IV

Andò a finire che l'agente di cambio mi fece credito, e la bionda

Claudia mi concesse qualche privilegio. La sera, naturalmente, mi recavo

spesso a teatro per incontrarla, e mi ricordo di una volta ch'ella

sedeva in un palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La

mia poltrona era dall'altro lato della platea, e durante un intermezzo

ella mi fe' segno di salire. Vi andai. C'era il Wendel al parapetto, di

fronte a lei, mentre il povero Mariani stava rincantucciato in fondo al

palco, vergognoso di avere una moglie così fulgida, un agente di cambio

così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia squisita e mi

domandai se al mondo val qualche volta la pena di avere scrupoli, visto

che, nei rispetti sociali, l'onestà e la disonestà, il sentimento e la

commedia del sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun

divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l'occasione di

andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell'atto anche il Wendel

uscì.

Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta, scintillava

di luce, di gioielli, di spalle nude; i canocchiali curiosamente

incrociavano per ogni verso i loro fuochi. Questa bellissima Claudia,

che aveva il nome ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi

sorrisi e -- cosa inaspettata, -- di fronte a noi, ma in un palco di

seconda fila, c'era Edoarda De Luca insieme con suo marito. In quel

momento vidi Fabio Capuano entrar nel suo palco.

-- Temo che il Wendel sia rimasto un po' male, -- mi disse Claudia

sottovoce, nascondendo la faccia dietro il ventaglio di piume.

-- Di che?

-- Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.

-- Bah! son malumori che passano...

Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso quel palco di

seconda fila. Edoarda portava quella sera un abito nero, scollato, e su

le spalle un boa di _chinchilla_ che morbidamente le ricadeva indietro.

Aveva cambiata pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca,

ma un'acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e riccioli

sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa, e, fra i

capelli, un'orchidea di brillanti, splendidissima. Le sue spalle, il suo

petto, biancheggiavano nella penombra del palco ed avevano in sè

qualcosa di rigogliosamente maturo: il fiorire della fanciulla ch'è

divenuta donna e conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell'amore.

Anche il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei sguardi non

fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca, cercando quasi

d'indovinare le vicende intime della lor vita, e meravigliandomi che un

altro uomo avesse potuto aprire a così piena bellezza quella fanciulla

un po' schiva, che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di

trasparente anima, guardava nella vita con un senso di naturale

malinconia.

V'è sempre in fondo al nostro cuore una religione occulta che torna

verso il passato. Quello ch'è stato nostro ha per noi qualcosa

d'indimenticabile, e credo che i sentimenti più vivi non si distruggano

mai del tutto nello spirito nostro, ma s'addormentino in fondo al cuore

nell'attesa d'un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli e

bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder consolata, e non da noi,

un'anima che per noi soffriva. L'amore infatti è per sua natura un

sentimento che sempre, o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o

segua pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale, d'un

altro sentimento, d'un'altra causa, che l'aiuti a vivere: così la

gelosia, il timore, la lontananza, l'abbandono, la sciagura, la morte.

Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba e consumi

l'immagine che riflette, ma poi d'improvviso la rimandi mille volte più

fulgida. Poichè in tutte le anime l'amore vive di sogno e d'irrealità.

Ora la bella Claudia m'interessava meno; le sue parole artifiziose non

mi davano più alcun turbamento. Uscii dal palco, e, tornato nella mia

poltrona, rimasi lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella

donna vestita di nero, che aveva un'orchidea di brillanti tra i capelli

oscuri.

«Vedi, -- mi andava mormorando nelle orecchie un piccolo demone

beffardo, -- vedi, o grullo!... d'amore non si muore. Anche tu non

morrai!»

E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare il barone De Luca,

tronfio della dote carpita, e lo vedevo, dopo lo spettacolo, con una sua

bella veste da camera, entrar nell'alcova nuziale, quella stessa forse

ch'io rammentavo tappezzata d'una stoffa color d'indaco pallido, con un

baldacchino a larghi drappeggi.

Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse, per offendermi,

una scherzosa fatuità. Al termine dello spettacolo andai nell'atrio per

vederla uscire.

Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri dei soprabiti,

facevano ala dal termine dello scalone sino alla porta d'uscita. Mi posi

con le spalle contro una colonna ed aspettai. Quando apparve giù dagli

ultimi scalini, e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d'una

bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano altre persone;

ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò... Ma camminando barcollava

un poco. Pietro De Luca, nel passarmi accanto, salutò per primo. In

fondo era naturale ch'egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto

naturale che avesse finto di non vedermi.

Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente cortese! Io, quella

sera, mi sentii d'umore pessimo; camminai a casaccio per le strade;

verso le due mi trovai davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio.

Andai al Circolo e giocai fino al mattino.

M'era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver Edoarda,

foss'anche per una volta sola, pur di conoscere la nuova donna ch'era

sbocciata in lei. La mia vita infatti non era più che una ricerca ed una

soddisfazione di capricci continui, per lenire quel desiderio

inestinguibile che dentro mi torturava.

Passò l'inverno. Mi fu proposto in quel tempo di andare al Congo insieme

con una compagnia di speculatori stranieri, uomini risoluti a tutto, e

fui sul punto di accettare; ma siccome in quel momento la Borsa

traversava un periodo di floridezza e tutte le fortune arridevano agli

audaci, preferii, per mezzo del Mariani e del Wendel, tentar l'alea su

certi valori che ascendevano vertiginosamente, ed ebbi il senno di

liquidarli prima dell'inevitabile rovescio. Questa fortuna mi fece

riflettere che il Congo è una terra inospitale, molto lontana, infetta

dalla malaria e dalla malattia del sonno, cosicchè restai. Naturalmente

a Claudia volli far credere d'esser rimasto per lei.

Era fra quelle donne che non acquistano e non perdon nulla quando si

giunge a conoscerle intimamente, perchè la loro bellezza le salva

dall'essere insipide e la loro fatuità dall'innamorare. Son queste le

amanti che piacciono agli uomini di Borsa, gente pratica e spedita, che

all'amore pensano quando ne hanno tempo e vogliono avventure saporite ma

scevre di complicazioni sentimentali. Noi, dopo alcuni mesi, litigammo

per varie futilissime ragioni. Voleva, per esempio, che trovassi modo di

presentarla alla duchessa di Loano, la quale dava in quella stagione

ambitissime feste. Non ne venni a capo, e se ne offese. Poi mi trovava

poco espansivo, troppo indolente; spesso irritabile; diceva che la

trattavo come un'amante vecchia e superflua, che non avevo per lei

alcuna di quelle delicatezze, un po' romantiche forse, ma che sono tanto

necessarie ai piccoli amori. S'ingelosì anche d'una miss Americana, che

in quell'anno accivettava mezza Roma, ed io, sebbene per mio conto non

soffrissi d'alcuna gelosia, nondimeno mi stizzii un poco nel vederle

intessere con tutti gli uomini quelle frivole galanterie che aveva, sin

dal primo giorno, intraprese con me. Tranquillamente l'avventura finì.

Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di veder Edoarda,

in istrada o nei teatri, ma raramente sola. Nonostante il mio desiderio,

m'ero prefisso di non andar nelle case o nelle feste ove supponevo di

poterla incontrare, poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto

quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa di

Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica per l'anticamera.

Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi, un piccolo movimento di

perplessità, poi entrambe passarono, chinando leggermente il capo al mio

saluto. Su l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si

volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia di

martora; su le sue scarpine finissime brillavano due fibbie d'argento:

questo solo ricordo. Dietro lei rimase un solco del suo leggero profumo,

un profumo che le avevo scelto io: soave.

Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo

s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi uscir dai negozi. Se

l'incontravo durante una passeggiata, la seguivo per un tratto,

discretamente, senza darle noia.

Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza, il suo passo

diveniva un po' incerto ed insieme più rapido; non guardava mai dalla

mia parte, non sostava, e tuttavia c'era nel suo modo di camminare

qualcosa d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto la

vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in un negozio; io

non spingevo la temerità fino ad attendere che uscisse.

Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte; era una

curiosità malsana e torbida, era come il desiderio d'un peccato

insolito, che mi accendeva e mi sollevava un poco dalle mie tristezze.

Ogni giorno cercavo un mezzo nuovo per poterla incontrare.

Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima e spesso lo

istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche mia curiosità. Vicino a

Edoarda egli stava per divenire un di que' cocciuti e fidi cavalieri

serventi che spesseggiano intorno alle belle signore, le seguono

dappertutto, nella intimità della famiglia e nei ritrovi della vita

mondana. Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici amorosi;

poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta nel cuore della bella

infedele. Ma ebbero il favore di qualche confidenza, resero alcuno di

que' servigi che si rammentano, o, per la loro professione,

s'immischiarono nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi

del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno grigi, l'intimità li

vizia, l'umore divien geloso, permaloso, irascibile, e degradano giù

giù, fino ad essere l'invitato necessario d'ogni pranzo, il compagno su

gli «stages», nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e

bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli uomini a cui

volentieri i mariti confidan le lor mogli, perchè possiedono tutte le

virtù maritali, mentre non si ritengon pericolosi; cicisbei di gran

corte, che il troppo donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente

ridotti a non destar paura.

Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito e gli

attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva nutrito nell'anima

silenziosamente, ora gli si commutava in una di quelle caparbie

sentimentalità, che spesso divampano all'avvicinarsi della vecchiaia.

Passioni che conservano dell'amore tutto il furor triste, l'amara

gelosia, con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima

temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.

Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più doloroso. Dopo

averla adorata senza mai dirglielo, aveva saputo compiere la più alta

rinunzia per vederla felice, per darla a me; invece se l'era presa Piero

De Luca, vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale

di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi, giuocatore

sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio e di fede in sè

stesso. Dicevano che la generosità d'un amante gli avesse più volte

salvata l'uniforme, quell'uniforme attillata ch'egli portava con tanta

spavalderia. Ora, da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si

vedeva più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa, o

danzare a tutti i balli con eleganza compiuta; ma si dava interamente ai

cavalli, ora sopra tutto che il denaro dei Laurenzano gli permetteva di

nutrire una scuderia da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi

ippici e per le cacce nella campagna.

Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo il matrimonio, nè si

tratteneva dal farlo comprendere a Edoarda. Senonchè il De Luca era un

marito come ve ne sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei

quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima gente. Il De

Luca, -- e Fabio doveva pur convenirne, -- era gaio in famiglia, non

molesto, cortese; accompagnava sua moglie volentieri, le usava

un'infinità di premure, la colmava di regali, questo, beninteso, con il

denaro di lei. Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche --

le quali eran molte -- si mostrava d'una correttezza irreprensibile: non

era inoltre geloso, non scontroso, di belle maniere e liberale: «pareva

che in quel denaro egli ci avesse guazzato fin dall'infanzia»; -- e

questa era una frase del Capuano.

Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se n'era dimesso.

Ora lo avevano ripresentato ed accolto a pieni voti. Uno dei proponenti,

s'intende, fu il Capuano. Ma il De Luca non veniva che ad intervalli;

dopo il matrimonio aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le

scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di cavalli.

Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio pretendeva di no.

S'egli amasse Edoarda? Forse.

Ora le carrozze dei Laurenzano erano stemmate; sul portone del palazzo

era uscito un grande scudo marmoreo con le armi dei De Luca, ch'eran tre

stelle sopra un mare, con un torchio ed una chiave. «_Nostra cum vi_».

La vecchia zia era morta da tempo; ne avevano già smesso il lutto. Un

giorno, che si parlava di tutte queste cose, Fabio mi domandò

improvvisamente:

-- Infine, sei dunque pentito della tua pazzia?

-- Pentito?... Ma neanche per sogno! -- risposi bruscamente, alzando le

spalle. Poi, siccome volevo sapere molte cose, presi a domandargli con

somma naturalezza: -- Edoarda non ti ha mai parlato di me?

-- Sì, qualche volta, in principio; ma ora, da che sei tornato, evita

manifestamente questo discorso.

-- Ah!

-- Però conosce tutte le tue prodezze.

-- Quali?

-- Oh Dio... tutte!

-- E naturalmente gliele avrai raccontate tu.

-- Un po' io, un po' gli altri. Perchè? ti spiace?

-- Figùrati!... Mi è del tutto indifferente. Volevo soltanto sapere cosa

dice di me. Forse mi compiange?

-- No; anzi non esprime alcun giudizio. Solo, una volta, m'ha detto di

averti veduto, credo in teatro, e di aver notato che avevi l'aria un po'

mutata... da quel tempo.

-- Mutata? E come?

-- Che so io? lo sguardo più duro, l'espressione d'un uomo che sia molto

vissuto in poco tempo, l'aspetto un po' patito... Non ha detto di più.

-- E non hanno bimbi?

-- Finora no.

-- Come mai?

-- E cosa vuoi che ne sappia io! -- esclamò egli, con il suo solito

malumore sorridente.

-- Senti: e se per caso l'incontrassi una volta, in società o in altro

luogo dove fosse indispensabile parlarci?

Gli feci di proposito questa domanda, sapendo ch'egli l'avrebbe

ripetuta.

-- Mah?... -- rispose Fabio, -- non saprei. Il marito come si dimostra

con te?

-- Cortesissimo.

-- Vi parlate?

-- Al Circolo, qualche volta; poche parole.

-- Bah! Potresti al caso rivolgerle accademicamente un saluto: buon

giorno, buona sera... Questo non conta.

-- E mi risponderà?

-- Per forza.

-- Senti: è una domanda stupida, oziosa la mia... Ma credi che sia tutto

passato in lei?

-- Ah... non so. -- E soggiunse con la sua voce burbera: -- Le donne,

sai, chi le indovina è bravo!

Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di Spagna, e vi

passai; sapevo che la domenica andava alla Trinità dei Monti con altre

signore, e la domenica passeggiai verso la Trinità dei Monti.

Solevo portare nello sparato della camicia una goccia di rubino ch'era

il castone d'un antico anello; Edoarda me lo aveva regalato, non so più

in quale ricorrenza. Ogni sera, quando supponevo di poterla incontrare

in un teatro, portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di

Roma, un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate, perchè a

quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed allora, ogni mattina, per

andare in Piazza di Spagna, ne misi una: conoscevo la sua memoria

tenace, forse le avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi

pareva di non amarla; per lei non provavo che un senso di gelosa

inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La cercavo tuttavia, con

il pensiero assiduo, mentre il desiderio di rivederla diveniva per me un

bisogno assillante.

Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza di Spagna. Perchè

ogni mattina la rivedo? Perchè non sceglie un diverso cammino?»

E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la primavera fu tutta

sbocciata, le fioraie scesero su la piazza con canestre riboccanti.

Allora, ogni giorno, ella si fermò a comperare qualche mazzo. Talora,

essendomi coricato all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri;

pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata priva di uno

scopo, il giorno che tra quei fiori non l'avessi incontrata.

Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste sotto grandi

ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo: «Come avvicinarla? come

dirle o scriverle una parola?» E mille infantilità, mille vecchie

astuzie da innamorati mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le

respingevo, non volendo sciupare in un modo così comune la mia tortura

delicata.

Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un tempo m'erano

dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva d'una torbida sensualità. Una

mattina, insensatamente, mentr'ella si era fermata per comprar fiori,

m'avvicinai. Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più dei

mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere s'allontanò rapida.

Non la rividi per tre giorni; poi tornò.

Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e sapevo da Fabio

ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva l'incarico di fissare i

posti, ch'erano assai contesi; uno per lei, l'altro per la viscontessa

d'Andrassy, moglie d'un segretario dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse

che il barone De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai Fabio

per vedere quali posti prendesse, e tornatovi tosto, fissai per me una

poltrona dietro l'altre due, nella fila consecutiva.

Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala gremita, il

grande Paderewsky già suonava; la sua testa d'angelo, placida e pura,

sembrava sognasse le note che le sue mani andavano suscitando con un

prodigio di maestria. Per non disturbare gli ascoltatori attesi

l'intermezzo, appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella

penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.

La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio, che la

commozione teneva sospeso in una specie di estatica immobilità; qualcosa

di magico e di possente sollevava gli spiriti, come fiaccole accese, in

una sfera paradisiaca di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle

note volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni,

quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e poi risorse,

quell'amore che divien umile dopo esser stato violento e si appaga di

nulla dopo aver tutto sprezzato, si comunicò fra noi come una cosa

tangibile, divenne materia, bacio, carezze, parola e sospiro fra le

anime nostre, che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi

fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno e di musica

dimenticata.

L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di Edoarda,

rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava quasi le mie

ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i suoi capelli m'avrebbero

sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva, intesi la sua voce ancora,

dopo tanti anni che più non la udivo. Il suo profumo mi veniva in

faccia, qualcosa di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel

manicotto, semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in

Piazza di Spagna.

Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un modo qualsiasi,

fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante l'intermezzo, un amico il

quale sedeva due file più avanti, si volse, mi vide e prese a parlarmi.

Allora, per rispondergli, mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e

le fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la mia voce

dovette darle quel medesimo senso che a me dette la sua, perchè la vidi

trasalir leggermente. Quando ci levammo entrambi per uscire, ella mi

guardò in viso, pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto

solo, mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che vi

serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito il mio cuore.

Mi trovai puerilmente perverso; non l'amavo, e, sopra tutto, non la

volevo amare.

Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa d'Andrassy,

ma sedeva lontana e fu solo negli intermezzi che, levandomi, la potei

vedere. Tutte le ambizioni della mia vita nuova convergevano in questa

sola: possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro la quale m'ero

esasperato fin quasi all'odio. Un mio cuore fittizio mi faceva rivivere

ad uno ad uno tutti gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non

fosse più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi baci,

le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime che avevano

intessuta la storia del nostro lontano amore. Andavo per curiosità

rileggendo alcune sue lettere, che m'erano rimaste per caso, e pur

dicendomi che il tempo muta e travolge tutto, le somme felicità come i

più acerbi dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova

bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un tempo,

ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo fragile. Quel mio cuore

fittizio la desiderava ora intensamente, la desiderava come un delicato

vizio che potesse ancora infondere un po' di vita nella sua mortale

aridità.

A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle case ove

speravo di vederla, ed in una visita presso la contessa di Casciano

finalmente l'incontrai. V'era un numeroso crocchio di signore, qualche

uomo solamente; fra questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e

l'onorevole Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano. Era

costei una signora più che trentenne, ancora piacente, per quanto non

fosse mai stata bella; suo marito, arditissimo esploratore, era morto di

febbre gialla durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte,

ma educate a Londra, il che significa professare una libertà di costumi

a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente puritana. Quando

entrai nella sala, gli occhi di tutti corsero involontariamente da

Edoarda a me, poi sùbito le conversazioni si spensero in uno di que'

bisbigli curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi di

scena così frequenti nella commedia mondana.

Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa mi presentò.

Giunti che fummo davanti alla poltrona ove sedeva Edoarda, fingendo di

conversare animatamente con una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda,

la contessa di Casciano con la più soave ingenuità:

-- Tu, cara, -- le disse -- conosci, credo, il conte Guelfo...

Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le feci un inchino,

rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza di non guardare nessuno, ma mi

sentivo addosso gli occhi di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la

disinvoltura di Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere

sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto in imbarazzo,

continuò a discorrere animatamente, come se nulla fosse accaduto,

mettendo nelle sue parole un sale, una briosità, che non le conoscevo

ancora. Di riflesso, mi trovai molto impacciato, e poichè la contessa di

Casciano, in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di

provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o Edoarda a me,

durai gran pena a non smentire quella fama che avevo di gaio e facile

parlatore.

Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua faccia strabiliata,

quando ci vide, per poco non fece ridere anche me. Non appena gli fu

possibile avvicinarsi a me, che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per

sibilarmi sottovoce:

-- Che novità son queste? Sei pazzo ora?

Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi leggermente:

-- Perchè mai?

Lo vidi poi che diceva qualcosa misteriosamente anche a Edoarda. Poco

dopo, cogliendo l'occasione che la nobildonna mezzo sorda se n'andava,

Edoarda pure si levò. Strinse la mano a tutte le signore, a noi uomini

fece solamente un cenno del capo.

Questa mia prodezza non ebbe che due conseguenze: la prima, che per una

settimana ella non passò più per Piazza di Spagna, e l'altra fu una gran

diatriba fattami dal Capuano.

La sera stessa me lo vidi giungere in casa, fuori di sè. Ancor prima di

togliersi il soprabito, e senza nemmeno darmi la buona sera, cominciò a

sciogliere i freni del suo sdegno.

-- Insomma, insomma, io non capisco più in che mondo si vive! I

gentiluomini, o quelli che dovrebbero esser tali, mancano ai riguardi

più elementari dell'educazione! In verità!...

-- Puoi dire, puoi dire!... Tanto, sai che non m'offendo.

-- Ma vieni un po' qui, ragazzo mio! Spiégami: cosa ti sei fitto in

capo? Forse di far la corte a Edoarda?

-- Eh, via!... tu scherzi!

-- Ti avverto che si comincia col dirlo in giro. E in fede mia tu fai

proprio tutto quello che ci vuole per lasciarlo credere.

Mi stavo infilando i pantaloni dell'abito da sera; egli camminava per la

stanza, con il suo gestire da caratterista.

-- Sai, Fabio? Se tu avessi fatto il predicatore, chissà quanta gente

sarebbe accorsa per udire i tuoi quaresimali!

-- Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.

-- Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa ambasceria?

-- Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde non l'ho ancora

veduta.

-- Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare la contessa di

Casciano, v'incontrai Edoarda?

-- Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi, ti son

dunque venute tutte in un colpo?

-- M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile per non perdere

il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi chiari di luna!

-- Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E la Trinità dei

Monti? E quel canocchiale che in teatro non abbassi un momento? Tutto

questo è sempre per l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di

niente! In fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio

innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!

-- Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un santo piacere:

parliamo d'altro!

Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta, si pose a

cavalcioni d'una sedia e non parlò più.

Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta, chiamai Ludovico

perchè mi spazzolasse ben bene l'abito, misi un fiore all'occhiello,

profumai il fazzoletto e presi da un tavolino le chiavi di casa.

-- Dunque vieni o resti? -- gli domandai.

-- Usciamo pure! -- fece, tragicamente.

Quand'ebbimo camminato un po' per la strada, visto ch'egli non parlava,

lo presi sottobraccio.

-- Di'... non sarai mica offeso per caso?

Bastava una frase amichevole per rimetterlo di buon umore.

-- Ci mancherebbe altro! -- esclamò allegramente.

-- Sai, -- gli dissi, -- che il tuo isterismo peggiora ogni giorno?

-- E sai, -- rispose con una perfidia sorridente, -- che la tua

balordaggine è divenuta cronica? Sapevo che con questi occhi avrei

vedute ancora le cose più stravaganti, più inverosimili che possano

accadere al mondo; ma di vederti un'altra volta innamorato d'Edoarda...

questo poi no!

-- Siamo da capo?

-- Calma! Non ti voglio dire che una cosa sola. Non sei cattivo, tutte

le sciocchezze che fai si devono solamente alla tua gran leggerezza...

Ma, guarda: se ora ti figgessi nel capo di scompigliare un'altra volta

la vita di quella creatura, m'incuteresti un così grande ribrezzo, che

avrei per sempre vergogna di stringere la tua mano.

-- Su, dammela quella mano, e vieni a pranzo con me!

-- Grazie, non posso.

-- Perchè? hai forse un altro invito? Vedo che infatti hai una stupenda

cravatta bianca.

-- Sì, sono invitato.

-- E dove, se è lecito?

-- Dai De Luca, -- egli convenne, quasi a malincuore.

-- Ah... buon appetito!

V

Era giornata di caccia. Il master, don Antonino Feretra, ci aveva dato

convegno per le nove del mattino.

Fresco ed ilare, per quella giocondità della primavera laziale, ero

uscito di buon'ora montando per la prima volta Bluff, il mio nuovissimo

irlandese dal mantello sauro focato, con il muso e le balzane d'un color

candido come la neve.

Due mazzi di baccarà eccezionali mi avevano permesso di comperare questo

ammirevole cavallo, giunto fresco fresco dall'Irlanda e conteso con

sforzi eroici all'imberbe quanto milionario Stefanuccio Gola, che, non

essendosi ancora potuto liberare da una fastidiosa inabilitazione,

m'aveva dovuto cedere sul prezzo. Bluff era un superbo animale, dalla

criniera folta, le reni spaziose, il petto robusto, saltatore agilissimo

e galoppatore instancabile.

Stretto nella mia giubba rossa, recandomi di buon trotto al «meet», mi

pareva d'essere tornato il gentiluomo d'una volta, intrepido a tutte le

macerie, spavaldo in sella come se ci fossi nato. E la vita, quella

mattina, mi piaceva ancora.

Giunsi, mentre il master prendeva il galoppo seguito dai cani, facendo

squillare nitidamente il corno da caccia.

Il «meet» era frequentatissimo. Vidi Piero de Luca in sella d'un

puro-sangue irrequieto come una gazzella e intesi donna Maria Monsélice,

amazzone ammiratissima, dirgli con tono d'intenditrice:

-- Long Tail non vi farà il percorso, barone, e voi rischiate di

rompervi il collo. Spero che girerete le macerie.

Il De Luca, sorridendo come un uomo indurito alle avventure della sella,

rispose:

-- Tutt'altro! È una scommessa, Donna Maria, e sono ben sicuro di

vincere.

-- Sarebbe veramente peccato rovinare questo bel puro-sangue in una

caccia.

-- Long Tail ha un'andatura infernale, ma non rifiuta nessun ostacolo;

se permettete, vi seguirò da vicino, senza lasciargli prendere la mano.

-- Andiamo! -- diss'ella scudisciando il proprio cavallo. E volarono

via.

Stavo intanto parlando con due cavalieri che ammiravano Bluff, quando,

fra un gruppo d'amazzoni che prendevano il galoppo, vidi o mi parve

riconoscere Edoarda, nel mezzo fra la contessa di Casciano e miss Emy

Ruffles, con altre che non ravvisai. Guidavano il gruppo Giorgio

Sannìzzaro ed un capitano di cavalleria. Difficilmente l'occhio poteva

trarmi in errore, ma, per il travestimento dell'amazzone, e sapendo che

a' miei tempi ella non aveva mai preso parte ad alcuna caccia, dubitai

d'essermi ingannato.

Col cuore in tumulto misi Bluff di galoppo, spingendolo in direzione del

gruppo che già s'allontanava per la campagna. L'irlandese di buon

sangue, spiegando un'andatura meravigliosamente distesa, in breve li

accostò, e quando giunsi a pochi metri da loro durai gran fatica per

diminuirne l'impeto e non passar oltre.

Da vicino riconobbi Edoarda. Ella montava una cavalla baia, nervosa e

gentile; indossava un'amazzone di velluto color viola fosco, portando,

come una volta, i capelli annodati su la nuca. Un largo velo,

fasciandole il cappello due volte, lasciava ondeggiare i suoi lembi nel

vento del galoppo. Pensavo: «Egli le ha comunicate le sue passioni.

Questo nuovo amore del cavallo è un segno quasi di affinità con lui.» E

per tenermi dietro al gruppo dov'ella era, di continuo rompevo

l'appoggio del morso a Bluff, che generosamente li voleva sopravvanzare.

Tutta la campagna laziale, a perdita d'occhio, era inondata di sole; il

terreno mandava un luccicore insostenibile, rotto qua e là dall'ammasso

di un'antica maceria, dove le scaglie d'argilla balenavano come frantumi

di specchiere.

Davanti si parò una staccionata d'un metro circa, ed il gruppo, su due

file, saltò netto. Ma, sopravvenute una seconda, poi una terza, i

cavalli, animatisi ruppero un poco l'ordine, distanziandosi

gradatamente. Le braccia più non mi reggevano per lo sforzo di rimanere

in coda, e allora, piegando sul fianco, lasciai che l'irlandese

passasse. Rapidamente mandai loro un saluto.

Giorgio Sannìzzaro mi gridò dietro:

-- Eh, eh! di volata, Guelfo!...

Ma Bluff, quand'ebbe lo spazio libero davanti, s'acquietò, e mi trovai

di paro con l'ufficiale, che durava la stessa fatica nel dominare il suo

polledro. Lo conoscevo, e questa ragione mi servì per unirmi al gruppo,

tenendone la testa ad una cinquantina di metri. Incontrammo una piccola

maceria; il capitano saltò furiosamente; il suo polledro lo portò via.

Bluff fece un salto al quale Sannìzzaro, dietro, applaudì, e volgendomi

li vidi saltare tutti facilmente, tranne il cavallo di Miss Ruffles che

fece uno scarto e, dopo aver ritentato, passò di fianco.

Il terreno cominciava ad essere malagevole. Da tutte le parti si

vedevano frotte di cavalieri correre a briglia sciolta, mettendo

nell'immensa campagna un formicolìo di giubbe rosse e d'amazzoni oscure,

con l'eco nell'aria degli eccitamenti dati ai cavalli e lo scrosciare

lungo di qualche nitrito. Un sordo rumore di terreno battuto si

propagava in tutte le direzioni, sollevando per la infinita campagna

quasi una oscillante sonorità.

Miss Ruffles era rimasta indietro; il Sannìzzaro aveva di molto

rallentata l'andatura per non lasciarla sola, ed io, volgendo il capo,

vidi a poca distanza dal mio cavallo Edoarda e la contessa di Casciano,

le quali galoppavano di paro. Bluff vide sorgere davanti a sè una

maceria larga ed ineguale; drizzando le orecchie vi si buttò sotto come

un fulmine, prese male il salto e la passò rasente rasente, in grazia

del colpo di reni che mi diede quando si sentì sopraffatto dall'altezza.

Una pietra toccata sbalzò fuori. Mi fermai dietro l'ostacolo per vedere

il salto delle due cavalcatrici.

La contessa di Casciano, che montava un saltatore da concorso, passò per

la prima, facilmente, sorridendo; invece la baietta di Edoarda,

spiccando il salto su le quattro zampe, scavalcò la maceria

scompostamente, levandosi di peso, come fanno le capre. Attesi che le

due signore passassero, e mi posi dietro loro, ad un galoppo misurato.

Una frotta di cavalieri ci attraversò la strada, lasciando nell'aria un

sibilo di voci e di scudisci.

Bluff, spumoso per l'impazienza di raggiungere i più lontani, andava

tutto a puntate, volate; per intorno l'alta erba, solcata in ogni senso,

mostrava le tracce delle varie cavalcate.

Vidi con gioia la baietta di Edoarda perdere terreno, mentre il bel

sauro della contessa di Casciano, indocilmente le forzava la mano

stanca. Finalmente, dopo aver saltato un'altro ostacolo, colei si volse,

disse qualcosa alla compagna, e filò via. Edoarda, rimasta sola, diresse

la cavalla verso un lieve pendio, poi, allentando le redini, si lasciò

condurre. Appariva stanca; erano forse le prime cacce, v'era in tutta la

sua persona una specie di rilassatezza.

Copersi allora la breve distanza che ci separava, e per qualche minuto

Bluff galoppò col muso vicino alla groppa della baietta. Lontano si

vedevano i cavalieri convergere tutti verso un lato, a sinistra, e

poichè i nostri cavalli v'andavano pure, d'un salto la sopravanzai,

diedi una spronata nei fianchi a Bluff, e, piegando su la destra, lo

lasciai galoppare.

Sapevo che nonostante ogni sforzo dell'amazzone la baietta m'avrebbe

seguito.

Curvo, senza volgermi, sentendola presso, respiravo con voluttà la

fragranza del vento primaverile; mi pareva di rapirla, di trarmela

dietro legata alla mia sella, senza scampo, come in una leggenda, verso

una solitudine di cielo e di luce. Una paura indefinibile mi tratteneva

dal volgermi, per guardarla in faccia, e nel fischio dell'aria celere

sentivo pur distintamente l'affanno del suo respiro.

Per una specie di crudeltà non mi volli fermare; i due cavalli

schiumavano, dopo venticinque minuti di galoppo serrato sopra un terreno

che le piogge avevano reso pesante; v'erano sassi e buche, ma quel

pericolo mi piaceva. Piantai di nuovo gli sproni nei fianchi di Bluff,

ed il buon generoso cavallo, raddoppiando di lena, a scatti, a volate,

galoppò così disteso, che l'erbe alte gli staffilavano il ventre. E la

baietta dietro, ansante, senza cedermi d'un passo.

Saltammo tre volte, come volando, l'ultima, intesi Edoarda dare un

piccolo grido: si era sentita forse cadere, perchè la baietta saltava

con troppo impeto.

Allora mi volsi. Pallida, con gli occhi semichiusi, il busto un po'

rovesciato all'indietro, pareva che quella corsa l'avesse del tutto

sopraffatta ed estenuata; vidi che non teneva quasi le redini, compresi

il pericolo, ed a forza di braccia rallentai. Pianamente ci mettemmo di

paro, ansanti entrambi come i nostri cavalli, senza guardarci, lontani

da tutti, nella solitudine, nel sole.

-- Edoarda... -- mormorai con paura, passando la mano su la criniera

della sua cavalla, tanto le stavo presso.

Il lembo del suo velo mi sventolava sopra una spalla, e poichè le parole

mancavano, eran tutte impari alla mia commozione, lasciai la criniera,

presi una sua mano, strinsi dolcemente quelle dita, e la briglia che

tenevano, insieme.

Ella bruscamente scosse il pugno, e la cavalla molestata fece un piccolo

salto.

-- Mi perdonate? -- le domandai. -- Sono stato pazzo a condurvi qui, non

è vero?

Ella piegò la testa e sorrise; quel sorriso fu così pieno di gentilezza,

che ne provai quasi un rimorso.

-- Non potevo più vivere a questo modo! -- le dissi. -- Bisognava pure

che vi parlassi.

-- Sapete... -- rispose con volubilità, guardandomi senz'alcuna

esitazione, -- avete rischiato di farmi rompere il collo! Davvero,

all'ultimo salto, sono rimasta su per miracolo...

Non era più la stessa donna; la guardavo e l'ascoltavo con sorpresa.

-- Non avevo altro modo per potervi parlare, -- le dissi con dolcezza;

-- e sono mesi che attendo...

-- Oh, davvero?

Le presi la mano di nuovo:

-- Perchè scherzate così? -- Proprio non conto più nulla per voi?

Null'affatto?

Ella abbassò le palpebre con un sorriso pieno di sottile ironia.

-- Spero non dimenticherete che ho un marito, mio caro conte! -- E disse

quest'ultime due parole con uno scherno che mi ferì.

-- Noi ci eravamo promessi una volta di rimanere l'uno per l'altra tutta

la vita, -- le risposi con esitazione. -- Ma, già, queste sono parole

che si dicono... almeno per voi!

-- Già, si dicono pur troppo! Ma un gentiluomo che le abbia intese,

dovrebbe saper anche dimenticarle, vi pare?

L'amore che torna: romanzo · 第 31 / 39 题