VII

Una mattina, verso la metà del mese di Maggio, Ludovico venne a destarmi

ad un'ora insolita. Ero tornato dal Circolo verso le sei e stavo

dormendo il primo sonno, con quello spossamento opaco ed esausto che

lascia in tutte le vene l'agitazione del gioco, il fumo addensatosi

nelle sale chiuse, verso l'alba, quando i carri degli erbivendoli già

percorrono con fragore le strade che si risvegliano.

-- Che novità, Ludovico? -- gli domandai, cercando di spalancare gli

occhi assonnati.

-- C'è di là un signore che insiste per parlarle.

-- Diavolo! a quest'ora?

-- Sono quasi le dieci, signor conte.

-- Bene, chi è? che vuole? Non gli hai detto che stavo ancora dormendo?

-- L'ho detto, signore, ma insiste. È un forestiero; dice che ha bisogno

di vederla. Poi non lo comprendo bene, parla in un certo modo

l'italiano!

-- Ti ha detto il suo nome almeno?

-- M'ha dato il suo biglietto da visita.

-- Accendi la luce e fammi vedere.

Accese una lampadina e sul biglietto lessi il nome di Elia d'Hermòs.

-- Elia?... -- borbottai. -- A Roma? Che può volere? Su, Ludovico, apri

la finestra e fallo entrare.

Alcuni minuti dopo intesi dietro l'uscio la voce di Elia che mi diceva

giocondamente:

-- Buon giorno! Ancora dormi? Con questo bel sole? Beato poltrone!

Venne presso il letto, mi tese la mano, si guardò intorno:

-- Come stai? Come va? -- esclamava. -- Dio sa cosa pensi, vedendomi

capitare così alla sprovvista!

-- Caro Elia, mi rallegro di rivederti! Sono sorpreso infatti, ma una

bella sorpresa! Vieni, siéditi.

Portava un soprabito da viaggio; nel suo volto simpatico era la consueta

espressione gaia, penetrante, ambigua.

-- E comincio con domandarti scusa se ti ricevo qui, -- proseguii. -- Mi

sono coricato all'alba, dunque perdonami se sbadiglio.

-- Lo sbadiglio è la conclusione logica di tutte le passioni umane, --

sentenziò Elia, sdraiandosi in una poltrona vicino al mio letto. -- Solo

me lo comunichi, per Bacco! Ho viaggiato l'intera notte senza trovare

uno «sleeping»; lo scompartimento era pieno zeppo, cosicchè non ho

potuto chiuder occhio. Pazienza! Ora ti spiegherò lo scopo della mia

visita. Vorresti frattanto farmi dare una tazza di caffè? Sarà la terza,

stamattina.

-- Ma certo, e con piacere! -- Chiamai Ludovico, detti l'ordine.

-- Hai una splendida casa. Mi pare che te la passi molto bene ora.

-- Oh, non lasciarti illudere dalle apparenze! Sono i vestigi delle

glorie antiche. Va male, invece, molto male! Ho avuto un periodo

favorevole, ma ora il vento si è messo a fortunale. Questo non importa;

parliamo d'altro. Cosa fai a Roma, e dove sei stato, uomo

misteriosissimo, in tutto questo tempo?

-- Sono spiegazioni che non si possono dare così rapidamente. A Roma

vengo per affari, ed anche un poco per rivederti, per Bacco! Quanto

all'itinerario ed allo scopo dei miei lunghi viaggi, te ne discorrerò

poi.

-- Non arrivi da Parigi ora?

-- Sì, da Parigi; ero tornato in Francia da circa due mesi. E quante

novità sul tuo conto!... Non volevo credere. Io, che pensavo di

ritrovarti, sereno e beato, con la tua superba Elena, e magari con un

piccolo erede maschio, al quale, per farmi piacere, avresti dato senza

dubbio il profetico nome di Elia!

-- Mah!... che vuoi? la vita!... -- feci con simulata indifferenza, pur

sentendomi rimescolare. -- Sai bene... tutto passa!

-- Già, è la canzonetta che lo dice. Le canzonette hanno sempre ragione.

-- L'hai veduta?

-- Sì, ma da lontano. So di non essere nelle sue buone grazie e l'ho

lasciata in pace. D'altronde ha finto di non riconoscermi... ed io son

uomo assai discreto. Poi, adesso è la sua grande ora. Ha avuto

ultimamente un trionfo nel _Drame d'autrefois_, la «pièce» che fa

furore.

-- Ah, sì, ho letto infatti...

-- Ed è sempre più bella!

-- Più bella?... -- Entrò Ludovico, portando sopra un vassoio due

chicchere fumanti.

-- Ma tu devi aver sonno! -- esclamò Elia, trangugiando il caffè. -- Se

vuoi tornerò più tardi.

-- No, rimani, rimani; ormai sono desto e fra poco mi leverò. Dimmi: a

che albergo sei sceso?

-- Al _Quirinale_. Vado sempre lì.

-- E ti trattieni a Roma?

-- Una quindicina di giorni forse.

-- Bravo, ne son contento. Potremo raccontarci molte cose. Anch'io ne ho

tante, che mi pesano sul cuore. Non con tutti gli amici si può essere

sinceri come con te, gentile e mansueta canaglia!

-- Dio buono! Il sentire l'amicizia è forse la sola virtù che posseggo,

e ti giuro che, anche senza l'altre mie ragioni particolari, avrei fatto

un viaggio tre volte più lungo, solo per la gioia di rivederti. Che

vuoi? quanto più invecchio, tanto più m'avvedo che c'era in me, sotto il

mio cuore di nemico degli uomini, un vecchio babbeo sentimentale. Poi mi

prendono certe manìe... Per esempio questa: ora che sono a Roma, voglio

andare a farmi benedir dal Papa... E gli bacierò la pantofola, se

occorre.

-- Buffone! Prendi una sigaretta e raccontami lo scopo vero della tua

visita.

-- Ah, scusa... tutto quello che vuoi, ma il vostro tabacco italiano,

proprio non lo posso tollerare! Ho altre sigarette con me, ti ringrazio.

Ne accese una, ed appoggiando il gomito sul piumino trasse uno sbadiglio

enorme.

-- Dunque, -- riprese, -- io son venuto in primo luogo per pagarti un

debito.

-- Un debito? Non credo che tu ne abbia con me.

-- Oh, oh!... sei un creditore molto smemorato, ma io son anche un

debitore molto scrupoloso... Tieni.

Si aperse la giacchetta, trasse dal portafogli una busta gonfia e me la

diede.

-- Questo è denaro che ti spetta; non te l'ho mandato prima, sapendo che

sarei venuto a Roma. Son novemila franchi: la tua parte esattamente.

-- Ma, scusa, non capisco... -- risposi, girando e rigirando la busta in

ogni verso, senz'aprirla.

-- Come non capisci? Hai scordato l'affare dell'ultima collana, a

Londra? Fu venduta circa un mese fa per centodiecimila lire; ne valeva

un buon terzo di più, ma non si è potuto far meglio.

-- Ah, sì... Ora mi rammento. Però, senti: la parte che ho presa in

questo affare, se ti ricordi, è stata così piccola, così trascurabile,

che veramente una ricompensa mi parrebbe soverchia per la mia fatica...

Poi, vedi, a queste cose ormai ho rinunziato.

-- Sarà benissimo, -- egli fece stoicamente; -- ma per questa volta fa

il sacrifizio di accettarli ancora, poichè ti appartengono. E se proprio

ti bruciano le dita, o se le tue condizioni sono così prospere da

poterli disprezzare... fa una cosa: dalli in beneficenza. Qualche volta

bisogna pensare anche all'anima! Io son divenuto un uomo pio e ti dò

questo consiglio.

Feci una bella risata, gettai la busta sopra un tavolino, con l'aria

dell'uomo che butta in un canto un vecchio avanzo della propria

coscienza.

-- Insomma, grazie, grazie di cuore, -- gli dissi tendendogli la mano.

-- Accetto, e non li darò in beneficenza, ti assicuro, perchè sono ben

lontano da quella prosperità che mi attribuisci. Ho avuto un momento

favorevole ma, ora la Borsa va a rotoli, il giuoco peggio che mai, il

credito è quasi nullo... bah!... tristezze, tristezze, mio buon Elia!

-- Se m'avessi dato retta! -- egli osservò tranquillamente.

-- In cosa?

-- Oh, in molte cose, in qualsiasi cosa che tu avessi preferita. Partire

con me, per esempio, o almeno prendere una buona volta una risoluzione

decisiva. Ti consigliavo anche di ammogliarti; era la cosa più

ragionevole che tu potessi fare.

-- Infatti m'ero alla fine risolto. Ma giunsi troppo tardi. Quella che

sai, s'era già fidanzata e stava per maritarsi.

-- Ah sì? Qui a Roma?

-- A Roma.

-- E la vedi?

-- Se la vedo?... Sì... qualche volta.

-- Pazienza, mio caro! Ma non c'è poi quella sola. Le ragazze da marito

spuntano come i funghi. Solamente bisognerebbe che ti sbrigassi un

pochino, perchè anche tu cominci a non esser più tanto giovine.

-- Non solo è vero quello che dici, ma mi sento ancora più vecchio della

mia età. Poi è troppo tardi in ogni modo, troppo tardi per mille

ragioni.

-- Vedo, mio caro, che ti ha ripreso un'altra volta la ruggine. Bisogna

ch'io ti galvanizzi un poco lo spirito.

-- Eh, mio buon Elia, temo che non sia soltanto ruggine!... Questa volta

ci dev'essere qualcosa che si è definitivamente spezzato.

-- Oh, come sei tragico!

-- Di' piuttosto: rassegnato. Vedi, la vita non è tutta una burla; v'è

pur qualcosa che si deve scontare, o tosto o tardi, e temo di essere

proprio giunto a quel segno.

-- Via! tu hai sonno adesso, e non v'è nulla che faccia considerare la

vita sotto un colore buio come l'aver dormito male. Riposa ora; più

tardi ne riparleremo. Io me ne vado.

-- No, férmati ancora un poco; non ho più sonno, ti assicuro.

-- Ma vorrei prendere un bagno, cambiarmi d'abiti.

-- Bene: ancora un momento e te n'andrai. Per l'ora di colazione ti

verrò a prendere all'albergo.

-- È inteso, -- egli fece, tornando a sedere.

-- Orsù, raccóntami qualcosa.

-- Di che?

-- Di Elena. Come vive? Cosa fa?

-- Trionfa e splende. A Parigi non si parla che di lei; mena un lusso

iperbolico, la si vide qualche volta al Bosco, ha la sua carrozza, i

suoi domestici, uno splendido appartamento, «rue la Chaussèe d'Antin,

19», se t'interessa.

-- E poi?

-- E poi recita, e miete applausi, e sono in cento che si contendono i

suoi favori. Ah... dimenticavo! Ha una bellissima bimba: una cosina

piena di riccioli... Credevo che fosse tua, ma invece m'hanno assicurato

di no.

-- Non è mia! non è mia! -- esclamai con impeto; -- ma vorrei sapere a

chi l'attribuiscono.

-- Inutile che tu prenda quel tono geloso! Dev'essere un grande

mistero... E poi chi si occupa di questo? In apparenza ti è rimasta

fedele. Ha un amante, certo, ma non lo si conosce.

-- Perchè «certo»? Come puoi affermarlo così?

-- Oh, per Bacco! lo si comprende. In che altro modo si procurerebbe il

denaro per condurre la vita che fa?

-- Se recita, può darsi che guadagni abbastanza...

-- Eh sì! Ci vuol altro! I soli abiti che portava in quest'ultimo dramma

costavano più di quello che può guadagnare in sei mesi. Dunque fa i tuoi

conti. Ma è tardi ora, -- soggiunse guardando l'orologio, -- e bisogna

che ti lasci. Una buona doccia, e mi ritroverai fresco, nonostante

l'orribile viaggio. A rivederci, Guelfo.

-- A rivederci, Elia!

Non appena fui solo, nascosi la faccia nelle coltri e disperatamente

piansi. Ma da quel giorno l'amore mio si ravvolse d'un velo funebre, si

addormentò nel mio cuore profondo come sotto la pietra tombale di un

sepolcro dimenticato.

L'amore che torna: romanzo · 第 34 / 39 题