Allora una specie di follìa mi travolse. Dopo avere inutilmente
perseguitata Elena e patite per questo amore le umiliazione più dure,
dopo essermi trascinato a' suoi piedi come un servo ed averla
oltraggiata come un padrone, dopo averle offerto il mio nome per
legittimare questa figlia che non conoscevo, dovetti finalmente
arrendermi alla sua volontà più forte e partire. Fuggire piuttosto,
inseguito dall'ossessione di questo amore, che mi si era infitto
nell'anima come una spina lacerante. Ella era perennemente un
incomprensibile mistero. Meditai di uccidermi per non soffrire più, e
certo l'avrei fatto, se nel cuore, profondo come il fuoco della stessa
mia vita, non mi fosse rimasto il pensiero di poterla riavere un giorno.
L'avrei accolta sciupata e macchiata, comunque volesse tornare a me,
anche dalla strada ed anche per esserne beffato; avrei tutto sofferto da
lei, perfino il disamore, il tradimento, la vergogna, pur di averla
sempre vicina e respirare nel cerchio paradisiaco della sua vita. Questo
finalmente poteva chiamarsi l'amore.
Ma non volle. Mi giudicò incapace di un sacrifizio duraturo e preferì
ella sola provvedere al destino della figlia che le avevo data.
Qua e là, torvo e sfrenato, corsi allora in cerca d'oblìo. Con una sete
rabbiosa mi detti al piacere che mi tediava, alla dissolutezza che mi
lasciava nell'anima stanca un più enorme fastidio della vita. Ogni
coltre mi era insonne, ogni mensa discara, ogni città piccola e cupa; il
riso, che andavo cercando, increspandomi le labbra, mi torceva il cuore.
In questa fuga davanti a me stesso imparai quell'intima disperazione che
fa dell'uomo più altero un piccolo e miserando essere, il quale cerchi
di nascondere alla gente, sotto la maschera dell'indifferenza, la sua
rassegnata follìa.
Scialacquavo il denaro; mi piaceva sentirmi scendere nuovamente verso la
rovina; c'era in me un uomo che neghittosamente si lasciava uccidere, ma
un altro v'era che, riottoso e bramoso, voleva risollevare sè stesso,
prodigandosi le dimenticanze più soavi ed insieme le più delicate
vendette. Qualche volta, come in sogno, mi appariva la bimba
sconosciuta, che di lontano mi tendeva le sue manine rosee, cullata fra
le braccia di una madre la quale non le avrebbe insegnato il mio nome.
Sul finir dell'autunno tornai a Roma, desideroso di rinnovare il mio
fasto, perchè nessuno potesse comprendere quanto nell'anima mia fossi
affaticato e vinto.
Vi giunsi una sera che le torri e le cupole infoscavano tra la
nuvolaglia bassa; il Tevere livido serpeggiava sotto i ponti deserti;
pareva che una immensa morte fosse calata sulla città neroniana. Dalle
suburre antiche tutte le fogne di Roma emanavano per l'aria immobile un
odor grave di putredine e di morte.
Presi a vivere largamente, comperai cavalli, offersi banchetti, cercai
clamorosi amori; e col volgere del tempo l'abitudine, medicatrice
paziente, fasciava d'insensibilità il mio nascosto dolore. Ma era
necessario che mi stordissi continuamente, che non fossi mai solo, che
non allentassi mai lo sforzo al quale mi costringevo. Andavo in cerca
degli amici, delle amiche d'un tempo, visitavo le signore, accettavo
inviti, cercavo di mascherare col maggior brìo la disperazione latente.
Quand'ebbi spesa la maggior parte del denaro che mi restava, decisi di
tentare nuove speculazioni di Borsa, e ricordandomi di un tal Mariani,
che appunto in Borsa passava per uno scaltro faccendiere, una mattina
l'andai a trovare.
Questo Mariani era uno fra que' tanti parassiti che ogni compagnia di
gaudenti sopporta e nutre nel suo grembo, tollerandone tutte le
piccinerie. Quando l'avevo conosciuto al Circolo, quattro anni prima,
egli vivacchiava, speculando alla chetichella, servendo il prossimo con
astuzia, riuscendo a cacciarsi un po' dappertutto, come un lumacone che
a furia di strisciare giunge nondimeno a compiere la sua strada. Giocava
per solito con prudenza metodica e taccagna; ma una sera di gran
disdetta, squilibratosi fuor del consueto, perdette contro di me nove o
diecimila lire. Nessuno vi pose mente; si sapeva che non avrebbe pagato
e tutti ridevano della sua disavventura. Impiegò un anno per darmi un
piccolo acconto; il resto si prescrisse tacitamente. Sapevo che s'era
poi ammogliato con una donna bellissima, sapevo inoltre che sua moglie
vendeva care le proprie bellezze ad un certo Wendel, agente di cambio
molto facoltoso, e che il buon Mariani subiva la cosa con pacata
rassegnazione per la pace e la prosperità della famiglia.
Quella mattina il Mariani stava radendosi la barba. Quando
m'annunziarono, venne su la soglia della sua camera con la faccia
insaponata ed un asciugamano intorno al collo.
-- Guarda mai chi vedo! -- esclamò con voce insospettita. -- Ma che buon
vento ti mena? Entra, entra! Mi permetti di continuare a radermi?
-- Figùrati!
Egli, distratto, cominciò a far passare il rasoio su la cute.
-- Dunque? -- mi domandò con premura.
-- Si tratta, mio buon Mariani, di questo. Sono a corto di denari e...
-- Ah?... sei a corto di denari? -- E fece un movimento così brusco
ch'io temetti si fosse almeno scorticato.
-- Cosa transitoria, -- spiegai; -- ma intanto ne sono molto seccato.
-- Allora?
Cessò risolutamente dal radersi e mi guardò sbigottito.
-- Sai, -- mi disse a fior di labbro, con una voce tra l'agro e il
dolce, -- sai che i miei mezzi sono così scarsi... specialmente ora, con
una famiglia su le spalle... Non puoi credere quanto mi costa! Lavoro,
cerco d'industriarmi come posso e tuttavia sbarco il lunario a malapena.
Però, se posso aiutarti in qualche piccola cosa, lo farò di buon cuore:
so che hai avuto molti rovesci.
-- Oh, Dio... i rovesci che hanno tutti. Gli alti e bassi della
fortuna... si sa!
-- Insomma senti... -- Egli posò il rasoio, si riasciugò il sapone dal
mento e mi venne vicino. -- Senti, oggi è una cattiva giornata: siamo a
fine mese, ho molti impegni; ma dimmi cosa ti abbisogna e vedrò fra
qualche giorno di renderti servizio.
-- Hai una sigaretta? -- risposi con noncuranza.
-- Sì, guarda, lì, nell'astuccio.
-- -Grazie. -- Presi a camminare e dissi: -- Mi preme avvertirti che non
sono venuto per darti una stoccata. Mi conosci bene e sai chi sono. --
Parlavo con un tono di minaccia sorridente; egli si fece grave e cupo.
-- Sai, -- ripresi con amabilità, -- vengono certi momenti nella vita,
in cui si è costretti a frugare anche nel mazzo delle vecchie carte
gialle... Non meravigliarti....
-- Vero, verissimo, -- egli annuì senza convinzione.
-- Dunque sono venuto a vedere se tu potessi pagarmi quelle famose
diecimila lire...
-- Nove, nove!...
-- ... quelle famose novemila lire che tu sai.
-- Oh, mio buon Guelfo!... -- balbettò soffocatamente, -- mi domandi una
cosa impossibile! Quella è stata una sera di pazzia. Me ne ricorderò
tutta la vita. Sai ch'io gioco piccolo, piccolo... che non ho mezzi... e
tu sei stato buono, veramente sei stato buono con me...
-- Non è il caso di ripensarvi ora. Anzi non te ne avrei nemmeno parlato
se non vi fossi un po' costretto dalle necessità.
-- Gli è... gli è... che io... francamente... insomma, ti apro il cuore
come ad un amico, gli è che io, neanche oggi, non sono in grado di
pagartele... Se vuoi cinquecento lire?
La sua faccia lucida di sapone rasciugato era di una comicità
irresistibile. Sorrisi.
-- Allora, -- feci con indulgenza, -- lasciamo questo argomento e non
parliamone più. Ma in cambio devi rendermi un'altro servigio.
-- Di' pure! di' pure! -- egli esclamò, risuscitando.
-- Intanto sappi una cosa: che non dovrai sborsare neanche un centesimo.
-- Oh, questo non importa! -- egli fece mellifluamente. Andò allo
specchio e s'insaponò di nuovo le guance.
-- Ascóltami dunque -- ripresi. -- Vorrei tentare alcune speculazioni di
Borsa.
-- Nulla di più facile.
-- Ma mi occorre trovare un agente di cambio il quale mi faccia credito,
e so che tu sei molto pratico di queste faccende.
-- Già; ma, vedi...
-- Lásciami dire; tu sei intimo del Wendel, non è vero?
-- Intimo no, -- egli fece con una certa confusione, -- ma insomma lo
conosco molto bene, lavoro per lui...
-- Appunto. È un uomo che, negli affari, conosce molto bene il fatto
suo, perciò desidererei la sua protezione. Depositerò solo una parte
della cauzione, ma tu mi devi ottenere, dalla sua fiducia, il resto.
S'intende che vi guadagneresti anche tu le tue mediazioni.
-- Wendel... Wendel... -- cominciò egli a borbottare, -- è un uomo così
bizzarro! Poi, vedi, la Borsa, in questo momento, non te la
consiglierei...
-- Peuh!... se andrà male, tanto peggio! Sono deciso a tentare.
-- Insomma, è un'idea su la quale devi riflettere.
-- Certo; ma dimmi solo se t'incarichi della faccenda.
-- Dio buono! non ti nascondo ch'è un bel grattacapo! Vediamo un po': di
quale cauzione disponi?
-- Una quindicina di mille franchi al più, se tu non puoi aggiungervi
nulla, come speravo.
-- Oh, io, ti ho detto...
-- È inteso, è inteso! Dunque una quindicina; ma s'intende che vorrei
speculare molto più in grande.
Egli finiva di rasciugarsi la faccia e s'incipriava.
-- Bene, senti, -- concluse dopo aver meditato, -- ti prometto che farò
il possibile. Se non riuscissi, non sarebbe colpa mia.
-- No, caro Mariani, so benissimo che tu, volendo, puoi ottenermi quello
che desidero. In fin dei conti ho ancora le mie terre!
-- Quale? Torre Guelfa?
-- Già!
-- In questo caso mi sarà più facile.
-- Poi, ti ripeto, ci potremmo intendere su tutto. Gli affari li
tenteremo anche a metà, se credi.
-- Insomma, ne ragioneremo; ti prometto che ne ragioneremo, -- fece con
intendimento.
-- Bada che ci conto.
-- È inteso. Ed ora ti prego di rimanere a colazione; voglio farti
conoscere mia moglie.
-- Grazie, volentieri.
Sua moglie infatti era una donna che valeva la pena d'essere conosciuta.
Alta e bionda, con gli occhi un po' tinti, le mani troppo inanellate,
vestiva con eleganza, discorreva con spigliatezza. Durante la colazione
si parlò di cose molto superficiali; notizie concernenti gli amici che
avevo perduti di vista e le brighe diverse ch'essi avevano con le loro
famiglie, con i lor patrimoni o con le loro amanti. Egli mi raccontò
della sua vita, io della mia, senza dirci entrambi una parola di verità,
come avviene molto spesso. Dopo la colazione il Mariani uscì subito, per
faccende che gli premevano; io rimasi un poco a discorrere con la
signora. Parlava di suo marito con una indulgenza un po' ironica, e di
sè stessa come d'una incompresa. Portava una camicetta di pizzo che
lasciava scoperte le sue braccia fino al gomito, e quelle braccia erano
bellissime; la sua gola, tra le sforacchiature del pizzo, biancheggiava
tonda e piena. Si era fatta ondulare i capelli e portava qualche
ricciolo rimesso. Mi diceva di ricordarsi ancora, dal tempo in cui era
fanciulla e andava con sua madre al Pincio, di avermi veduto guidare «i
più bei cavalli di Roma».
-- C'è a Parigi, -- le dicevo a mia volta -- un'attrice che vi somiglia
in modo sorprendente. Ne avrete forse inteso parlare: Margot de Sèvres.
-- Oh certo! Ne ho veduto anche il ritratto in una rivista. Ma è un
complimento che mi fate!
-- O che faccio all'altra... non saprei.
-- In ogni modo ne sono lusingata. -- E aveva, nel ridere, una
provocazione diffusa per tutta la persona.
-- A Roma, -- domandai -- che vita fate? La società?
-- No, affatto; mio marito la odia.
-- Il teatro? le corse? le cacce?
-- Un po' il teatro e poco il resto; rimango molto in casa, ricevo
alcuni amici, faccio qualche visita... una vita sciocca, in fondo. Ma,
che volete? Mariani è un originale. Non ha cambiate le sue vecchie
abitudini, e povera me se volessi costringerlo a condurre una vita
mondana.
-- Oh, lo conosco! e per quanto gli voglia bene, credo ch'egli non
sappia valutare abbastanza una donna come voi... Il Mariani, gliel'ho
ripetuto sempre, non doveva prender moglie.
-- Perchè dite questo? -- ella fece con sorpresa.
-- Così... mi pare... Forse m'inganno anche.
-- Mah? -- ella fece con un sorriso. Poi corresse: -- Mio marito è molto
buono.
-- Certo, -- affermai. -- E sono forse indiscreto nel dirvi queste cose,
poche ore dopo avervi conosciuta. Ma intesi molto spesso parlare di voi,
e siete fra quelle donne che interessano anche gli estranei. Voi, da
signorina, vi ricordate di aver osservato i miei cavalli al Pincio; io,
quand'eravate signorina, mi ricordo di avervi veduta una mattina, una
domenica di Maggio, uscir di chiesa con un grande cappello di paglia
fiorentina ornato di rose fresche... Era la prima volta che vi vedevo e
mi ricordo d'essermi fermato per domandare di voi ad un conoscente, il
quale vi salutava. Come vedete, ho buona memoria anch'io!
Ella sorrideva nell'ascoltarmi, allettata e sorpresa. Ma i suoi occhi
ambigui, dietro quel sorriso, mi andavano scrutando.
-- E quando, -- ripresi, -- quando mi raccontarono che il Mariani si era
fidanzato con voi, dissi fra me: «Bah... quelle rose fresche erano belle
assai!» E l'ho invidiato un momento, come invidiai tutti gli uomini che
sposarono una donna bella. È forse questa invidia molteplice che mi ha
salvato sempre dal pericolo del matrimonio.
-- Però, -- ella fece con un sorriso ironico, -- vi siete andato molto
vicino...
-- Certo, -- risposi leggermente; -- vicino a questo, come a tutti gli
altri pericoli, a tutte le altre tentazioni della vita.
E mi accommiatai dicendole:
-- Se permettete, donna Claudia, verrò a farvi un'altra visita fra
qualche giorno.
-- Grazie; sono quasi sempre in casa, fin verso le quattro.
-- Quando allora?
-- Venerdì, se volete.