogo, da

tutt'intorno mi guardavano, venivano fin vicino alla mia bocca,

socchiudendo le oscure palpebre, per lasciarsi baciare. E colei che mi

seguiva invisibile, dovunque andassi, quella ch'era nell'aria del mio

respiro e nel pane di cui mi nutrivo, quella ch'era chiusa nel mio cuore

come in un sepolcro suggellato, si venne a distendere in silenzio sul

vasto letto ricoperto, e disfece i suoi capelli color dell'oro e del

bronzo, mi guardò e mi sorrise, chiamandomi con la sua voce d'una volta,

la sua voce piena d'incanto, che suonava da una distanza irrevocabile.

Poi vicino mi passò la bionda immagine di una piccola creatura dal capo

ricciuto, con le innocenti labbra color de' bòccioli, ma gli occhi già

profondi e consapevoli... Evelyn si chiamava la bimba: io sapevo il suo

nome, non ella il mio.

Allora, per cacciare que' fantasmi, sorsi in piedi, feci nervosamente il

giro della camera, m'affacciai alla finestra, guardando fuori.

Di là dalla strada, dietro un muro alto di pochi metri, v'era un piccolo

giardino, tutto in fiore. Una bimba vestita di rosso, con i capelli

annodati in un gran ciuffo su la fronte, si dondolava sopra un'altalena

che pendeva da un grosso ramo ritorto. C'era per terra, vicino a lei, un

piccolo annaffiatoio rovesciato, e v'era una bambola con le vesti

all'aria, buttata sul margine del sentiero, che impigliava tra i fili

d'erba i suoi capelli di stoppa. Più in là, nel mezzo d'una corte,

briaco di sole di forza e di fatica, un fabbro scamiciato accanto alla

sua fucina picchiava e cantava con ira, levando il maglio formidabile

sopra il metallo rovente. E il cielo pieno di luminosità, curvo come la

volta di una basilica, si appoggiava con nuvole d'oro sui vertici delle

colline lontanissime.

D'un tratto, in fondo alla strada, su l'angolo del crocicchio, intesi

una vettura fermarsi, e, sporgendomi dal davanzale, ne vidi scendere una

signora, che guardatasi d'attorno sospettosa, pagò in fretta il

vetturino ed imboccò la strada, a viso basso, rasente il muro. Camminava

tenendosi la gonna raccolta contro un fianco, l'ombrellino serrato sotto

il braccio; portava un abito color di primavera, fra l'azzurro ed il

verde oltremarino, con una frangia di pizzi sul petto, un cappello a

fiori. Aveva una grossa catena d'oro girata intorno al collo, pendente a

collana, per reggere un piccolo ventaglio ed un grosso mazzo di

ciondoli, che in guisa d'una frivola bubboliera mandavan chiarori e

tintinni al ritmo frettoloso del passo. Anche le fibbie delle sue

scarpine luccicavano fuor dalla balza della gonna chiara.

Quando fu sotto la finestra da cui guardavo, si fermò impauritamente,

come per riconoscere la porta...

E la bimba si dondolava su l'altalena, ridendo con la bambola dei

capelli di stoppa; e il fabbro, nel pieno sole, con iraconda forza

picchiava, picchiava.

L'amore che torna: romanzo · 第 33 / 39 题