Rimasi lunghi giorni senza una parola di Elena, poi venne questa sua
lettera breve:
«Ho promesso di scriverti, Germano, e lo faccio per una sola volta, non
volendo lasciare senza risposta le lettere che mi mandi ogni giorno. Ma
sarà l'ultima. Ho troppo sofferto per poterti scrivere. Del mio dolore
non guarirò mai. Questa certezza deve bastarti, se veramente mi vuoi
bene.
Sentirai parlare di me -- io di te; ma dovremo rimaner estranei, e tu
non far nulla per avvicinarmi ancora. Te lo chiedo come una preghiera
ultima, e sia per te un dovere l'esaudirla. Un giorno forse -- quando ti
saprò felice -- ti dirò ancora una cosa, quella che stava per sfuggirmi,
al treno, mentre partivi. Ma tu non la domandare.
Avevi nelle mani la mia felicità e l'hai lasciata cadere; io non
possedevo la tua, perchè altrimenti l'avrei custodita, invece di
rinunziare a te.
So una cosa: il tuo cuore non amerà mai -- il mio mai più. Fra qualche
giorno cambierò casa... È tutto. Addio.
_Elena_»
Vi son giorni della vita in cui pare che un naufragio immenso accada
intorno a noi; pare che si spenga il sole anche su le memorie più
lontane, anche nell'anima, e per sempre. Viene una voglia neghittosa di
chiudere gli occhi e dormire il sonno dell'oblìo, perchè tutte
dispiacciono tediano e spaventano le cose che rifulgevano come fiamme
all'ápice dei nostri desiderii.
Come una morte nella vita, queste agonie della speranza lasciano in chi
le soffre un segno duraturo. Tale mi ritrovai, leggendo la lettera di
Elena; e, sotto la tempesta che passava, mi sentii cadere come un uomo
esausto, condannato a non levarsi più. Ero disertato, espulso, vinto; la
temerità cessava, l'ascensione aveva una vertiginosa caduta.
Ero giunto a quell'ora, tristissima fra tutte, in cui l'uomo comprende
come la sua piccola superbia non basti a vivere, come tutto sia precario
ciò che non viene dal cuore. Imparavo a conoscere la solitudine, la
vergogna, la paura, compagne desolanti, e andavo, incredulo ancora della
mia sorte, verso una specie di esilio definitivo.
Ebbi la voglia di risollevarmi e non l'energia per lottare; volsi nella
mente le idee più pazze; volli tornare da Elena, inginocchiarmi,
supplicarla di riprendere la nostra vita, e mi sentivo capace d'ogni
sacrifizio pur di non perdere questo amore. Le scrissi, non rispose;
quando fui sul punto di partire, compresi che sarebbe stata una inutile
follìa, e per non parere vile, chiuso nella fierezza rimastami, cercai
che il mio cuore la dimenticasse.
Ma ella veniva la notte, d'improvviso, a dormire fra le mie braccia, e
con triste furore le prodigavo i baci che struggono come attimi di
morte. Furtiva, era dietro i miei passi, ed in ogni cosa ritrovavo una
lontana memoria di lei. La sua voce mi saliva nell'anima come una
distante musica; a volte mi pareva di attingere la mia vita nel suo
caldo respiro, a volte mi pareva che si aprisse una porta e la vedessi
d'improvviso entrare, più bella, più sorridente che mai. La portavo in
me come un male inguaribile, come una gioia senza nome; tutta la luce
del mio mondo interiore s'irradiava intensa dalla sua grande bellezza.
Ludovico mi preparò la casa e v'andai ad abitare. Mi parve una prigione,
l'odiai. Vivevo due vite diverse: una, fra le mie piccole miserie,
l'altra, seguendo i passi dell'amante lontana. Non avevo denaro; per
sopperire alle prime necessità dovetti vendere ad un orefice un antico
gioiello di famiglia, che mia madre aveva gelosamente custodito.
L'amministratore non sapeva più a che santo votarsi per pagare almeno
gli interessi a quelli che vantavano crediti antichi; stava trattando
una vendita e mi diceva di pazientare.
Soffrivo d'insonnia, mi alzavo prestissimo e facevo lunghe passeggiate,
solo, triste, per i colli di Roma. L'aria satura di fragranze mi dava
talvolta una specie di vertigine; sentivo in tutte le membra una
stanchezza mortale; dovevo sedermi, chiudere gli occhi, fortemente
respirare.
Evitavo le strade frequentate, i ritrovi d'amici; gli sguardi altrui mi
ferivano come scherni muti. Fabio veniva da me la sera e Ludovico ci
allestiva il pranzo. Povero Fabio! Quanta bontà fraterna era nelle sue
parole! M'ero confidato con lui; quell'anima dolce sapeva comprendere
tutti i dolori. Mi guardava lungamente, fra le nuvole di fumo delle
nostre innumerevoli sigarette, poi diceva:
-- Non mi piaci! non mi piaci, Guelfo! Ti devi distrarre, se no finirai
con ammalarti.
Io ridevo, e cominciavo a parlargli di Elena, sempre di Elena, e della
mia felicità spezzata. In sèguito egli mi venne a prendere, mi condusse
a pranzar fuori di casa, m'accompagnò al Circolo, dove ritrovai gli
amici d'una volta che facevano le stesse cose, ripetevano le stesse
celie di due anni addietro. Godevo credito; giocai, vinsi, riperdetti.
Nessuno mi domandò di Elena, come per un'intesa pattuita; solamente
Camillo Ainardi una sera, giocando, mi disse:
-- Andrò a Parigi verso la fine della settimana. Non hai commissioni a
darmi... per il teatro dell'Athénée?
Risposi di no seccamente; gli altri mi guardarono sorridendo, e il
discorso mutò.
Il marchese della Pergola mi conduceva ogni giorno a fare lunghe gite in
automobile, raccontandomi con la sua voce un po' infantile tutto quello
ch'era accaduto in Roma durante la mia assenza. Si tornava sul far del
crepuscolo, ed allora cominciava con prendermi ogni sera un mal di capo
così violento e assiduo che, rincasando, bisognava mi coricassi; nessun
rimedio valeva per togliermi quel martellare. Durava sin verso la
mezzanotte, poi mi addormentavo d'un sonno angoscioso, interrotto.
Quando fu prossimo il ritorno di Edoarda e il tempo delle sue nozze,
lasciai Roma per recarmi a Torre Guelfa e stipulare la vendita delle
terre di Monte San Biagio, vendita che l'amministratore aveva intavolata
con l'ambizioso e rapace Rossengo.
Oh, di quella casa non dimenticata, come da lontano risplendevano le
finestre quando vi giunsi ad un calar del sole, sul barroccio di
Lazzaro, che m'accompagnava! E, nel cuore popolato di memorie, che
intraducibile sofferenza muta! Fiorivano tutte le siepi e dalle campagne
lontanamente invase da un tenue color di viola, primo vapore della
notte, venivano su le fragranze vegetali delle praterie nuove, miste con
l'odorar forte dei giacinti selvatici, dei bianchi narcisi, che a
migliaia constellavano le riviere. C'era già qualche rosso di papaveri
tra le spighe recenti, ed eran vivaci come le creste dei galli, che
traversando l'aia dei cascinali s'andavano maestosamente ad appollaiare.
Guardavo, ai due fianchi della strada maestra, la terra che non sarebbe
stata più mia; guardavo in alto, verso il castello sovrastante, le
finestre delle stanze nelle quali era passato l'amore, passato per non
più tornare, sotto il cielo di un'altra primavera, come certi voli di
rondini che passano una volta sola e paiono destinati a non fermarsi
mai.
Lazzaro mi raccontava; mi raccontava delle mietiture e dei raccolti,
della torre a cui durante l'inverno s'era fatta una gran fessura nella
muraglia, ed erano l'edere che la stringevan troppo od i serpenti che vi
strisciavano su; de' suoi figli ch'eran tutti sani e robusti ed il
maggiore stavasi per fidanzare, della sua donna che aveva l'altr'anno
avuta una sesta doglia, ma infruttuosa, e delle viti che toccavano
terra, l'autunno scorso, con i lor tralci ricurvi, sicchè bisognava
poggiarli ad altri alberi più forti, -- e delle processioni, e delle
sagre, e della cavalla saura che s'era spezzata una giuntura, cadendo
con il barroccio in un fossato, a gran rischio di uccidere il ragazzotto
che la guidava, una sera buia, nel Dicembre. Di questo non erasi potuto
consolare. La bella saura stelleggiata in fronte, che andava come se la
portasse il vento, tutta scatti e volate, vibrante come un arco teso,
fra criniera e coda.
Così Lazzaro mi raccontava, ed io, mollemente appoggiato alla spalliera
del barroccio, lo ascoltavo tra l'amarezza di altri pensieri, volendogli
bene, perchè tutte queste cose appartenevano al tempo di Elena, erano
state sue e mie, medesimamente. Su quel barroccio, dov'io sedevo, s'era
seduta ella pure, in un pomeriggio di sole, volando tra i filari di
pioppi che s'inseguivano in una fuga opposta, come sbarre di un immenso
cancello... Apparve il giardino, il viale a pergolato, la spalliera di
rose, la facciata immensa della casa, cui avevano posto, davanti alla
scalinata, un gruppo di limóni in grandi vasi di argilla rossa; ed
apparve l'atrio d'ingresso, non illuminato ancora, ma dove uno specchio,
nel fondo, acceso in pieno dalla luce crepuscolare, pareva una finestra
aperta sopra una limpida immensità.
La figlia di Lazzaro aveva messa nei vasi una profusione di fiori ed
aveva preparato il gran letto nuziale nella camera dove mi sembrava
ch'Elena camminasse ancora, facendo sul pavimento con le sue pianelle un
rumore frettoloso e lieve. Mi sentivo da tutte le cose circostanti
piovere nell'anima una morte lenta, ed avrei voluto, in quel letto
profondo, su quei cuscini che per me sapevano de' suoi capelli,
addormentarmi nel sonno dal quale più non ci si desta, come colui che
sia giunto alla meta ultima del suo pellegrinaggio.
Per venti giorni trascinai nella mia casa una orribile vita. Scrivevo ad
Elena lunghe lettere che poi non le spedivo; mi facevo mandar da Roma i
giornali parigini che ritenevo potessero parlare di lei, ma senza
trovarvi alcun cenno; scrissi ad Elia d'Hermòs, pensando di poter per
suo mezzo ricevere notizie precise; ma egli doveva essere in viaggio
ancora, perchè non rispose. Una volta colsi nel giardino i fiori più
belli, ne feci una cassetta io stesso e li mandai all'indirizzo del suo
teatro; ma questa e l'altre cose rimasero senza risposta.
Intanto un malessere sempre più frequente mi serpeggiava per l'ossa; un
breve cammino od una piccola fatica bastavano ad esaurire le mie forze;
gli occhi, sotto le palpebre, mi bruciavano; le vene dei polsi, delle
tempie, mi battevano come nel rezzo della febbre; non potevo quasi
toccar cibo, nè leggere, nè pensare seguitamente; avevo nelle orecchie
un rumor sordo, simile a quella sonorità che ronza nelle conchiglie
marine, ed esso mi si ripercoteva tormentoso nel cervello; mi sentivo
assalire da spaventi subitanei, da traffitture per tutte le membra, e
l'unghie agli orli mi si sfogliavano come le squame dei pesci.
In quei giorni vendetti la tenuta di Monte San Biagio a Michele
Rossengo, il quale si trattenne il prezzo dell'ipoteca ed in più mi
diede una piccola somma di denaro. Così dell'antico dominio non rimaneva
che la tenuta di Torre Guelfa, la rocca madre, onerata essa pure in
parte, ma per una scadenza più lontana.
Il ventesimo giorno dopo l'arrivo a Torre Guelfa, mentre desinavo, uno
svenimento mi colse. La figlia di Lazzaro, impaurita, corse a chiamare
il padre ed altri familiari. Mi portarono a letto e vi giacqui per
cinquanta giorni, arso da una febbre tenace, invincibile, che ogni tanto
sostava, per riprendere di lì a breve con maggiore accanimento.
Il medico di Terracina pareva molto irresoluto nel far la sua diagnosi;
parlava di sintomi delle febbri malariche o palustri, poi se ne mostrava
dubitoso: fece il nome di malattie nervose complicate e strane, ma per
quanto si cavillasse la mente, nulla poteva contro il mio male. Venne un
professore da Roma e disse con maggior pompa le medesime cose incerte;
mi trovò esaurito di spirito e di corpo, in uno stato lamentevole di
eccitabilità, mi domandò anche se avessi avuto un dolore od una
preoccupazione intensa... Disse che, appena combattuta la febbre, avrei
dovuto da me stesso rimediare al resto, vincendo la mia svogliatezza,
distraendomi, cacciando le idee nere.
In quel tempo desiderai di morire; lo desiderai con la medesima voluttà
profonda che avevo messa nell'amare la vita; provavo l'impressione di un
annegamento continuo; la forza degli altri e delle cose avverse mi
pareva crescere a dismisura, la mia, farsi piccola ed inane. Mi
esecravo; non avevo alcuna fede, alcuna speranza in me. E su tutto
navigava quel profumo di amor perduto, come, da una lontananza
chimerica, il sogno di giovinezza che può sorridere ai morenti. Questa
era la sola cosa che sapesse darmi ancora un fremito e potesse infondere
nel mio tormento una soave malinconia.
Intorno, la terra e il cielo intiepidivano di primavera; dalle campagne
udivo cantare; i venti della sera mi portavano tutte le saturazioni
della giornata feconda. Sognavo, come nell'estasi d'un sogno remoto, la
mia donna e le parole che avevo udite da lei.
Venne a curarmi Ludovico, e Fabio venne pure; mi assistette per circa un
mese, fu amorevole, intuì meglio di chiunque altro l'origine del mio
male. A lui, nel delirio della febbre, raccontavo le cose più pazze,
pregandolo che andasse via, che mi lasciasse morir solo; e l'amico dolce
come un fratello sapeva trovar le parole atte a rendermi un poco di
serenità.
Ma era mutato anch'egli: quel matrimonio d'Edoarda aveva interamente
scomposto l'ordine della sua vita. Ora si faceva bisbetico, sarcastico,
talora taciturno. O cuore incomprensibile dell'uomo, chi mai ti potrà
conoscere?
Lentamente guarii. Appena vinta la febbre, mi trassero fuori dalle
coltri, mi sedettero all'aperto, tra i fiori, tra il verde. Cominciò
gradatamente una giovinezza nuova, con le forze che rinvigorivano, con
l'anima che si dilatava nella serenità circostante. Fabio era partito;
avevo come soli compagni il medico di Terracina, Ludovico, Lazzaro, i
suoi figli ed i villici della fattoria, gente onestamente rude che
insegna l'amore della vita sana. Lunga e voluttuosa fu la convalescenza;
tutte le cose più semplici, che la nostra sensibilità esperta non
percepisce più, mi ferivano in quel rinascere; tutte le gioie tornavano,
stillando come favi di miele nel sangue avido, ad una ad una. Colei che
avevo amata, che amavo, era nell'intimo del mio cuore come un gioiello
ben custodito, e provavo la voluttà di avere sofferto, io, che nella
vita ero passato aridamente, senza vere passioni. Mi pareva d'essermi
redento con questo amore doloroso. In tutte le immagini belle, che davan
musica e luce alla mia vita nova, ella passava come una trasfigurazione,
lasciando cadere intorno a sè fiori di rimembranza e di speranza, parole
udite, sorrisi.
Quando mi fui del tutto rimesso in forze, partii. Batteva l'estate
piena, con accecanti sfarzi di sole e pleniluni chiari come albe, al
cantar delle fontane.
Andai direttamente a Parigi; volevo ritrovar Elena, parlarle od almeno
vederla. Ma non v'era. Mi dissero al suo teatro ch'era partita circa un
mese prima e non sapevano per dove. Sarebbe tornata l'autunno. La mia
gioia si smorzò come per incanto, mi sentii più solo, quasi che la
lontananza fra noi fosse immensamente cresciuta. Andai a riveder la
nostra casa e riconobbi dalle finestre i segni d'altri abitatori. Di
questo amore, ch'era pur stato così grande, non rimaneva più nessuna
visibile traccia; le cose, la distanza, il tempo, scorrevano sovr'esso
con una indifferenza crudele. Volli ritrovar Elia, ma era partito egli
pure, cosicchè, per non lasciarmi vincere dallo sconforto, cercai la
gente, il rumore, la musica, i ritrovi lieti, le donne gaie, le spiagge
popolate. Fui ad Ostenda per oltre un mese, indi visitai Trouville,
Boulogne sur Mer, Vichy, Aix; avevo un poco di denaro con me, giocavo
temerariamente, vincevo.
Verso il principio del Settembre scrissi a Parigi per sapere se fosse
tornata; mi fu risposto che non avevano alcuna sua notizia. M'incontrai
allora con alcuni amici che andavano a Montecarlo e questi mi decisero a
seguirli.
Che dolce autunno, giù per le colline inclinevoli, per i promontori
selvosi, davanti a quel mare pigro, che oscilla, mentre le vele dei
navigli erratici se ne vanno via, gonfie di vento, sfarzose di luce,
leggere come petali di rose cadute sopra una fontana. Oh, averla meco,
sotto la curva di quel cielo troppo azzurro, e camminar tra i palmizi
onusti di grappoli quasi biondi, sotto i boschi d'ulivi che scoloriscono
quando passa il vento, e guardar dai cancelli, sovra i muricciuoli dei
poderi, nel folto degli aranceti, pendere i bei frutti d'oro!
V'era poca gente ancora; gli alberghi, aprendosi ad uno ad uno,
cominciavano a lustrar gli specchi per la stagione prossima, i
giardinieri a rifar l'aiole, i verniciatori a rinfrescar le insegne.
Quegli amici che mi avevano condotto, ripartirono, stanchi della mala
sorte; io, per pigrizia, rimasi.
Cominciai con perdere, lentamente, ogni giorno. Ma una sera che tornavo
da una gita in automobile, verso l'ora del pranzo, entrai svogliatamente
nelle sale da giuoco, non sapendo che fare. Le tavole quasi eran
deserte; ancora faceva caldo; gli impiegati sonnacchiosi, oppressi dal
tedio, sbadigliavan o mormoravano tra loro. Una signorina bionda e
anemica, la quale soleva spesso darmi consigli, mi disse, venendomi
vicino e facendo sonare la sua borsetta piena d'oro:
-- È la giornata del 26: giocatelo!
In quel momento, ad una «roulette» poco discosta, capitò che
annunziassero proprio il numero 26.
-- Vedete? -- ella fece ridendo, e uscì.
Avevo poco denaro in tasca; m'accostai ad un'altra tavola, presi un
gruzzolo d'oro e lo misi al 26. Uscì proprio questo numero, ed io
lasciai tutto il guadagno su le varie combinazioni del 26. Ripeterono lo
stesso numero, ed in capo d'un'ora, facendo lo stesso gioco su varie
tavole, ero giunto a vincere oltre cinquantamila lire.
La signorina bionda e anemica bevve quella sera molto Sciampagna, disse
molte corbellerie e volle che l'accompagnassi a casa -- per slacciarle
il busto.
Da quella sera in poi non feci che vincere ogni giorno, senza
interruzione, con una facilità che stupiva me stesso.
Dopo varie settimane mi trovai possessore di una somma notevole, e, non
volendo riperderla, mi recai a Parigi per attendere il ritorno di Elena.
In quei giorni appunto ell'aveva scritto da Ginevra al direttore del suo
teatro, dicendosi malata e chiedendogli ancora un mese o due di riposo.
Corsi a Ginevra, ed all'albergo dal quale aveva scritto mi risposero
ch'era partita pochi giorni prima, non sapevano per dove.
Solo, triste, torturato da mille dubbi, roso dall'impazienza, tornai a
Parigi, dove tutte le sere andavo al suo teatro, quasi per essere più
vicino a lei.
Elia -- mi dissero -- dall'Egitto era andato in America. S'avvicinava
l'inverno; pioveva quasi ogni giorno; tutto mi pareva lugubre, tedioso.
Accarezzavo intanto il mio sogno con gelosia; pensavo che saremmo
tornati a vivere insieme, per sempre questa volta; con il denaro vinto
mi sarei messo a trafficare in Borsa prudentemente; si avrebbe insieme
guadagnato abbastanza da essere felici.
Poi, quando fossi tornato ricco, l'avrei indotta a lasciare il teatro,
avrei forse comprata una villetta nei dintorni di Parigi, un'automobile
per venire in città; forse, col tempo, l'avrei sposata. L'estate si
sarebbe andati a Torre Guelfa, o si avrebbe viaggiato, secondo la sua
preferenza: dal nostro amore sarebbe nato qualche bimbo ed avrei
conosciuta io pure la gioia della famiglia, la tranquilla poesia del
focolare. Immaginavo di raccontarle queste cose, vincendo a poco a poco
la sua riluttanza, facendomi perdonare il passato, con la dolcezza delle
mie parole. Per ingannare il tempo, andavo alle agenzie domandando quali
case vi fossero da affittare; sceglievo questa o quella nel mio
pensiero, dicendo che presto mi sarei risoluto. Le comperavo molti
piccoli regali, curavo la mia persona, cercavo di rammentarmi i suoi più
piccoli desiderii.
Finalmente giunse. Me lo dissero al suo teatro, una sera, dopo lo
spettacolo. Il cuore mi tremò; avrei voluto correre da lei sùbito, senza
tardare un attimo. Era scesa nella «Rue Castiglione», all'albergo dello
stesso nome, poichè aveva lasciata la sua casa. Uscii dal teatro con le
vene che mi battevano forte, la mente smarrita, un po' ebro.
Era una notte freddissima; nevicava. Il vento faceva turbinare i fiocchi
larghi e fitti intorno alle chiostre dei lampioni, che ad intervalli
uguali accendevano di chiarori abbacinanti la neve uniforme. Presi una
vettura e mi feci condurre in Piazza Vendôme; là scési. Al sommo, il
grande monumento napoleonico era coperto d'una cappa candida, come un
solitario pino; la piazza quadrata biancheggiava in tutta la sua
vastità, traversata nel mezzo dalle vetture opposte, che parevano
affondarvi senza strepito.
Gli spazzatori, curvi e pigri, ammucchiavano inutilmente la neve. Mi
cacciai sotto il portico della «Rue Castiglione», giunsi fin rimpetto
all'albergo e mi fermai sotto un'arcata. Il vento invernale, a raffiche,
m'investiva, picchiettandomi co' suoi pulviscoli di neve ghiacciata,
pungenti come grandine; ma un desiderio invincibile mi tratteneva lì,
fermo, a guardare le finestre illuminate dell'albergo, forse per
indovinare quale, fra tante, fosse la sua. Vedevo talvolta sui chiari
vetri delinearsi qualche rapida ombra, e sparire, ma in nessuna potevo
riconoscere la sua; v'erano anche molte finestre chiuse. Dopo aver
esitato a lungo, traversai la strada, entrai nell'albergo. Un custode
notturno vigilava nell'atrio; si levò, mi venne a domandare che volessi.
Risposi che mi premeva di sapere se la signora Elena de W. fosse giunta
in quel giorno all'albergo. L'uomo, di malumore, dopo avermi squadrato,
mi rispose che non sapeva. Lo indussi ad una maggiore cortesia,
dissipando con il rumore di qualche moneta il sonno che l'opprimeva.
-- Com'è il nome? -- mi domandò allora. Lo ripetei.
-- Ora guardo, signore. -- Andò ad una scrivania e si mise a
scartabellare un registro.
-- Di fatti, -- rispose. -- È arrivata oggi nel pomeriggio. Adesso mi
ricordo. È una signora alta, bionda, non è vero?
-- Appunto. E sapete se sia già rincasata?
-- Non dev'essere nemmeno uscita, credo. Però, scusi un momento...
Andò verso un assito dal quale pendevano le chiavi delle camere, guardò
all'uncino che portava il numero 17, e vedendolo vuoto rispose:
-- La chiave non c'è; deve dormire. Se crede, salgo ad accertarmene.
-- Grazie, non importa. Domattina le darete questo mio biglietto da
visita.
E sotto il nome scrissi alcune parole a matita, per dirle che sarei
venuto il domani verso l'ora della colazione.
-- Ecco, -- dissi all'uomo, consegnando il biglietto. -- Ma non
scordatelo, vi prego.
-- Non dubiti; buona notte, signore.
-- Buona notte.
E giocondo, impaziente, uscii per la strada, mandandole baci dal cuore.
Il domani, pochi minuti prima del mezzogiorno, giungevo dinanzi al
portone dell'albergo. Mai nella mia vita m'ero sentito così commosso;
entrando nell'atrio ebbi quasi paura di vedermela venire incontro. Il
portiere s'avanzò cortesemente:
-- Chi desidera il signore?
-- La signora Elena de W.
-- È uscita, -- mi disse con una irritante urbanità. -- Uscita verso le
dieci.
-- E non ha lasciato detto nulla?
-- Nulla.
Rimasi un momento perplesso.
-- Non sapete se le abbiano consegnato stamane un biglietto che ieri
sera ho lasciato per lei?
-- Sì, difatti; me lo diede il portiere di notte, e lo mandai.
-- Bene: aspetterò.
-- Prego, s'accomodi.
Tolsi da un tavolino un giornale, e sedetti in fondo all'atrio in guisa
da sorvegliar l'entrata. Ma trepidavo; mille dubbi mi stringevano; ad
ogni persona che vedevo sopraggiungere il cuore mi dava un sobbalzo. E
le sfere d'un orologio a muro, che mi stava di fronte, camminavano sul
quadrante con una lentezza mortale. Segnarono il quarto, la mezza, i tre
quarti... Allora sorsi, mi pareva d'esser ridicolo, non potevo più
contenermi. Andai verso il portone spingendo lo sguardo fra la gente,
nelle due direzioni del portico; uscii nella strada, spiando le vetture;
mi detti a camminare, avanti, indietro, nervosamente. Facevo col
pensiero le più disparate ipotesi, risolvevo di andarmene, immaginavo di
scriverle una lunga lettera, ed in tutte le signore che apparivano ancor
lontane, mi pareva d'averla riconosciuta. Quando fu trascorsa un'altra
mezz'ora, entrai di nuovo nell'albergo e lasciai un altro biglietto,
scrivendole semplicemente che sarei tornato verso l'ora del pranzo, alle
sette.
Ma venti volte nella giornata passai per quella strada, nella speranza
d'incontrarla, e senza osare di chiederne all'albergo. Avevo la febbre,
mi sentivo capace di commettere una sciocchezza, non potevo comprendere
questo suo rifiuto. Alle cinque m'andai a vestire; in un baleno fui
pronto, quasichè mi fosse mancato il tempo. Abitavo all'«Hôtel Ritz», a
due passi dall'albergo di Elena. Era presto ancora per uscire; presi un
giornale, una rivista, un libro, -- li buttai. Mi diedi a camminare,
guardando l'ora ogni cinque minuti, facendo sforzi d'immaginazione per
accelerare la lentezza del tempo. Infine mi decisi a scriverle una
lettera piena di violenza e di passione, per il caso in cui di nuovo non
l'avessi trovata.
Non erano tuttavia le sette quando giunsi all'albergo della «Rue
Castiglione». Lo stesso portiere venne ad aprirmi, e più garbato ancora,
con un sorriso pieno di rincrescimento:
-- Signor conte, -- mi disse, -- la signora prega di volerla scusare, ma
non potrà scendere stasera, essendo indisposta. Credo anzi che si sia
già coricata.
Rimasi come trasognato e non seppi nascondere il mio turbamento.
-- Va bene, -- risposi dopo un silenzio. -- Allora consegnatele questa
lettera... oppure no... Dove potrei scrivere, vi prego?
Egli mi condusse nella sala di lettura, mi preparò carta e penna.
-- Grazie, ora vi chiamerò sùbito.
E smarritamente vergai poche righe, scongiurandola di volermi ricevere o
di rispondermi almeno, perchè da mesi e mesi l'andavo cercando ed avevo
sofferti tutti i dolori per lei. Chiusi la lettera, gliela feci portare,
attesi.
In fondo alla sala, un vecchio, semisdraiato in una poltrona, sotto il
chiarore d'una lampadina elettrica, leggeva un libro rilegato di pelle
oscura e lo teneva presso la faccia ingrandendone i caratteri con una
grossa lente. Nel sorreggere il libro la sua mano tremava come quella
d'un paralitico. Poco discosta da lui, una fanciulla dai capelli biondi,
pettinati strettamente, scriveva con rapidità una lettera di molte
pagine. C'era su la parete un quadro annerito in una cornice d'oro, e,
di fronte, uno specchio incline che rifletteva la stanza. Mi pareva
d'essere avvolto nell'imprecisione d'un sogno, soffrivo, ed una
vertigine grande scompigliava i miei pensieri. Nessun rumore intorno,
tranne lo stridìo di quella penna veloce che grattava la carta ruvida. I
miei occhi, senza tregua, si volgevano verso l'uscio.
Dopo alcun tempo entrò il portiere; venne a dirmi:
-- La signora le manderà sùbito la risposta.
-- Grazie.
Presi la penna e mi diedi a scarabocchiar linee sopra un foglio di
carta. Egli rassettò alcuni tavolini, accese un'altra lampada, uscì.
La fanciulla ed il vecchio, come automi, continuavano, ella a scrivere,
egli a tremare. Io, macchinalmente, osservavo i disegni tracciati dalla
mia penna, e quando non avevo più inchiostro la intingevo nel calamaio
con un movimento nervoso. Mi sentivo in ogni vena pervadere da
un'angoscia irrequieta e non potevo muovermi; avrei voluto correre su
per le scale, giungere alla sua porta, entrare, vederla, inginocchiarmi
o percuoterla... Mi sentivo male: avrei anche voluto fuggire. La
lampadina che avevo davanti agli occhi m'ipnotizzava come un puro
brillante.
D'un tratto, dietro l'uscio, intesi lo strepito leggero d'una gonna;
levai gli occhi, le due portiere vetrate s'apersero, ed una donna, che
non riconobbi sùbito, mi venne incontro, sorrise.
-- Elena!... -- balbettai come in sogno, e balzai diritto, senza potermi
avanzare. In un momento di oscura vertigine, senza chiudere gli occhi,
non vidi più nulla nemmeno lei, e quando li riapersi eravamo vicini, ci
guardavamo, volevamo parlare, anch'ella un poco impallidita, con i
medesimi capelli color del bronzo e dell'oro antico, le pupille stupite,
una bellezza immateriale nel viso, lei, lei, quella che avevo amata,
quella che avevo invocata nelle mie notti di delirio, lei che si
chiamava Elena!...
-- Grazie, -- le mormorai, -- grazie! Non vi aspettavo... non ti
aspettavo più.... È stata una cosa indicibile!
Le tesi una mano, ella mi porse la sua, rapidamente, poi la ritrasse; ci
sedemmo. Il vecchio e la fanciulla non avevano forse neppure levata la
testa.
-- Ebbene? -- domandò ella, un po' titubante.
-- Non mi volevi più rivedere?... -- le dissi piano, guardandola come
per ricuperare la visione della sua bellezza.
-- Sono scesa infatti per ripetervi questa preghiera, -- ella rispose
lentamente, chinando un poco il viso.
-- Ed io, -- esclamai sorridendo -- io sono venuto per prenderti con me,
Elena! Te l'avevo promesso, e questa volta sarà per sempre.
Ella scosse il capo con indulgenza, sorrise tranquilla, e chinò gli
occhi, mentre, perplessa, intrecciava le dita. Allora, nel guardare
quelle mani che avevo tante volte baciate, uno struggimento infinito mi
prese, per il desiderio d'avere una sua carezza, su la fronte e su le
tempie, com'ella usava, -- una sua carezza lieve. Desiderai
d'inginocchiarmi, d'abbracciare le sue ginocchia, di nascondere la
faccia nel suo grembo e mormorarle piangendo che da lontano avevo
imparato l'amore. Ma non potei; la mia bocca rimase muta; e v'era in
quel silenzio una dolcezza maggiore di qualsiasi confessione.
-- Bisognava lasciarmi sola, -- ella disse, con una voce gonfia di
oppressione. -- Ora sarà più doloroso per entrambi.
-- Ora invece non puoi essere che mia, -- le dissi -- e la mia vita non
fu che un lungo desiderio di te. Ti ho portata via nell'anima, e qualche
volta mi è sembrato di morirne. Adesso, Elena, bisogna ricominciare.
-- No, questo mai!
-- Senti...
-- Mai! -- ella ripetè con fermezza. Tutte le linee del suo volto
esprimevano quasi una impassibile crudeltà; nel guardarla, mi ricordai
l'amante chiusa e fiera che in alcuni momenti del nostro amore mi era
parso di temere come un'avversaria.
-- Dunque hai tutto dimenticato? -- le domandai sommessamente, con una
specie di paura. Ella non rispose; dalla sua faccia china gli occhi si
levarono a guardarmi con attenzione lenta, ed era lo sguardo con cui la
donna osserva l'amante, dopo l'amore.
Volevo domandarle: «Dove sei stata? Che hai fatto? Quali desiderî ti
hanno turbata l'anima nel tempo in cui fummo lontani?» Ed ella forse,
guardandomi, voleva indovinare le medesime cose.
In quel punto la fanciulla ed il vecchio si levarono insieme,
traversarono la sala, e restammo soli.
-- Ascoltami -- le dissi, avvicinandomi a lei. -- Non ti ho dimenticata
un solo momento. Per te ho pianto, mi sono sentito infelice, umiliato,
malato. Ti ho scritto e non hai risposto, ti ho cercata e non hai voluto
che ti ritrovassi. Ora sono libero assolutamente; nella mia vita non c'è
più un pensiero che non ti appartenga; sono pronto a qualsiasi rinunzia
e ti domando perdono di tutte le mie colpe, io, che non ho mai chiesto
perdono. Adesso, dimmi una cosa, Elena: Mi hai scordato? appartieni ad
un altro? Od è per una ragione diversa che tu respingi la mia preghiera?
-- Infatti, -- ella disse, guardandosi una mano, e girando su l'anulare
l'anello ch'io le avevo dato, -- infatti la ragione è un'altra.
Fece una pausa e continuò:
-- Ti ricordi... vi ricordate? C'era sempre una cosa che vi dovevo dire.
-- Ebbene dilla ora.
Aveva su le labbra un sorriso calmo, e da' suoi limpidi occhi mi
guardava pensierosamente.
-- E poi?... quando bene ve l'avessi detta?...
-- È un mistero così grande?
-- Oh no... tutt'altro!
-- E allora?
-- Allora ve la dirò più tardi. Va bene? -- E soggiunse con volubilità:
-- Raccontatemi qualcosa di voi, ora. Non vi siete ammogliato?
-- No.
Ella dette un riso breve, sottilmente ironico, e disse:
-- Perchè?
-- Ti amavo, Elena, e preferii che la sposasse un altro.
-- Davvero? si è sposata?... Ma da quando?
-- Dal mese di Maggio.
-- Siete arrivato troppo tardi allora.
-- Oh, no! Sarei giunto forse in tempo, se proprio lo avessi voluto.
-- E che avete fatto invece?
-- Nulla. Stetti un mese a Roma, dopo andai a Torre Guelfa per vendere
la tenuta e mi ammalai. Appena guarito, venni a cercarti. Oggi, che ti
ritrovo, non mi vuoi più...
-- Siete un po' dimagrato infatti, -- ella osservò, sorvolando sul
resto.
-- Bah... non è stato un anno molto allegro! E tu?
-- Io? Sono partita tre mesi dopo; ho viaggiato, ed anch'io non sono
stata bene.
Allora le presi una mano e vi posai le labbra senza ch'ella me lo
impedisse.
-- Elena, -- mormorai, -- quanto ho sofferto! Non te lo potrò mai
descrivere! Ho bisogno di parlarti a lungo. Vuoi che usciamo?
-- Dove?
-- Non hai ancora pranzato, suppongo?
-- Non ancora.
-- Ebbene vieni con me. Andremo da Paillard o da Larue, come una volta.
-- No, no! -- ella fece, ritraendo la mano con rapidità.
-- Questo non me lo puoi negare. Assolutamente bisogna che ti parli,
Elena. Qui fra poco verrà gente; poi... sii buona!
-- Ebbene, se proprio volete...
-- Oh, sì! te ne prego! te ne prego!
-- Ma dovrò allora cambiarmi d'abiti.
-- Non importa; sei tanto bella così.
Ella sorrise, come una volta, quando la baciavo.
-- Abbiate pazienza, farò presto.
Ed uscì con il suo passo agile, con quel rumor di seta che le udivo
suonare intorno al piede, come quando l'evocavo ne' miei sogni e mi
pareva di udirla giungere, sovra i tappeti, senza quasi far muovere
l'aria.
Mi sembrò in quel momento che il mondo si fosse ringiovanito di
primavere, l'anima mia di speranze, la mia stessa persona di felicità.
Mi piaceva quasi d'aver sofferto, per conoscere la gioia di quel ritorno
ed avevo su le labbra diffuso il sapore del primo bacio ch'ella mi
avrebbe dato.
Ero sicuro in cuor mio di vincere il suo rifiuto, e la vita, che si
apriva dinanzi al mio sogno mi pareva piena d'aurore. Immaginavo le
parole che le avrei dette; avevo negli occhi la visione della sua camera
sconosciuta, vedevo lei andare dal lavabo alla specchiera, asciugandosi
le mani, ravviandosi i capelli. Non tardò a ridiscendere; aveva il
mantello aperto e si vedeva in fondo all'abito di velluto viola una
luminosa guarnizione d'argento; portava un grande boa bianco, un
cappello nero con una folta piuma. Si allacciava i guanti stando su la
porta e mi diceva sorridendo:
-- Vi ho fatto molto aspettare?
-- No; hai fatto presto; vieni.
Uscimmo sotto il portico per attendere una vettura. Tutto il giorno
aveva nevicato; in quel momento le stelle ridevano dal cielo sgombro,
brillando con gelida serenità nell'aria che il freddo illimpidiva.
Accanto a lei mi sentivo buono, ilare, pieno di felicità, e le cose
circostanti rispecchiavano il mio giubilo interiore. Quando fummo nella
vettura, lato a lato, poichè non osavo baciarla, nascosi la faccia nel
suo boa, tepido e soffice, sotto cui sentivo la forma della sua spalla
delinearsi morbidamente.
-- Non fate così... -- ella disse piano, ritraendosi un poco.
-- Dimmi ancora «tu»... -- la pregai. -- Non senti come ti voglio bene?
Ella si piegò verso il vetro per guardar fuori, verso la strada, ove i
lumi scintillavano. Poi disse:
-- Rimarrete molto a Parigi?
-- Elena, -- la supplicai -- non mi torturare! Sono tornato per rimanere
con te, per vivere con te, m'intendi? Non lo desideri un poco anche tu?
-- Non so, non so... -- ella rispose. -- Ad ogni modo non lo voglio; non
è ormai una cosa possibile.
-- Perchè dici questo? Ne ami forse un altro?
-- Oh, no! Questo no davvero! -- E rise forte, chiudendosi nel suo
mantello. -- Non mi conoscete affatto, -- riprese. -- Io non sono di
quelle che ritornano... Poi abbiamo due maniere così diverse d'intendere
la vita, l'amore, tutto!...
-- È vero: tu sai dimenticare, -- dissi amaramente. -- Bah... che
stranezza!
La vettura, su la neve, camminava lenta, senza urti, sostando spesso
dietro altre che andavano in fila.
-- Non rattristatevi, Germano, -- ella disse poi. -- Una volta eravate
sempre così tranquillo...
-- Già... una volta! Ma vivendo si muta.
Un lungo silenzio ancora; poi le dissi:
-- Hai ricevuto i fiori che ti mandai da Torre Guelfa?
-- Sì.
-- E le lettere che ti scrivevo?
-- Anche.
Si giunse; traversammo la sala terrena, piena di gente che pranzava;
alcuni ci riconobbero, salutarono bisbigliando: salimmo ad una piccola
sala appartata e venne un maggiordomo cerimonioso ad offrirci la lista
della cena. Su la parete brillava un grande specchio, che rifletteva la
tavola apparecchiata con fiori e cristallerie. Tolsi ad Elena il
mantello, il manicotto, ed ella, in piedi, vicino alla tavola, cominciò
a sbottonarsi i guanti. Il contrasto dell'aria tepida con il frizzo
della nevicata le arrossava un po' le guance; l'ombra d'una piuma le
scendeva sino a mezzo il viso e con un moto lento si faceva scorrere in
giù dall'avambraccio il guanto, ch'era d'un tenuissimo color sciampagna,
e le calzava sino al gomito. Dietro lei, nello specchio, si rifletteva
l'abbondanza de' suoi capelli scintillanti.
-- Vuoi comandare il pranzo? -- le domandai, porgendole la lista.
-- No, fa tu.
Sorrisi, e scelsi tutte le cose che una volta ella prediligeva. Il
maggiordomo uscì, e venne in sua vece un cameriere, che prese ad
apparecchiare. Quando aprivano la porta giungeva con impetuose ondate il
suono di un'orchestra zingara.
-- È quasi passato un anno, -- ella disse, intrecciando le dita sul
piatto vuoto e facendovi battere gli anelli.
-- Già, un anno... un'eternità! Elena, siamo stati pazzi, veramente
pazzi, tutt'e due... io più di te. Ora ti sei vendicata: basta!
-- Vendicata? Non è la parola. Ho fatto solamente quello che credevo
necessario per il vostro bene. Quando mi sono accorta ch'ero per voi un
impedimento, vi ho lasciato libero. Questa non è una vendetta, e credo
non possiate rimproverarmi nulla.
-- Infatti non ti rimprovero, anzi ti prego. Puoi forse comprendere come
sia fatto il cuore dell'uomo? Allora mi piacevi solamente, ora ti amo.
I camerieri entravano di continuo e bisognava interrompere il discorso.
Le facevo alcune domande saltuarie, cui ella rispondeva con brevità.
-- Da dove sei giunta ultimamente a Parigi?
-- Da Compiègne.
-- Che facevi a Compiègne?
-- Nulla; fui malata; mi riposavo.
-- Hai conosciuta molta gente in questo frattempo?
-- Sì, molta.
-- È un pezzo che non reciti più?
-- Dal Maggio.
-- E, senti... non ti offenderai se ti faccio un'altra domanda?
-- No, di' pure.
-- Come sei vissuta da allora fin qui?
-- Vuoi forse dire come ho trovato il denaro per vivere?
-- Appunto.
-- Me ne hanno prestato, -- ella spiegò sorridendo.
Ora il maggiordomo imbandiva. Un turacciolo saltò con rumore. Traverso
la porta socchiusa, or forti, or lenti, si udivano volar le note della
marcia di Rakoczki. Quando rimanemmo soli, presi ad osservare la sua
persona minutamente, poi dissi:
-- Che bell'abito hai!
-- Ti piace?
-- Sì.
-- Dove lo hai fatto fare?
-- Da Paquin.
-- Ti vesti da Paquin ora?
-- Da Paquin o, qualche volta, da Doucet.
-- Sei molto ricca dunque?
Ella sorrise di nuovo in modo ambiguo.
-- E tu?
-- Oh, anch'io... ricchissimo! -- esclamai scherzoso. -- Ho vinto quel
che ho voluto a Monte Carlo, ultimamente.
-- Bravo! E la terra è venduta, mi hai detto? Anche Torre Guelfa?
-- No, Torre Guelfa mi rimane ancora, ma non l'amo più. Vi ho trascorso
un tempo troppo doloroso. Bah... che importa?... Bevi!
Le colmai fin quasi all'orlo il bicchiere. Ella v'intinse le labbra,
bevve un sorso e depose pianamente il calice. Lo tolsi allora dalla sua
mano e bevvi anch'io, come per stordirmi, tutto d'un fiato. Le dissi:
-- Molte volte avrei voluto ubbriacarmi, e non potevo. Tutto mi dava un
senso di tristezza.
Poi le tesi una mano e seguitai:
-- Elena, vuoi fare la pace con me?
Ella battè le falangi nervosamente sul mio palmo e domandò:
-- La pace? cosa vuoi dire?
-- Perdonarmi, se preferisci; dimenticare quest'anno come un brutto
sogno.
-- Ah, sì?... -- ella fece, appoggiandosi alla spalliera della seggiola.
Le sue pupille, straordinariamente lucide, mi fissavano con intensità,
con irritazione; e taceva. Quand'ebbero servite le frutte, mi levai
rapidamente, afferrandole un polso con un gesto febbrile.
-- Dimmi!... -- esclamai, -- ne ami un altro? Sei stata d'un altro?...
La verità!
-- E se fosse? -- ella domandò placidamente, con un sorriso negli occhi
limpidi.
-- Rispóndimi! -- la esortai duramente. Un cameriere, entrando,
m'interruppe. Allora detti ordine che sparecchiassero, e, quand'ebbero
finito:
-- Vi chiamerò, se occorre, -- soggiunsi.
Restammo soli.
Ella non si era mossa, non aveva detta una parola. Io stavo sul divano
ch'era contro la parete; lo specchio di fronte mi rimandava l'immagine
della mia faccia turbata.
Ella prese a carezzare i fiori che non avevan tolti dal mezzo della
tavola ed a giocare con il tovagliolo annodato al collo della bottiglia
di Sciampagna. Ad ogni scossa il ghiaccio crepitava, sciacquando, fra il
vetro della bottiglia ed il vassoio che la conteneva.
-- Elena, -- la pregai con dolcezza, -- vieni a sedere qui.
-- Che vuoi?
-- Vieni, sii buona...
Ella sorse in piedi; andò a guardarsi nello specchio, si tolse uno
spillone dal cappello, ve lo rimise; fece il più largo, più lento giro
che potè, e venne a sedermi vicino. Mise un ginocchio su l'altro e con
le mani congiunte lo ricinse. Io passai un braccio sotto il suo braccio
e l'attrassi dolcemente.
-- Rispóndimi dunque. Sei stata d'un altro? Dimmi la verità.
-- Non ancora, -- ella rispose con una voce pacata.
-- Ah... vedi! -- esclamai giubilando.
-- ... ma lo sarò, -- aggiunse tosto con la medesima voce fredda.
-- Mia sarai! mia! -- l'interruppi con ardore, come per cancellare la
sua risposta. Ella volse il capo lentamente ed i suoi occhi
m'investirono con uno sguardo che mi colpì come una staffilata. Poi fece
con le labbra un atto rapido, in cui le scintillarono i denti, e fu
quasi uno scherno, quasi un sorriso.
-- Senti... -- esclamò con gioia crudele, -- nemmeno se dovessi morirne!
-- Elena!
-- Ti ripeto: nemmeno se dovessi morirne! -- E con la mano e con la voce
scandiva il cadere di queste parole sorde, pesanti, che in me andavano
scavando un profondo solco di dolore.
Sentii qualcosa di vivo schiantarmisi nel petto, e mi pareva che una
rovina immensa precipitasse nel mio freddo spirito. Allora, con un
movimento quasi felino, ella si levò e mi venne di fronte.
-- Ah, tu hai creduto, -- ella disse, un po' curva, un po' arrossata --
che potrei di nuovo appartenerti qualora tu lo volessi? Hai creduto che
anch'io, come tutto quello ch'è passato nelle tue mani, fossi un piccolo
gingillo da potersi lasciare o prendere a tuo piacimento? Ebbene,
Germano, ti sei ingannato! Senti, voglio dirti una cosa.. Quell'ultima
sera, te ne ricordi? quand'io t'ho accompagnato alla stazione, quando ci
siamo abbracciati, ed anzi quando già eri nel treno, ancora non credevo
che tu potessi partire... Invece sei partito, ed è stata la fine.
-- Ma io...
-- Non dire nulla, non dire nulla... che vuoi? parole! Me ne hai dette
tante! Oh, c'è stato un tempo nel quale avresti potuto fare di me quello
che volevi! Ero tua. Sei stato il solo uomo che abbia mai amato, e
siccome è l'ultima volta che ci parliamo, lo puoi anche sapere.
Le caddero due lacrime dagli occhi, ed ansava. Mi levai, freddo sin
nell'anima, e poichè non trovavo parole, cercai di afferrarla; fui rude.
-- No, lásciami e ascolta. Non è tutto ancora. Io, che sono stata sempre
una donna calma e cattiva, per te avrei fatta qualsiasi cosa... mi sarei
anche venduta per farti ricco, se tu mi avessi amata lo stesso. Ti ho
nascosta la mia vita -- e non lo sai oggi come non lo sapevi allora --
per un capriccio bizzarro, ed anche perchè mi piaceva di avere qualcosa
in me stessa che non fosse in tuo pieno dominio. Ma vedevo intanto
ch'eri un uomo incapace di amare, che ti allontanavi da me, rimpiangendo
la tua vita passata e la ricchezza che un'altra ti poteva dare. Non sono
di quelle che si umiliano e ti ho resa la tua libertà. Solo, da quel
momento, sono tornata l'avventuriera che fui sempre. Non so se ti amo
ancora o se ti odio, il che forse, ad un certo punto, è lo stesso; ma
sicuramente non mi avrai più, nemmeno se ti mettessi a ginocchi, nemmeno
se dovessi disperarmene anch'io... Ma non temere: sono forte!
E rideva e piangeva, d'un riso e d'un pianto convulsi.
Io, che l'avevo ascoltata, con la faccia nascosta fra le mani, atterrito
e folle, tentai tutte le persuasioni: la preghiera, lo scherno, la
minaccia, la violenza... e tutto fu invano.
La vidi correre all'uscio per sfuggirmi... allora mi dominai.
-- Bada, -- ella disse, -- mi devi rispettare almeno come uomo, tu, che
come amante non mi hai risparmiata.
-- Elena, io non t'ho fatto mai alcun male.
-- Ah, credi? Lo credi, perchè tacevo? perchè la mia fierezza m'impediva
di mostrarti quanto soffrissi? Ma senti... senti... -- e mi venne
contro, mi afferrò per le braccia, mi scosse. -- Dimmi dunque! tu, che
ne parli tanto, sai cosa vuol dire... Ma poi no! che serve? -- E si mise
a ridere d'un riso che le torceva la bocca. Sedette, si levò; mi venne
vicino, tornò via; prese dal mezzo della tavola, fuor dal vassoio, la
bottiglia gocciolante, ne versò un bicchiere colmo fino all'orlo, e
ridendo lo vuotò d'un fiato, come per inebbriarsi. Di quel momento non
ricordo più nulla, se non la specie d'annientamento che mi gravava su
l'anima, interrompendomi tutte le facoltà. L'amore mio si prosternava
dinanzi a lei, ch'era la più crudele e la più forte.
-- Senti, -- le chiesi fuor di me stesso, dopo un lungo silenzio, --
cosa vuoi ch'io faccia? Che mi umilii ancor più? che ti chieda perdono a
ginocchi? Trovami dunque un pentimento che ti basti! cerca una vendetta
che ti possa contentare!... Elena, vuoi vedermi pazzo?
Stava seduta presso la tavola, e tenendo il braccio alzato fissava
contro luce il suo bicchiere vuoto; un cerchio di splendore, fermo,
saettando fuor dal vetro, le batteva sul polso nudo e luccicava come una
medaglia. S'era tolta il cappello, alcune ciocche scomposte le
ingombravano la fronte. Guardandola, mi ricordavo con una sensazione
terribilmente chiara il sapore che avevano le sue labbra nei baci
d'amore; qualcosa di lei passava traverso le mie vene prodigandomi una
molteplice carezza.
-- Elena!... -- le gridai forte. -- Elena!
Ella si scosse con un brivido repentino, come risvegliata nel mezzo d'un
sogno, poi lentamente, con stanchezza, mi tese una mano. E mentre voleva
sorridere, la testa le cadde giù, su la tavola, di schianto. Mormorava:
-- Tatto quello che tu soffri, è nulla... è nulla! Io ho fatto di più!
-- Che hai fatto? che hai fatto?
-- Io, -- balbettò -- io, quando tu partivi, ero incinta già di tre
mesi... e non volevo dirtelo mai! Ora è nata... una bimba, la nostra
bimba... e si chiama Evelyn...
Qualcosa mi passò nell'anima che non ha parola: tenerezza e paura,
smarrimento e gioia, riconoscenza e vergogna. Se è possibile amare al di
là dell'amore, in quel momento l'amai.
-- Evelyn... -- balbettavo, -- Evelyn...
Un rumor sordo e vuoto mi turbinava nel cervello, come un ammulinar di
vento. Non potendo far altro, la sollevai nelle braccia e la feci sedere
su le mie ginocchia; ella mi rovesciò il capo sovra una spalla e pianse
tutte le lacrime che portava suggellate nel cuore.
-- Dov'è?... dov'è?... -- chiesi.
-- Lontana da noi, lontana di qui, Germano... Ma non cercarla: è
solamente mia. Per lei mi sono già venduta e per lei non ti posso
appartenere più. Voglio farle una vita bella... non come la mia, non
come la nostra, povero Germano, povero amore mio... Comprendi ora?
-- Sì, -- bestemmiai soffocatamente -- sì... taci!
E le mie mani cercarono il suo collo delicato, col desiderio di
stringere forte... forte... per amarla meno!
-- Mi fai male... che fai?
Su la bocca le dissi:
-- Amore mio...
Ella tremava, ed io le conoscevo quel tremore.
-- Che fai?... -- bisbigliò, tutta bianca.
-- Taci...